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Alessandro Barbero - La battaglia di Adrianopoli - senza musiche

Gregorio Grasselli5:17:41

Transcription

Buonasera. A partire da oggi, parleremo di una battaglia che ha cambiato la storia del mondo e che, però, non è famosa come quella di Stalingrado. Anzi, scommetterei che molti non l'hanno mai sentita nominare. Eppure, è una battaglia che, secondo alcuni storici, ha segnato addirittura la fine dell'antichità e l'inizio del Medioevo. Io, a dire il vero, con questo modo un po' melodrammatico di vedere le cose, non è che sia completamente d'accordo. Ma di sicuro, la battaglia di cui stiamo per parlare ha segnato una svolta nella storia dell'Impero Romano e ha messo in moto una catena di avvenimenti che alla fine ha portato alla caduta dell'Impero d'Occidente.

C'è una data che tutti ci ricordiamo perché sta in tutti i manuali scolastici e da moltissimo tempo è entrata a far parte del senso comune: ed è, naturalmente, il 476 dopo Cristo. La deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d'Occidente. Ma in realtà, il 476 è solo il punto d'arrivo. In quel momento, i giochi erano già fatti da un pezzo. L'imperatore era un fantoccio senza nessun potere effettivo. L'impero si era già disgregato, perdeva i pezzi uno dopo l'altro. I barbari la facevano da padroni in Gallia, in Spagna, in Africa e perfino in Italia. C'era già stato il sacco di Roma e, insomma, la deposizione di Romolo Augustolo non faceva più notizia.

E uso questo termine "notizia" a ragion veduta, perché c'è un famoso saggio di Momigliano che si intitola "La caduta senza rumore di un impero" e che dimostra proprio questo: che il cosiddetto "grande evento" del 476, la caduta di Romolo Augustolo, all'epoca non fu notato da nessuno. Ma se si era arrivati a questo punto, se l'Impero Romano in Occidente si era ridotto a un guscio vuoto che poteva essere abolito da un capo barbaro senza che nessuno protestasse, è per via di una serie di traumi che erano cominciati esattamente un secolo prima, nel 376 dopo Cristo. Un afflusso improvviso di profughi alle frontiere dell'impero aveva dato inizio a una crisi senza precedenti e, nel giro di due anni, questa crisi si era materializzata in un evento anch'esso senza precedenti: la sconfitta più disastrosa per Roma dai tempi di Annibale e di Canne.

E dunque, di questo che parleremo a partire da stasera: della battaglia di Adrianopoli, che fu combattuta il 9 agosto del 378, in quella che oggi è la Turchia europea e che allora era la provincia romana di Tracia. Racconteremo la battaglia, ma soprattutto cercheremo di far vedere che davvero segnò la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra, un'epoca in cui sarebbe stato sempre più difficile per Roma tenere sottomessi i barbari con la forza e continuare a credersi l'unica superpotenza mondiale. Parleremo di antichità e di Medioevo, di romani e di barbari, di un mondo multietnico e di un impero in trasformazione, e di molte altre cose ancora. Del Cristianesimo, per esempio, che si stava diffondendo proprio allora, era già la religione ufficiale dell'Impero Romano e stava penetrando anche fra i barbari e li stava cambiando.

Ma il cuore del nostro racconto sarà quel che accadde lì, ad Adrianopoli, nei Balcani, in un lungo pomeriggio. Destata la scena della nostra storia, dunque, è l'Impero Romano. E la prima cosa che dobbiamo chiederci, in realtà, è: che cos'era esattamente l'Impero Romano nel 378 dopo Cristo? Intanto, era un impero immenso, con degli orizzonti geografici molto diversi da quelli dell'Europa attuale. Oggi, se ci pensiamo, la nostra civiltà è continentale, semmai è aperta verso l'Atlantico, ma questo è un altro discorso. Il Mediterraneo noi lo viviamo un po' come un confine. Nella percezione comune, al di là c'è un'altra civiltà, c'è un altro mondo. Invece, l'Impero Romano coincideva col bacino del Mediterraneo. Il mare era il suo centro, "Mare Nostrum", appunto.

I confini dell'impero erano altri. Erano in quei grandi fiumi che per noi, invece, sono il cuore dell'Europa: il Reno, il Danubio, e che invece per i romani erano zone di frontiera, avamposti della civiltà. Poi c'era un altro grande fiume, ne sentiamo parlare tutti i giorni in televisione: l'Eufrate. E anche quello era una frontiera dell'impero verso oriente. A noi oggi sembrano posti molto, molto lontani, esotici. E invece, l'Impero Romano si spingeva fin lì. E probabilmente, per i funzionari, per i militari, per i mercanti romani, beh, quella era casa loro. Si sentivano meno fuori posto in Mesopotamia che non negli avamposti gelidi del nord.

E poi c'è il sud. I confini dell'impero erano il deserto africano e quello arabo. Perché i romani si erano spinti fin lì, fin nel profondo dell'Africa e della rabbia? E non solo con i posti fortificati di frontiera e le loro guarnigioni di legionari romani. Erano arrivati lì con le città commerciali, con le ville, con i latifondi, con gli oliveti, la vigna, il grano. E il Mediterraneo era il cuore pulsante di tutto questo. Come dire, era il sistema nervoso dell'impero. Il Mediterraneo era attraversato in tutte le direzioni da navi da carico che portavano, che so, vino pregiato dall'Italia in Gallia, olio e grano dalla Tunisia a Roma. Roma era una metropoli di un milione di abitanti che consumava una quantità enorme di vettovaglie distribuite gratis dallo stato, generalmente importate.

E dunque, quando pensiamo ai paesi che costituivano l'impero, non dobbiamo pensare soltanto alle province europee, che sono quelle che a noi, col nostro sguardo di occidentali, ovviamente sembrano più familiari: la Spagna, la Gallia conquistata da Giulio Cesare, che oggi è la Francia, la Britannia sperduta lassù in mezzo alle nebbie, l'Italia, che però all'epoca della battaglia di Adrianopoli aveva perso da un pezzo il suo ruolo di centro dell'impero e i suoi privilegi. No, l'Impero di Roma erano anche le province balcaniche, dove, fra l'altro, si reclutavano i migliori soldati; l'Asia Minore, quella che per noi oggi è la Turchia; la Siria, la Palestina, l'Egitto, insomma, tutto il Medio Oriente; una parte della rabbia; e poi tutto il Nord Africa, il Maghreb. Tutto questo mondo che per noi europei oggi è un altrove, allora era parte integrante dell'impero. Anzi, diciamola tutta, erano proprio quelle le province più ricche e più civilizzate dell'Impero Romano. Ed è come se il baricentro della civiltà si stesse spostando a oriente.

E d'altra parte, Costantino l'aveva intuito. Costantino, da qualche tempo, aveva fondato la nuova capitale, Costantinopoli, più a oriente, proprio per sostituire Roma. E Costantinopoli, lo sappiamo, è oggi a Istanbul, la capitale della Turchia, se non la capitale, ma insomma la metropoli storica della della Turchia. E noi oggi discutiamo se la Turchia può entrare o no in Europa, ma al tempo dell'Impero Romano, il cuore della civiltà romana batteva lì. Era un impero dove si parlava latino, ma anche greco, e anzi, sempre di più greco, perché quella era la lingua dell'Oriente. Il latino era la lingua dei tribunali e delle caserme. Le leggi le scrivevano in latino, ma nel palazzo imperiale si parlava sempre di più greco.

Quando pensiamo all'Impero Romano alla vigilia delle invasioni barbariche, noi di solito pensiamo a un organismo in profonda decadenza. Del resto, anche nel nostro linguaggio quotidiano, quando diciamo "basso impero", di cos'è che parliamo? L'espressione "basso impero" evoca immediatamente corruzione, fasto sterile, e un lusso, concubine, torture raffinate, disquisizioni teologiche assurde. Insomma, l'espressione "basso impero" evoca un declino morale e materiale. E a questo proposito, viene in mente uno dei libri di storia più famosi di tutti i tempi: quello di Gibbon, inglese, che nel Settecento scrisse appunto "Questa storia dell'Impero Romano e Bizantino", un'opera colossale in molti volumi che ha avuto un'influenza enorme. E come la intitola? "Declino e caduta dell'Impero Romano". Ecco, sembra che questo impero abbia continuato per secoli e secoli sempre a declinare e cadere.

In realtà, le cose non stavano così. L'impero aveva dei problemi seri, ne aveva almeno due grossi che non riuscì mai veramente a risolvere. Uno erano le continue usurpazioni dei generali. In generale, non ci metteva niente a farsi acclamare imperatore dalle sue truppe, possibilmente dopo aver assassinato l'imperatore in carica. E questa cosa, comunque, creava continuamente un'instabilità politica pesante. L'altro problema erano i barbari, naturalmente. Le scorrerie dei barbari, saccheggi dei barbari oltre i confini. Però, nel IV secolo, nell'epoca di cui ci occupiamo qui, IV secolo, questi problemi erano abbastanza sotto controllo. In passato c'erano stati momenti molto peggiori. Nel III secolo, sul trono imperiale, a un certo punto, si contano qualcosa come 22 imperatori in 50 anni, e quasi tutti lasciano il trono per forza maggiore, perché li fanno fuori. Ma la mente, è sempre nel III secolo, c'erano state, verrebbe da dire, una specie di prova generale delle invasioni barbariche. Nel III secolo, i barbari si spingono nelle province più sicure, per dire, nella pianura padana, saccheggiano Atene. Quindi, la situazione dell'Impero Romano era già stata, in certi momenti, sul crinale del collasso.

Eppure, l'impero era sopravvissuto. E la situazione l'aveva salvata una serie di imperatori particolarmente energici, tutti militari di carriera, nominati dall'esercito. Gente come Aureliano, quello che ha costruito le mura aureliane di Roma; gente come Diocleziano, che, già che c'era, ha fatto anche l'ultima grande persecuzione contro i cristiani; gente come Costantino. Ecco, questi erano uomini d'azione, avevano le idee chiare, andavano per le spicce e usavano sistemi brutali. Ma con quei sistemi avevano rimesso in piedi l'impero, senza troppo preoccuparsi, si capisce, del prezzo che poi la gente doveva pagare per questo. Per cui, uno va a vedere le trasformazioni dell'impero in quest'epoca, rimane abbastanza stupefatto. Introducono la coscrizione obbligatoria, raddoppiano le tasse, rafforzano la burocrazia e la polizia segreta. Siccome molta gente non è per niente contenta, vengono fuori leggi severissime contro la diserzione, contro l'evasione fiscale, perseguitano i dissidenti. L'imperatore si trasforma in una figura sacra, intoccabile. La gente comune non ha neanche il diritto di guardarlo. E per i dissidenti, punizioni terribili. Non c'era bisogno di cospirare contro l'imperatore, bastava anche solo fare l'oroscopo dell'imperatore per cercare di scoprire quando sarebbe morto, per finire dritti sul rogo.

Ecco, se lo giudichiamo con i criteri di oggi, l'impero rimesso in piedi da quei generali, l'impero del IV secolo, ha degli aspetti totalitari che non ci mettono mica tanto a nostro agio. E ci viene da dire che non avremmo avuto nessuna voglia di vivere sotto quei tiranni. Però, poi viene fuori che la ricetta funzionava. L'impero si era risollevato, l'economia tirava, i soldi giravano, c'erano grandi città prospere, più nell'Oriente greco, a dire il vero, che nell'Occidente latino. Ma insomma, da qualunque parte lo si guardi, era una società piena di contraddizioni, ma non era un impero in declino. Nel 378, l'Impero Romano non era in declino, neanche dal punto di vista culturale e morale. Era in trasformazione, questo sì, perché il IV secolo è l'epoca in cui l'Impero Romano diventa cristiano. E questa è una trasformazione straordinaria di tutta una società, di tutto un mondo.

Costantino aveva messo fine alle persecuzioni contro i cristiani fin dal 313, con l'Editto di Milano, famosissimo. L'editto di tolleranza. Costantino dichiara che per garantire la prosperità dell'impero bisogna che tutte le religioni siano tollerate, perché ciascuno possa pregare Dio a modo suo. Sono bellissime parole. Poi, però, Costantino ha fatto capire chiaramente che per lui la religione cristiana era quella più adatta a garantire il benessere dei sudditi e, soprattutto, che la Chiesa cristiana, quando ne aveva bisogno, poteva contare sul sostegno concreto del governo. Dopo Costantino, tutti gli imperatori sono cristiani, tranne uno: Giuliano, che infatti i cristiani chiamano subito "l'Apostata", che vuol dire "il rinnegato".

E non è che sia scomparsa la cultura tradizionale classica. Le città dell'impero sono ancora piene di retori, filosofi, poeti, e in gran parte questi sono pagani e tengono viva la tradizione della cultura classica in latino e in greco. Però, accanto alla cultura pagana, se ne sta imponendo un'altra, che è quella cristiana, appunto, che non è che cancelli le radici antiche, però gli dà una direzione nuova. Questa di cui stiamo parlando è l'epoca in cui vivono i più importanti Padri della Chiesa, quegli intellettuali che stavano lavorando per dare al Cristianesimo le sue basi filosofiche. E il Cristianesimo, lo sappiamo, è una religione complicata dal punto di vista filosofico. Il dogma della Trinità, già quello da solo, basta per dover scrivere dei trattati per spiegarlo.

E se noi facciamo il conto, alla vitalità della cultura cristiana in quegli anni è impressionante. Nel 378, l'anno che ci interessa, l'anno di Adrianopoli, Sant'Ambrogio era vescovo di Milano, non aveva ancora 40 anni ed era già vescovo da un pezzo. Sant'Agostino era uno studente di belle speranze in una grande città africana, e lui era appena agli inizi della sua avventura religiosa. Anzi, a dire il vero, in quel momento era ancora più legato alla setta dei Manichei che non alla Chiesa cattolica. San Girolamo, invece, aveva appena concluso la sua esperienza, che era stata molto eccitante, però alla fine deludente, di eremita nel deserto, e si stava preparando a tornare in Italia per fare un'altra cosa straordinaria: la traduzione della Bibbia dal greco in latino, quella che noi chiamiamo la Vulgata. In Gallia c'era San Martino. In quel momento era il più vecchio di tutti, aveva più di 60 anni, e San Martino, voglio dire, quello del mantello tagliato e regalato al povero, insomma, una storia che tutti conoscono. E in quel momento San Martino era stato eletto vescovo, cosa che non gli piaceva per niente, perché avrebbe voluto fare il monaco, e stava cercando di conciliare le due cose.

Ecco, credo che bastino questi pochi nomi per dare un'idea dell'incredibile vitalità della cultura cristiana in quel momento. Poi, certo, era una cultura litigiosa, lacerata dalle dispute teologiche, piena di movimenti ereticali che si combattevano l'un l'altro. Ma insomma, chiaramente era una cultura che sempre di più stava dando il tono a tutto l'impero. E del resto, nel 380, con l'Editto di Tessalonica, l'imperatore Teodosio stabilirà per legge che il Cristianesimo cattolico doveva essere l'unica religione obbligatoria per tutti i sudditi dell'impero, che è un bel cambiamento di rotta rispetto alla tolleranza dell'Editto di Costantino. Quel momento erano passati appena due anni dalla battaglia di Adrianopoli. E anche questa stretta repressiva del governo imperiale in materia religiosa, in un certo senso, può essere collegata alle conseguenze di quel disastro.

L'Impero Romano nel 378 dopo Cristo, quando stavano per cominciare le grandi invasioni barbariche, non era un impero in declino. E la prova è che i barbari volevano entrare. Appunto, effettivamente, una delle dinamiche cruciali nella storia di quest'epoca è proprio quella dei movimenti di popolazione. Noi italiani, ma anche i francesi, in genere tutti i popoli di lingua neolatina, le chiamiamo da sempre "le invasioni barbariche". E chiaramente c'è un giudizio di merito dentro questa denominazione. È invece i tedeschi le hanno sempre chiamate in un altro modo. I tedeschi le chiamano "le migrazioni dei popoli", che, bisogna ammettere, da quello che ne sappiamo oggi, hanno ragione loro, perché l'incontro fra l'impero e i barbari era cominciato già da un pezzo, proprio sotto il segno dell'immigrazione, prima di assumere una piega molto più drammatica e violenta a partire, appunto, dalla battaglia di Adrianopoli.

E allora, la cosa che secondo me bisogna chiedersi è: quando guardavano fuori, oltre i confini fortificati che proteggevano l'impero, cosa vedevano i romani? Cosa sapevano di quel mondo che c'era fuori? Ufficialmente, gli imperatori lo ignoravano. Ufficialmente, gli imperatori romani sostenevano di essere padroni di tutto il mondo, almeno di tutto il mondo civile, e quello che era fuori non interessava. In realtà, lo sapevano bene che oltre i confini c'erano altri popoli e altri paesi. Però, solo in un caso si trattava di un impero rivale. Era un impero anch'esso molto grande e potente, civilizzato, anche se oggi noi l'abbiamo quasi dimenticato. Era l'Impero Persiano, che in quest'epoca gli storici chiamano Impero Sasanide, il nome della dinastia che lo governava a quell'epoca. Ecco, i Persiani non volevano entrare, volevano semmai conquistare le ricche province orientali dell'Impero Romano. E qui non c'è uno scontro fra la civiltà e i barbari, qui c'è uno scontro fra due civiltà che si odiano e si combattono per secoli. Le separa proprio uno dei grandi fiumi della Mesopotamia, l'Eufrate. In certi momenti, romani si spingono avanti fino all'altro grande fiume, il Tigri. Altre volte sono i Persiani che avanzano e si spingono fino ad Antiochia, che vuol dire fino al Mediterraneo. Ecco, è importante ricordarsene della rivalità fra l'Impero Romano e quello Persiano, perché di questo nemico poderoso che era in agguato a oriente, ne sentiremo ancora parlare quando ci occuperemo da vicino della battaglia di Adrianopoli.

Altrove, però, le frontiere dell'impero non sono minacciate da nemici così terribili. Lungo tutto il versante meridionale, lungo il confine arabico e quello africano, beh, lì non ci sono fiumi a proteggere l'impero, ma c'è il deserto. Le popolazioni locali sono nomadi e tenerle fuori è difficile. Anzi, a dire il vero, è probabile che i romani non ci abbiano neanche provato. Noi ogni tanto abbiamo un po' la tendenza a vedere l'Impero Romano come chiuso da confini invalicabili e i romani come un popolo assediato dai barbari, con l'ossessione di non far entrare nessuno. In realtà, non era così per forza. In nome, per esempio, si muovono attraverso le frontiere, e le frontiere servono a controllarli, non a tenerli fuori. Quando esagerano con le razzie, si può dargli una lezione, e altrimenti si può mettersi d'accordo coi loro capi perché pensino loro, pagati, a scortare le carovane, a proteggere le piste. Insomma, con i nomadi beduini e berberi, l'Impero Romano non ha troppi problemi a mettersi d'accordo. In certe zone, in Africa soprattutto, i capi tribù ricevono la cittadinanza romana, un bel nome romano, si costruiscono delle ville che poi, in realtà, sono una specie di fortini, e i loro uomini possono anche sostituire le guardie di frontiera romane. I cristiani si preoccupano perché questi sono pagani e quando prendono servizio giurano sui loro dei, e quindi si fa peccato a farle girare. Però, intanto, con questo genere di accordi, si garantisce la sicurezza dell'impegno.

Il problema dei confini dell'Impero Romano è diverso se ci volgiamo a nord, verso i barbari che vengono dal freddo. Qui la frontiera fortificata dell'impero è segnata da due grandi fiumi: Reno e il Danubio. E parecchie volte gli scrittori romani si congratulano che la natura o la provvidenza, se sono cristiani, abbia collocato lì quelle due masse d'acqua per tenere a bada i barbari. E gli inverni gelidi, quando i fiumi gelano, la cosa che oggi non succede più, ma allora succedeva eccome, beh, quegli inverni i romani li temono, perché allora la barriera naturale non funziona più e allora sono guai. Oltre i fiumi, infatti, ci sono i barbari veri, una moltitudine di tribù che i romani ogni tanto cercano di inventariare, di descrivere, di classificare. In realtà, ne sanno poco e se ne interessano ancora meno, perché non danno nessun valore alla diversità. Semmai, è la diversità geografica che attira l'attenzione degli scrittori romani, perché quella è una cosa che bisogna conoscere quando si decide una politica o quando si pianifica una campagna militare.

E allora, al di là del Reno, c'era la Germania, paese di foreste, di paludi, dove i romani si erano bruciati le dita più di una volta, fin da quando Quintilio Varo si era fatto massacrare con tre intere legioni nella selva di Teutoburgo. Dal tempo di Augusto, lì i romani non avevano più voglia di spingersi. Però, c'erano stati in passato, l'avevano attraversata fino all'alba, e non era un paese ignoto. E in Germania erano un nemico feroce e pericoloso, ma comunque familiare, fin da quando Tacito aveva scritto quello che possiamo ben considerare un rapporto etnografico, "La Germania", appunto. Anzi, le capacità guerriere dei germani potevano perfino trasformarsi in un vantaggio per l'impero. L'esercito era pieno di immigrati originari delle tribù germaniche, e molti facevano carriera perché erano soldati eccellenti e fedeli all'imperatore.

La frontiera del Danubio, invece, era diversa. Lì, e soprattutto verso la foce, dove il fiume sbocca nel Mar Nero, i romani non sapevano molto di quel che c'era al di là. C'erano immense steppe che continuavano verso nord fino chissà dove. Lì nessuno si era mai spinto. Noi oggi sappiamo che quelle stesse, attraverso l'Ucraina, conducono direttamente alle pianure dell'Asia centrale, quella zona cioè dove sono nate e da dove sono partite tutte le tribù di nomadi che nei millenni si sono sempre riversati a ondate contro le grandi civiltà stanziali, contro l'Impero Romano, ma anche contro la Cina e contro l'India. Ed è proprio questo ribollire di nomadi che rendeva inquietante per i romani il confine del Danubio.

Poi, certo, i popoli più vicini all'impero: i Goti. E dei Goti sentiremo ancora parlare parecchio. Essi, armati, ecco. Questi avevano cominciato da un po' di tempo a civilizzarsi, commerciavano con i romani, praticavano una loro forma di agricoltura oltre all'allevamento. Però, avevano comunque nel sangue delle tradizioni nomadi. Queste si facevano sentire, erano popoli che con molta facilità decidevano di spostarsi in massa, con le loro famiglie, con loro bestiame, caricando la roba su convogli di carri per andare in cerca di territori più fertili o più sicuri. In confronto, i germani del Reno non preoccupavano poi tanto. Quelli erano contadini da sempre, vivevano in territori stabili, ogni tribù nel suo cantone, coltivavano la terra, i loro capi, ed erano già imparato a costruirsi delle belle ville nello stile dei grandi proprietari romani. Insomma, si sapeva come gestire i rapporti con loro. In confronto, le popolazioni delle steppe danubiane facevano più paura, perché dietro di loro c'era l'ignoto.

Una delle chiavi dell'atteggiamento romano nei confronti dei barbari è proprio la paura. È quella paura ancestrale che si legge anche nelle pagine di Tito Livio, quando rievoca i momenti più drammatici della storia di Roma arcaica e di Roma repubblicana: i Galli di Brenno che arrivano fino a Roma, i Cimbri e i Teutoni fermati da Gaio Mario quando stanno già per traboccare in Italia. Gli scrittori romani ritornano continuamente su questa ossessione: i barbari sono tanti, troppi. La Germania ne produce ondate su ondate, come se fosse l'oceano. Le steppe ne vomitano sempre nuove razze. Ma in realtà, questa retorica della paura nel IV secolo è vecchia. Certo, la tengono viva gli ambasciatori che vengono dall'imperatore, mandati dalle province di frontiera, dalle ricche città della Gallia, di le scorrerie dei Franchi o degli Alamanni sono una minaccia autentica. L'alimentano la retorica della paura, dico, le notizie che vengono dalle pianure danubiane. Lì, in effetti, più di una volta il governo ha dovuto evacuare la popolazione dalle zone più esposte, ha dovuto ritirare le guarnigioni, risistemare i profughi all'interno per sfuggire alle scorrerie dei nomadi. E nella mente, le vengono anche dai confini africani. I latifondisti si lamentano sempre, si lamentano che l'esercito è inefficiente e che i soldati se ne stanno chiusi nei fortini e non escono ad affrontare i barbari. I latifondisti minacciano di armare i loro contadini e difendersi da soli.

Però, queste sono punture di spillo per una realtà immensa come l'Impero Romano. Al palazzo imperiale si ragiona in un altro modo. I ministri sanno che l'impero può punire i barbari quando vuole, ogni volta che alzano troppo la testa. E solo per una questione di risorse, di bilancio, di soldi che non ci sono, di reggimenti sotto organico. Se poi alla fine bisogna sempre accontentarsi di misure parziali e provvisorie, però non c'è da avere paura. Certo, i barbari sono già in bellicosa e bisogna castigarli spesso perché non imparano mai la lezione, non per niente sono barbari. Quando è passato qualche anno dall'ultima sconfitta, ecco che riprendono coraggio e entrano in territorio romano, aggrediscono le fattorie, si portano via schiavi e bottino. E allora i governatori romani, un po' stancamente, certe volte intervengono, organizzano spedizioni punitive. Sono i romani, allora, che entrano nel paese dei barbari, che bruciano i villaggi, massacrano donne e bambini, portano via il bestiame, distruggono i raccolti, finché i capi tribù non vengono in ginocchio a chiedere pietà.

