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Questo video l’ho realizzato basandomi interamente su tre report scritti e pubblicati dalle Nazioni Unite. Non parliamo né di libri, che possono chiaramente avere tendenze politiche, né di articoli scritti da persone motivate a presentare la propria versione dei fatti. Quindi, se avete qualcosa che non vi torna, rifatevela con Antònio e presentate le vostre lamentele alla Commissione ONU.
Dunque: negli ultimi mesi avrete sicuramente sentito parlare al telegiornale delle sommosse verificatesi nei territori della Palestina. Sicuramente però, facendo un giro sui vari quotidiani come Middle East Eye o il Times of Israel, non vi sarà sfuggita l’escalation. L’escalation iniziata nel 2021 è culminata quest’anno con tre eventi decisamente gravi: prima le sparatorie a Tel Aviv a danno di cittadini israeliani, poi gli scontri alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme ad aprile e infine la controversa uccisione della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, palestinese naturalizzata statunitense.
Abbiamo già parlato della storia della nascita dello stato di Israele in QUESTO video, e non mi soffermerò sul passato. Oggi dobbiamo parlare dell’elefante nella stanza – o meglio la zanzara gigante nella stanza (visto il periodo in cui stiamo registrando): l’intensificarsi delle tensioni, sempre più estenuanti, tra Palestina e Israele. Perché un problema in quei quasi 30.000 km2 che compongono Israele e la Palestina c’è. Un problema fatto di scontri, violenze, intolleranza. Questo da entrambi i lati dello schieramento, è inutile negarlo. È una storia che va avanti da quasi 75 anni e che si basa tutta su vendette, ripicche, esasperazioni e sul tipico gioco del “ha cominciato prima lui”. E la cosa sta diventando insostenibile.
Tanto che tra giugno e luglio del 2022 l’ONU si è vista costretta a imbastire una commissione internazionale indipendente per verificare quel che sta accadendo. E quando l’ONU convoca una commissione indipendente significa che, come in Siria – di cui parleremo a breve nelle prossime settimane – qualcosa non torna.
Partiamo da una premessa: sin dal 1967, dopo la guerra dei Sei Giorni, diverse risoluzioni delle Nazioni Unite – la 446, la 452, la 465, la 471 e la 476, ribadiscono in maniera INEQUIVOCABILE l’illegalità dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, che va ben al di là le norme del diritto internazionale. Specialmente con la risoluzione 446 del 1979 l’ONU ha confermato che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non hanno alcuna validità giuridica e rappresentano un serio ostacolo per la pace.
Di fronte a questa premessa, l’obiettivo della commissione è stato quello di condurre – e qui cito - indagini nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, su tutte le presunte violazioni di diritto internazionale umanitario che hanno preceduto e seguito il 13 aprile 2021. Cioè in concomitanza con gli scontri di Al Aqsa. Come supervisori indipendenti sono stati appuntati in ordine: il magistrato sudafricano Navanethem Pillay. Il relatore speciale ONU per l’India Miloon Kothari, e l’avvocato australiano Chris Sidoti.
Ad accettare l’arrivo delle indagini ONU sono stati la Palestina, il governo egiziano (anche se solo parzialmente) – Egitto che, come sappiamo, confina con la Striscia di Gaza attraverso il Valico di Rafah, e il governo del regno di Giordania. Chi, a detta dell’ONU, non ha invece mostrato la piena volontà di cooperare è lo Stato d’Israele. Israele, e qui cito, si sarebbe rifiutato di consentire l’accesso nei suoi territori e in quelli palestinesi occupati. Le motivazioni erano state fornite un anno prima, quando il ministro degli affari esteri israeliano, rifiutando la risoluzione S-30/1, che ribadiva l’applicabilità della Convenzione di Ginevra per la protezione dei civili nei territori palestinesi, aveva affermato: “Israele non può e non desidera collaborare. Qualsiasi indagine che non condanni il lancio di oltre 4.300 razzi da parte di un'organizzazione terroristica contro i civili israeliani, o che non menzioni l'organizzazione terroristica Hamas, non è altro che un fallimento morale e una macchia sulla comunità internazionale e sulle Nazioni Unite.” La giustificazione in pratica era che Israele non avrebbe mai acconsentito a un’investigazione che poteva potenzialmente favorire l’organizzazione terroristica Hamas, che da anni è confinata nella striscia di Gaza e che, nei fatti, ha condotto attacchi contro le città israeliane.