E allora quegli stessi latifondisti e commercianti che si lamentavano per l'insicurezza, allora ricavavano grossi profitti dagli schiavi catturati, dalle contribuzioni forzate imposte alle tribù, dal bestiame che l'esercito riporta in patria e poi distribuisce alla gente. E chi ha avuto i raccolti rovinati e gli schiavi dispersi può chiedere che l'esercito gli assegni una squadra di prigionieri per lavorare gratis sulle sue terre. E intanto, gli ufficiali reclutatori si aggirano negli accampamenti dei barbari sconfitti, scelgono i giovani più robusti, se li portano via. Gli accampamenti romani saranno marchiati, rieducati, impareranno la disciplina e diventeranno soldati romani. E i latifondisti che hanno l'obbligo di fornire le reclute per l'esercito e che devono sceglierle fra i loro coloni, è sempre una scelta difficile, faticosa, mandare della gente a fare il militare e rinunciare al suo lavoro. E quei latifondisti sono contentissimi, visto che ormai gli uomini per l'esercito si reclutano oltre frontiera. Ai cittadini basta far pagare una tassa in sostituzione degli uomini. Insomma, è anche una fare la guerra contro i barbari, basta saperla gestire bene.

Nei confronti dei barbari, l'atteggiamento dei romani del IV secolo è ambivalente. Tutto quello che hanno imparato dai loro antenati va nel senso che i barbari sono bestie e non uomini, una forza della natura che è capace solo di distruggere tutto quello che incontra e perciò bisogna sterminarli senza pietà. Potremmo dire che solo "barbaro buono è il barbaro morto". Per i romani, però, per chi ragiona nei palazzi del potere e ha sul tavolo i rendiconti del fisco e le matricole dei reggimenti, beh, allora diventa sempre più chiaro che i barbari sono anche qualcos'altro. Sono manodopera, una manodopera abbondante a basso costo, proprio quello di cui ha bisogno un impero che per difendersi deve mantenere un esercito enorme. E più va in cerca di reclute per riempire gli organici, più rischia di danneggiare l'agricoltura, scontentare i grandi proprietari e ridurre il gettito fiscale, che per i burocrati è la cosa peggiore di tutte.

E quindi i governanti dell'impero e i latifondisti, che in tutte le province formano il ceto dominante e sono influenti, la loro opinione conta e gli imperatori devono starli a sentire. Ecco, si ritrovano tutti d'accordo sul fatto che i barbari possono essere una risorsa e non bisogna sprecarla. In questa nuova prospettiva, diventa perfino possibile accorgersi di qualcosa che i romani prima non avevano mai voluto vedere, e cioè che molto spesso queste bande di poveracci che entrano clandestinamente nell'impero e poi campano di delinquenza finché non incappano in qualche rastrellamento, molto spesso sono solo gente che scappa dalla fame, dalla miseria, dalla violenza delle tribù nemiche, gente che non conosce altro linguaggio se non quello della forza, ma che in realtà potrebbe benissimo essere accolta e messa al lavoro, visto che di lavoro nell'impero ce n'è quanto si vuole.

Ecco, come dire, non formulano mai con chiarezza il concetto, però le élite romane e greche del IV secolo stanno scoprendo che i barbari invasori, in molti casi, sono solo degli emigranti o dei profughi che chiedono terra e lavoro. Come mai, altrimenti, quando vengono sconfitti e catturati, accettano così volentieri di essere messi al lavoro o di essere arruolati nell'esercito, che anche quello è un lavoro? Una volta fatta questa scoperta, il resto viene di conseguenza. L'amministrazione imperiale comincia ad attrezzarsi per accogliere gruppi anche consistenti di barbari e sistemarli nell'impero. Nascono degli uffici che sono incaricati proprio di sovrintendere all'accoglienza. In origine, in realtà, servivano un'altra cosa: servivano a ricollocare i profughi romani, quelli che scappavano dalle province della steppa, o i prigionieri che erano caduti nelle mani dei barbari e poi erano stati liberati. Però, col tempo, sempre più spesso, per gli uffici invece ricevono l'ordine di sistemare intere comunità di immigrati. Li sistemano nelle zone spopolate, dove dove c'è bisogno di manodopera. E intanto, i giuristi cominciano a pensare a delle leggi che possano legare questi immigrati alla terra, obbligarli a pagare le tasse, obbligarli a fornire i loro figli come coscritti per l'esercito.

Prima della battaglia di Adrianopoli, le invasioni barbariche sono già cominciate, ma sono in gran parte invasioni pacifiche di barbari sottomessi che, con la loro forza lavoro, contribuiscono e non poco alla ripresa economica del mondo mediterraneo. Finché l'amministrazione imperiale è in grado di gestire pacificamente questa immigrazione, finché ci sono regole chiare e controlli ravvicinati, noi non abbiamo nessuna notizia che questo crescente numero di immigrati abbia provocato problemi, mi, risentimenti di nessun genere. L'Impero Romano, già di per sé, era un impero multietnico, era un crogiolo di lingue, di razze, di religioni, era perfettamente in grado di assorbire l'immigrazione senza essere destabilizzato.

Sul campo di battaglia di Adrianopoli, i romani si trovavano ad affrontare non tanto un esercito di invasori barbari, quanto un intero popolo di profughi in cerca di accoglienza. I Goti. I Goti erano uno dei più importanti fra i popoli barbari. Sono loro, per intenderci, quelli che una generazione dopo, al comando di Alarico, saccheggeranno addirittura Roma, quel famoso sacco di Roma del 410 dopo Cristo, che è una delle date simboliche del collasso dell'impero sotto la spinta delle invasioni. Ma chi erano esattamente questi Goti? Noi oggi siamo abituati a pensarli come un popolo germanico. Conosciamo bene la loro lingua, e sappiamo che era una lingua germanica. I romani, però, non ne avevano la minima idea. Intanto, loro si interessavano pochissimo alle lingue dei barbari, e comunque non avevano le conoscenze di linguistica comparata che sono necessarie per arrivare a certe conclusioni.

Certo, fisicamente, i Goti si assomigliavano ai Germani: erano alti, con i capelli e la barba biondi o magari rossi, tutte caratteristiche negative, fra l'altro, agli occhi dei romani. Questa è una cosa che ci spiazza molto, ma è indubbiamente così. Nel mondo romano, la razza dominante, quella che credeva di possedere una civiltà superiore e guardava tutti gli altri con disprezzo, era composta da tipi mediterranei, piccoli, bruni. Essere alti e biondi era già un marchio di inferiorità, di povertà, di barbarie. Però, che i Goti fossero Germani, non poteva venire in mente a nessuno. Per i romani, i Germani erano quelli stanziati a occidente, sul Reno. I Goti, invece, abitavano nelle pianure orientali, al di là del Danubio, nelle steppe che si perdevano verso il Don. E dunque, assomigliavano agli altri barbari delle steppe, gente che andava bene a cavallo, allevatori e pastori, gente senza radici che si spostava facilmente.

E non avevano poi tutti i torti i romani a preferire questa classificazione che era antropologica, senza saperlo. Perché, in realtà, se diamo troppa importanza all'aspetto fisico e alla lingua, rischiamo di andare fuori strada. Per esempio, potremmo pensare che i Goti e, diciamo, gli Unni, gli Unni che erano piccoli, con gli occhi a mandorla e parlavano una lingua finnica, ecco, potremmo pensare che i Goti e gli Unni fossero due popoli completamente diversi, opposti. Eppure, noi sappiamo che in certi momenti, nei loro vagabondaggi nelle steppe, le loro identità potevano confondersi. A un certo punto, una parte dei Goti si fecero Unni. Strano dirlo, ma Attila, per esempio, è un nome gotico. Il fatto è che tutti questi popoli delle steppe, in realtà, non costituivano delle etnie compatte. Erano una moltitudine di tribù che si raggruppavano a seconda delle circostanze, quando emergeva in mezzo a loro qualche capo carismatico, qualche capo fortunato in guerra.

Soprattutto al tempo della battaglia di Adrianopoli, quei clan che chiamavano se stessi Goti erano divisi in diversi raggruppamenti. Non sono ancora quelli che ci ricordiamo tutti dai manuali scolastici: i Visigoti e gli Ostrogoti. Sono nomi tribali più antichi. Gli scrittori romani ogni tanto li trascrivono e tradotti in latino dalla lingua barbara dovevano suonare molto buffi. Ostrogoti, appunto, come diremmo ancora noi oggi. C'erano i Teruingi, i Greutungi, e chissà quali altri ancora. Ma ai romani non interessava davvero capirne di più. Erano comunque tutti barbari, poveracci, analfabeti, che se ne stavano a morire di fame nel loro paese sottosviluppato. Un romano ignorante, probabilmente, avrebbe liquidato i Goti semplicemente come dei barbari, come una specie di alieni del tutto estranei al suo mondo. Quando la incontrava qualcuno, magari al mercato, e perché era uno schiavo, gli schiavi, si sa, erano di tutte le razze, anche le più esotiche. Ma quelli intelligenti, se romani, davano in fretta, cercavano di far dimenticare la loro identità etnica. Gli altri, quelli non intelligenti, non avevano futuro, finivano a consumarsi nelle piantagioni e nelle miniere.

Ma in realtà, l'immagine dei barbari come gente, come dire, radicalmente estranea al mondo romano, era una semplificazione comoda ma sbagliata. I Goti vivevano già da secoli ai margini dell'impero e avevano cominciato a cambiare il loro modo di vita attraverso il contatto con Roma. I loro capi sapevano benissimo che oltre il grande fiume, oltre il Danubio, c'era un impero immenso, ricchissimo, che offriva tante possibilità. Una, semplicemente, era passare il fiume ogni tanto con qualche banda di giovani guerrieri in caccia di bottino. Era la possibilità più ovvia per la mentalità dei barbari, ma era anche la più pericolosa. E i barbari avevano imparato che quando si cominciava a giocare a questo gioco, prima o poi, magari non subito, ma prima o poi, i romani reagivano e le loro spedizioni punitive erano terrificanti.

Però, i barbari che intanto diventavano un po' meno barbari, la furia di negoziare e di commerciare con i romani, avevano anche imparato, per esempio, che l'impero aveva bisogno di mercenari che li pagava bene. Roma aveva migliaia di chilometri di confini da difendere e nemici potenti. L'esercito romano era il più forte del mondo, ma aveva sempre fame di uomini. Non parlo qui del fatto che le legioni da molto tempo si erano abituate a reclutare all'estero, fra i barbari. Certo, questo succedeva, ma in quel caso le reclute diventavano comunque soldati romani. Voleva dire abbandonare per sempre il loro paese e le loro famiglie per una vita nuova. E quelli che sopravvivevano ai 25 anni di servizio militare, di solito non avevano voglia di tornare in una patria che ormai avevano dimenticato, o a molti andava bene così, qualunque cosa, pur di uscire dalla miseria. Ma certamente non era una scelta che potesse essere condivisa da un intero popolo. No, quello di cui parlo è il fatto che, oltre a reclutare uomini nei loro reparti regolari, da molto tempo i romani si erano abituati ad assumere a breve termine bande di guerrieri barbari, di mercenari, che reclutavano ad hoc per una campagna, li pagavano bene. E i Goti erano i più disponibili per questo mercato. Era comodo assumerli, soprattutto per le guerre contro i Persiani, perché dalla frontiera del Danubio a quella dell'Eufrate, il trasferimento non è breve. E così, ogni volta che un imperatore romano pianificava una campagna contro la Persia, una delle prime cose che faceva regolarmente era di prendere i contatti con i capi tribù gotici nelle loro steppe al di là del Danubio, offrire regali e sussidi, ma soprattutto regali per i capi, e farsi mandare qualche banda di guerrieri per rimpolpare l'esercito che intanto si stava radunando in Mesopotamia.

Noi abbiamo diverse testimonianze di questo uso sistematico di mercenari goti da parte dei romani sul fronte orientale, diciamo così. Ne vorrei citare uno, che è un testimone molto interessante: un retore greco, Libanio, un uomo maligno che pensava spesso male e quindi ci azzeccava. E Libanio ci dice a un certo punto che questo sistema di reclutare mercenari goti aveva un altro vantaggio: che buona parte di quei mercenari alla fine si faceva ammazzare e così si sfoltivano i barbari senza farsene troppo accorgere e si rendeva sicuro il confine.

Prima della battaglia di Adrianopoli, nel corso del IV secolo dopo Cristo, i principali capi gotici si erano ormai abituati ad avere dei trattati regolari con l'Impero Romano. Anzi, può darsi che proprio l'abitudine, la necessità di negoziare con l'impero, abbia spinto i Goti a organizzare le loro tribù in federazioni più numerose e abbia fatto emergere capi che non erano più semplicemente dei capi tribù, ma principi, ora, come li chiamavano i romani. In base a questi trattati, i capi gotici fornivano guerrieri quando ce n'era bisogno e in cambio ricevevano regali, pensioni e anche regolari sussidi per nutrire la loro gente. L'amministrazione romana era molto brava a fare certe cose, e una di queste era rastrellare grano, olio, carne a basso costo dai contribuenti con requisizioni forzate e poi ridistribuire tutta questa roba in base alle esigenze politiche. Per esempio, la popolazione delle due capitali, di Roma e di Costantinopoli, campava in gran parte di queste distribuzioni gratuite. Era un costo enorme per l'erario, ma come dire, politicamente era indispensabile. Solo così l'imperatore aveva la sicurezza che l'opinione pubblica delle due capitali rimanesse dalla sua parte e così si evitava quel malcontento popolare che altrimenti, per un imperatore poco accorto, poteva anche essere fatale.

Anche l'esercito era mantenuto in gran parte grazie a queste distribuzioni gratuite, che a un certo punto, per risparmiare, avevano sostituito il pagamento in denaro degli stipendi. E quindi, niente di più naturale che fornire sussidi in natura anche ai barbari quando c'era bisogno di tenerseli buoni. Costantino era stato il primo che aveva stipulato accordi di questo genere. Infatti, è curioso vedere che nella memoria dei Goti, viene fuori questo, dai loro scrittori più tardi, ancora secoli dopo, i cronisti dei Goti si ricordano con venerazione di Costantino come un grande imperatore a cui i Goti erano stati ben contenti di ubbidire, quasi come se fossero suoi sudditi. Anche quel Libanio, che abbiamo ricordato prima, dice qualcosa di simile: "Dopo la morte di Costantino, dice, il confine del Danubio era tranquillo e suo figlio Costanzo II non doveva temere niente da parte dei Goti, che trattavano, dice Libanio, il nostro imperatore come se fosse dei loro".

Ecco, notiamo una cosa qui. L'immagine che abbiamo tutti in mente dell'impero coi suoi confini fortificati, intransitabili, e di questo minaccioso mondo barbarico che si agita all'interno, sempre pronto a fare irruzione, ecco, questa immagine comincia a diventare molto più sfumata. Certo, i Goti non erano sudditi dell'impero, non pagavano imposte e non c'erano funzionari romani a comandare nel loro paese. Ma l'esercito romano assumeva regolarmente mercenari goti e, soprattutto, il flusso degli stipendi e dei sussidi aveva già stravolto la vita e l'economia delle tribù. Dopo l'accordo firmato con Costantino, i principi, per mantenere la loro gente, si erano abituati a contare stabilmente sulle spedizioni di grano che le imbarcazioni romane portavano attraverso il Danubio tutti gli anni. E con loro guadagnavano facendo i mercenari, compravano tutto quello che gli serviva dai mercanti romani. In pratica, senza rendersene conto e continuando a vivere nei loro territori all'esterno dell'impero, i Goti, in realtà, erano già diventati completamente dipendenti dall'impero, al punto che probabilmente, se per un qualche motivo i romani avessero sospeso i pagamenti e i commerci, i Goti non avrebbero neanche potuto sopravvivere.

La familiarità che si era stabilita fra i Goti e l'impero produsse anche un'altra conseguenza di grande portata, e cioè che i Goti cominciarono a convertirsi al Cristianesimo. Con Costantino, i cristiani erano al potere nell'Impero Romano, e chiaramente la loro forza d'attrazione era enorme. Per cui, molto presto noi cominciamo a incontrare i primi Goti che hanno vissuto nell'impero, hanno studiato, sanno il greco, si sono convertiti al Cristianesimo e poi tornano presso il loro popolo per diffondere la nuova fede. Il più importante di questi si chiamava Ulfila. È un bel nome germanico, la radice, ovviamente, è "lupo", con quella desinenza "-la" che è tipica della lingua gotica, che si ritrova anche in nomi come Attila, Totila. Ma questo lupo, qui, in realtà, era un intellettuale. Era un Goto che aveva studiato a Costantinopoli e che aveva fatto una cosa straordinaria: aveva inventato un alfabeto per scrivere la lingua gotica e aveva tradotto la Bibbia dal greco nella sua lingua materna. Ecco, questa è una roba veramente eccezionale, e possiamo rendercene conto se pensiamo che a quell'epoca, per esempio, non c'era ancora neanche una traduzione latina della Bibbia. San Girolamo non aveva ancora cominciato a lavorarci. Quindi, questa traduzione di Ulfila è veramente un fatto culturalmente abbastanza sbalorditivo. E noi ce l'abbiamo questa traduzione, ed è il motivo per cui conosciamo la lingua dei Goti meglio di tutte le altre lingue barbariche.

Ecco, alla fine Ulfila era stato ordinato vescovo, era tornato in patria a evangelizzare e la sua gente. C'era solo un problema: i cristiani a quell'epoca non erano ancora d'accordo sulla definizione della Trinità, sulla natura di Cristo, sul rapporto fra Padre e Figlio, su tutti quegli aspetti del dogma della Trinità che sono complessi, difficili da risolvere. Su tutte queste cose, i cristiani erano divisi in correnti che litigavano ferocemente. Alla fine, lo sappiamo, ha poi trionfato i cattolici, e per loro, come si recita tutti i giorni nelle chiese cattoliche, Cristo è "generato e non creato", o "della stessa sostanza del Padre". Ma all'epoca esisteva anche un'opinione opposta, sostenuta da un teologo che si chiamava Ario, per cui Cristo era stato creato dal Padre, non generato, era inferiore al Padre.

Non della stessa sostanza. Oggi queste cose sono quasi dimenticate, ma nel quarto secolo, per queste cose, si poteva anche uccidere o morire.

La teoria ariana e dei suoi seguaci, gli ariani, era stata condannata come eretica in un grande concilio convocato e presieduto da Costantino in persona, a Nicea, in Oriente, nel 325. Però, anche dopo questa condanna, la Chiesa ariana era ancora molto radicata, soprattutto nell'Impero d'Oriente, e i suoi missionari erano in prima linea nella conversione dei barbari. Filovoto era un vescovo ariano e non cattolico, e quei Goti che seguirono la sua predicazione e si convertirono alla nuova fede, diventarono cristiani secondo la versione ariana, non quella cattolica. Alla lunga, questa faccenda creerà ai Goti dei problemi grossi, ma per adesso non era ancora così grave, perché comunque, anche nell'Impero, gli ariani erano ancora molto forti. Anche diversi imperatori erano ariani e non cattolici.

I problemi più gravi i Goti convertiti al cristianesimo li ebbero semmai con i loro connazionali, perché molti capi tribù erano ostili alla nuova religione. E quindi, al di là del Danubio, noi abbiamo notizia di persecuzioni e roghi, e c'è tutta una serie di martiri Goti, in un'epoca in cui ormai, nell'Impero Romano, queste cose erano finite da un pezzo.

Nel momento in cui comincia la storia che vogliamo raccontare, i Goti erano nel pieno di questo processo di conversione difficile e contrastata al cristianesimo. Goti che vivevano nelle steppe a nord del Danubio avevano avuto ottimi rapporti con l'Impero Romano per un sacco di tempo, dopo che Costantino aveva stipulato un trattato con i loro capi. Quei rapporti, però, si guastarono molto in fretta, quando finì la dinastia di Costantino e quando sul trono imperiale furono chiamati uomini nuovi, verso cui i Goti non si consideravano obbligati.

Era il 364, quando morì l'ultimo discendente diretto di Costantino, e l'esercito, l'esercito ormai, di solito, nominava gli imperatori senza neanche più chiedere il parere del Senato. L'esercito, dunque, dopo molte discussioni, decise di acclamare imperatore uno dei suoi generali, Valentiniano. Appena salito sul trono, Valentiniano pensò di nominarsi un collega e di suddividere l'Impero in due parti: d'Occidente e d'Oriente. Era una procedura abbastanza comune, perché l'Impero era immenso e si era già visto che quando l'imperatore era molto lontano, era facile che nelle province scoppiassero ribellioni o che qualche generale si mettesse in testa di usurpare il trono. E per questo era utile avere due, anche tre imperatori, ciascuno con un'area un po' più ristretta da controllare, in cui fisicamente il sovrano poteva essere presente e farsi vedere e tenere sotto controllo la situazione.

Valentiniano decise di tenersi l'Occidente, dove aveva combattuto fino a quel momento con successo, e nominò imperatore d'Oriente suo fratello, Valente. E qui dobbiamo fermarci un pochino, perché entra in scena uno dei protagonisti, anzi, forse il vero protagonista tragico della storia di Adrianopoli: appunto, l'imperatore Valente.

I due fratelli erano personaggi molto diversi. Valentiniano era un duro, un generale energico e fortunato, un grande organizzatore che diede ai barbari delle lezioni memorabili e che stabilizzò con successo le frontiere occidentali. Certo, era un provinciale di famiglia modesta e forse non troppo colto, come molti generali, ma era un grande politico, pieno di fiuto. Era uno portato a fare naturalmente la cosa giusta. Per esempio, in un Impero diviso dalle controversie religiose, Valentiniano fu capace di imporre una tregua e una sostanziale tolleranza, per cui pagani, cristiani cattolici, cristiani ariani furono costretti a convivere senza scannarsi.

Valente era il fratello minore ed era sempre vissuto un po' nella sua ombra. Aveva 36 anni quando Valentiniano lo nominò imperatore d'Oriente. Sulle sue monete è ritratto come un uomo che tende a ingrassare, con il collo robusto e già un po' di doppio mento. Il migliore cronista di quest'epoca, Ammiano Marcellino, nome che conviene ricordarci perché avremo ancora occasione di incontrarlo, Ammiano Marcellino, dunque, conferma che Valente aveva le gambe un po' incurvate e la pancetta, e ci vedeva male da un occhio, anche se bisognava andare vicino per accorgersene. Però, quanto pare, era una persona onesta e si mise al lavoro con molta buona volontà per non sfigurare davanti al fratello.

Sempre Ammiano Marcellino, che è un po' un portavoce dell'opinione più colta, senatoria, e che questi generali tutto sommato li considerava sempre con un po' di diffidenza, Ammiano Marcellino dice che, poveretto, Valente non aveva studiato, era rimasto un po' rozzo. Però si diede da fare per combattere la corruzione, cercò di ridurre le tasse e, insomma, all'inizio si fece una buona fama. Investì anche in opere pubbliche, come per esempio il grande acquedotto che serviva a rifornire d'acqua Costantinopoli e che c'è ancora oggi, almeno un tratto è ancora in piedi e si vede a Istanbul, l'acquedotto di Valente.

Eppure, chissà perché, alla gente non piaceva l'imperatore Valente. Aveva un tratto di carattere in particolare che lo distingueva dal fratello: era un fanatico religioso. Era cristiano, ma della variante ariana, e anziché cercare di comporre i conflitti, come aveva fatto con successo nell'Impero d'Occidente Valentiniano, Valente alla fine riuscì solo a inasprirli. Perseguì i cattolici, addirittura ne fece condannare qualcuno a morte. E quando i vescovi più combattivi cominciarono ad attaccarlo in pubblico, reagì male, reagì mandandoli in esilio. E in una società pronta a spaccarsi su questioni religiose, come era quella cristiana del IV secolo, questa non era una politica saggia.

E Valente cominciò subito a pagarne le conseguenze. I sudditi cattolici erano malcontenti, i vescovi mandati in esilio erano personaggi influenti, con una statura politica anche superiore a quella di Valente. Certe volte, in diverse grandi città, c'era una tensione così forte che alla fine l'imperatore fu costretto a rimangiarsi i suoi provvedimenti e a richiamare i vescovi cattolici. È chiaro che tutto questo non era fatto per rafforzare la sua posizione. E se avesse dovuto andare alle elezioni, Valente sarebbe stato sonoramente battuto. Ma gli imperatori romani, come si sa, erano nominati a vita, e l'unico modo per sbarazzarsene era ammazzarli. E così Valente rimase al potere, ma con un'immagine comunque appannata per non aver saputo gestire i conflitti religiosi.

L'altro fronte su cui Valente ebbe dei problemi fin dall'inizio è proprio quello dei Goti, e questo ci porta sempre più vicino alla nostra storia, alla nostra battaglia di Adrianopoli. Quando si è diffusa la notizia che Valentiniano aveva nominato suo fratello imperatore d'Oriente, ci fu subito, come capitava spesso, un'insurrezione. Un generale che si trovava a Costantinopoli e che si chiamava Procopio, si ribellò e si fece proclamare imperatore dalle sue truppe. Ora, Procopio aveva due buone carte da giocare: intanto controllava la capitale, e poi era imparentato con la famiglia di Costantino.

I capi Goti, nelle loro terre al di là del Danubio, vennero a sapere quel che stava succedendo. Ovviamente, tutti controllavano e sapevano quel che capitava dentro l'Impero Romano. E i Goti decisero che il loro popolo non era legato dal trattato all'Impero Romano come tale, ma a Costantino e alla sua famiglia. È chiaro che nella loro mentalità c'era poco posto per il concetto astratto di Stato, mentre i legami personali, quelli sì, li capivano benissimo.

E però, così, alla fine i Goti fecero la scelta sbagliata, perché mandarono bande di guerrieri in appoggio a Procopio. E quando questi arrivarono, l'usurpatore era già stato sconfitto e ammazzato, e Valente era al potere. Dunque, l'imperatore fece imprigionare tutti questi guerrieri e cominciò a negoziare con i capi Goti per la loro restituzione. Ma il negoziato si impantanò, e Valente perse la pazienza, e già era uno che ne aveva poca. E li fece vendere tutti come schiavi.

A questo punto, è chiaro che il vecchio trattato fra i Goti e l'Impero era diventato carta straccia. E Valente decise subito di risistemare le cose a modo suo. Passò il Danubio con l'esercito e cominciò a devastare sistematicamente il paese per insegnare ai barbari a stare al loro posto. Non sembra che ci siano stati combattimenti importanti, ma la strategia della terra bruciata pagava. Anche perché, fino a quel momento, i Goti si erano abituati fin troppo a contare sui sussidi pagati dai Romani, sui rifornimenti gratuiti di grano, sulla possibilità di commerciare con i mercanti che venivano dall'Impero. Ora che, di colpo, tutto questo si era interrotto, rischiavano letteralmente di morire di fame.

Alla fine, i loro capi vennero in ginocchio a implorare Valente di fare la pace. Come dire, mancavano ancora sette anni all'inizio della crisi che si sarebbe conclusa con la battaglia di Adrianopoli. Noi non abbiamo il testo del trattato che Valente impose ai Goti sconfitti e ridotti alla fame, però abbiamo una testimonianza straordinaria che ci fa vedere come la propaganda imperiale volle spiegare ai sudditi la linea politica che aveva adottato nei confronti dei Goti.

È un discorso pronunciato davanti all'imperatore da un retore greco, Temistio, che tra l'altro non era solo un retore, cioè un fabbricante di discorsi, ed era uno dei più influenti uomini politici di Costantinopoli. In questo discorso, Temistio elogia l'imperatore Valente per aver fatto la pace con i Goti. E qui viene fuori, in modo impressionante, un'ideologia, diciamo così, progressista e umanitaria, che era molto diffusa all'epoca tra i circoli dirigenti dell'Impero Romano. E poi, naturalmente, e poi solo, l'altra faccia della ferocia spaventosa con cui le truppe romane conducevano le loro operazioni in territorio nemico.

Temistio, come quasi tutti i politici dell'Impero, è convinto che mettendoci molto impegno, i barbari potranno essere civilizzati e che un giorno potranno diventare anche loro sudditi dell'imperatore, sudditi utili, che nel linguaggio del tempo vuol dire, innanzitutto, una cosa: contribuenti solvibili. Perciò Temistio elogia Valente, che poteva sterminare i Goti e invece ha preferito risparmiarli. E tira fuori questo paragone straordinario: "Noi," dice, "ci preoccupiamo tanto di preservare le specie animali, ci preoccupiamo che non scompaiano gli elefanti dalla Libia, i leoni dalla Tessaglia e gli ippopotami dal Nilo. E dunque dobbiamo rallegrarci che sia stato salvato dallo sterminio, e qui cito le parole di Temistio, un popolo di uomini, magari barbari, come dirà qualcuno, ma uomini."

Ecco, che fra le élite ellenizzate dell'Impero Romano corressero queste preoccupazioni ambientaliste per gli elefanti della Libia e gli ippopotami del Nilo, francamente non avremmo immaginato. Ma quello che ci interessa qui è il risvolto umanitario, per cui l'Impero, che aspira a dominare il mondo, deve proporsi anche l'obiettivo di civilizzare i barbari. Il genocidio, in confronto, è un'opzione perdente e indegna di una grande civiltà. Detto fra noi, possiamo scommettere che più di un generale, in privato, avrebbe preferito l'opzione del genocidio. Ma ufficialmente, erano discorsi che non si potevano più fare.

E non è solo perché l'Impero era diventato cristiano. Questo certamente ha influito, ma non basta a spiegare la penetrazione di questi ideali umanitari in intellettuali come Temistio o Libanio, che erano pagani. Il fatto è che l'ideologia dell'Impero si incentrava sempre più apertamente sulla sua forza d'attrazione per tutta l'umanità. E la stessa pressione dei barbari sui confini, a questo punto, diventava una conferma, esigeva da parte degli imperatori una politica adatta. Gli imperatori, in qualche modo, erano tenuti a dimostrare benevolenza verso quei popoli. E qui cito ancora un retore dell'epoca: "Quei popoli che non hanno mai avuto l'occasione di essere Romani."

Insomma, l'integrazione andava incoraggiata. E la parola d'ordine era questa, infatti: gli imperatori, nelle loro leggi, si compiacevano apertamente di questa volontà dei barbari di venire e integrarsi, di questa immigrazione che in qualche modo arricchiva l'Impero. Si compiacevano, perché, e qui cito da una legge, vale la pena di citarla: "Molti appartenenti ai popoli stranieri sono venuti nel nostro Impero inseguendo la felicità romana."

Abbiamo sentito Temistio elogiare l'imperatore Valente per aver fatto la pace con i Goti anziché ammazzarli tutti, per aver salvato un popolo di uomini, magari barbari, come dirà qualcuno, ma uomini. Ecco che, sotto i nostri occhi, viene fuori questa ideologia umanitaria e universalistica, che è tipica del tardo Impero Romano. Ora, noi capiamo, possiamo discutere se ci credevano davvero o se era soltanto una copertura per un imperialismo senza scrupoli. E del resto, non è soltanto nel caso dell'Impero Romano che si avverte ogni tanto questa separazione fra i discorsi pieni di bei principi e la brutalità della prassi politica. Conosciamo esempi anche molto più vicini a noi. Ma per capire il clima che preparò la battaglia di Adrianopoli, bisogna averli ben presenti questi discorsi elegantemente costruiti che risuonavano in greco nelle aule del palazzo imperiale e del Senato di Costantinopoli.

"Oggi," dice Temistio, "l'imperatore romano non è il padre soltanto di un popolo, ma di tutta l'umanità. Il suo compito si è di mortificare l'insolenza dei barbari, ma anche di proteggerli e di guidarli paternamente fino a farli diventare parte dell'Impero."

In modo concreto, in cui i Goti, dopo la pace del 369, potevano diventare parte dell'Impero, ci fa però subito toccare con mano la distanza fra i bei discorsi e la realtà. Valente aveva bisogno di mercenari perché aveva in programma di fare la guerra ai Persiani, e perciò, come si era sempre fatto in passato, cominciò ad assumere bande di Goti e trasferirle sul confine della Mesopotamia, in attesa di radunare abbastanza forze per cominciare la campagna. C'era dunque spazio nell'Impero per i Goti? Sì, ma come manodopera di un tipo molto particolare, come carne da cannone, diremmo noi oggi.

C'era spazio per loro in un altro modo, che però è ancora più inquietante. Il paese dei Goti, oltre il Danubio, dopo le spedizioni punitive di Valente, era devastato e il nuovo trattato non era più così favorevole come quello di Costantino. I sussidi e le forniture di grano erano sospesi, una sanzione che doveva punire i Goti per essersi ribellati e insegnargli l'obbedienza per il futuro. Anche la possibilità di commerciare con i negozianti romani era stata ristretta rispetto al passato. E nel paese dei Goti, come capita anche oggi in qualsiasi paese povero che sia colpito da sanzioni commerciali, si viveva sempre peggio e si faceva la fame.

Era una situazione ideale per i mercanti di schiavi, che trovavano facilmente famiglie rovinate e disposte a vendere qualche figlio o qualche figlia. Nel mondo antico, la schiavitù era una realtà familiare, erano tutti abituati ad averci a che fare, e l'idea di vendere come schiavo il figlio piuttosto che vederlo morire di fame, per i poveracci era quasi normale. E quindi, ecco che un flusso di schiavi Goti comincia a penetrare nell'Impero, così tanti da intasare i mercati e da far crollare i prezzi.

E qui voglio citare ancora da un'altra testimonianza contemporanea, che descrive in modo abbastanza affascinante questa situazione. Chi parla è un grande latifondista africano, che diventerà poi vescovo, Sinesio di Cirene, in Libia. Sinesio dice: "Qualunque famiglia che goda anche solo di un po' di benessere, ha lo schiavo Goto. In tutte le case sono Goti: quello che prepara la tavola, quello che si occupa del forno, quello che porta l'anfora. E fra gli schiavi accompagnatori, quelli che escono in strada con i padroni, quelli che si caricano sulle spalle gli sgabelli pieghevoli per far sedere i padroni in mezzo alla strada quando ce n'è bisogno, ebbene, quelli sono tutti Goti."

La battaglia di Adrianopoli fu combattuta il 9 agosto del 378 dopo Cristo. Ma per capire come si arrivò a quella crisi, bisogna che partiamo da più lontano, dall'autunno del 376, quando si diffusero fra la popolazione dell'Impero Romano notizie terribilmente inquietanti. Non erano né ufficiali, né avevano conferma, e nessuno sapeva neanche chi le avesse messe in giro, ma correvano di bocca in bocca e la gente era spaventata. Si diceva che i barbari del nord si erano messi in movimento, che lungo tutto il corso del Danubio, fino al delta e al Mar Nero, intere popolazioni erano state scacciate dalle loro case da qualche cataclisma sconosciuto, e adesso vagavano minacciose lungo la frontiera.

Nelle grandi città dei Balcani o del Medio Oriente, queste cose si sussurravano a bassa voce nelle terme o nei mercati, perché diffondere notizie sovversive era un reato capitale nell'Impero Romano. Dal governo, naturalmente, non arrivavano né le smentite né le conferme. L'imperatore era abituato ad agire nel segreto e rispondeva all'opinione pubblica solo quando decideva lui. Ma proprio questo aumentava l'inquietudine della gente. Di solito, infatti, la diffusione delle notizie era ben controllata dalla propaganda ufficiale, e quando si parlava dei barbari del nord, era sempre solo per annunciare nuove vittorie. Il pubblico, in pratica, veniva informato che c'era stata una guerra sulla frontiera del Danubio solo quando l'imperatore annunciava che la guerra era finita, il nemico sconfitto, che non c'era più nessun pericolo.

Invece, le voci che giravano adesso erano vaghe, inconcludenti, però minacciose. Si sentiva che c'era una tempesta che si stava in qualche modo addensando alle frontiere dell'Impero, e la gente non sapeva cosa pensare ed era inquieta.

Nel palazzo imperiale, però, si sapeva qualcosa di più. Dunque, l'imperatore Valente, in quel momento, non si trovava nella sua capitale. Si trovava ad Antiochia, in Siria, a 2.000 chilometri di distanza dalla frontiera del Danubio. Era lì perché era impegnato a preparare la sua guerra contro i Persiani, quella guerra per cui già da tempo aveva cominciato a reclutare mercenari Goti e a farli affluire pian piano sui confini in Mesopotamia. E anche gran parte delle truppe disponibili nell'Impero d'Oriente pian piano stavano affluendo lì, sull'estremo confine orientale. Antiochia, dunque, era molto lontana dalla frontiera con i barbari del nord, e le notizie impiegavano settimane per arrivare fin lì, anche quelle ufficiali.

L'Impero aveva, naturalmente, un suo sistema di corrieri che cambiavano i cavalli alle stazioni di posta e quindi andavano molto più in fretta di chiunque. Però, in ogni caso, le comunicazioni erano sempre lente, e anche questo ci dà il senso dell'immensità dell'Impero e della difficoltà pratica di governarlo, con un imperatore che riceve a settimane di distanza, quando non mesi, le notizie cruciali dalle frontiere. E allora capiamo anche come mai si era diffusa l'abitudine di avere almeno due imperatori, perché in questo modo, perlomeno, le distanze per ciascuno dei due si riducevano.

Alla fine, comunque, le notizie arrivavano, e Valente e i suoi consiglieri erano in grado di farsi un'idea abbastanza chiara di quel che stava succedendo sulla frontiera del nord. E l'idea che si erano fatti è che la situazione era molto meno preoccupante di quel che credeva la plebaglia. Non gli venne in mente, comunque, di informare l'opinione pubblica per rassicurarla. Guai se fosse cominciato a pensare che l'imperatore doveva rendere conto ai suoi sudditi. Niente del genere.

Ma nel segreto del concistoro, perché si chiamava così la riunione riservata dei ministri alla presenza dell'imperatore, nel segreto del concistoro, Valente e i suoi consiglieri, gli eunuchi che governavano il palazzo, i generali della guardia imperiale, non erano preoccupati per niente. Cos'era successo dunque per mettere in movimento così grandi masse di barbari del nord? Qual era il cataclisma che li aveva scacciati dalle loro case e li aveva sospinti come un'onda di piena fino a infrangersi contro le rive del Danubio?

Le notizie arrivate ad Antiochia erano abbastanza precise e permettevano all'imperatore di farsi una chiara idea dei retroscena. Il fatto è che dalle steppe dell'Asia era uscito un popolo nuovo, popolo poco conosciuto, tanto che quando se ne era sentito parlare per la prima volta, i funzionari e i generali romani, andando in biblioteca a cercare informazioni, avevano dovuto arrendersi: gli antichi storici non ne parlavano affatto. Questo popolo erano gli Unni, che i Romani avrebbero imparato a conoscere fin troppo bene nei cento anni seguenti.

Su di loro, dunque, circolavano pochissime informazioni, e quelle poche non erano per niente rassicuranti. Per esempio, si sapeva che gli Unni avevano l'abitudine repellente di tagliuzzare con il coltello le guance dei bambini appena nati, lasciando delle cicatrici che rimanevano visibili per tutta la vita. O un antropologo riconoscerebbe subito quelle cicatrici o quei tatuaggi rituali che molti popoli primitivi usano. È un linguaggio del corpo carico di valenze sacrali e identitarie. Ma i Romani non erano antropologi, e tentarono di razionalizzare questa pratica. Secondo loro, la spiegazione è che agli Unni non piaceva la barba, e tagliuzzavano la faccia dei bambini per impedirle di spuntare.

Altrettanto repellente era l'altra abitudine, che è poi diventata un luogo comune, per cui anche oggi, credo che tutti la conoscano, per cui si diceva che gli Unni si nutrivano di carne cruda, che facevano frollare tra le loro cosce e il dorso dei cavalli, come scrive il più grande cronista dell'epoca, Ammiano Marcellino, che è il primo a raccontare questa storia. Ma la caratteristica più significativa degli Unni è che erano veri nomadi delle steppe asiatiche, non semplicemente gente che possedeva poco e si spostava con facilità, come i Goti. Ma nomadi puri e duri. Gli Unni non entravano nelle case in muratura senza un po' di timore o ripugnanza, perché dicevano: "Sembrava di entrare in delle tombe." Quanto a loro, non conoscevano altre abitazioni se non la tenda e il carro. In pratica, vivevano a cavallo.

E nel resoconto che Ammiano Marcellino fa degli Unni, e che in qualche modo è il primo rapporto etnografico anche qui su questo popolo che allora nessuno conosceva, e che in questo resoconto emerge tutto lo sgomento dell'uomo sedentario che identifica la civiltà con la città e con l'agricoltura, con le campagne ben coltivate, lo sgomento del Romano, per cui l'identità di un uomo dipende dal suo luogo di origine. Ecco, questo è un tratto interessante, e un tratto profondamente tipico della mentalità antica. Ogni uomo è definito dal luogo in cui è nato e si porta dietro questa cosa sempre, come una parte della sua identità. Addirittura, a livello ufficiale, giuridico, quando un Romano faceva un atto pubblico, doveva dichiarare quale era il luogo di cui era originario, di cui era cittadino. E così, può immaginare lo sgomento dei Romani di fronte a gente che invece un luogo d'origine non ce l'aveva.

Ammiano Marcellino dice, parlando sempre di questi Unni: "Assomigliano a gente in continua fuga sui carri, in cui abitano, lì sui carri le loro mogli, lì i loro squallidi vestiti, lì si accoppiano con i mariti e partoriscono e allevano i bambini fino alla pubertà. Nessuno di loro saprebbe dire di dove originario." Peste la cosa sconcertante per i Romani, perché è stato concepito altrove ed è nato lontano ed è cresciuto ancora da un'altra parte. Un popolo così, si poteva a stento chiamare umano. Capirli era impossibile. I loro valori erano troppo diversi. E del resto, ai Romani sembrava che di valori gli Unni non ne avessero nessuno, se non l'avidità dell'oro. "Non distinguono," conclude Ammiano Marcellino, "non distinguono il bene dal male, al pari degli animali privi di ragione."

Proprio quell'abitudine alla vita nomade, che rendeva incomprensibili gli Unni agli occhi dei Romani, faceva però di loro anche un nemico temibile, nemico capace di spostarsi a gran velocità, di comparire all'improvviso dove nessuno si aspettava, di dare battaglia, di rifiutarla e ritirarsi a suo piacimento. Gli Unni combattevano a cavallo con giavellotti dalla punta d'osso e con lacci che avviluppavano gli avversari e con altre armi. Insomma, inquietanti e barbari, che erano il tipo di nemico mobile, infido, di cui i Romani avevano sempre diffidato e con cui si erano sempre trovati a disagio.

Nel palazzo di Valente, perciò, non si stupì nessuno quando giunse notizia che i Goti erano anche loro terrorizzati dalla comparsa degli Unni. Questi erano sbucati lontano, molto lontano, in luoghi che i Romani non conoscevano quasi, sui confini del paese abitato dai Goti. Però, erano sbucati in fretta e venivano avanti in fretta. Avevano passato un fiume dopo l'altro, il Don, il Misto. E dovunque arrivavano, massacravano tutti: uomini, donne, bambini. Spargevano il terrore, e probabilmente lo facevano apposta, e radar anche questa un'arma da guerra psicologica, e certamente funzionava.

Gli Unni sterminavano in un modo così feroce e così sistematico che un autore antico parla apertamente di genocidio. E che, di fronte all'incalzare di questo nemico spaventoso, di fronte a queste squadre mobilissime di cavalieri Unni che si spostavano in fretta, aggredivano i villaggi all'alba e non facevano prigionieri, se non forse le donne giovani da trascinare in schiavitù, di fronte a un nemico come quello, le popolazioni Gotiche terrorizzate si erano date alla fuga. Avevano caricato le loro masserizie sui carri. Sappiamo già che, se non altro, erano un popolo che si spostava con facilità. E così, in convoglio, con le loro donne, i bambini, il bestiame superstite, si erano messi in marcia verso sud.

Certo, i Goti erano anche loro un popolo bellicoso, e c'era stato più di un tentativo di resistere, di dare battaglia agli Unni in campo aperto, ma ogni volta il risultato era stato un disastro. Uno dopo l'altro, i principi Goti erano stati sconfitti, e la loro gente si è raggiunta la folla dei profughi. E finalmente, tutta questa gente in fuga, dopo aver vagato per mesi, affamata e distrutta dalla fatica, era arrivata ad accamparsi sulla riva del Danubio, di fronte ai posti di guardia romani.

La buona notizia è che gli Unni erano ancora molto lontani e erano appesantiti da un immenso bottino, e probabilmente non si sarebbero spinti fin lì. Ma intanto, tutto il paese dei Goti era devastato e inselvatichito. I campi non erano stati seminati, le case abbandonate o bruciate. Insomma, i profughi non avevano né la possibilità, né soprattutto, forse, la voglia di tornare indietro a morire di fame al di là del Danubio. Invece, sapevano che c'era un immenso Impero ricco, dove era facile trovare lavoro. Erano arrivati lì, sulla frontiera, e chiedevano soltanto di essere lasciati entrare.

E questo è quello che spiegarono i capi dei Goti agli ufficiali romani che erano venuti a informarsi sulle loro intenzioni negli accampamenti di fortuna dove si accalcavano migliaia di profughi. E questo è il rapporto che deve essere giunto qualche settimana dopo sulla scrivania di Valente, a 2.000 chilometri lì, ad Antiochia. Gli ufficiali che comandavano i posti di guardia avevano fatto rapporto ai governatori militari delle province di frontiera, e il governatore, a loro volta, avevano inoltrato le informazioni all'imperatore e avevano chiesto istruzioni urgenti. Era arrivata questa folla di profughi e chiedeva di entrare, e soltanto l'imperatore poteva decidere che cosa bisognava rispondere a queste genti.

Ad Antiochia, dunque, Valente e i suoi consiglieri discutevano per prendere questa decisione cruciale: che risposta dare alla richiesta di accoglienza che avevano presentato i profughi Goti. Noi non abbiamo i verbali delle discussioni che impegnarono i ministri, abbiamo soltanto la ricostruzione che ne fa il nostro solito cronista, Ammiano Marcellino. E naturalmente, non è che dobbiamo fidarci né troppo. Intanto, Ammiano non era lì nel concistoro a sentire, e soprattutto scriveva a cose fatte, quando tutto era già andato a finire molto male, e quindi la sua non è certo una testimonianza obiettiva. Però, gli argomenti che secondo lui vennero messi in campo in quella discussione nel palazzo imperiale, gli argomenti che secondo Ammiano convinsero l'imperatore alla fine a prendere una decisione, quelli sì, sono credibili, perché corrispondono perfettamente a quella che ormai era una prassi politica consolidata.

L'Impero aveva bisogno di manodopera, questo lo sapevano tutti. Era prospero, ma non abbastanza popoloso per la sua immensa estensione. Ovunque c'erano intere province spopolate, addirittura desertificate, soprattutto quelle dove la terra non era buona e non valeva la pena di coltivarla, visto il peso schiacciante delle tasse. Il demanio, poi, cioè lo Stato, possedeva enormi latifondi, ma spesso non aveva manodopera sufficiente per coltivarli e allora era costretto ad affittarli per poco a imprenditori privati che ci facevano i soldi. Dunque, c'era bisogno di manodopera, c'era bisogno di gente capace di lavorare duro e accontentarsi di poco. E i Goti, benché barbari, erano comunque contadini, erano uomini abituati al lavoro dei campi.

I loro capi chiedevano terra in Tracia, che in nome della provincia romana che si affaccia direttamente sul Danubio, chiedevano terra per sistemare i loro uomini e promettevano di vivere in pace. Ebbene, si poteva discuterne. C'erano tante cose che il governo poteva fare. Si poteva assegnare direttamente ai capi della terra demaniale o comunque terra abbandonata e confiscata. Si poteva anche darla in proprietà o con dei contratti d'affitto perpetuo a condizioni comunque molto favorevoli, e i capi avrebbero provveduto a distribuirla fra i loro uomini. Oppure, si potevano sistemare direttamente le famiglie sui latifondi come coloni.

Il diritto romano stava appunto elaborando in quell'epoca la figura del colono, che non è personalmente uno schiavo, è un uomo libero, ma è obbligato per legge a restare a coltivare la terra. Per intenderci, è quella figura che poi sarà chiamata del servo della gleba, e che noi, sbagliando, di solito associamo al Medioevo, mentre in realtà è una figura giuridica tipica del tardo Impero Romano. Ecco, essere sistemati come servi della gleba, per i profughi non era forse una soluzione così vantaggiosa come l'altra, ma quando si muore di fame, non è che si possano dettare condizioni.

E poi, naturalmente, l'imperatore doveva valutare anche l'altra necessità, ancora più urgente: di coscritti per l'esercito. E accogliere i Goti nell'Impero significava allargare il bacino di reclutamento. E con uomini giovani, nel pieno delle forze, abituati a combattere, per ogni Goto arruolato in un reggimento imperiale, si poteva esonerare a pagamento un coscritto nazionale. Insomma, il vantaggio era evidente per tutti: per l'esercito, per l'erario, per l'opinione pubblica delle province che sopportava male il peso della coscrizione obbligatoria. Consiglieri di Valente si fregavano le mani. Non era un pericolo questa folla di barbari che si ammassava alla frontiera? Al contrario, era la fortuna di Valente, che li mandava.

Siamo nell'autunno del 376 dopo Cristo. I Goti erano già accampati da molto tempo sulla riva del Danubio, sotto una pioggia incessante che faceva gonfiare il fiume davanti ai loro occhi, quando finalmente giunsero da Antiochia le istruzioni dell'imperatore. La risposta di Valente era quella che i capi avevano sperato: i profughi sarebbero stati accolti in pace dall'altra parte del fiume. Li aspettavano soccorsi umanitari e poi, in prospettiva, case e lavoro.

Gli inviati dell'imperatore avevano precise istruzioni di organizzare per prima cosa il traghetto di tutta quella moltitudine. E sulla riva romana, perché naturalmente non c'erano ponti sul Danubio lungo tutto il corso del fiume, ne esisteva uno solo, un ponte di pietra che Costantino aveva fatto costruire 50 anni prima. Tra l'altro, l'aveva fatto costruire proprio per far sentire ai Goti com'era lungo il suo braccio e com'era facile per le legioni, se loro non si fossero comportati bene, passare il fiume ed entrare nel loro paese. Ma lì, dove si erano accampati i profughi, che era probabilmente una zona abbastanza verso il delta del Danubio, di ponti non ce n'erano, e quindi bisognava organizzare il trasporto attraverso l'acqua.

Questa è un'altra di quelle cose che l'amministrazione romana poteva fare bene, soprattutto utilizzando le competenze dell'esercito. E quindi, in lungo e in largo, si confiscarono imbarcazioni, si costruirono zattere e si cominciarono le operazioni di trasbordo. Ci andò avanti per parecchi giorni, e forse anche per settimane, talmente grande era la moltitudine dei profughi. Il nostro solito cronista, Ammiano Marcellino, quando ci ripensa, perché lui scrive qualche anno dopo, quando si è già visto com'è andata a finire, Ammiano non è fuori di sé dalla rabbia all'idea che si sono fatti tanti sforzi e tante spese per aiutare entrare nell'Impero quelli che alla fine si sarebbero rivelati dei nemici mortali. Il suo linguaggio è rivelatore: per lui, i Goti sono una "plebs truculenta", una folla di pezzenti pericolosi. E "ci si dava un gran da fare," dice, "perché non rimanesse indietro nemmeno uno di quelli che poi avrebbero sovvertito lo Stato romano, nemmeno i moribondi."

Si traghettava giorno e notte, incessantemente, uomini, donne, bambini e cavalli, su barche, zattere e perfino su tronchi d'albero scavati, il che, tra l'altro, ci ricorda l'incredibile arretratezza tecnica del mondo romano. A volte ci illudiamo, pensiamo che il mondo antico fosse molto avanti dal punto di vista tecnologico. Non è così. Era un mondo con una grande capacità organizzativa, una grande raffinatezza intellettuale, ma dal punto di vista tecnologico, poco. E quindi, su zattere, su tronchi d'albero, pian piano i Goti passavano il fiume. Sull'altra riva, c'era comunque sempre una folla enorme, e la tensione deve essere stata altissima, perché c'era sempre il pericolo che da un momento all'altro, alle spalle, sbucassero gli Unni.