Le ostilità dei gruppi palestinesi sono un fattore da tener presente per capire il muro fatto dal governo israeliano: i razzi lanciati da Gaza verso città e villaggi israeliani negli ultimi anni hanno colpito e abbattuto civili israeliani, sono stati duramente condannati dalla Comunità Internazionale e non hanno contribuito a distendere le tensioni. Le stesse autorità palestinesi, tanto a Gaza quanto in Cisgiordana, utilizzano spesso il tema dell’occupazione israeliana come giustificazione per nascondere i propri fallimenti politici e le proprie violazioni dei diritti umani. Tuttavia, stando alle raccomandazioni del report, bisognerebbe pur sempre preoccuparsi di prendere le misure necessarie per evitare danni a entrambe le parti, ivi inclusi i civili palestinesi, senza correre il rischio di applicare la legge del taglione.
Nel 2021, come sappiamo, le ostilità armate sono scoppiate con ulteriore forza soprattutto nella striscia di Gaza, e, come fatto notare dall’Alto Commissario per i diritti umani ONU, la cilena Michelle Bachelet, l'escalation è stata innescata da una serie di fattori: lo sfratto di famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est; l’aumento inquietante dell’ultra-nazionalismo israeliano; e l’uso della forza da parte delle forze Israeliane contro i palestinesi durante il Ramadan. A ciò, i palestinesi avrebbero risposto con altra violenza. Insomma, il tipico detto “violenza chiama violenza”.
A fronte di tutto questo, L’ONU ha sottolineato che, nel tentativo di coinvolgere entrambe le parti, la disponibilità a partecipare ai report della Commissione sarebbe arrivata unicamente dal fronte palestinese. Israele non avrebbe risposto.
Nel parlare di Palestina, il documento della Commissione specifica, inoltre, che sarebbe più che altro corretto parlare di “territorio occupato” e nella definizione non si includerebbe soltanto Gerusalemme Est e Gaza, ma anche le alture del Golan al confine con la Siria. E qui la commissione riporta: “L'occupazione di un territorio in tempo di guerra è, secondo il diritto internazionale umanitario, una situazione temporanea, che NON priva la potenza occupata della sua sovranità. Di conseguenza, l’occupazione NON può comportare alcun diritto di disporre del territorio occupato”.
La Commissione farebbe notare poi che, sebbene affermi di non mantenere più una sua presenza a Gaza da almeno il 2005, nella realtà dei fatti Israele continuerebbe a detenere il possesso dello spazio aereo, delle acque territoriali, dei passaggi di confine, delle infrastrutture civili, tra cui la rete elettrica, e della gestione del censo palestinese. Pertanto, a detta dell’ONU, Israele sarebbe tenuto a rispettare gli obblighi di una potenza occupante, obblighi che sono precisamente stabiliti dalla Quarta Convenzione di Ginevra. Il rispetto del diritto internazionale imposto dalla Convenzione, si evidenzia, dev’essere mantenuto anche dallo stesso fronte palestinese e dai suoi gruppi armati, un fatto spesso impossibile da prevedere. Infatti, e qui si riporta, “un conflitto armato o un’occupazione non esonera uno Stato dal tutelare i diritti umani”.
La stessa Commissione definisce Israele una nazione in stato di occupazione belligerante dal 1967, tanto nei territori della Cisgiordania quanto nella striscia di Gaza.
Una precisazione va fatta invece per la Cisgiordania, in inglese West Bank, che è suddivisa in tre zone: A, B e C. L'area A comprende circa il 18% della Cisgiordania ed è sotto il controllo politico e militare palestinese. Ramallah, Betlemme, Gerico sono alcune delle principali città e i cittadini israeliani non sono ammessi nel territorio. Anche Gaza è classificata come zona A, nonostante non sia governata dall'Autorità Palestinese. L'area B comprende circa il 22% della Cisgiordania ed è soggetta alle leggi civili palestinesi, ma nella realtà dei fatti Israele detiene il completo controllo militare su quest'area. La sezione B copre la stragrande maggioranza delle terre agricole palestinesi, con circa 440 villaggi palestinesi e nessun insediamento israeliano illegale in base al diritto internazionale. Le aree A e B sono spesso chiamate "isole", in quanto separate da infrastrutture esclusivamente israeliane e dagli insediamenti illegali dell'Area C. L'Area C comprende invece circa il 60% della Cisgiordania ed è sempre di più sotto il controllo di Israele. Nel 2014, stando alla Segreteria di Stato americana, sarebbe stato emesso solo un permesso di costruzione ai residenti palestinesi dell'area. Molti di loro attualmente vivono nel timore che le loro case vengano demolite per la mancanza dei permessi necessari. L'Area C detiene anche la maggior parte delle risorse naturali della Cisgiordania, un dato non secondario. Tuttavia, oltre il 70% dei villaggi palestinesi dell'area non è collegato alla rete idrica, a differenza degli insediamenti illegali, tutti dotati di servizi di base.
L’altra patata bollente è poi Gerusalemme Est: come la Cisgiordania, anche Gerusalemme Est è occupata dal 1967 - se ci seguiamo i dettami del diritto internazionale si tratta nei fatti di un'occupazione illegale. Nel 1980, Israele ha dichiarato Gerusalemme sua capitale e una "città unificata". Un gesto per ora non riconosciuto dalla comunità internazionale. Eccezion fatta per Trump nel 2017. Attualmente, circa il 40% di tutti i residenti di Gerusalemme Est sono israeliani e vivono in insediamenti irregolari o in abitazioni appartenenti a precedenti proprietari palestinesi.
In origine questa spartizione tra zone era parte dei famosi accordi di Oslo siglati nel 1993. Gli accordi, che sancirono il riconoscimento reciproco di Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, avevano il chiaro scopo di giungere a una pace stabile tra le parti e a un processo di autonomia palestinese. Gli accordi prevedevano un graduale ritorno di tutte e tre le aree ai palestinesi, ma questo processo non si è mai realizzato: Oggi, ville e complessi residenziali spuntano come funghi in aree che, per legge degli accordi, sarebbero di pertinenza territoriale palestinese. Stando a un report dell’ONU stilato nel 2017, la popolazione dei coloni nell'Area C e a Gerusalemme Est sarebbe raddoppiata dagli accordi di Oslo, raggiungendo alla fine del 2015 la cifra di oltre 594.000 persone (di cui circa 208.000 a Gerusalemme Est), persone che vivono in circa 130 insediamenti e 100 avamposti".
Sempre più avanti nel report si indicherebbe quanto segue: “l'esistenza di insediamenti israeliani e la delimitazione del territorio ad uso esclusivo di Israele hanno portato alla graduale frammentazione della Cisgiordania, a cambiamenti demografici e allo sfruttamento illegale delle risorse naturali, limitando al contempo l'accesso dei palestinesi e negando le possibilità di sviluppo della Palestina”.
Nel report si mettono inoltre in evidenza le politiche condotte da Israele nella gestione dei territori palestinesi. Una di queste riguarderebbe l’“assegnazione di terreni ad uso esclusivo dei coloni”, nella pratica, una graduale acquisizione e attribuzione di terre in Cisgiordania ad uso esclusivo israeliano che si protrae dal 1967. Ciò sarebbe avvenuto assegnando ad alcune aree la qualifica di "terreni statali", fatti passare come zone militari, parchi nazionali e persino siti archeologici di rilevanza storico-culturale israeliana, e assegnati a completo beneficio degli israeliani. Come conseguenza, quasi il 70% dell’Area C è diventato off-limits per qualsiasi nuovo progetto edilizio o economico palestinese.
In un report stilato nel 2021 dall’ufficio di rappresentanza dell’Unione Europea, i piani di costruzione del governo israeliano di nuove strutture abitative a Gerusalemme Est prevedevano un’aggiunta di oltre 11.000 unità, molte delle quali sarebbero giudicate illegali dalla stessa Commissione. La maggior parte di queste si dovrebbe sviluppare nell’insediamento di Atarot e, qualora le costruzioni venissero ultimate, si sferrerebbe un duro colpo alla soluzione così detta dei due Stati, in quanto l'aumento di coloni e abitazioni separerebbe ulteriormente i palestinesi che vivono a Ramallah da quelli che abitano Gerusalemme Est.