E come in tutte le operazioni umanitarie che vanno avanti in situazioni così di emergenza e su così grande scala, sembra che ci siano stati anche dei momenti tragici. Il Danubio, già di per sé un fiume pericoloso, e in quel momento era in piena per le grandi piogge, per cui anche lì i resoconti sono di imbarcazioni che si rovesciano, di gente disperata che cerca di passare a nuoto, e chissà quanti affogano. E comunque continuavano a passare, alla fine, e sbarcare giorno e notte.

I funzionari romani che erano incaricati di raccoglierli avevano stabilito degli scrivani con l'incarico di trascrivere i nomi di tutti quelli che arrivavano. È ovvio, l'amministrazione voleva avere in mano un elenco completo per calcolare il numero degli immigrati che poi dovevano essere sistemati nell'interno. Ma le operazioni di traghetto avvenivano in una tale confusione, ed era così tanta la gente che passava con mezzi di fortuna, che alla fine gli incaricati non riusciranno più a tenere in conto e smisero anche solo di provarci.

Fin qui abbiamo citato il resoconto del passaggio dei Goti che ci ha lasciato Ammiano Marcellino. In realtà, ne abbiamo anche un altro, che è stato scritto originariamente in greco da uno storico che si chiamava Eunapio. Questo Eunapio è o meno famoso di Ammiano, soprattutto perché la sua opera non ci è arrivata tutta, ci sono rimasti solo dei frammenti. Uno, però, descrive proprio questo episodio, che evidentemente, per il mondo antico, è stato un momento così importante che ha colpito l'immaginazione ed è stato conservato in tanti modi. Insomma, il racconto di Eunapio, nella sostanza, è molto simile a quello di Ammiano, e questo, detto fra parentesi, è una grande consolazione per noi, perché sono due autori diversi che non si conoscevano, e quindi, insomma, è chiaro che le cose si sono svolte davvero più o meno come ce le hanno raccontate.

Eunapio aggiunge una descrizione a effetto, che si sarà anche inventato: dei guerrieri Goti che dalla riva del Danubio tendono le braccia verso la riva romana, raccontano la tragedia del loro popolo, implorano pietà e pregano di essere accolti, e si impegnano a prestare servizio nell'esercito romano. In realtà, può anche darsi che da una riva all'altra del Danubio in piena non sia così facile farsi sentire. Ma non è un caso se Eunapio, comunque, ha voluto inserire questo particolare nella sua storia. Infatti, Eunapio insiste molto su un aspetto: che il governo imperiale avrebbe deciso di accogliere i profughi esclusivamente per rafforzare l'esercito, e perciò Valente avrebbe dato ordine di far passare in territorio romano soltanto i maschi, dopo averli disarmati.

Io personalmente non credo che questa interpretazione sia verosimile, anche perché i Goti, comunque, non avrebbero accettato condizioni del genere, non avrebbero accettato di lasciare sulla riva pericolosa tutte le loro famiglie e di far passare soltanto i maschi. È Eunapio qui ha semplificato un po' brutalmente. Però, era giovane. Quando richiama la nostra attenzione su un altro aspetto, che finora, a dir la verità, mi ero dimenticato di sottolineare: l'anno prima era morto il fratello maggiore di Valente, Valentiniano, e aveva lasciato il potere sull'Impero d'Occidente ai suoi due figli, Graziano e Valentiniano II. Ora, qual è il punto? Il punto è che la successione di un imperatore era un momento delicato, in cui poteva succedere di tutto: ribellioni, tentativi di usurpazione, sedizioni popolari. E poi Valente, col fratello, era stato in buoni rapporti, ma non è detto che potesse fidarsi allo stesso modo dei nipoti. Insomma, che in un momento come quello di grande instabilità, Valente sia stato particolarmente attratto dalla possibilità di arruolare nel suo esercito un gran numero di guerrieri Goti, beh, questo sì, questo è credibile.

Ed è anche credibile un altro particolare che Eunapio racconta con la solita indignazione. Eunapio racconta che mentre si aspettava ancora la risposta dell'imperatore, alcuni gruppi di Goti, i più audaci, i più intraprendenti, avevano cercato di attraversare il Danubio clandestinamente, e le pattuglie romane li avevano intercettati e li avevano distrutti senza pietà. Quando arrivano sul posto gli inviati di Valente con questa notizia che i Goti non devono più essere considerati come nemici e tenuti fuori a tutti i costi, ma al contrario sono una risorsa preziosa e bisogna accoglierli, ebbene, in quel momento gli ufficiali che prima avevano represso i tentativi di immigrazione clandestina vengono rimossi dall'incarico e mandati sotto inchiesta.

Eunapio è furioso quando racconta questo episodio, anche se capisce benissimo qual è il retroscena. In pratica, dice, i politici, per i loro motivi, avevano deciso che con gli immigrati bisognava tenere una linea morbida, e non avevano nessuna intenzione di lasciare che i militari usassero i loro sistemi soliti. Tanto il racconto di Eunapio, quanto quello di Ammiano Marcellino, comunque, sono d'accordo su un punto: il trasbordo dei profughi Goti sulla riva romana avvenne nella più grande confusione. Ammiano, però, parla soltanto, diciamo, di caos amministrativo. Eunapio, invece, aggiunge dei dettagli che sono rivelatori di un altro aspetto, che è anche quello un aspetto strutturale del tardo Impero Romano: l'illegalità diffusa, gli abusi, gli abusi dei funzionari e dei militari che gestivano le operazioni.

Eunapio dice che l'ordine era di far passare prima i ragazzi per tenerli in ostaggio, in modo da essere sicuri che gli altri non tentassero qualche colpo di testa. Poi bisognava far passare gli uomini adulti, ma solo dopo averli disarmati. È chiaro che l'impressione, insomma, è questa: che questa folla d'accordo sta entrando in pace, e l'imperatore ha ordinato di accoglierli, ma insomma, che ci siano anche queste migliaia di guerrieri armati è una cosa che ai funzionari di servizio sulla frontiera un pochino spaventa. Solo che la corruzione era tale che molti Goti, pagando, ottennero di portare con sé le armi e le famiglie. Molti altri profughi, soprattutto donne e ragazzini, naturalmente, vennero fatti passare abusivamente da funzionari o da militari che intendevano portarseli a casa come schiavi. E anche qui, l'irritazione di Eunapio per questo è estrema, e gli viene fuori un passo, un passo che vale la pena di citare: "Dice semplicemente: tutti quanti avevano deciso di riempirsi la casa di domestici e di riempirsi le fattorie di pastori e di approfittare della situazione per saziare tutte le loro voglie."

In realtà, non è difficile immaginare che un'operazione che in teoria dovremmo chiamare umanitaria, però condotta su una frontiera sperduta, lontano dall'occhio del governo, senza mezzi di comunicazione di massa capaci di tenerla sotto controllo e senza un'opinione pubblica a cui rispondere, un'operazione affidata a burocrati corrotti e a militari brutali o perlomeno sbrigativi, dei mezzi, non è difficile immaginare, dico, che sia stata davvero gestita in questo modo poco edificante.

Ma intanto, giorno dopo giorno, i profughi continuavano a passare, e si accampavano sulla riva romana del Danubio, ed erano talmente più numerosi del previsto che nessuno sapeva più bene cosa fare. Le istruzioni dell'imperatore stabilivano che bisognava trasferirli in zone poco popolate e distribuire loro terra da coltivare, in modo che potessero mantenersi. Ma è chiaro che per questo ci voleva del tempo. E infatti, gli ordini arrivati da Antiochia prevedevano espressamente che, per il momento, innanzitutto bisognava fornire a tutta questa gente delle razioni. E così, sulla riva del fiume, sulla riva romana del fiume, crebbe giorno dopo giorno un immenso campo profughi, sorvegliato dai militari romani e mantenuto a razioni distribuite dall'esercito. Per il momento, non si poteva fare nient'altro. E ogni giorno arrivava altra gente. Sembrava che i profughi non finissero mai. E in realtà, infatti, continuavano ad arrivarne sempre degli altri sulla riva opposta, perché la notizia che il confine era aperto e che i romani stessi traghettavano gli immigrati sulla loro sponda era volata. Tutti volevano approfittarne.

E a un certo punto, le autorità si allarmarono, quando nuovi capi, alla testa di convogli ben organizzati, si presentarono alla frontiera, facendo appello all'aiuto umanitario che speravano di ricevere. E si sentirono dire che non c'era più posto. Per cui, i Romani interruppero le operazioni di trasbordo, chiusero la frontiera, e sulla riva a nord del fiume continuò a crescere questa moltitudine accampata e malcontenta, anzi, a questo punto, ormai anche apertamente ostile a questo Impero incomprensibile, che prima lasciava passare e adesso, tutto a un tratto, sbarrava l'accesso. Le imbarcazioni romane avevano interrotto le operazioni di trasbordo e ora pattugliavano il fiume per impedire sbarchi clandestini.

Anche tra gli immigrati già accolti, la situazione si stava guardando, soprattutto perché le strutture di accoglienza erano insufficienti, non erano state pensate per così tanta gente, per cui i campi.

Profughi erano sovraffollati, le condizioni igieniche ovviamente disastrose, e le razioni allestite dall'esercito bastavano a malapena per non morire di fame. L'unica cosa da fare sarebbe stata di cominciare al più presto ad avviarli verso l'interno, come prevedevano le istruzioni imperiali. Ma i generali romani che comandavano sul posto non avevano fretta.

Questi erano due, diciamo pure due figuri che vale la pena di menzionare: erano il Duca Massimo, che era il comandante delle truppe di frontiera, e il Conte Lupi Chino, che era il governatore militare della Tracia. Questi due si erano accorti presto che su quelle razioni da fornire ai profughi c'era da guadagnare parecchio, e non c'è da stupirsene, perché la corruzione era endemica nell'Impero Romano. Senza bustarelle non si faceva niente, e l'intero sistema degli appalti e delle forniture per l'esercito da sempre offriva enormi possibilità di guadagni sporchi. E l'affare delle forniture di razioni per i profughi era troppo colossale per non cercare di farlo durare a lungo. Non importa se a forza di tangenti quel poco che arrivava davvero ai campi non bastava per nutrire tutta quella gente. Anzi, ancora meglio, perché si poteva sempre rivendere in nero a quei disperati il cibo che avrebbero dovuto ricevere gratis. Alla fine, le condizioni di vita nei campi erano tali che i Goti erano disposti a cedere i loro ragazzi come schiavi in cambio di cibo, che poi si riduceva, dicono i cronisti, a un po' di pane cattivo e a un po' di vino pessimo. Anzi, a un certo punto, i Romani giunsero a vendere ai profughi addirittura dei cani, e i Goti accettavano di comprarli per mangiarseli.

A un certo punto, però, la situazione divenne ingestibile e Massimo e Lupi Chino cominciarono ad avere paura di essere denunciati. I capi gotici stavano protestando apertamente che i sussidi promessi non arrivavano, e insomma, la faccenda era diventata ogni giorno più pericolosa. Allora Lupi Chino finalmente decise di eseguire gli ordini e di avviare i profughi verso l'interno, dove intanto l'amministrazione stava allestendo in fretta e furia, e anche con un po' di panico, le zone di insediamento. I capi dei Goti, nonostante tutto, si fidavano ancora delle promesse che avevano ricevuto, perciò diedero ordine alla loro gente di preparare i carri, e finalmente il convoglio si mise in marcia per lasciare i campi profughi e affluire verso l'interno.

Tutti i reparti militari disponibili erano stati concentrati per scortarli lungo la strada, perché comunque lo stato d'animo dei Goti era talmente di malumore che si temevano incidenti. E anche la popolazione civile, da parte sua, non era mica tanto ben disposta verso questa moltitudine di barbari che attraversava il paese. E in realtà, la situazione stava già sfuggendo al controllo, anche se Valente ad Antiochia non ne aveva nessuna idea, e probabilmente anche Lupi Chino e Massimo non se ne rendevano ancora conto, perché per scortare il convoglio nel suo trasferimento verso l'interno, che doveva richiedere diverse settimane di marcia, erano stati sguarniti i posti di guardia lungo il fiume. Le imbarcazioni militari avevano interrotto i pattugliamenti, ma sull'altra riva del Danubio c'era ancora un'enorme folla di rifugiati che erano arrivati troppo tardi per poter passare e si erano visti rifiutare l'accesso. Erano rimasti accampati lì, pieni di risentimento. Ora che i soldati si ritirarono, tutta questa moltitudine di Goti cominciò a passare illegalmente il fiume su zattere di fortuna e si accampò in territorio romano senza aver chiesto il permesso a nessuno.

Ieri abbiamo raccontato come i Goti, che fuggivano davanti agli Unni, ebbero il permesso di passare il Danubio e di rifugiarsi nell'Impero Romano, e come, dopo un lungo periodo in campi profughi in condizioni abbastanza spaventose, finalmente ottennero il permesso di trasferirsi verso l'interno dell'Impero, dove speravano di ottenere case e terra da lavorare. Il loro trasferimento attraverso la Tracia, però, cominciò in un clima di tensione che si tagliava col coltello. I barbari erano molte decine di migliaia, una folla immensa di profughi, in parte civili, ma in parte guerrieri armati. Tutti quanti erano pieni di aspettative per le promesse ricevute, ma erano anche esasperati dal trattamento che avevano sperimentato finora, e soprattutto erano insospettiti dalle eccezionali misure di sicurezza che le autorità romane avevano predisposto. I soldati li scortavano senza mai perderli d'occhio, ma anche loro erano nervosi e pieni di sospetto, anche perché, bisogna dirlo, sicuramente non erano abbastanza numerosi da resistere se i barbari si fossero ribellati in massa.

Fra i capi tribù goti ce n'era uno, Fritigerno, che aveva acquistato la statura di un leader per tutta la moltitudine dei profughi. Ora, secondo Ammiano Marcellino, Fritigerno aveva già intuito che l'atmosfera era pesante. Era informato che altri capi avevano passato il fiume illegalmente con la loro gente, e perciò fece in modo di rallentare la marcia il più possibile, in modo che, in caso di difficoltà, anche gli immigrati abusivi potessero raggiungerlo, come dire, fare causa comune. Forse, poi, non c'è neanche bisogno di immaginare che Fritigerno l'abbia fatto apposta. Immaginiamoci la marcia di un convoglio con tutte quelle famiglie caricate su carri tirati da buoi, almeno due o tremila carri, forse di più, e tutte le difficoltà di approvvigionamento che possiamo ben immaginare. Ecco, doveva essere per forza una marcia lenta e faticosa.

Comunque, dopo qualche giorno, l'avanguardia del convoglio arrivò in vista delle mura di una grande città che i Romani chiamavano Marcianopoli e che oggi si chiama Silistra, ed è in Bulgaria. Marcianopoli era il primo centro urbano importante che molti Goti avessero mai visto in vita loro. Era in mezzo a una regione fertile, piena di campi da coltivare e di pascoli per il bestiame, e può darsi che i rifugiati abbiano pensato di essere arrivati finalmente nella zona dove l'imperatore aveva ordinato di assegnargli case e terra. In ogni caso, erano affamati e malridotti dopo tutte le privazioni della marcia, e si aspettavano, per lo meno, di essere alloggiati in città e di ricevere una distribuzione di razioni come gli era stato promesso.

In realtà, a Marcianopoli non c'era niente di pronto. Le autorità locali non avevano preparato nulla e speravano solo che quella folla di profughi proseguisse al più presto per la sua strada. La popolazione della città, poi, era terrorizzata e non aveva nessuna intenzione di fraternizzare con loro. I Goti, ormai, credevano di essere diventati dei sudditi dell'imperatore, erano sinceramente disposti a ubbidire agli ordini, ma stavano morendo di fame e chiesero di poter almeno entrare in città a comprare da mangiare. Ma la popolazione era stata forse lavorata anche in qualche modo da dei capi che speculavano sopra, ma certamente era talmente spaventata che impedì ai soldati di aprire le porte e di far entrare i profughi in città.

A questo punto, i Goti inferociti cercarono di entrare a forza. I soldati della scorta intervennero, scoppiarono dappertutto incidenti, e allora si vide quello che i comandanti romani dovettero sapere fin troppo bene: che i soldati erano troppo pochi per tenere a bada tutta quella moltitudine. Vennero sopraffatti, e i Goti, che cominciavano ad aspettarsi il peggio, a questo punto spogliarono i morti e si impadronirono delle loro armi e delle armature.

Fuori dalle mura di Marcianopoli, dunque, erano scoppiati i primi incidenti fra i soldati romani e i profughi goti. Intanto, il Conte Lupi Chino, che era la massima autorità romana della provincia e che era personalmente responsabile davanti all'imperatore di quel trasferimento, stava banchettando in città insieme ai capi tribù gotici, tra cui Fritigerno. Oggi è impossibile dire se Lupi Chino fosse davvero così incompetente, oltre che corrotto, da non essersi reso conto che la situazione stava per precipitare, ma non ci sarebbe poi da stupirsi, perché comunque l'incompetenza esiste in tutte le epoche. In un certo senso, poi, non c'era proprio niente di strano in quel banchetto, perché quei capi erano lì con l'autorizzazione dell'imperatore, ed è insieme a loro che Lupi Chino doveva gestire il trasferimento della loro gente e stanziarli nelle nuove sedi. La collaborazione al vertice fra le autorità romane e i capi barbari era indispensabile per il successo dell'operazione. Teniamo conto che questa era l'accoglienza di immigrati su più larga scala che fosse mai stata tentata dall'amministrazione imperiale.

O forse, può anche darsi che Lupi Chino fosse meno incompetente e più corrotto di quel che pensiamo, e che avesse deciso fin dall'inizio che, in caso di guai, quella sosta a Marcianopoli sarebbe stata perlomeno l'occasione buona per sbarazzarsi dei capi barbari, nella speranza che, tolti di mezzo loro, il resto sarebbe diventato più docile. In un caso come nell'altro, quella che segue, comunque, è una brutta storia, ed è di quelle che hanno dato al Basso Impero la sua fama di epoca crudele e immorale.

Lupi Chino e i capi tribù, dunque, stanno banchettando, mentre fuori dalla città i Goti hanno già cominciato a ribellarsi e ad ammazzare i soldati che cercano di riportarli all'obbedienza. Ammiano Marcellino, il nostro solito informatore, ritrae Lupi Chino in una pagina memorabile, con qualcuno che viene ad avvisarlo in segreto di quello che sta succedendo, mentre dice: "Sdraiato ormai da lungo tempo a una prodiga mensa, in mezzo a rumorosi divertimenti, era già fradicio di vino e fiacco per il sonno. Però reagì in fretta, e mentre lui continuava a bere con i capi goti, i suoi uomini, nei corridoi del palazzo, facevano fuori senza rumore tutte le guardie che quelli si erano portati dietro." Poi, però, Lupi Chino perse la testa, o forse avrebbe dovuto semplicemente avere il coraggio di far sgozzare anche i capi. Invece, non lo trovò quel coraggio. All'ultimo momento, si tirò indietro.

I Goti fuori dalle mura si stavano rendendo conto che i loro principi non tornavano, e perciò cominciarono a tumultuare ancora di più, cercando di entrare in città a forza. E Lupi Chino andò nel panico. Fritigerno e gli altri capi dei Goti, che dovevano essere anche loro mezzi morti a forza di bere, alla fine si accorsero che qualcosa non andava. Presero di mira Lupi Chino e, facendo finta di niente, gli dissero che c'era stato un equivoco, che sicuramente i loro uomini là fuori credevano che ai capi fosse successo qualcosa, e che per evitare un disastro bisognava assolutamente che loro, Fritigerno e gli altri capi, corressero fuori a far vedere che non era successo niente, a calmare la gente. E Lupi Chino non ebbe il coraggio di impedirglielo e li lasciò andare. Appena fuori, Fritigerno e gli altri si accorsero che ormai la situazione era precipitata e che non c'era più niente da fare. Perciò salirono a cavallo e, tra le urla di entusiasmo dei loro uomini, dichiararono che i Romani avevano infranto i patti e che ormai era guerra.

La ribellione dei Goti si abbatté sui dintorni di Marcianopoli come una catastrofe. I guerrieri erano pieni di rabbia per il tradimento subito, e dovevano nutrire le loro famiglie. Le loro bande non ci misero molto a procurarsi dei cavalli e a battere le campagne, anche a grande distanza, bruciando le fattorie, ammazzando i contadini, portando via tutto. Lupi Chino era il comandante militare della provincia, e toccava a lui fronteggiare l'emergenza. Avrebbe anche potuto riferire all'imperatore e chiedere il suo intervento. Invece, decise che era in grado di gestire la situazione da solo. D'altra parte, è chiaro che per la sua carriera era molto meglio poter riferire a Valente di aver liquidato la ribellione, anziché richiedere l'invio di rinforzi. Perciò radunò in fretta e furia tutte le truppe che aveva sottomano e uscì in aperta campagna per dare battaglia. E questo era il riflesso automatico di tutti i generali romani che, in genere, erano così sicuri della loro superiorità sui barbari che non si tiravano mai indietro di fronte al combattimento in campo aperto.

È difficile stabilire con certezza quante truppe abbia potuto raccogliere Lupi Chino. In una provincia come la Tracia, ci potevano essere forse 25.000 uomini di truppe mobili stanziate nelle città dell'interno, e forse altrettanti limitanei, come li chiamavano i Romani, cioè i reparti distribuiti nei posti di frontiera lungo tutto il corso del Basso Danubio. Però i limitanei non potevano essere ritirati dai loro avamposti senza mettere in pericolo la sopravvivenza stessa dell'Impero, e perciò possiamo anche fare a meno di calcolarli. Quanto alle truppe mobili, non è affatto detto che gli organici previsti sulla carta fossero poi davvero presenti nella realtà, e comunque i reggimenti erano sparpagliati in parecchie città, distanti anche centinaia di chilometri l'una dall'altra. Mentre noi sappiamo che Lupi Chino agì in fretta per liquidare il problema prima che diventasse troppo grosso, e soprattutto prima che informazioni spiacevoli raggiungessero l'orecchio dell'imperatore, molto probabilmente, per marciare contro i Goti, Lupi Chino radunò soltanto i reggimenti che erano già acquartierati a Marcianopoli e quei reparti di frontiera che avevano accompagnato il convoglio fin lì, o meglio, quel che ne restava dopo la ribellione dei profughi. A conti fatti, non può aver avuto più di 5-6.000 uomini, quasi tutta fanteria, truppe professionali con equipaggiamento pesante. Ogni soldato semplice aveva l'elmo d'acciaio e la cotta di maglia di ferro, la lancia, la spada.

Quanti uomini avesse Fritigerno è ancora più difficile dirlo. Probabilmente erano di più, qualcosa come 7-8.000 combattenti, forse ancora di più, dipende se l'avevano già raggiunto tutti quei rifugiati illegali abusivi che avevano passato il fiume di nascosto dopo che i Romani avevano allentato la sorveglianza. O, naturalmente, il numero totale dei profughi era molto più alto: decine di migliaia di persone. Però la maggior parte di questi erano non combattenti: donne, vecchi, malati, che dovevano essere tanti, bambini. I Goti avevano passato il fiume malamente equipaggiati, come tutti i barbari, erano poveri. La maggior parte dei guerrieri aveva solo una lancia e uno scudo di legno. Da loro, l'elmo e la spada non era già un equipaggiamento prezioso, riservato ai capi. È vero che qualcuno si era armato spogliando i Romani uccisi durante gli incidenti sotto le mura di Marcianopoli, però quelli che erano riusciti così a procurarsi delle armi un po' più efficienti non dovevano essere molti. E dunque, Lupi Chino, anche se aveva meno truppe del nemico, a conti fatti poteva sperare di farcela.

Si diceva che Lupi Chino, quando decise di dare la caccia ai Goti che si erano ribellati, poteva sperare di farcela e di liquidare la ribellione in un colpo solo. E invece, non ci riuscì. E questa è veramente la svolta di tutta questa storia che stiamo raccontando, perché la ribellione era appena all'inizio, e i Goti dovevano essere più che altro spaventati per quello che avevano fatto. E se l'esercito avesse dimostrato di saper riprendere il controllo della situazione, forse tutto sarebbe finito lì. I Goti si sarebbero sottomessi, avrebbero accettato una sistemazione come lavoratori della campagna, che poi era quello che gli avevano promesso. Invece, le cose andarono in tutt'altro modo. Lupi Chino non solo non riuscì a raddrizzare la situazione, ma subì un tale disastro che finì per comprometterla definitivamente, anche per il futuro.

È difficile dire come mai gli sia andata così male. Forse i Goti erano davvero troppo numerosi, forse la disperazione gli diede una carica che i Romani, anche se erano dei solidi professionisti, però comunque non avevano. Fatto sta che, quando comparve in vista del nemico, ancora a poca distanza da Marcianopoli, Lupi Chino schierò le sue truppe in ordine di battaglia e attese, sicuro di poter respingere l'attacco dei barbari. E invece, l'attacco venne con tanta violenza che alla lunga lo schieramento romano cominciò a rinculare e poi a sfasciarsi, e la maggior parte dei soldati vennero massacrati nella rotta. A quel punto, Lupi Chino era già scappato a mettersi in salvo dietro le mura di Marcianopoli, e Ammiano Marcellino commenta che, insomma, sono sempre peggiori quelli che se la cavano.

Come si svolse concretamente il combattimento, vedi, di questo sappiamo ben poco. In realtà, l'unico dettaglio è che i Goti attaccavano usando i loro scudi di legno, li spingevano addosso ai nemici, contando anche sull'umbo, cioè la borchia di ferro o di bronzo che sta al centro dello scudo e che può essere anche molto sporgente e aguzza, una vera arma. Spingevano addosso ai nemici gli scudi e colpivano con le lance e con le spade chi l'aveva, negli interstizi tra gli scudi. Ma forse la verità è semplicemente che erano molti di più di quello che Lupi Chino aveva calcolato, e alla fine la linea dei legionari non tenne. Alla sera, i Goti percorsero il campo di battaglia spogliando i caduti del loro equipaggiamento, ancora una volta. E se è vero, come sostengono i cronisti, che gran parte dei soldati radunati da Lupi Chino erano caduti sul campo, ebbene, allora c'era abbastanza per armare con elmo, spada e cotta di maglia di ferro gran parte dei guerrieri goti.

A questo punto, sarebbe bello sapere se Fritigerno si fermò a riflettere sulla situazione. Sappiamo poco di questo capo, di questo principe gotico, però da tutto quello che sappiamo, e lo vedremo più avanti, viene fuori che come testa non era affatto un barbaro. Era uno che sapeva ragionare in termini strategici e aveva le idee abbastanza chiare su quello che stava succedendo. E quindi è probabile che, dopo la vittoria e dopo aver banchettato e bevuto, si sia fermato e, come a riflettere. E due cose sembravano evidenti: una, che dopo un massacro come quello, i Goti si erano bruciati i ponti alle spalle e che non c'era più ritorno. L'altra, che ormai erano padroni della Tracia, o almeno della campagna. Nessuna delle guarnigioni romane imbottigliate nelle grandi città era abbastanza forte da uscire ad affrontarli, e finché l'imperatore, che era ancora lontano ad Antiochia, non avesse deciso cosa fare, nessuno sarebbe stato in grado di fermare i movimenti dei Goti o di impedirgli di mettere a ferro e fuoco il paese.

I Goti, che erano stati accolti nell'Impero, dunque, si erano ribellati dopo tutte le vessazioni che avevano subito, e non solo si erano ribellati, ma avevano sbaragliato la forza militare che era stata mandata per riportarli all'obbedienza. A questo punto, c'era una domanda cruciale che le autorità romane non possono aver fatto a meno di porsi, e anche con un po' di angoscia. E la domanda era questa: che cosa avrebbero fatto tutte quelle bande di mercenari goti che negli ultimi tempi erano affluite in gran numero nell'Impero, in vista della guerra che Valente stava preparando contro la Persia? Sarebbero rimasti fedeli al governo che li aveva assunti e li pagava, o avrebbero risposto piuttosto al richiamo della razza, ribellandosi e venendo in aiuto ai profughi?

Per fortuna, il grosso di quelle bande era già acquartierato oltre i monti dell'Anatolia, a ridosso del confine mesopotamico, e può anche darsi che la notizia non gli sia nemmeno arrivata, se non in forma censurata e con molto ritardo. Due capi gotici, però, che erano già da anni al servizio di Valente, erano stati sistemati con i loro uomini proprio in Tracia, con l'incarico di fare la guardia ai quartieri d'inverno dell'esercito, che si trovavano proprio vicino a un'altra grande città della zona, Adrianopoli. La Tracia è grande, e Adrianopoli dista molte centinaia di chilometri dalle province di frontiera dove erano penetrati gli altri Goti. Comunque, è chiaro che prima o poi i mercenari accampati lì devono essere venuti al corrente di quello che stava succedendo.

Le autorità municipali di Adrianopoli non erano per niente soddisfatte di dover mantenere sul loro territorio quelle bande di mercenari. Oltretutto, questi non erano reparti dell'esercito regolare, erano bande di barbari pagati, sì, ma poco disciplinati e che si abbandonavano volentieri al saccheggio. Però, quando i capi vennero a sapere della ribellione che si stava diffondendo a macchia d'olio nella zona del Danubio, non mossero un dito. Erano mercenari, combattevano per chi li pagava, e non sembra, fra l'altro, che provassero chissà quale sentimento di solidarietà etnica con i Goti che stavano combattendo.

Ma Valente da Antiochia si preoccupò quando qualcuno si ricordò di quei reparti di mercenari gotici che erano accantonati così vicino alla zona della ribellione. Perciò l'imperatore fece subito scrivere ai due capi, ordinando di mettersi immediatamente in marcia, senza perdere neanche un giorno, e raggiungere il resto delle bande di mercenari in Mesopotamia. Anche quando ebbero ricevuto queste lettere, non sembra che i due capi dei mercenari, che fra l'altro noi sappiamo anche come si chiamavano, si chiamavano Suerido e Colias, non sembra, dico, che questi due capi si siano minimamente scomposti. Si presentarono alle autorità cittadine e chiesero il denaro e le vettovaglie necessari per il viaggio, garantendo che entro due giorni si sarebbero messi in marcia con la loro gente.

A questo punto, però, qualcosa non andò per il verso giusto. Secondo Ammiano Marcellino, la colpa è tutta del principale magistrato di Adrianopoli, che evidentemente era un altro incompetente, ma è comunque aveva il dente avvelenato con i mercenari goti perché avevano fatto danni sulle sue terre e saccheggiato una sua fattoria. Può anche darsi che quest'uomo sospettasse già i Goti di malafede, e che la richiesta di due giorni di dilazione prima di partire gli sia sembrata la prova del loro tradimento. Ci sono casi di paranoia di questo genere, e di solito provocano conseguenze catastrofiche. E infatti, il magistrato, invece di fornire ai mercenari quel che avevano chiesto, mise in allarme la popolazione cittadina, armò gli operai dell'arsenale statale che c'era ad Adrianopoli, e che fabbricava appunto armi per l'esercito, e ordinò ai Goti di partire non fra due giorni, ma subito.

L'ordine del magistrato di Adrianopoli, che gli imponeva di partire immediatamente dalla città, deve aver lasciato stupefatti i mercenari goti, che si preparavano comunque a partire pacificamente entro un paio di giorni per obbedire agli ordini dell'imperatore. Però si accorsero subito che il magistrato faceva molto sul serio. Infatti, la popolazione della città, non soltanto gli operai dell'arsenale, ma tutti, si erano armati e aspettavano cupamente che i Goti se ne andassero. Nessuno, però, si sognava di fornirgli quello di cui avevano bisogno, e dopo un po', oltre ai fischi e agli insulti dalla folla, cominciarono a partire i sassi, e dopo i sassi, le frecce. Aggrediti così dai civili in mezzo alla strada, i mercenari goti per un po' rimasero storditi, senza sapere cosa fare. Ma alla fine persero la pazienza, sguainarono le spade e caricarono la folla, provocando un panico generale. Sul selciato rimasero un bel po' di morti, quasi tutti civili. E a questo punto, i Goti, visto che ormai la loro posizione era compromessa, uscirono dalla città e decisero di raggiungere i ribelli di Fritigerno.

Il loro arrivo fu accolto con entusiasmo dagli altri Goti, e nell'eccitazione del momento si decise di marciare tutti quanti su Adrianopoli per vendicarsi di una popolazione così ingrata. Per fortuna degli abitanti, però, i Goti non avevano macchine d'assedio e non sapevano costruirne, per cui, dopo qualche giorno passato ad attaccare vanamente le mura della città, i capi si resero conto che non sarebbero riusciti a prenderla e che i loro uomini si demoralizzavano. Fritigerno decise che per quella strada non si concludeva niente, e che era assurdo ostinarsi ad assediare Adrianopoli quando tutto intorno la campagna era piena di ricchezza e a portata di mano. Perciò, in un famoso discorso, che poi viene sempre citato per dimostrare la poca familiarità dei barbari con le città, con le macchine, con gli assedi, Fritigerno spiegò ai guerrieri goti che con le mura era meglio restare in pace, e che la guerra bisognava farla alle campagne.

I Goti sapevano che l'imperatore era lontano e per il momento nessuno li minacciava. Perciò si divisero in gruppi e cominciarono a battere la campagna. Le donne, i bambini, il bottino restavano al sicuro nei carri, e le squadre dei guerrieri, che in gran parte ora erano muniti di cavalli, si spingevano in tutte le direzioni a saccheggiare. Da tutta la provincia si vedeva il fumo dei villaggi e delle ville incendiati, e le città si affollavano di gente atterrita che fuggiva dalle campagne diventate insicure. E però, anche qui, viene fuori una cosa interessante: a leggere fra le righe dei cronisti, non tutti erano spaventati. Anzi, i Goti, anche se sembra difficilmente credibile, trovavano degli appoggi perfino tra la gente del posto.

Orbene, la Tracia era piena di Goti che vivevano lì, prigionieri di guerra, costretti a lavorare come contadini, immigrati che avevano trovato lavoro con salari da fame, e naturalmente schiavi. Tutti quegli schiavi goti che per anni avevano riempito i mercati, compresi quei ragazzi che i genitori avevano barattato appena pochi mesi prima, quando erano ancora nei campi profughi, in cambio di qualcosa da mangiare. Ecco, tutti costoro disertavano, fuggivano alla prima occasione, raggiungevano la loro gente, e poi facevano da guida ai guerrieri e li accompagnavano a scoprire i villaggi più ricchi, i posti dove c'erano scorte di vettovaglie. Ma non erano solo gli schiavi a fuggire e unirsi ai ribelli. C'era anche tanta gente nell'Impero che non si sentiva più fedele a un governo che li schiacciava con le imposte e che poi, come si stava vedendo benissimo proprio adesso, non sapeva difenderli nel momento del pericolo. Tutti i giorni arrivava gente agli accampamenti dei Goti, offrendo di accompagnarli a un deposito di cereali, a un nascondiglio di ricchi. I Goti non facevano nessuna difficoltà ad accoglierli, e le loro bande diventavano ogni giorno più forti.

I Goti, dunque, scorrazzavano indisturbati per la Tracia, e il governo, che cosa faceva? Deve essere costato parecchio all'imperatore Valente rinunciare ai suoi preparativi di guerra contro la Persia, ma alla fine, anche lui, l'imperatore grasso, mezzo cieco da un occhio, che aveva ormai 48 anni e doveva sapere di non avere più molto tempo davanti a sé, perché per quei tempi era quasi vecchio, alla fine, dicevo, anche Valente si arrese. Mandò uno dei suoi collaboratori in Persia perché cercasse di fare la pace con lo Scià, salvando il salvabile, e le legioni che si erano radunate ai confini per la guerra vennero rimandate indietro a tappe forzate verso la Tracia. Al comando si erano due dei generali di Valente: Traiano e Pro futuro.

Il nostro cronista, Ammiano Marcellino, forse non l'ho ancora detto, era un militare di carriera e di cose militari ci capiva abbastanza. Secondo lui, Traiano e Pro futuro erano due generali da tempo di pace, capaci di intrigare nei corridoi del palazzo, ma la guerra non la sapevano fare. In una situazione come quella che si era creata in Tracia, bisognava applicare tecniche di controguerriglia. I nemici erano appesantiti dal bottino e costretti a dividersi in gruppi per poter sopravvivere con le risorse del paese. Bisognava organizzare dei rastrellamenti e accontentarsi di sorprendere ora una banda, ora un'altra, localizzare gli accampamenti, attaccarle di sorpresa, anche soltanto con piccoli gruppi di arditi, per liberare i prigionieri e recuperare il bottino. E a poco a poco il nemico si sarebbe indebolita. Dopotutto, erano i Goti che stavano in paese straniero, in paese nemico, e tutte le condizioni erano contro di loro. Ma Traiano e Pro futuro non avevano i nervi, e forse neppure le competenze, per organizzare la guerra in questo modo, per organizzare rastrellamenti e aspettare i risultati. D'altra parte, può anche darsi che un imperatore nervoso avesse spiegato fin troppo chiaramente che i risultati li voleva subito.

Fatto sta che, anziché battere metodicamente il territorio cercando di intercettare i razziatori una squadra per volta, l'esercito romano venuto dalla Mesopotamia si diresse in un'unica colonna verso la direzione in cui era accampato il grosso dei nemici, deciso a dare battaglia, come aveva già fatto Lupi Chino. I Goti, però, stavolta sapevano che il nemico era più forte di prima, e perciò si comportarono con prudenza, con fin troppa prudenza. Fritigerno richiamò tutte le bande, radunò tutti i carri in un unico immenso convoglio, e poi, appesantito dal bottino e da migliaia di prigionieri, cominciò ad arretrare attraverso le regioni montagnose della Tracia centrale, che poi sono i Monti Balcani. E lì, accampato in posizioni imprendibili, padrone dei valichi e con la ritirata garantita, lì si fermò, e parve che fosse disposto a dare battaglia.

I generali romani condussero le loro truppe fin lì sotto, ma a loro volta ebbero il buon senso di non attaccare il nemico. Dopotutto, si era chiuso da solo in mezzo alle montagne e avrebbe fatto molta fatica ad uscirne. Perciò non c'era nessun bisogno di correre rischi. I Goti, per un po', rimasero aspettare l'attacco, poi ricominciarono la loro ritirata verso nord, uscirono dalle montagne dalla parte più lontana e continuarono a marciare verso il Danubio. Pareva quasi che ne avessero abbastanza e che fossero decisi a ripassare il fiume e ritornare nel loro paese con tutto il bottino, le armi, il bestiame, gli schiavi e le schiave che si erano procurati in tanti mesi di saccheggio indisturbato. I Romani li seguivano passo a passo, ma sembrava che a questo punto nessuno dei due avesse davvero voglia di combattere.

I due eserciti erano quasi giunti al Danubio: quello dei Goti, che si ritira lentamente con le sue migliaia di carri tirati da buoi e forse 50.000 civili al seguito, e quello romano, che li seguiva con prudenza, aspettando l'occasione favorevole. I Goti si accamparono presso una località che si chiamava in latino Ad Salices, il posto dei salici, ed è stata anche identificata, quasi nel delta del Danubio, in quella che oggi è la Dobrugia rumena, poco lontano dalla costa del Mar Nero e da Tomi, dove morì in esilio il poeta Ovidio. Era l'angolo estremo dell'Impero. Ancora 12 giornate di marcia e i barbari si sarebbero trovati alla frontiera, e forse pensavano di poter passare il fiume proprio nel delta, in mezzo alle paludi e alle acque basse.

Intanto, si erano accampati, secondo la loro usanza, con tutti i carri in circolo, come dei pionieri del Far West, salvo che qui il circolo doveva avere un diametro di parecchie centinaia di metri. Poi, può anche darsi, forse, che non fosse un circolo regolare, ma un ammasso irregolare di carri, che comunque costituiva una posizione difensiva formidabile. All'interno di questa fortezza di legno, che Ammiano Marcellino chiama carragio, le donne accendevano i fuochi e preparavano da mangiare. Lì erano ricoverati i cavalli e la moltitudine dei prigionieri legati, e lì i guerrieri dormivano, come si addice ai guerrieri quando non c'è da combattere. Poche squadre erano state mandate in giro in cerca di foraggio e di vettovaglie, ma a poca distanza di lì, nell'accampamento romano, i generali di Valente vennero raggiunti da un generale di Graziano, imperatore d'Occidente, che era stato inviato con qualche rinforzo, poco più che simbolico, a dire il vero, per dare una mano nell'emergenza. Questo generale era il comandante della guardia imperiale, Ricomero, e come si capisce dal nome, era anche lui di origine barbarica, un Franco, per la precisione. Ma non c'era niente di strano in questo. L'esercito romano, lo sappiamo, aveva sempre accolto immigrati senza fare distinzione di razza, e ce n'erano tanti ormai di generali così immigrati di seconda o magari di terza generazione, e che in realtà di barbarico avevano soltanto il nome, forse i capelli biondi. Negli ambienti più razzisti, ogni tanto li accusavano di essere poco affidabili, ma la verità è che quasi tutti erano completamente romanizzati, o in certi casi grecizzati, e spesso erano anche più colti dei colleghi. E più di uno di questi Franchi, armati, e anche Goti, che avevano fatto carriera nell'esercito imperiale, si ritrova, per esempio, fra i corrispondenti dei grandi retori greci, o anche fra i corrispondenti dei Padri della Chiesa.

E dunque, i tre generali romani tennero consiglio sul da farsi. Con le loro forze riunite, si sentivano più forti dei barbari, e ormai è chiaro che dovevano fare qualcosa. Perciò decisero che, appena i Goti si fossero stancati della sosta e avessero levato il campo per riprendere la marcia, i Romani avrebbero attaccato la retroguardia del convoglio, quelle della zona dove si attardava sempre la maggior parte dei prigionieri e anche dei carri carichi di bottino, che erano pesanti. E perciò i generali romani ragionavano che, nel peggiore dei casi, il nemico avrebbe accelerato la marcia per evitare il combattimento, e allora ci sarebbe comunque potuto recuperare un bel po' di bottino dal fondo della colonna. E se invece i Goti avessero accettato battaglia, lo avrebbero fatto nelle condizioni più sfavorevoli. Era l'occasione buona per farne fuori un po' e per indebolire almeno il nemico, in attesa di dargli il colpo di grazia.

Nella scorsa puntata abbiamo seguito gli spostamenti dei Goti che si erano ribellati e stavano attraversando la Tracia, non un esercito di invasori, ma un intero popolo di profughi, e dopo aver saccheggiato piacere, si stavano ritirando verso nord, inseguiti da un esercito romano. Ora, i Goti erano accampati al sicuro nel loro cerchio di vagoni, in un luogo dal nome che sembra così innocente, presso i Salici, vicino al delta del Danubio. Sapevano che i Romani erano vicini, e sapevano anche che il piano dei generali romani di attaccare appena loro si fossero messi in marcia, nel momento in cui la colonna era più vulnerabile. Ammiano Marcellino, che è il nostro unico informatore su tutti questi fatti, non cerca affatto di nascondere che i Goti sapevano tutto, e non fa mistero neanche del motivo: i disertori, dice, li informavano.

Ecco, anche qui varrebbe la pena di fermarci a riflettere. Noi pensiamo ai Romani e ai Goti, la civiltà e la barbarie, due forze contrapposte, ma non era così semplice. L'esercito imperiale era pieno di volontari barbari fedeli all'imperatore e pronti a farsi ammazzare combattendo per la gloria di Roma contro i loro connazionali, ma era pieno anche di coscritti arruolati a forza che aspettavano solo l'occasione di disertare. Il campo dei Goti era pieno di prigionieri che aspettavano ansiosamente di essere liberati dai soldati, ma con loro c'erano anche schiavi fuggitivi e disertori che di quel governo romano non volevano avere più niente a che fare e che si sentivano molto più solidali coi ribelli. I disertori, dunque, tenevano informati i capi goti delle intenzioni dei Romani.

E perciò, i Goti, all'inizio, decisero per la soluzione più semplice: non muoversi per niente. Dopo un po', però, si accorsero che non potevano continuare così per sempre, e allora bisognava accettare il combattimento. Non c'era nessun altro modo per venire fuori di lì. I capi mandarono delle staffette per richiamare tutte le squadre che erano fuori in cerca di vettovaglie, e una dopo l'altra quelle bande ritornarono all'accampamento, e per ognuna che tornava, i Goti si sentivano un po' più forti e un po' più disposti a correre il rischio della battaglia. Quando furono tornate tutte, però, era sera, e anche se l'eccitazione nell'accampamento dei barbari era al massimo, ovviamente non era più il caso di uscire a combattere. Le guerre di quei tempi si combattevano con ritmi tranquilli: di notte si poteva al massimo tentare una scorreria di sorpresa in piccoli gruppi, ma una grande battaglia non si faceva di notte. Ci si aspettava tranquillamente che venisse il giorno successivo, che venisse la luce.

I barbari, però, erano in preda alla massima agitazione, sapevano che presto si sarebbe combattuto. E Ammiano Marcellino ha un bel passo qui che dà di nuovo l'idea del timore dell'uomo civilizzato di fronte a quelle forze della natura che sono i barbari: "Tutta la folla dei barbari," dice, "ammassata ancora entro la cinta dei carri, terribilmente fremeva, eccitata dal proprio animo selvaggio, si affrettava fuori di sé dalla smania ad affrontare quanto prima l'estremo pericolo, tanto più che i capi non si opponevano." E probabilmente le condizioni sanitarie nel campo, e la scarsità di cibo fresco, e la tensione di quella specie di assedio erano tali che ormai tutti i guerrieri desideravano soltanto uscire e affrontare il pericolo. Ma appunto, era già notte, perciò i Goti decisero di attendere l'indomani e si sedettero a mangiare. Anche se nessuno dormì, i Romani erano accampati a poca distanza e si erano resi ben conto da tutte quelle urla che stava per succedere qualcosa, e nemmeno loro dormirono. I soldati si dicevano che la loro causa era giusta e che Dio o gli Dei li avrebbero aiutati. Sapevano anche che i nemici erano molti e che erano dei selvaggi, peggio delle bestie feroci. Perciò, nell'accampamento romano, i veterani scuotevano la testa e si chiedevano come sarebbe andata a finire.

Quando spuntò il mattino, tutti sapevano che ci sarebbe stata battaglia. Nell'accampamento romano, le trombe chiamavano i soldati a raggiungere i reparti e prendere ciascuno la posizione assegnata. Ma anche i barbari, che non erano più tanto barbari, suonavano le trombe. I guerrieri si raggruppavano al loro suono, come se fossero stati addestrati secondo la loro usanza. I fedeli dei capi rinnovavano il giuramento che avevano prestato la prima volta quando erano entrati al loro servizio: giuravano di farsi uccidere piuttosto che abbandonare nel pericolo i fratelli d'arme. E questo era un rito che era diffuso fra i guerrieri germanici, queste fratellanze d'arme sigillate col sangue, si facevano lo stesso giuramento l'uno con l'altro. Poi, la moltitudine dei guerrieri uscì dal cerchio dei carri, non in tumulto, come i Romani si sarebbero aspettati da parte dei barbari, ma con ordine, una massa sempre più numerosa che si allargava nella pianura.

I Romani si stavano già schierando a qualche centinaio di metri di distanza, e gli ultimi soldati corsero in fretta a prendere posto quando si accorsero che il nemico era uscito e stava per farsi sotto. Poi, un po' per volta, le due masse cominciarono ad avvicinarsi l'una all'altra, perché tutte e due volevano far vedere che non avevano paura e che non rifiutavano il combattimento. Un conto, però, era avvicinarsi, e un conto era arrivare davvero a contatto. Oggi è quasi inimmaginabile che due masse, ciascuna composta di molte migliaia di uomini coperti di ferro, potessero davvero avventarsi l'una contro l'altra menando botte da orbi. E infatti, non è così che andavano le cose. I due schieramenti si spinsero abbastanza avanti e poi si fermarono, e non era affatto chiaro chi avrebbe avuto il coraggio di farsi sotto per primo. Ma la guerra arcaica era fatta anche di altri rituali.

I Romani, per farsi coraggio e per demoralizzare il nemico, lanciavano tutti insieme il loro grido di guerra, che chiamavano con una parola barbara: "barritus", ed era proprio un grido animalesco, più che umano, un muggito che cominciava su una nota bassa e poi via via cresceva fino a diventare assordante. E i soldati romani, e ricordiamoci che in parte quei soldati erano immigrati nati all'estero, avevano imparato il barritus proprio dalle tribù germaniche. I Goti, da parte loro, sfidavano i nemici secondo l'usanza ancestrale, e cioè si facevano avanti nella terra di nessuno, almeno i capi e i guerrieri più famosi, isolatamente si presentavano, facevano l'elogio dei loro antenati e promettevano di non farli sfigurare quel giorno. Ancora 200 anni dopo, l'ultimo re dei Goti, Totila, obbedirà allo stesso rituale prima della battaglia di Gualdo Tadino, compiendo evoluzioni a cavallo davanti all'esercito nemico e mostrando la sua abilità nel maneggio della lancia, come se i suoi antenati fossero lì che lo guardavano.

E dunque, da una parte e dall'altra, i Romani e i Goti si facevano coraggio insultando il nemico, e se la distanza era sufficiente, molti avranno cominciato a scagliare il loro giavellotto, e gli arcieri, ben nascosti nelle ultime file, avranno cominciato a tirare. Queste armi non facevano molte vittime, ma con un po' di fortuna potevano innervosire il nemico, e comunque i giavellotti e le frecce si piantavano negli scudi, li appesantivano fino a renderli inservibili. E anche così, che si cominciava una battaglia. Qua e là, poi, qualche gruppo più galvanizzato degli altri perdeva la pazienza, si faceva avanti e sfidava il nemico a combattere. E in mezzo al clamore delle diverse lingue, dice Ammiano Marcellino, si ingaggiavano scaramucce.

È impossibile dire per quanto tempo i due schieramenti siano rimasti così a tiro di giavellotto, oscillando tumultuosamente avanti indietro e scagliandosi minacce e vanterie. Alla lunga, i freni inibitori caddero, e senza che nessuno avesse dato l'ordine, le due muraglie di scudi si fecero avanti e cozzarono l'una contro l'altra. Erano forse 10.000 uomini per parte, in gran parte fanteria, armati più o meno con le stesse armi, perché anche i Goti avevano avuto tutto il tempo di procurarsi elmi e spade e cotte di maglia romane. La cavalleria, quel poco che c'era, si aggirava nervosamente intorno alle due masse di guerrieri, pronta a inseguire e abbattere quelli che scappavano, ma senza molte possibilità di influire sul serio sull'esito della battaglia. Gli arcieri e quelli armati di fionde, e i Romani ne avevano parecchi di reparti, quelli che loro chiamavano frombolieri, se ne stava una buona distanza, aspettando l'occasione di fare un buon colpo e tirar giù un guerriero che non si era coperto bene con lo scudo. Ma la battaglia vera, alla fine, si riduceva a due masse di uomini, fuori di sé per la tensione e la paura, tutti ammucchiati gli uni sugli altri.

che cercavano di ripararsi non solo dietro il proprio scopo, ma dietro quello del vicino. È un riflesso condizionato che, secondo gli autori antichi, era tipico di tutti i combattenti. Due masse di uomini che, una volta venuti a contatto, potevano cavarsela solo picchiando forte, o cercando di trafiggere da sotto, o di buttare per terra e schiacciare sotto lo scudo quelli che si trovavano davanti. Chi perdeva la testa, buttava via lo scudo e scappava fuori, era perduto. I cavalieri nemici galoppavano dietro e lo abbattevano a sciabolate. L'unica cosa da fare era restare dentro la falange, spingere sempre insieme alla massa degli altri e cercare di andare avanti, senza badare alla polvere, alle urla e a quello che si calpesta.