Al paragrafo “impunità per l’appropriazione delle terre” del report si afferma: Gli episodi di violenza contro i palestinesi, gli sconfinamenti e l'appropriazione forzata di terreni sono stati spesso condotti come parte di uno sforzo calcolato da parte dei coloni per espandere il controllo israeliano al di là delle aree di giurisdizione, grazie alla passività delle autorità israeliane. Gli attacchi dei coloni contro i palestinesi, si riporta nel testo, non sarebbero posti a indagine dalle autorità, soprattutto a causa della mancanza di volontà delle forze dell'ordine di scoraggiare o sanzionare qualsiasi incidente che coinvolga i poliziotti israeliani. Come sottolineato dal gruppo Yesh Din, organizzazione israeliana che combatte a favore dei diritti umani, tra il 2005 e il 2019, il 91% delle inchieste svolte dalla polizia sarebbero state archiviate senza alcuna incriminazione o capo d’accusa.
Sempre stando alla commissione ONU, altro dato preoccupante è stato l’incremento, registrato sotto il governo Bennet-Lapid nel 2021, del 45% dei casi di violenza contro cittadini palestinesi rispetto al 2020. Tre anni prima, nel 2017, il Segretario generale Gutierres, avrebbe espresso preoccupazione per i casi di trasferimento forzato tanto nell’area C cisgiordana quanto nella zona Hebron H2. Questa situazione si riferirebbe in particolare ai piani israeliani di trasferire circa 7.500 pastori e beduini palestinesi, i Dkaika, per poi sfrattarne altri 1.000 che vivono in otto villaggi nell'area di Massafar Yatta. Secondo le organizzazioni non governative israeliane come Ir Amin e Peace Now, almeno 55 famiglie sarebbero state sfrattate dalle loro case nel 2015-2016, e circa 300 famiglie palestinesi sarebbero tuttora minacciate di sfratto e demolizione delle rispettive case nel così detto "bacino storico israeliano" della Città Vecchia di Gerusalemme Est.
E nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania è presente, come fatto notare dal Quartetto per il Medio Oriente (cioè ONU, Unione Europea, Stati Uniti e Russia), tutta una serie di restrizioni sulla circolazione di merci e persone, che Israele definisce necessarie per la sicurezza nazionale: chiusure, posti di blocco superabili solo in caso non si sia palestinesi, limitazioni all'accesso alle risorse naturali, ai terreni agricoli, e pure ai servizi di base, comprese le cure mediche, gli impianti idrici nazionali e l'istruzione pubblica. Tutte restrizioni che impediscono la riunificazione familiare tra i residenti di Gerusalemme Est e di altre zone della Cisgiordania.
La Commissione ONU ha rilevato, giusto a titolo di esempio, che, mentre i coloni israeliani avrebbero accesso a 320 litri di acqua pro capite al giorno, più dei 100 litri raccomandati, i palestinesi delle Aree A e B avrebbero invece accesso a 75-100 litri pro capite al giorno, mentre i palestinesi dell'Area C addirittura appena 30-50 litri.
Nel 2018, le raccomandazioni da parte di 110 stati membri ONU, radunatisi per via dell’aumento delle pressioni nell’area, sono state le seguenti: porre fine all'occupazione, cessare l'espansione degli insediamenti, porre fine agli sgomberi forzati, cessare la politica di detenzione amministrativa, in particolare dei bambini, eliminare la restrizione della libertà di movimento, anche eliminando il blocco economico e sociale su Gaza che dura da 15 anni, consentire ai palestinesi l'accesso alle loro risorse naturali ed eliminare le leggi e le pratiche discriminatorie nei confronti degli stessi, compresa la separazione delle strade ad uso esclusivo della popolazione israeliana. Ma, come ci ricorda il termine, si tratta di raccomandazioni e non di vincoli obbligatori.
A causa del suo blocco terrestre, aereo e marittimo, le Nazioni Unite hanno poi avvertito che Gaza rischia di diventare "invivibile" per i civili palestinesi lì confinati, una bomba a orologeria. Il Relatore Speciale della Commissione, sempre al punto 30, comma A, dell’articolo 7, ha sottolineato: “malgrado il chiaro requisito del diritto internazionale secondo cui l'occupazione israeliana deve essere temporanea, è improbabile che Israele ponga fine all'occupazione”.