A un certo punto sembrò che l'ala sinistra dei romani cedesse. Il muro di scudi dei barbari li andava avanti. Generali romani l'avevano previsto e, infatti, questo vale la pena di dirlo, l'ala sinistra era sempre quella che rimaneva indietro negli eserciti antichi e gli scrittori antichi avevano notato molto chiaramente questo fenomeno e ce lo spiegano. È molto semplice ed è un riflesso psicologico. Anche qui, siccome si teneva lo scudo col braccio sinistro, ognuno avanzando cercava di ripararsi dietro lo scudo del vicino e quindi spingeva verso destra e perciò l'ala sinistra regolarmente rimaneva indietro. Eri come i re, che era il più alto in grado fra i generali romani e che quel giorno aveva il comando, queste cose ovviamente le sapeva benissimo. Che aveva ammassato delle riserve a sinistra e l'avanzata dei barbari fu stoppato.

Quando venne buio, stavano ancora combattendo, ma probabilmente ormai nessuno doveva avere più molta voglia di continuare. Tra l'altro, le battaglie etiche erano faticose. La maggior parte dei soldati combatteva ininterrottamente fin dal primo momento. Non è come adesso, quando il grosso delle forze rimane in qualche modo in riserva e soltanto un'aliquota minore è impegnata in combattimento sul serio. Qui, tranne qualche piccola riserva, il grosso combatteva fin dall'inizio e, per quanto ferreo fosse l'addestramento, più di qualche ora non potevano durare. E allora, un po' per volta, come capitava di solito, i reparti ruppero il contatto e chi era costretto a rinculare perché per il momento aveva avuto la peggio, cominciò a rimanere fermo dove era, invece di ributtarsi avanti. E alla fine i due eserciti si ritrovarono separati. Lentamente i Goti arretrarono fino a mettersi in salvo nel loro anello di carri e i Romani, a loro volta, arretrarono fino all'accampamento. Secondo la loro usanza, cercarono di portarsi dietro i cadaveri degli ufficiali uccisi. Quelli dei soldati semplici non importavano niente a nessuno, evidentemente, per seppellirli secondo i riti. Gli altri rimasero lì per essere divorati dagli uccelli di rapina. E ancora oggi, dice Ammiano, chi passa di lì può vedere i campi che biancheggiano di ossa.

Le perdite di questo combattimento che abbiamo raccontato, noi non siamo in grado di quantificarle, ma di sicuro erano state pesanti da entrambe le parti. Forse non enormi, perché nelle battaglie antiche il massacro vero cominciava quando uno dei due eserciti era ricacciato in fuga e allora gli inseguitori potevano ammazzare senza rischio. Finché il combattimento andava avanti senza vincitori né vinti, come era successo ai Salici, probabilmente le perdite erano più contenute. Ma comunque, tra morti, feriti, contusi, gente sotto shock, disertori, la capacità combattiva doveva essere drasticamente ridotta. E la lezione più amara avevano imparato i Romani: il nemico era numeroso, almeno quanto loro e forse anche di più, e non aveva paura di combattere. Non si lasciava smontare all'idea di avere di fronte le legioni. Se aveva combattuto oggi, avrebbe potuto combattere anche domani. E i generali romani, invece, non erano tanto sicuri di poterlo fare. Bisogna pensare che in un esercito regolare le perdite pesano di più. La perdita degli ufficiali o dei sottufficiali demoralizza gli uomini e basta che un reggimento abbia perduto un quarto, un terzo dei suoi uomini perché la sua coesione si sfaldi e la sua capacità combattiva crolli.

I Romani erano lì, quasi all'estremo confine dell'Impero. Avevano affrontato il nemico sperando di finirla e non c'erano riusciti. E restare lì e riprovarci l'indomani significava sfidare il disastro. Oltretutto, ricordiamoci che una parte dei reggimenti che avevano combattuto ai Salici, e il loro generale Eri come i Re, appartenevano all'Imperatore d'Occidente. Erano venuti lì mandati da Graziano per aiutare suo zio Valente a soffocare una ribellione di barbari. Ma farsi ammazzare fino all'ultimo per difendere quell'estremo lembo dell'Oriente non rientrava nel loro mandato.

La notte dopo la battaglia, i generali romani trassero a loro conclusioni e l'indomani quel che restava dell'esercito si mise in marcia verso sud. La colonna si ritirò per diversi giorni e per più di 100 km e si fermò solo quando fu arrivata a Marzianopoli. I Goti, da parte loro, avevano subito perdite tali che rimasero chiusi per una settimana, dicono gli autori antichi, dentro il cerchio dei loro carri, seppellendo i morti e celebrando per loro i rituali funebri del loro popolo. Quelli che erano pagani saranno stati sepolti insieme ai loro cavalli, ai loro cani, forse anche alle loro schiave strangolate sul posto per andare ad accompagnare il padrone nell'altra vita. Per i cristiani, i preti ariani avranno recitato l'ufficio funebre, forse anche in greco. Il pianto rituale delle donne accompagnava gli uni e gli altri. Poi, completati i rituali e le purificazioni, i guerrieri cominciarono a uscire dal cerchio dei carri, a esplorare i dintorni. Si spinsero pian piano sempre più lontano e alla fine tornarono con la notizia che i soldati se ne erano andati davvero. Di quell'esercito che qualche giorno prima aveva attaccato i Goti e cercato di annientarli, non c'era più traccia, tranne i morti.

Per un po' di tempo i Goti continuarono a vivere delle risorse delle pianure lungo il delta, derubando i contadini, portando via le scorte dalle fattorie, macellando il bestiame. Alla lunga, però, si accorsero che trovare da mangiare era sempre più difficile. Quella, tra l'altro, era una zona sottosviluppata che il governo romano aveva cominciato da poco a popolare con immigrati, con deportati anche. Ma insomma, l'economia non era tale da sostenere tutta quella massa di gente. Avrebbero potuto proseguire la loro marcia verso nord e tornarsene nel loro paese, i Goti. E invece decisero di fare il contrario. Visto che dopo la battaglia i Romani non avevano osato attaccare di nuovo e, anzi, si erano dileguati, i capi dei Goti decisero di tornare a spingersi verso sud, alla ricerca di nuove province da saccheggiare.

Viene abbiamo raccontato il tentativo dell'esercito romano di inchiodare i Goti che si stavano ritirando verso il Danubio e di chiudere la campagna con un colpo solo, e abbiamo anche visto che il tentativo fallì. Dopo la battaglia dei Salici, generali romani non ebbero più il coraggio di affrontare i Goti in campo aperto. A pensarci può sembrare strano: l'Impero manteneva sotto le armi qualcosa come 500-600 mila uomini, eppure non riusciva a radunare abbastanza truppe per schiacciare un esercito di ribelli che di combattenti non credo ne contasse più di 10 o 15 mila. Come mai?

In realtà, era l'immensità stessa dell'Impero che rendeva inefficace la sua forza. Intanto, la maggior parte dei soldati erano quello che i Romani chiamavano "limitanei", in pratica guardie di confine. Erano sparsi in un'infinità di guarnigioni lungo migliaia di chilometri di frontiera, dal Vallo di Adriano su in Scozia fino alle oasi del deserto arabico, e praticamente in una campagna come questa non avevano nessun ruolo. C'erano le forze mobili, che erano state create apposta sotto Diocleziano e Costantino per averle pronte, pronte a intervenire dovunque ci fosse un'emergenza. Però anche queste forze mobili, comunque, erano disperse tra centinaia di depositi nell'interno dell'Impero, in tutte le province. Ci volevano truppe per impedire scorrerie di barbari, ma anche nelle province dell'interno per combattere i briganti, per scoraggiare le ribellioni e, diciamola tutta, per tenere tranquilla la popolazione.

Con la sconfitta di Lupicino a Marzianopoli, le truppe mobili che erano stanziate in Tracia si era visto che non erano sufficienti per mettere fine alla ribellione. Ai Salici era andata meglio, ma comunque anche quella non era stata una battaglia decisiva. Le perdite erano state gravi, si era consumata perfino una parte delle truppe che Valente aveva preparato per invadere la Persia, e addirittura i primi rinforzi venuti dall'Occidente. Ora, per l'esercito romano, i margini erano sempre stretti e per il momento si erano esauriti. Non c'era spazio per rischiare un'altra battaglia. Però si poteva sfruttare il terreno, e questo i generali romani cominciarono a farlo subito. Con la loro marcia verso nord che li aveva portati fin quasi al Danubio, i Goti erano usciti dalle zone più fertili della provincia e ora erano accampati nella steppa, in una zona che i Romani avevano cominciato da poco a popolare con coloni e con deportati, e dove comunque non c'erano abbastanza risorse per mantenere a lungo tutta quella gente. Non dimentichiamo mai che i Goti, insieme ai combattenti, avevano qualcosa come 50 mila civili e migliaia di buoi e di cavalli da mantenere.

Generali romani, quando avevano evacuato la zona, avevano ordinato di ammassare tutte le scorte di viveri e la maggior parte della gente nelle città fortificate che i Goti non erano in grado di assediare. In pratica, li lasciavano padroni del paese, ma di un paese sterile e senza risorse. Era chiaro che prima o poi i Goti, se non volevano morire di fame, dovevano tornare verso sud. Ma per farlo dovevano prima attraversare diverse catene di montagne, la propaggine estrema dei Balcani che attraversa tutta la Tracia. Erano montagne selvagge, attraversate da poche strade. Bastava bloccare qualche valico per impedire il passaggio di tutta quella gente e dei suoi carri. Perciò i Romani si misero al lavoro per bloccare i passi. E si sa che da loro, all'addestramento della truppa, aveva sempre insistito molto sulla capacità di lavorare in fretta e in modo organizzato quando ce n'era bisogno. I soldati si trasformavano in taglialegna, in carpentieri, muratori. E così, quando i Goti finalmente si mossero e cominciarono ad attraversare le montagne, si accorsero che tutti i passi erano stati bloccati con palizzate, con terrapieni, perfino con opere in muratura. E dietro quelle fortificazioni li aspettavano i Romani.

Già passato un anno da quando i Goti si erano ammassati sulla riva del Danubio implorando di essere accolti nell'Impero. La battaglia dei Salici e poi la ritirata dei Romani verso sud e il blocco dei passi erano avvenuti nell'estate del 377. Almeno questo è il modo in cui contiamo gli anni noi. Per i Romani, che non li contavano e che continuavano a designare ciascun anno per conto suo con il nome dei consoli in carica, questo era il consolato di Graziano e Merobaudo. E, fra l'altro, già i nomi dei due consoli di quell'anno basterebbero per mettersi a fare molte riflessioni sulla natura dell'Impero. Uno dei due consoli, Graziano, era l'Imperatore d'Occidente, perché ormai era normale che uno dei due fosse sempre l'Imperatore. E Graziano, quell'anno, era console per la quarta volta. Ma l'altro console, Flavio Merobaudo, era uno di quei militari di origine germanica, immigrato, figlio di immigrati, come dice chiaramente il suo nome, che non solo avevano fatto carriera nell'esercito, ma si erano perfettamente integrati nel ceto dirigente dell'Impero, tanto da poter essere nominati consoli. E il consolato, anche se non aveva più nessun potere politico da quando era nato l'Impero, però era era quasi sacro per i Romani. Aveva un prestigio, il consolato, che noi fatichiamo a immaginare. E il fatto che ci potessero arrivare anche dei politici o dei militari di origine straniera è una bella indicazione dell'apertura del gruppo dirigente.

E dunque, si era sotto il consolato di Graziano e Merobaudo, nel 377 dopo Cristo, e l'estate stava per finire. E si sa che l'inverno a quelle latitudini può essere rigidissimo. I generali romani cominciavano a pensare che se i Goti fossero rimasti bloccati tra le montagne, ci avrebbero pensato il freddo e la fame a liquidarli. Al comando delle forze che bloccavano i passi dei Balcani c'era un generale nuovo, perché Valente, da Antiochia, e si può anche capirlo, non era per niente soddisfatto delle notizie che arrivavano dal fronte e aveva mandato un suo uomo di fiducia, Saturnino, con tutti i rinforzi disponibili. Saturnino arrivò agli accampamenti proprio nel momento in cui i Goti cominciavano a rendersi conto di essere in trappola. Per parecchi giorni, barbari attaccarono le palizzate, i terrapieni che sbarravano la strada con furia e, alla fine, con disperazione, ma non riuscirono mai a passare. E Saturnino cominciava a convincersi di averli in pugno. Dove era fallito l'attacco in campo aperto, la superiorità strategica e organizzativa dei Romani rischiava di avere successo e di mettere fine all'avventura incredibile di questa folla di Goti. Da più di un anno scorrazzavano liberamente nell'Impero.

Ai capi dei Goti non erano degli stupidi. Il passaggio per scendere verso sud e dilagare di nuovo nelle ricche pianure era bloccato, ma le comunicazioni col nord, con la pianura del Danubio, con le steppe erano aperte. I Goti mandarono a chiamare aiuti. Si rivolsero ad altre tribù di pastori e di guerrieri a cavallo, gli Alani, e perfino a qualche clan di Unni. Un po' di tempo prima, era stato proprio il terrore degli Unni che aveva scacciato i Goti dalla loro terra. Ma adesso la situazione era cambiata. I Goti avevano una testa di ponte in territorio romano e le prospettive di conquista e di saccheggio erano troppo belle per lasciarle cadere. E queste erano cose che anche i capi Unni, per quanto primitivi, potevano capire. Era appena cominciato l'autunno, l'inverno era ancora maledettamente lontano. E al comando di Saturnino cominciarono ad arrivare a delle notizie sempre più preoccupanti: che grosse bande di Alani e di Unni a cavallo stavano attraversando il Danubio e si dirigevano a sud.

Quando si seppe che altri barbari stavano attraversando in forze il confine per unirsi ai Goti, il comandante romano Saturnino prese una decisione fatale, anche se può ben darsi che fosse l'unica che gli restava. Adesso noi, che sappiamo com'è andata a finire, facciamo in fretta a criticarlo, ma dal suo punto di vista le possibilità non erano tante. Un conto era bloccare i valichi delle montagne e impedire il passaggio alla colonna dei Goti, che doveva essere lunga decine di chilometri con tutti i suoi carri e il suo bestiame, e che ovviamente si spostava con enorme lentezza, appesantita dal bottino e dagli schiavi, e che una volta individuata poteva essere bloccata facilmente. Bastava sbarrare qualche strada. Un altro conto era impedire il passaggio a bande di cavalieri mobilissimi, abituati alle scorrerie improvvise, che potevano passare per qualsiasi strada, scovare scorciatoie sconosciute e magari spuntare alle spalle degli accampamenti dei Romani, attaccarli di sorpresa e tagliarli la ritirata. Questo era il tipo di guerra, fra l'altro, a cui gli Unni erano specialisti, e i Romani lo sapevano. Era una prospettiva terrificante, e Saturnino decise che non poteva correre quel rischio. Era meglio radunare tutte le sue truppe, scendere dalle montagne, tanto più che l'inverno stava arrivando, anche per lui, portale l'esercito in salvo nelle città fortificate della pianura, ripensare con calma alla strategia migliore per risolvere il problema l'anno prossimo.

Il risultato, però, fu che appena si accorsero che i passi erano liberi, che il nemico aveva abbandonato le fortificazioni, i Goti passarono. Imboccarono anche loro nella pianura e, di nuovo, come l'anno prima, cominciarono le violenze, i saccheggi. Il racconto dei cronisti romani è addirittura monotono nel suo elenco di di atrocità. Tracia grande e i Goti la battevano in tutta sicurezza, insieme alle bande di Unni e di Alani che erano venute a raggiungerli. Le truppe romane, per poter passare l'inverno, avevano dovuto suddividersi tra le città dove c'erano i depositi di orzo, di vino, di lardo, che erano indispensabili per il loro mantenimento. I Goti erano fuori, accampati nei loro carri, ad affrontare l'inverno, ma tutto quello che c'era nelle campagne era da lì da prendere senza difesa. E così ricomincia, appunto, la stessa triste storia di fattorie e saccheggiate e bruciate, di donne violentate, di gente torturata, di ragazzi portati via come schiavi. E, come se non bastasse, la ritirata delle truppe romane e il loro rientro nel quartiere d'inverno non sembrano essere stati gestiti bene. Comunque, Saturnino, a dirla tutta, ha un po' anche lui l'aria di un incompetente. E forse ce n'erano troppi fra gli alti ufficiali e i burocrati dell'Impero d'Oriente.

Alcuni reparti si erano diretti a una città chiamata Tomi, sulla riva del Mar Nero, un buon posto per passare l'inverno, ma erano ancora accampati fuori città quando i barbari li attaccarono all'improvviso. Erano reparti scelti, alcuni dei migliori reggimenti di fanteria dell'Impero, fra cui uno famosissimo che era chiamato, anche se a noi può far ridere, "dei Cornuti" perché portavano delle corna sugli elmi. È un reggimento che era famoso fin dal tempo di Costantino e si era distinto alla battaglia di Ponte Milvio. E c'è un rilievo che raffigura uno di questi soldati con le corna sull'Arco di Costantino a Roma. E lì accampato c'era anche, almeno, uno dei reggimenti di cavalleria pesante della guardia imperiale, gli Scutari. Anzi, il comando della colonna era tenuto proprio dal comandante di questo reggimento, il tribuno Barzimer. E probabilmente era un armeno, un persiano, a giudicare dal nome. E noi sappiamo già che l'Impero Romano era un impero multietnico e il suo esercito lo era ancora di più.

Barzimer fu attaccato di sorpresa. Nessuno l'aveva avvertito che il nemico era così vicino. Fece appena in tempo a schierare i suoi uomini e riuscì a resistere a lungo, ma il nemico era enormemente più numeroso e alla fine lo spazzò via. Può anche darsi che non sia un caso se i Goti avevano sorpreso la colonna di Barzimer allo scoperto e l'avevano annientata, perché in realtà è chiaro che, almeno i loro capi, non erano barbari per niente. Erano principi abituati da sempre a negoziare con i Romani, probabilmente parlavano il latino, il greco. In più di un caso erano cristiani. E soprattutto, avevano un'idea abbastanza chiara di quello che volevano ottenere e delle strategie da seguire. Sapevano di essersi cacciati loro, e tutto il loro popolo, in una situazione assurda, piena di possibilità ma anche mortalmente pericolosa. E si muovevano con cautela, attenti a non fare passi falsi, però anche a sfruttare tutte le occasioni che si presentavano.

I capi gotici si erano resi conto benissimo che i Romani, una volta abbandonati i passi dei Balcani, si erano ritirati verso la pianura in fretta e abbastanza in disordine, che non avevano più nessuna intenzione di dare battaglia. Sapevano benissimo che per sopravvivere all'inverno il sistema romano prevedeva di distribuire le truppe a piccoli gruppi nelle città. E forse avevano anche capito che i generali che si trovavano di fronte non erano dei fulmini di guerra e che si sarebbero attenuti al regolamento. Perciò, i principi dei Goti decisero che, in quello scorcio d'autunno, prima che l'inverno rendesse impossibile spostarsi in fretta con un gran numero di cavalli, non si sarebbero accontentati di saccheggiare il paese e ammassare bottino, ma avrebbero cercato di sorprendere dei reparti romani isolati e annientarli separatamente.

Le cose per loro si stavano mettendo bene. Erano sbucati dalle gole dei Balcani, affamati, ridotti all'estremo, ma ora il saccheggio rendeva i guerrieri erano ben nutriti e, dice Ammiano Marcellino, con cibi più raffinati del solito, quelli che trovavano nelle cucine e nelle cantine delle ricche ville di campagna. Per di più, avevano molti cavalli, ora che gli Unni e gli Alani si erano uniti a loro. E dopo tutti i combattimenti che avevano sostenuto e vinto, sicuramente tutti i guerrieri avevano una cotta di maglia, un elmo e una spada tolti a un caduto romano. Stavano vincendo la guerra e avevano tutta l'intenzione di approfittare del loro vantaggio.

Qualcuno, o una spia, o forse più probabilmente un disertore, li avvertì che alcuni dei reggimenti dell'Occidente, quelli che il giovane Imperatore Graziano aveva mandato in soccorso dello zio, erano accampati ai piedi dei Balcani, presso una città chiamata Verroea. Erano reparti che erano arrivati in Tracia già da un pezzo, avevano combattuto, erano sopravvissuti alla battaglia dei Salici. Il loro comandante si chiamava Frigerido, da non confondere con il capo dei Goti, Fritigerno. Questo Frigerido, generale romano, quindi, era uno chiacchierato anche lui, a giudicare dal nome. Era chiaramente un figlio di immigrati germanici e qualcuno sospettava che avesse delle simpatie segrete per i Goti. Quello che è certo è che prima della battaglia dei Salici, gli era venuto un comodissimo attacco di gotta e così non aveva potuto partecipare alla battaglia. E anche su questo attacco di gotta, come si può immaginare, di pettegolezzi ne correvano parecchi nelle caserme romane, nei corridoi del palazzo.

Il distaccamento al comando di Frigerido, dunque, era isolato, già logorato dai combattimenti, comandato da un generale in apparenza abbastanza scadente. Sembrava la vittima ideale. E il consiglio dei capi decise che il grosso dei guerrieri si sarebbe diretto là per attaccare i Romani, annientarli come avevano annientato poco prima la colonna di Barzimer. E Frigerido, che comandava le truppe dell'esercito d'Occidente mandate in soccorso dell'Oriente, era sì un generale chiacchierato, uno che non aveva partecipato alla battaglia dei Salici perché si era fatto venire un attacco di gotta pochi giorni prima, ma in realtà il suo mestiere lo sapeva. Lo garantisce Ammiano Marcellino, e anche lui, ricordiamoci, era uno del mestiere. Nelle ultime righe della sua opera, che è scritta in un discreto latino, Ammiano Marcellino si scusa per non aver saputo fare di meglio e diceva: "Ho scritto come può fare un soldato in pensione e un greco". E che sia un militare si vede benissimo: è uno che non risparmia critiche ai colleghi quando gli sembra che non abbiano fatto bene il loro lavoro. E abbiamo già visto che gli incompetenti, la guerra contro i Goti, ne stava rivelando parecchio. Ma Frigerido, no. Frigerido, secondo Ammiano, era uno che il mestiere lo conosceva. E soprattutto, era uno capace di non sprecare le sue forze.

Dai suoi accampamenti ai piedi dei Balcani, mandava fuori ricognizioni a largo raggio e venne avvertito subito che il grosso dei Goti si era messo in movimento nella sua direzione per attaccarlo. Frigerido valutò la situazione e decise che non era il caso di restare lì ad aspettare l'attacco. Dietro di lui c'erano i valichi alpini che portavano al versante occidentale dei Balcani, quello che i Romani chiamavano Illirico e che per noi, poi, grosso modo, è l'ex Jugoslavia. Era territorio dell'Impero d'Occidente e il primo dovere di Frigerido era di difenderlo, di impedire che le bande dei barbari traboccassero anche nelle province occidentali. Perciò decise di levare il campo e di ripiegare per la valle del fiume che noi oggi chiamiamo Marizza, fino al passo di Succi, da cui si scende in Macedonia.

Le bande dei Goti lo incalzavano da vicino, insieme a loro c'erano bande di altri popoli che avevano passato da poco il Danubio, approfittando del collasso delle difese di frontiera, del ripiegamento delle guarnigioni romane, del panico che si era diffuso in tutta la provincia. Alcune di queste bande appartenevano a un popolo che non abbiamo ancora menzionato: gli Alani. Erano un popolo o una tribù di lingua gotica. E su di loro Ammiano Marcellino racconta una storia molto curiosa e vale la pena di raccontarla anche noi per provare a capire un po' più in profondità questo universo barbarico. "Ci risulta", dice Ammiano, "che questa etnia dei Taifali sia così infame e così immersa nella vergogna di una vita oscena che fra loro i ragazzi si accoppiano ai maschi con un patto di nefanda unione". Sto sempre citando la prosa un po' enfatica, quindi, di Ammiano Marcellino, "per consumare il fiore dell'età in so se relazioni solo quando uno è ormai adulto ed è riuscito a catturare da solo un cinghiale può uccidere un orso e liberato da questa infamia".

Ecco, al di là dell'indignazione dell'onesto Ammiano Marcellino, che qui sono un po' davvero come un militare in pensione, in realtà basta guardare a questo racconto con gli occhi dell'antropologo per riconoscere i rituali di una tribù guerriera dove l'iniziazione dei giovani prevede, come capitava spesso, un periodo di unione sessuale con i più anziani e dove la prova di coraggio o di forza fisica, uccidere l'orso da solo, segna il passaggio all'età adulta. È chiaro che i Romani, che di antropologia non ne facevano, erano poco attrezzati per apprezzare questo genere di cose. E ci accorgiamo anche con quanta facilità lo stereotipo dei barbari corrotti e immorali, una volta affermato, si radica e si diffonde. Ma è chiaro anche che queste tribù di guerrieri nomadi che venivano dalle steppe erano dei nemici tosti che, con le loro bande che scorrazzavano liberamente nei Balcani, l'Impero d'Oriente stava davvero sprofondando sempre di più in una crisi da cui non si sapeva bene come uscire.

Frigerido, dunque, e il suo esercito si stavano ritirando attraverso le montagne dei Balcani verso l'Illirico. Alcune bande di Goti e Taifali, per la maggior parte a cavallo, lo inseguivano, sicure di sé. Intanto, si spargevano per il paese, come al solito, a saccheggiare. Era una di quelle situazioni pericolose dove un errore si paga caro. Se la cavalleria dei barbari avesse sorpreso la colonna di Frigerido in un passaggio difficile, probabilmente l'avrebbe fatta a pezzi. A questo genere di partita a scacchi si gioca in due. E Frigerido, lo sappiamo già, era uno che ci sapeva fare. Mentre si ritirava lentamente verso il passo di Succi, i suoi esploratori lo tenevano informato dei movimenti dei barbari. E quando seppe che gran parte delle bande che lo seguivano si erano riunite e avanzavano su un'unica strada, Frigerido preparò un agguato.

Quando i barbari si trovarono di fronte, a distanza, la fanteria romana schierata a battaglia, si buttarono all'attacco, sicuri di aver intercettato la retroguardia della colonna. Ma i Romani erano in agguato nei boschi e sbucarono sui loro fianchi e li circondarono. Poi cominciò il massacro, che era anche una vendetta. E Ammiano Marcellino nota: "Avrebbe potuto anche ammazzarli tutti, così che non ne sarebbe venuto fuori nemmeno uno per annunciare agli altri quel che era successo". Ma dopo che i capi dei barbari vennero uccisi, i superstiti si buttarono in ginocchio a implorare pietà. Ora, noi sappiamo benissimo che i Romani, anche se l'Impero ormai era ufficialmente cristiano, non si consideravano minimamente tenuti a mostrare misericordia e non avevano nessuna difficoltà a massacrare prigionieri e anche civili. Ma sappiamo anche che da molto tempo l'amministrazione imperiale si era abituata a considerare la manodopera, anche barbarica, come una risorsa preziosa che bisognava risparmiare per quanto possibile. E si vede che questa idea era stata martellata anche nelle teste dei militari.

Così, Frigerido, dopo un po', fermò il massacro e accettò la resa dei barbari. Non sappiamo quanti fossero, ovviamente. Non era l'intero esercito goto, né erano soltanto le bande d'avanguardia che avevano inseguito i Romani in ritirata. Dovevano essere, però, almeno qualche centinaio e forse anche di più, in gran parte Taifali, tutti uomini adulti e robusti che avevano già ucciso l'orso in vita loro. Frigerido li fece legare e se li portò dietro nella ritirata attraverso le montagne. Arrivato dall'altra parte, li consegnò agli ufficiali che erano addetti allo smistamento degli immigrati e che furono felicissimi di trovarsi tra le mani tutti quei lavoratori dell'Impero d'Occidente. C'erano vaste zone spopolate dove mancavano le braccia per lavorare la terra. Ce n'erano in Gallia, per colpa soprattutto delle scorrerie dei barbari, ma ce n'erano anche in Italia, soprattutto nella pianura padana. Tutti i Goti e Taifali catturati da Frigerido vennero spediti e proprio in Italia e sistemati come coloni sulle terre demaniali della bassa padana, intorno a Modena, Reggio, a Parma, dove chissà se c'è ancora qualcuno che è alla lontana discende da loro.

E come dire, la cosa interessante è che è molto indicativo del bisogno di manodopera che attanagliava l'Impero, ma anche del senso di sicurezza che, nonostante tutto, i Romani continuavano ad avere nei confronti dei barbari. No, il fatto che anche nel pieno di una crisi così profonda come quella che stava mettendo a ferro e fuoco i Balcani, nel momento in cui si trovano tra le mani centinaia di prigionieri barbari, il governo non ha nessuna esitazione a trasferirli in Italia, a metterli a lavorare lì, nel cuore dell'Impero. Non c'era evidentemente nessun senso che questi barbari potessero ulteriormente ribellarsi. Può essere pericoloso. I Romani, nel profondo, erano ancora convinti che, comunque, alla lunga sarebbero stati loro a vincere.

Finalmente era venuto l'inverno e, nonostante la vittoria di Frigerido, l'anno nuovo, il 378, si apriva con prospettive abbastanza inquietanti per l'Impero. I barbari erano comunque sempre padroni delle ricche campagne della Tracia, che dal Danubio arrivavano fino ai sobborghi di Costantinopoli. Tutti i reparti dell'esercito romano presenti nella zona, compresi i rinforzi venuti dall'Occidente, si erano dovuti rinchiudere nelle città fortificate oppure si erano ritirati verso l'Illirico, come la colonna di Frigerido. In tutto il mondo romano si sapeva di questa ferita aperta che stava consumando le forze dell'Impero e che non si riusciva a cauterizzare.

Che cosa avrebbero fatto gli Imperatori? Valente, che stava per compiere 50 anni, era ancora ad Antiochia e la decisione più difficile toccava a lui, dopo che tutti i generali che aveva mandato per liquidare la ribellione erano stati sconfitti uno dopo l'altro. Suo nipote Graziano, l'Imperatore d'Occidente, era molto più giovane e molti pensavano che sarebbe toccato a lui prendere in mano la situazione e intervenire di persona col grosso dell'esercito d'Occidente, che fra l'altro, per tradizione, era più esperto e più combattivo di quello d'Oriente. Le voci correvano nelle città dell'Impero, nei mercati e nelle caserme, e lungo le frontiere, e arrivavano fino all'orecchio dei barbari oltre i confini.

C'era un soldato che serviva nella cavalleria della guardia e che proveniva da uno dei grandi popoli germanici stanziati oltre il Reno, gli Alamanni. E a un certo punto, questo soldato, soldato romano quindi, ma barbaro di origine, se ne tornò in licenza a casa sua, fuori dall'Impero, oltre il Reno, per certi affari di famiglia. E lì si mise a raccontare le notizie che correvano. Raccontò che in Oriente tutti i popoli che confinavano con l'Impero avevano congiurato per distruggerlo, che l'Imperatore Graziano stava per partire con tutto l'esercito per soccorrere suo zio Valente. Come non sappiamo se il cavalleggeri raccontava queste cose in buona fede, cioè con i vicini, con la sua conoscenza delle cose segrete, o se stava bellamente facendo la spia. Può anche darsi che fosse in buona fede, perché poi risulta che se ne tornò in caserma, per l'Imperatore lo fece punire perché comunque aveva parlato troppo.

Gli Alamanni ascoltavano queste notizie che l'Imperatore e gran parte dei soldati dall'Occidente stavano per trasferirsi in Oriente, e parecchi gruppi dei loro giovani pensarono che era l'occasione buona per lanciare delle scorrerie in territorio romano. Così Graziano, che effettivamente aveva radunato le sue truppe e si preparava a partire per i Balcani, fu costretto a cambiare i suoi piani. Da tutta la frontiera arrivava notizie di bande di guerrieri alamanni che stavano attraversando il Reno e venivano a saccheggiare, convinti di farcela impunemente. Graziano intraprese dunque una spedizione punitiva per insegnare agli Alamanni a stare al loro posto. Non poteva certo andare in Oriente e lasciarsi dietro alle sue province più importanti esposte a queste scorrerie.

Ecco, queste operazioni di polizia su grande scala che facevano i Romani in territorio barbarico, di solito finivano tutte allo stesso modo: con un bilancio trionfale di villaggi dati alle fiamme e civili massacrati, e di capi che accorrevano a supplicare la pace. Stavolta, però, gli Alamanni, quando capirono che Graziano stava per attaccarli, fecero una cosa che non avevano mai fatto prima: riuscirono a mettere d'accordo tutte le loro tribù e a radunare in uno stesso luogo un numero di guerrieri senza precedenti. E anche qui si vede come, per i barbari, comunque, l'abitudine ad avere l'Impero Romano come vicino e a dover affrontare comunque il pericolo che l'Impero Romano rappresentava per loro, e così vede il fatto che alla lunga i barbari si civilizzavano, si evolvevano, si abituavano a formare anche delle strutture politiche più complesse. E questa è una ragione importante, poi, del fatto che alla lunga l'Impero Romano ha fatto sempre più fatica a resistere.

In questo caso, però, la spedizione punitiva di Graziano oltre il Reno andò bene. Alla fine, gli Alamanni vennero sconfitti e costretti a chiedere la pace. Ma intanto erano passati parecchi mesi. La primavera del 378 era già trascorsa e l'esercito d'Occidente non si era ancora messo in marcia per passare i Balcani e andare in aiuto di Valente. Anche Valente, alla fine, si era mosso. Non poteva continuare a restare ad Antiochia mentre i barbari si spingevano a saccheggiare fin quasi ai sobborghi della sua capitale. Perciò, anche se probabilmente di malavoglia, Valente si decise a partire. Eco, in tutto l'enorme seguito della corte imperiale, attraverso l'Anatolia, ci mise più di un mese e alla fine raggiunse Costantinopoli. Però in città si fermò pochissimo. E c'è un motivo preciso per questo.

Valente aveva finanziato grandi lavori pubblici, stava facendo costruire un nuovo acquedotto, eppure non era popolare tra gli abitanti della capitale. Lo sapeva, né pativa anche un po', e non si fidava di loro. D'altra parte, quando era stato appena nominato Imperatore d'Oriente da suo fratello Valentiniano, proprio il generale che comandava la guarnigione di Costantinopoli si era ribellato e si era proclamato Imperatore, e la popolazione della capitale aveva appoggiato questo tentativo di usurpazione. Perciò Valente non amava Costantinopoli e ci restava il meno possibile. Appena arrivato, si accorse che il clima in città era pesante. La gente era spaventata per le notizie delle atrocità commesse dai Goti e di malumore contro un governo che non riusciva a chiudere la faccenda con successo. Ai giochi dell'Ippodromo, Valente fu fischiato e dopo un po' dalle proteste, dai fischi si passò agli incidenti di piazza. L'Imperatore decise che ne aveva abbastanza, lasciò la capitale e andò a chiudersi in una delle sue ville, la sontuosa residenza di campagna a una ventina di chilometri da Costantinopoli. E lì, finalmente libero di lavorare, cominciò a radunare tutte le truppe disponibili per andare a liquidare i Goti una volta per tutte.

I reparti, man mano che arrivavano dalle loro guarnigioni, erano rimessi in forze con un rancio speciale, ricevevano lo stipendio arretrato e poi si schieravano in piazza d'armi ad ascoltare i discorsi dell'Imperatore che li esortava a dimostrarsi degni della loro fama. Il morale, a quanto pare, era alto, forse più per il vitto speciale, per lo stipendio, che per i discorsi di Valente. Nel giro di qualche settimana, si radunarono lì tutti i reggimenti mobili ancora dislocati nelle province orientali e tutta la cavalleria della guardia imperiale che aveva accompagnato Valente fin da Antiochia. Quando ebbe radunato una forza sufficiente, l'Imperatore decise di muoversi. Ormai era piena estate. I Goti continuavano indisturbati a scorrazzare per la Tracia con i loro convogli di carri sempre più carichi di bottino e di prigionieri. La sconfitta che avevano subito da parte di Frigerido li aveva indeboliti, ma ora, con la bella stagione, c'erano sempre nuove bande che li raggiungevano attraversando il Danubio per prendere parte a quella manna, quel saccheggio indisturbato delle più ricche province romane. D'ora in poi, se non si faceva qualcosa, i barbari sarebbero diventati sempre più forti, mentre gli umori dell'opinione pubblica in tutto l'Impero diventavano sempre più contrari.

È chiaro che l'Imperatore non poteva più permettersi di aspettare. Suo nipote Graziano, che era poco più di un ragazzino, aveva chiuso la partita con gli Alamanni sul Reno e c'erano notizie precise che stava arrivando anche lui, risalendo il corso del Danubio col grosso dell'esercito d'Occidente. Si diceva anche che Graziano non stava bene di salute, che continuava a essere tormentato da attacchi di febbre e bande di cavalieri nemici attaccavano la sua avanguardia continuamente per rallentare la marcia. Ma non c'era dubbio che prima o poi, comunque, si sarebbe aperto la strada e sarebbe sbucato in Tracia. Insieme, i due Imperatori avrebbero chiuso i ribelli in una tenaglia e li avrebbero annientati. Era piena estate, l'estate torrida del 378. L'esercito di Valente si preparava a mettersi in marcia verso l'interno della Tracia infestata dai predoni Goti e intanto l'Imperatore e i suoi generali discutevano il piano di campagna. L'esperienza di un conflitto che durava ormai da due anni aveva insegnato che non bisognava dare battaglia se non in condizioni assolutamente favorevoli, quando si era sicuri del successo.

Uno dei nostri cronisti, il greco Euno, che abbiamo già incontrato in precedenza, descrive questa situazione in un modo che è molto tipico della mentalità antica, riducendo tutto a una questione di cultura. Se uno è stato educato bene e ha letto i libri giusti, avrà imparato dall'esperienza degli antichi che non bisogna mai affrontare direttamente un nemico ridotto alla disperazione, che non ha via d'uscita. È perciò è pronto a combattere fino alla morte. Per distruggere un nemico così, il modo più economico è di trascinare le cose in lungo, cercare di tagliargli i rifornimenti e, se ci si riesce, allora più numerosi sono i nemici e più faranno fatica a non morire di fame. Il loro stesso numero diventerà uno svantaggio. E Euno sembra sottintendere che Valente a queste cose non ci arrivava perché non aveva studiato abbastanza. E questo è quello che succede quando si mette sul trono imperiale uno che non ha fatto le scuole giuste. Però, a dire le cose come stanno, almeno all'inizio Valente sembra averlo capito che non era il caso di marciare a testa bassa contro il nemico, anche senza averlo letto nei libri. L'esperienza di quei due anni di guerra insegnava che si poteva guadagnare molto rischiando poco, se si organizzava quella che oggi chiameremmo una strategia di contro-guerriglia.

I Romani, in mancanza di una riflessione teorica e di un vocabolario adeguato, non la chiamavano in nessun modo, però la facevano in pratica. Si trattava di battere il paese con forze poco numerose, molto mobili, però precedute da un gran numero di esploratori, in modo da sapere sempre dove erano i nemici e, per quanto possibile, impedire a loro di individuare invece le forze romane. Una volta localizzato il nemico, magari non il grosso, ma dei gruppi ristretti isolati, bisognava organizzare rastrellamenti improvvisi e intrappolare e distruggere qualsiasi banda di nemici che fosse stata abbastanza in causa da incappare nella rete. Ci voleva uno specialista per organizzare operazioni di questo genere. E Valente ne aveva giusto uno sottomano: un generale che si chiamava Sebastiano.

Di questo Sebastiano parlano tutti. Ne parla Ammiano Marcellino, ne parla Euno. Sono tutte d'accordo che era forse il miglior generale romano dell'epoca. Infatti, all'inizio aveva fatto carriera in fretta, perché l'Impero aveva un grandissimo bisogno di soldati in gamba. E per quanto fosse un Impero corrotto, dove infinite considerazioni politiche e intrighi potevano rallentare o bloccare le carriere, però i soldati veramente in gamba, di solito, alla lunga venivano fuori. Sebastiano era uno che non aveva vizi e viveva per la guerra. Era sollecito del benessere dei suoi uomini, ma non se li arruffianava, dice Euno, e manteneva una rigida disciplina. E perciò, come succede in questi casi, era ammirato, ma non era amato. Non capiva la corruzione e non si era mai arricchito. E anche questo dava fastidio a molti. Gli eunuchi, che controllavano tutta la vita della corte imperiale e tenevano d'occhio le pratiche delle promozioni, lo detestavano. E siccome era povero, fu anche troppo facile sbarazzarsi di lui. Alla prima occasione, gli tolsero il comando e lo mandarono in pensione.

Ma allo scoppio della ribellione gotica, Sebastiano chiese di poter riprendere servizio e Valente, per una volta, non diede ascolto agli eunuchi e lo richiamò. Sebastiano fu incaricato di organizzare una forza mobile e cominciare le operazioni di disturbo contro i Goti per indebolirli a poco a poco, mentre i due eserciti imperiali, quello di Valente e quello di Graziano, si stavano ancora concentrando. Gli chiesero quanti uomini voleva per questo e Sebastiano disse che glie ne bastavano 2000, pur che potesse sceglierli lui. Valente fu piacevolmente sorpreso. Finora aveva avuto a che fare solo con generali che si lamentavano sempre di avere troppo pochi uomini e chiedevano rinforzi. Sebastiano spiegò che se le cose andavano come credeva lui, ben presto dagli altri reparti avrebbero fatto a gara per darsi volontari e venire a combattere sotto di lui, perché non è vero, come credevano gli eunuchi, che lui fosse indifferente alla ricchezza. Chi combatteva bene e obbediva agli ordini, con lui si arricchiva, ma col bottino preso al nemico, non con le bustarelle o saccheggiando i pollai dei contadini, come succedeva negli altri reparti. Ecco, di fronte a questa storia, naturalmente.

Si comincia a capire come mai Sebastiano era così poco amato dai colleghi. E a un certo punto avevano messo in pensione. Però si vede subito che le sue non erano solo lanteri e e che ci sapeva fare sul serio.

Tutte le informazioni disponibili al comando romano riferivano che i barbari avevano creato due grandi accampamenti permanenti, ciascuno con migliaia di carri. Uno molto a nord, presso il Danubio, e uno invece al di qua dei Balcani. Davvero, era proprio là dove l'anno prima era accampato l'esercito di Frigeri. Da lì si dominavano sia le strade che conducevano verso nord, sia quelle che portavano a ovest, verso l'intero d'Occidente. Era come se i barbari si stessero organizzando per trasformare il saccheggio della Tracia da un'attività improvvisata a una specie di industria permanente.

Quegli accampamenti stabili, collegati uno all'altro, erano come due posti tappa fortificati, imprendibili, che permettevano di avviare verso nord, verso il paese dei Goti, tino e gli schiavi. Da quei campi fortificati le bande dei razziatori uscivano regolarmente per battere la campagna con ordine, con metodo, un settore dopo l'altro, e poi tornavano carichi di bottino.

Una di queste colonne di razziatori si era spinta molto a sud, fino alla zona di Adrianopoli. Lì, però, i prigionieri avevano riferito che l'imperatore si stava avvicinando alla testa di un forte esercito. Era la prima informazione sicura che raggiungeva i Goti sul fatto che Valente si era mosso da Antiochia, era stato a Costantinopoli, aveva radunato le forze e adesso stava venendo a cercarli. E dunque questa colonna de' Goti torna indietro per mettersi al sicuro.

Appena possibile, negli accampamenti, Sebastiano mise insieme i suoi duemila uomini, scegliendone qualche centinaio da ciascuno dei migliori reggimenti e, con questa task force, come la chiameremmo oggi, partì a marce forzate all'inseguimento. I Goti avevano qualche giorno di vantaggio, ma la loro colonna era lenta, carica, come era, di bottino.

Quando gli uomini di Sebastiano, lanciati all'inseguimento, giunsero sotto le mura di Adrianopoli, avvenne un episodio che dà la misura del clima di panico ed isteria collettiva che si era creato. Gli abitanti rifiutarono di aprire le porte ai soldati, temendo chissà quale tradimento, e solo dopo aver parlamentato a lungo accettarono di far entrare in città. Sebastiano, però, lui da solo, lui potendo entrare in città a mangiare e dormire. I soldati dovettero restare a bivaccare fuori dalle mura.

Forse la pena di fermarsi a riflettere un po' su questo strano comportamento dei cittadini di Adrianopoli, che rifiutano di lasciare entrare nella loro città i soldati dell'esercito imperiale. Non era la prima volta che succedevano cose strane in quella città. Era lo stesso posto dove, nei primi giorni dell'insurrezione, lo abbiamo già raccontato qualche tempo fa, gli abitanti erano insorti, avevano aggredito un reparto di mercenari gotici dell'esercito imperiale, col bel risultato che quelli, invece di partire per la Mesopotamia, si erano uniti ai ribelli.

Ora, invece, dopo aver visto dagli spalti le bande dei razziatori barbari che battevano la loro campagna, i cittadini erano così atterriti che si rifiutarono di aprire le porte per far entrare le truppe regolari, che pure, almeno in teoria, erano lì per difenderli. Guarda, non è che gli abitanti di Adrianopoli fossero gente particolarmente incline a perdere la testa. Io credo che, piuttosto, questi due episodi ci danno la misura del caos, della destrutturazione sociale, se posso usare questi paroloni, provocata da quei due anni di guerra che, per certi aspetti, era quasi una guerra civile.

Da una parte c'erano i Goti, che non erano, ricordiamolo, invasori, ma immigrati e profughi che si erano ribellati per il modo vergognoso in cui erano stati trattati e che, nelle loro file, avevano chissà quanti disertori e pregiudicati e schiavi fuggitivi. Dall'altra parte c'erano i soldati dell'esercito imperiale, che erano anche loro, in gran parte, reclutati fra i barbari e gli immigrati e che si facevano regolarmente notare, bisogna dire anche questo, per la prepotenza e la brutalità nei confronti dei civili.

Fra gli uni e gli altri, si ha quasi l'impressione che la popolazione civile di una grande città dell'Impero, a momenti, non sapesse chi scegliere. In realtà, finivano per detestare di cuore sia gli uni sia gli altri.

Comunque, la notte passò e all'alba Sebastiano rimise in marcia i suoi uomini. Marciarono tutto il giorno e verso il crepuscolo i suoi esploratori vennero ad avvertirlo che i Goti si erano accampati per la notte poco lontano, lungo la Marica. Sebastiano si avvicinò silenziosamente all'accampamento nemico, fece scendere una parte dei suoi uomini lungo il letto del fiume, al riparo degli argini, e mandò sotto gli altri al coperto della boscaglia. Poi aspettò che fosse notte fonda e attaccò. Sorpresi nel sonno, i Goti vennero annientati. Stavolta non si fecero prigionieri e tutto l'enorme bottino che quella banda aveva accumulato in qualche settimana di scorrerie venne recuperato.

Ora, questo è l'unico episodio di questo genere raccontato in dettaglio da Ammiano Marcellino, ma in realtà tutto fa pensare che Sebastiano abbia condotto le sue operazioni di disturbo per parecchio tempo e con successo. Mentre gli eserciti dei due imperatori si radunavano e si mettevano in marcia, col progredire dell'estate, Frigiterno e gli altri capi gotici, che dirigevano le operazioni dai loro accampamenti fortificati, devono aver cominciato ad accorgersi che qualcosa stava andando storto.

Il paese non era più così sicuro per i Goti come era stato fino a quel momento. Qualche banda di giovani mandata a saccheggiare non tornava più, qualche accampamento isolato era attaccato di sorpresa e distrutto, e anche il flusso del bottino cominciava a diminuire. Chiaramente c'era qualcosa che non andava, anche se le spie e i disertori riferivano che, per il momento, l'esercito di Valente era ancora lontano.

Frigiterno decise di non correre rischi. Sospese tutte le razzie, richiamò tutte le bande e ordinò a tutti i capi che gli obbedivano di levare gli accampamenti per concentrarsi in un'unica forza. I Goti erano dispersi per tutta la Tracia. Levarono gli accampamenti e si mossero per radunarsi nel luogo indicato da Frigiterno. Era la città che i Romani chiamavano Cabile, sul fiume Tuccia, una zona centrale da dove, in caso di bisogno, era possibile sia arretrare al riparo delle montagne in quelle valli dei Balcani, dove già più di una volta i Goti si erano rifugiati, sia buttarsi a oriente verso il Mar Nero, sia ridiscendere verso sud per ricominciare i saccheggi e sfidare il nemico in battaglia.

Da Cabile, dove l'accampamento di carri cresceva sempre più via via che lo raggiungevano le bande più disperse, c'era meno di un centinaio di chilometri, scendendo verso sud, lungo il corso del fiume Tuccia, per arrivare ad Adrianopoli.

Nel frattempo, anche Valente si era mosso. I corrieri che arrivavano da Occidente confermavano che suo nipote Graziano aveva stroncato la minaccia barbarica sul Reno e ora si stava avvicinando col suo esercito. I rapporti di Sebastiano, poi, riferivano di continui successi, di bande intercettate, distrutte, di bottino recuperato. Può darsi, e Ammiano Marcellino lo nota malignamente, può darsi che a quel generale abbia fatto piacere esagerare un po' i suoi successi. Insomma, comunque successi c'erano.

Valente, come tutti intorno a lui, aveva la sensazione che la fase finale della campagna era arrivata e che era il momento per lui, l'Augusto, di far sentire la sua presenza, chiudere la partita e raccogliere gli allori. Graziano, che era appena un ragazzino, aveva già vinto una guerra. Non si poteva certo lasciare vincere un'altra e non si poteva neanche lasciare che tutta la gloria di aver sconfitto i Goti se la prendesse un uomo utile ma antipatico come Sebastiano.

Perciò Valente partì dalla sua villa suburbana nei sobborghi di Costantinopoli, insieme a tutto l'esercito che in quelle ultime settimane si era raccolto lì, e marcia verso l'interno della Tracia, deciso ad attaccare il grosso delle forze nemiche e annientarle in un colpo solo.

Da quanti uomini era formato l'esercito di Valente? Diciamo subito che è impossibile stabilirlo con certezza. Gli storici hanno provato e normalmente i loro calcoli arrivano a cifre anche molto divergenti. I più probabili si aggirano intorno ai 20, al massimo 25.000 uomini. A noi possono sembrare pochi. Pensare che la sorte dell'Impero potesse dipendere da un esercito di 25.000 uomini è sconcertante, anche perché siamo abituati, fin dai banchi di scuola, a leggere negli storici latini delle cifre enormi per gli effettivi degli eserciti.

Il fatto è che quelle cifre che si trovano in Tito Livio sono largamente immaginarie e la realtà era molto più modesta. Per mettere insieme 20.000 uomini, dopo le perdite che i Goti avevano già inflitto in quasi due anni di guerra, Valente aveva dovuto raschiare il fondo della pentola. Aveva lasciato sulle frontiere soltanto le truppe meno mobili e meno addestrate di fronte ai Persiani, per forza aveva dovuto lasciare una forza di dissuasione abbastanza consistente. Ma tolto questo, l'imperatore aveva con sé praticamente tutti i reparti di linea ancora disponibili in Oriente e tutte le scuole, i reggimenti di cavalleria della guardia imperiale.

Per l'epoca era un esercito abbastanza forte, non enorme, ma comunque più che rispettabile. Ammiano Marcellino la definisce senz'altro un esercito numeroso ed erano in gran parte veterani, truppe ben pagate e dallo spirito di corpo alto. Sarebbero bastate senz'altro per farla finita con quelle bande di pezzenti che da un po' di tempo mettevano a ferro e fuoco la Tracia.

I movimenti dei Goti e quelli dell'esercito di Valente nei primi giorni di agosto non sono facili da ricostruire. Adrianopoli era la prima grande città che l'imperatore trovava sulla sua strada dopo essere partito dai dintorni di Costantinopoli. I barbari, però, non si erano più spinti fin lì dopo l'ultima vittoria di Sebastiano e, quando fu giunto ad Adrianopoli, Valente decise di andare ancora avanti, cercando di prendere contatto col nemico. Ma anche i Goti si erano mossi ed erano venuti giù, come se Frigiterno fosse stato informato che l'imperatore in persona gli stava dando la caccia e avesse deciso di affrontarlo. E non ci sarebbe proprio niente da stupirsi, conoscendo l'etica guerriera dei Goti e anche la lucidità strategica che Frigiterno aveva dimostrato fino a quel momento.