Già nel 2017, l’ONU era arrivata a queste conclusioni: L'attività di insediamento israeliana, stabiliva l’ONU, è incompatibile con gli obblighi del diritto internazionale e le attività di espropriazioni e minacce tanto verbali quanto fisiche costituiscono uno dei principali ostacoli a uno stato palestinese sostenibile nel lungo periodo.
Gli obblighi raccomandati dall’ONU sarebbero chiari: cessare il regime discriminatorio che facilita l'espansione degli insediamenti e abbattere il muro che separa i palestinesi della Cisgiordania da Gerusalemme Est e da Israele, un muro che, stando alla Corte internazionale di giustizia violerebbe gravemente i diritti dei palestinesi; e poi: garantire che ogni episodio di violenza sia oggetto di indagini serie e che i responsabili siano perseguiti e puniti, differentemente da quanto accaduto con la giornalista Shireen Abu Akleh.
C’è inoltre la preoccupante questione della discriminazione. Basta fare un salto su Middle East Eye e dare un’occhiata ai video di molestie pubbliche nei confronti delle donne palestinesi da parte di giovani israeliani ultranazionalisti. Non a caso, le frange più radicali del nazionalismo israeliano sono elementi da tempo posti all’attenzione dell’ONU. Basta per ora sapere che il Comitato ONU per l'eliminazione della discriminazione ha espresso preoccupazioni in merito diverse leggi che, a suo avviso, discriminerebbero i cittadini arabi di Israele, leggi che creano differenze non solo a livello di status civile, ma anche per l'ottenimento di un semplice avvocato, come pure l'accesso a benefici sociali, economici o al diritto alla terra e alla proprietà.
Il Comitato per i diritti umani dell'ONU, nell’indagine, ha riportato effettivamente che la popolazione ebraica e quella araba residente in Israele sono trattate in modo diverso e che il quadro giuridico israeliano conserva un sistema di leggi a tre livelli che prevede uno status civile, una serie di diritti e una tutela legale diversa, se si è uno dei 7 milioni di cittadini israeliani, uno dei quasi 2 milioni di arabi israeliani o uno dei 400.000 palestinesi di Gerusalemme Est. Le Nazioni Unite parlano di “mancanza di responsabilità” e concludono che vi sarebbero seri dubbi sulla volontà di Israele di condurre indagini autentiche in modo imparziale come richiesto dal diritto internazionale.
Detto ciò, la raccomandazione delle Nazioni Unite – che probabilmente rimarrà inascoltata – è sempre la solita: “porre fine all’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele è essenziale per terminare il persistente ciclo di violenza nell’area”. Secondo la commissione, un senso di disperazione e frustrazione sta crescendo sotto il peso di mezzo secolo di occupazione e la paralisi del processo di pace e l'impunità stanno purtroppo alimentando un crescente risentimento tra i palestinesi, alimentando instabilità, discriminazione e attacchi fisici e verbali che non fanno altro che compromettere il raggiungimento di una pace e di una sicurezza durature per entrambi i popoli.
L’ONU stessa ammette che la sola fine dell'occupazione non sarà sufficiente, fintanto che entrambi i governi – israeliani (di ogni spettro politico) e palestinesi – decidano di scendere a patti per il bene delle rispettive popolazioni civili. Ma qualora non si cerchi un punto di incontro, un vero processo di pace, la questione palestinese continuerà a incarnare il motto del pensiero evoluzionista: continuerà ad essere una gara di sopravvivenza che va avanti dal 1948, dove vige la legge del più forte, dove gli uni escludono gli altri, dove si ritiene che una cultura sia superiore alle altre – e questo vale per entrambi gli schieramenti.
Come riporta un bellissimo articolo dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua su Inside Over: “Gli israeliani devono interessarsi sinceramente ai loro vicini geografici e devono imparare a conoscere i loro confini, la loro storia e le loro caratteristiche come popolazioni mediterranee. Se Israele come Stato sovrano continua a sviluppare la propria identità solamente attraverso il dialogo culturale e spirituale con l’Europa occidentale o la lontana America non sarà in grado di realizzare pienamente il “ritorno alla storia “, e correrà il rischio di ritornare a una pericolosa mitologia religiosa”. L’augurio è che non si arrivi davvero a ciò.
Grazie a tutti per essere rimasti fino alla fine. Per aspera ad astra.
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