In realtà, fra i due eserciti, quello che si muoveva più alla cieca sembra che fossero proprio i Romani e non i barbari. Eppure Valente aveva un bel po' di cavalleria, ma non si direbbe che questa cavalleria gli fornisse un servizio di ricognizione efficiente. È vero che, in gran parte, la cavalleria romana e la cavalleria pesante erano quei cavalieri catafratti, oxley banari, come li chiamavano loro, cavalieri che combattevano chiusi in armature impenetrabili e non si potevano certo usare per l'esplorazione.

Insomma, l'esercito di Valente era già andato abbastanza avanti nella sua marcia verso le montagne e tutti pensavano che il nemico fosse ancora accampato laggiù, alle pendici dei Balcani, quando invece qualche pattuglia di esploratori finalmente venne a riferire che i Goti erano stati scoperti molto più vicini del previsto. Stavano discendendo la valle del fiume Tuccia e rischiavano di sbucare su Adrianopoli alle spalle dei Romani.

E anche qui, impossibile non riconoscere l'abilità strategica di Frigiterno, che, per quanto sia un capo barbaro, in realtà gestisce tutta questa campagna con la chiarezza di visione e la lucidità di un generale vero. Frigiterno, evidentemente, pensava di sbarrare la strada di Costantinopoli, bloccare i rifornimenti a Valente, tagliargli la ritirata e costringerlo a combattere su un terreno sfavorevole.

Anche l'imperatore, però, cominciava a imparare e reagì in fretta. I Goti stavano attraversando una zona montagnosa dove si muovevano molto lentamente. Si poteva ancora riuscire a sbarrargli il passo prima che potessero completare la manovra di aggiramento. Valente mandò delle truppe adatte, veloci: cavalleria e arcieri, a occupare i valichi da cui i Goti avrebbero potuto sbloccare. I barbari, da parte loro, si muovevano comunque con prudenza. Non volevano rischiare di essere attaccati di sorpresa in montagna, perciò non cercarono di forzare i passi, ma fecero un giro ancora più largo. L'idea era ancora sempre quella di sbucare in pianura e tagliare la strada di Costantinopoli. Ma ormai i Romani avevano individuato la loro posizione e la sorpresa era fallita.

In base ai rapporti che lo raggiungevano sotto la sua tenda, Valente non era ancora in grado di stabilire la forza esatta del nemico. In altre parole, non sapeva se aveva a che fare col grosso o con una forza distaccata che avrebbe potuto essere sopraffatta facilmente. Forse, alla fine, arrivò un rapporto più preciso degli altri, o che almeno sembrava più preciso. Una pattuglia di esploratori aveva osservato a lungo il nemico in marcia, che, secondo loro, non c'erano più di 10.000 uomini. Valente ne aveva di più, forse il doppio.

Immediatamente diede ordine di tornare indietro ad Adrianopoli per attaccare i Goti appena fossero scesi nella pianura. L'esercito di Valente raggiunse i sobborghi di Adrianopoli e si accampò, costruendo un accampamento fortificato con fossato e palizzata. Beh, si sa che i Romani facevano sempre così quando si accampavano in presenza del nemico e se n'erano sempre trovati bene. Nessun comandante avrebbe trascurato la precauzione così elementare come quella di fortificare l'accampamento.

Ma in realtà Valente era molto tranquillo. La forza nemica che stava avanzando verso di lui, sempre seguita a distanza e tenuta sotto controllo dai suoi esploratori, era più debole della sua e, per di più, entro qualche giorno si poteva sperare che sbucasse dalla valle dell'Amarezza anche la avanguardia dell'esercito di Graziano. E, in effetti, quasi subito arrivò lì da Valente uno dei generali di Graziano. Questo generale era quello stesso Ricimero, il comandante della guardia imperiale d'Occidente, che aveva comandato le forze romane riunite alla battaglia dei Salici.

E come riportava una lettera del suo imperatore, in cui garantiva che sarebbe arrivato fra poco e consigliava lo zio di non correre rischi finché non fosse arrivato lui. Come si può immaginare, questa lettera del nipote ragazzino non era proprio fatta per mettere di buonumore Valente. Radunò il suo consiglio di guerra e chiese ai generali che cosa bisognava fare. Molti dissero che aveva ragione Graziano: era stupido correre dei rischi da soli quando fra pochi giorni avrebbero potuto riunire insieme i due eserciti. Questo perfetto della prudenza era capeggiato dal comandante della cavalleria, Vittore.

E questo Vittore, un altro personaggio che vale la pena di conoscere più da vicino, era anche lui un figlio di immigrati, tanto per cambiare, un Sàrmata per l'esattezza. Dunque, era un membro di quei popoli delle steppe che erano conosciuti per la loro irruenza, proprio come i Goti. Però Vittore, di Ammiano Marcellino, non aveva proprio nessuna caratteristica etnica. Sebbene fosse Sàrmata, era temporeggiatore e prudente. Insomma, era un altro di quei militari di carriera che erano diventati Romani fino in fondo, anche se magari, in sé, nei fatti fisici e nell'accento, conservavano qualcosa di straniero.

E del resto, noi di Vittore sappiamo anche altro. Per esempio, sappiamo che era un cattolico impegnato, perfino zelante, che teneva corrispondenza con un padre della Chiesa greca come San Basilio, San Gregorio. Può darsi che proprio in quanto cattolico, l'imperatore, che era ariano, non gli volesse troppo bene, ma sapeva che era un uomo prezioso e non aveva nessuna intenzione di privarsene. Comunque, Vittore consigliava la prudenza e molti altri dei generali romani erano d'accordo con lui.

Ma Sebastiano, l'uomo che aveva tenuto testa ai Goti praticamente da solo con pochi uomini nei mesi precedenti, l'unico che avesse colto delle vittorie contro di loro, Sebastiano, con tutto il prestigio e l'entusiasmo delle sue vittorie recenti, si schierò dalla parte opposta e disse che, secondo lui, bisognava attaccare. I generali più cortigiani, quelli che erano abituati a indovinare la volontà del padrone prima di pronunciarsi, videro subito che anche Valente aveva voglia di attaccare. La sua posizione politica a Costantinopoli, in quel momento, era molto debole. L'opinione pubblica non lo stava apprezzando per niente. Lui era il comandante in capo, aveva bisogno di una vittoria e non voleva dividerla con Graziano.

Così, un po' per l'entusiasmo di Sebastiano, un po' per lo spirito cortigiano che prevaleva nella maggior parte dei generali, alla fine il consiglio di guerra decise di attaccare. Era l'8 agosto. Nell'accampamento di Valente, appena fuori Adrianopoli, si era già sparsa la voce che l'indomani l'esercito sarebbe uscito per cercare i barbari e distruggerli. Mentre i soldati lavoravano a lucidare le armi e accudire i cavalli, arrivò fuori dall'accampamento un gruppo di Goti mandati dal loro capo, Frigiterno, a parlamentare.

Quello che guidava questa ambasceria era un prete, un prete goto, evidentemente, e quindi ariano come l'imperatore. Portava una lettera del capo supremo di tutti i Goti, in cui chiedeva di negoziare. Questo momento straordinario, anche se non è facile da interpretare. I Goti, lo sappiamo, in parte erano già cristiani, ma non erano tutti cristiani, anzi, forse neanche la maggioranza. L'Impero Romano, ufficialmente, era cristiano, ma in realtà c'erano ancora moltissimi pagani e, soprattutto fra gli intellettuali, una certa ostilità verso il cristianesimo era ancora visibile, anche se non conveniva più ostentarla troppo.

Questi selvaggi che pretendevano di essersi convertiti al cristianesimo, che avevano i loro preti e i loro vescovi barbari, facevano particolarmente rabbia agli intellettuali pagani, che non perdono occasione per metterlo in ridicolo. Ammiano Marcellino, dire il vero, non è che insista troppo, però, comunque, trova modo di usare una terminologia, come dire, abbastanza diffidente. Dice che l'inviato dei Goti era un prete, come lo chiamano loro, del rito dei cristiani. L'altro nostro testimone, invece, è Apione, che è un altro portavoce robusto della mentalità pagana. Non resiste proprio di fronte a questi Goti convertiti al cristianesimo e perde la pazienza e dice: "Ecco qua, tutte queste tribù barbare sono travasate nell'Impero e in realtà si sono portate dietro tutti gli idoli dei loro dei e si sono portati i sacerdoti e le sacerdotesse del culto pagano e continuano a celebrare i loro riti ancestrali". E si sa che i Romani erano molto diffidenti verso i riti dei Germani, che di solito prevedevano sacrifici umani. Però, dice Apione, su tutto questo, cioè sul fatto che nel profondo sono rimasti pagani, su tutto questo mantengono un profondo e impenetrabile silenzio e non dicono una parola sui loro misteri. E invece, per ingannare meglio i Romani, fanno finta di essere tutti cristiani. Ma è tutto un trucco, dice Apione. Prendono qualcuno dei loro e lo travestono da vescovo e lo mandano avanti con tutti i paramenti per ingannarci. Sono pronti a giurare sulla Bibbia e sulle reliquie, giuramenti che gli imperatori ingenui prendono sul serio. E invece, per i barbari, è tutta una burletta. Hanno perfino, dice Apione, qualcuno di quella tribù che chiamano i monaci. Sono travestiti per imitare i monaci dei cristiani. E del resto, cosa ci vuole? Basta una tunica logora, un mantello grigio, andare in giro con un'aria pia e il trucco è fatto.

Eppure, e questo è proprio quello che fa uscire dai gangheri Apione, tutti ci credono e i cristiani sono pronti ad abbracciarli come fratelli. Perfino gente che, che sembrerebbe sensata, crede davvero che i barbari siano diventati cristiani e che i riti per loro abbiano un valore. Ecco, questa versione di Apione, su cui ci siamo soffermati a lungo, ovviamente non è da prendere alla lettera. Di sicuro, la conversione dei Goti al cristianesimo non era una burletta. Questa è solo l'interpretazione di uno scrittore pagano che con i cristiani ha il dente avvelenato. È, però, comunque affascinante vedere che quando i capi gotici decidono di mandare qualcuno da Valente per trattare, mandano avanti un prete, come se, in ogni caso, questa comunanza di fede religiosa fra molti dei loro e l'imperatore fosse una cosa importante, una base importante su cui costruire un dialogo.

Valente fece entrare nell'accampamento gli inviati dei Goti e li ricevette. Oltre al prete, gli altri era un agente qualunque, non guerriero di rango. E questa, certamente, da parte dei Goti, era una maleducazione. Ma dopotutto, erano dei barbari e non ci si poteva aspettare niente di più. Il prete presentò a Valente una lettera di Frigiterno. È probabile che fosse in latino o in greco, perché fra i Goti c'era sicuramente molta gente che parlava le lingue dell'Impero. E se invece era in gotico, allora sarà stata scritta con quell'alfabeto che Ulfila aveva inventato per tradurre la Bibbia, e il prete si sarà incaricato di tradurla in modo che l'imperatore e i suoi ministri potessero comprenderla.

Di questo prete gotico non sappiamo niente, nemmeno il nome, ma in realtà è chiaro che era un personaggio di una certa importanza, un confidente di Frigiterno, perché oltre alla lettera aveva anche un messaggio segreto del capo gotico da consegnare in privato all'imperatore.

Nella lettera pubblica, Frigiterno ricordava che se lui e la sua gente si trovavano in territorio romano, era perché erano profughi, era la guerra che li aveva scacciati dalle loro paese e costretti a chiedere asilo. E quando Valente gli aveva dato il permesso di attraversare il Danubio e cercare rifugio nell'Impero, perché era lui che glielo aveva dato, gli aveva anche promesso terra e bestiame, case. Ora chiedevano solo che la promessa fosse mantenuta. Erano disposti a vivere in pace, a sistemarsi proprio lì in Tracia ed essere fedeli sudditi dell'imperatore. Fin qui la lettera ufficiale, che doveva essere stata concordata fra tutti i capi gotici.

Ma nella lettera segreta, che venne consegnata in privato nelle mani di Valente, Frigiterno spiegava che lui aveva sempre voluto fare la pace, ma gli altri capi e i guerrieri non ne volevano più sapere. Si erano montati la testa dopo le loro vittorie, dopo l'enorme bottino che avevano raccolto. Però, continuava la lettera segreta di Frigiterno, appena l'imperatore verrà col suo esercito e i miei si renderanno conto che l'Augusto in persona è davanti a loro con tutta la potenza di Roma, allora si calmeranno sicuramente e potremo negoziare un accordo vantaggioso per tutti.

Impossibile oggi decidere se l'offerta di Frigiterno era sincera. Certamente, un capo più o meno romanizzato aveva ottime possibilità di carriera anche al servizio dell'Impero. Ne abbiamo già visto così tanti esempi e quindi, in sé, non c'è niente di incredibile nella sua offerta. Cosa più probabile, forse, è che Frigiterno volesse tenersi aperte tutte le possibilità, aspettava di vedere come si sarebbero messe le cose. Certo, da un punto di vista puramente militare, era nei guai. Il tentativo di aggirare l'esercito di Valente e di prendere posizione fra lui e la capitale ormai era fallito. Ormai non restava che accettare battaglia in campo aperto. Questo voleva dire giocarsi il tutto per tutto, oppure negoziare. E può ben darsi che Frigiterno stesso abbia fatto molta fatica a decidersi per un'alternativa, per l'altra.

Alla fine, comunque, anche Valente deve aver pensato che queste lettere di Frigiterno non fossero poi così strane. E così, rimandando via gli ambasciatori, disse che non c'era nessun margine per una trattativa e che il giorno dopo sarebbe uscito dall'accampamento per affrontare il nemico e vedere quello che sarebbe successo. In ogni caso, se Frigiterno non mentiva, sarebbe comunque stata necessaria una dimostrazione di forza per costringere i barbari a trattare. E quando l'esercito romano fosse stato schierato davanti al loro accampamento, allora i Goti, se volevano, avevano ancora tempo di arrendersi e di rimettersi alla misericordia dell'imperatore.

All'alba del 9 agosto, l'esercito di Valente uscì dall'accampamento e si mise in marcia per raggiungere i Goti. Il tesoro, che accompagnava sempre la persona dell'imperatore, e tutte le insegne della dignità imperiale vennero messe al sicuro dentro le mura di Adrianopoli, sotto la custodia dei ministri civili che avevano accompagnato l'imperatore. I bagagli e le salmerie dell'esercito, i carri di viveri e gli animali da soma rimasero nell'accampamento, presso le mura della città. E in diversi reparti, naturalmente, che furono lasciati di guardia.

Il terreno fuori Adrianopoli è collinoso, non è facile da attraversare per una colonna in marcia, anche perché non c'era una vera strada, ma solo una pista di terra battuta. L'unica grande strada romana lì era la Via Egnatia, che partiva da Costantinopoli, attraversava Adrianopoli e poi proseguiva verso l'Impero d'Occidente. Invece Valente, per raggiungere i Goti, doveva marciare verso nord col suo esercito. Era un'estate torrida, il terreno era arido, secco, e le truppe, marciando, sollevavano un'immensa nuvola di polvere. C'era da attraversare diversi piccoli corsi d'acqua, ma erano tutti asciutti, e anche l'erba dei prati era secca, gialla.

La marcia durò tutta la mattina. Era quasi l'una o le due del pomeriggio per noi, quando finalmente si arrivò in vista della zona dove i Goti si erano accampati. Naturalmente, i generali romani sapevano bene che i Goti erano lì. Gli esploratori a cavallo non li avevano persi d'occhio. Erano trincerati, come al solito, dentro l'anello immenso dei loro carri, tanto che fuori non si vedeva anima viva. Anche i Goti sapevano che il nemico stava arrivando, per la nuvola di polvere che sollevava.

Quando la avanguardia romana comparve davvero all'orizzonte, da quei carri che erano pieni di guerrieri nascosti, si levò un coro di urla, di vanterie e di insulti. Il luogo esatto in cui erano accampati i Goti, e il luogo in cui fu combattuta la battaglia di Adrianopoli, non è mai stato identificato con certezza. Però ci sono delle ipotesi attendibili. Ammiano Marcellino ci parla di una certa distanza dalla città e, calcolando sulla carta, si trova un minuscolo villaggio turco chiamato Morali, perché qui siamo nella Turchia europea, quasi al confine con la Bulgaria. La distanza, dunque, è quella giusta, e questo villaggio è annidato tra le colline, c'è dell'acqua, una sorgente, e dunque una posizione adatta per un accampamento, ed è una posizione che può essere difesa piazzando la barricata dei carri sulle alture tutt'intorno.

Quanti uomini aveva Frigiterno lì dentro? Ancora una volta, è tanto per cambiare, anche questo è difficile dirlo. A me piacerebbe poter fare delle affermazioni più sicure e dare delle informazioni più solide. In realtà, dobbiamo indovinare quasi tutto. Gli esploratori ne avevano contati 10.000. Di solito si pensa che si fossero sbagliati, ma forse non di molto. E Valente, dunque, ne aveva di più. Ma il fatto più importante è che l'accampamento, in realtà, non ospitava l'intera forza di Frigiterno, perché gran parte della cavalleria, con le bande di Alani e di Unni, nei giorni precedenti era stata mandata a foraggiare altrove, e la ricognizione romana non se n'era accorta.

Comunque, finché i barbari rimanevano chiusi nel loro cerchio di carri, era impossibile contarli, e Valente non aveva nessun motivo di cambiare idea. Lentamente, con metodo, secondo una precisa sequenza di comandi, la fanteria romana cominciò a schierarsi in ordine di battaglia in vista dell'anello di carri, mentre la cavalleria si allargava rapidamente sui fianchi e si spingeva avanti, come per testare e magari circondare la posizione nemica.

Come era composto esattamente l'esercito di Valente? Anche questa è una domanda a cui non potremo mai rispondere, perché l'unico documento che elenca tutti i reggimenti dell'Impero Romano d'Oriente e di quello d'Occidente, un documento prezioso, famosissimo, che si chiama la Notitia Dignitatum, è stato redatto dopo Adrianopoli, e molti reggimenti che vennero distrutti lì probabilmente non sono elencati.

Facendo dei calcoli e dei confronti fra i reparti dislocati a Occidente e quelli dislocati a Oriente, si è proposto che qualcosa come da 12 a 16 reggimenti siano stati distrutti ad Adrianopoli e non più ricostituiti in seguito. E che, tanto mi accorgo che sto usando questo termine "reggimenti", che magari non è così familiare a chi si occupa di cose romane antiche, in genere si parla di legioni. Come mai non lo sto facendo e uso invece questo termine che sembra moderno, "reggimenti"? Il fatto è che la composizione dell'esercito romano era molto cambiata rispetto all'epoca classica. C'erano ancora le legioni, o almeno dei reparti che si chiamavano così, ma la stragrande maggioranza delle legioni antiche, con i loro nomi gloriosi che risalivano a Cesare Augusto, la Ferrata, la Vittoriosa, la Fulminante, erano disperse in piccoli distaccamenti lungo le migliaia di chilometri delle frontiere dell'Impero.

Gli eserciti mobili, quelli che gli imperatori tenevano sotto il loro controllo diretto per contrattaccare ogni volta che una minaccia si manifestava da qualche parte, questi eserciti mobili erano formati da altri due tipi di unità. Uno si chiamava ancora legione, a dire il vero, ma non aveva più molto a che fare con le legioni classiche. Quelle, le legioni di Cesare, erano falangi enormi di 5 o 6.000 uomini l'una, per cui ne bastavano tre o quattro per fare un grande esercito. Invece, le legioni del tardo Impero erano reparti piccoli, forse mille uomini sulla carta, e nella realtà, come succede sempre, anche meno, l'equivalente di un battaglione moderno. E oltre alle legioni, c'erano quelli che i Romani chiamavano gli Ausiliari, gli Auxilia, che in origine erano reparti di seconda categoria, reclutati fra le popolazioni barbariche sottomesse, ma che ora non erano più di seconda categoria per niente. Anzi, proprio i reparti reclutati fra i barbari erano considerati spesso i più affidabili, i più combattivi.

Tutti questi reparti, legioni e ausiliari, avevano dei nomi fantasiosi che si riferivano alle armi che usavano, oppure alle tribù in cui erano stati reclutati, o all'imperatore che li aveva istituiti per primo. Noi conosciamo i nomi di due legioni che erano con Valente ad Adrianopoli, che si chiamavano i Lancieri e i Macchinari. Che conosciamo anche i nomi di qualcuno degli ausiliari. C'erano i Batavi, per esempio, aiutati fra una tribù di Germani che si chiamavano così e che vivevano nel delta del Reno. C'era un reggimento che si chiamava i Sagittari Gallicani, che poi vuol dire semplicemente arcieri reclutati in Gallia. Ecco, in tutto si può calcolare che questi reparti, questi reggimenti di fanteria nell'esercito di Valente saranno stati forse una ventina.

E poi c'era la cavalleria, e quella da molto tempo i Romani avevano cercato di rafforzarla, perché una volta era la parte più debole del loro esercito. C'erano i reggimenti di cavalleria della guardia, che ho già menzionato più di una volta, le Scholae, come le chiamavano i Romani. C'era la cavalleria di linea, e con tutta una gerarchia di precedenze onorifiche fra un reggimento e l'altro. Insomma, era un esercito molto diverso da quello di Giulio Cesare, anche perché la fanteria, in gran parte, non era più armata col gladio, con la lancia, e combatteva in formazione serrata, più simile alla falange antica dei Macedoni. E c'era un nucleo di cavalleria d'assalto pesantemente corazzata, che era già simile nell'aspetto alla cavalleria medievale, tranne per un particolare decisivo: che i Romani non conoscevano la staffa e quindi la loro cavalleria pesante, per forza di cose, era molto meno efficiente in combattimento. E c'erano molti arcieri, molti di più che in passato, a piedi e anche arcieri a cavallo, come li usavano i popoli d'Oriente.

Insomma, l'esercito romano era cambiato nel tempo perché doveva far fronte a nemici sempre diversi, ma la disciplina era sempre quella, le sue tradizioni erano ancora quelle antiche e lo spirito di corpo era alto. In quel primo pomeriggio del 9 agosto, sotto un sole ancora quasi a picco, i reparti romani erano ammassati in ordine perfetto intorno ai loro stendardi a forma di dragone, e alle urla di sfida dei barbari rispondevano con il muggito profondo del baritus, il grido di guerra che avevano imparato proprio dai Germani, e battendo ritmicamente le lance contro gli scudi con un fragore tetro e minaccioso che si spandeva per tutta la pianura.

All'ala destra romana, la cavalleria si stava dispiegando rapidamente e aveva già raggiunto la linea delle alture su cui erano ammassati i carri dei barbari. All'ala sinistra, la cavalleria era in ritardo a prendere posizione, ma stava recuperando in fretta. La fanteria era ammassata al centro, forse venti reparti, ciascuno con 5, 6, 700 uomini. I soldati di ogni reggimento avevano sullo scudo rotondo un'insegna che li distingueva. Quello dei Lancieri, per esempio, era un sole d'oro in campo rosso. Molti reparti, l'abbiamo detto, erano di arcieri, e appena furono arrivati a tiro della barricata di carri, cominciarono a tirare per spaventare il nemico, forse più che per fare danni davvero.

E il nemico, infatti, si spaventò. Dai carri usciranno dei parlamentari, ancora una volta, e subito furono condotti alla presenza dell'imperatore. Ammiano Marcellino, in realtà, è convinto che tutti questi negoziati proposti dai barbari erano soltanto un tranello per guadagnare tempo. Frigiterno aspettava che ritornasse la cavalleria che era andata a battere la campagna nei giorni precedenti in cerca di viveri e che non doveva essere molto lontana. Sicuramente, vedendo le nuvole di polvere, i comandanti della cavalleria avevano indovinato l'avanzata dell'esercito romano e sarebbero tornati indietro. Secondo Ammiano, insomma, i Goti volevano soltanto perdere tempo e fecero in modo apposta di prolungare i negoziati. Frigiterno conosceva bene la pignoleria dei Romani nelle questioni procedurali, la loro attenzione al protocollo, e perciò mandò un'ambasceria composta da guerrieri comuni, senza nessun capo.

E Valente si offese e disse che era anche disposto a trattare e offrire condizioni di pace, ma aveva bisogno di trattare con i capi, altrimenti chi poteva garantirgli il rispetto degli accordi? Mentre si discuteva, il sole accennava appena a calare. Faceva caldo a quelle latitudini d'estate, la temperatura oggi raggiunge anche i 40 gradi, e i soldati romani avevano poco da bere, poco da mangiare. Dopo il rancio del mattino, non era più stato distribuito nulla, e anche i cavalli cominciavano a soffrire la sete. Qua e là, nella pianura, l'erba secca cominciò a bruciare e il vento spingeva il fumo acre verso i Romani. Secondo Ammiano, i Goti avevano preparato fin da prima legna e combustibili per appiccare questi incendi.

Finalmente, gli inviati dei Goti accettarono di tornare da Frigiterno per spiegargli che l'imperatore era disposto a negoziare, ma voleva che i colloqui avvenissero fra capi. A dire la verità, non è chiaro perché Valente si sia lasciato convincere a trattare, visto che era partito da Adrianopoli così deciso a farla finita con i barbari. Può darsi che la vista dell'immenso ammasso di carri lo abbia convinto che il nemico era più forte di quello che gli avevano detto. O forse era semplicemente il vecchio riflesso condizionato di tutti i governanti romani in quell'epoca, in cui l'Impero aveva un disperato bisogno di braccia. Lì, in quei carri, c'era una manodopera preziosa: uomini validi che potevano essere arruolati subito nell'esercito, oppure mandati a coltivare i latifondi dello Stato, come era avvenuto pochi mesi prima con i prigionieri Tàifali, deportati in Italia, nella pianura padana. Ammazzarli tutti, ora che erano praticamente nelle sue mani, sarebbe stato uno spreco.

Frigiterno fu informato che Valente era disposto a trattare, ma solo con i capi, e fece rispondere che andava bene, anche lui era disposto a venire a discutere di persona, però voleva che un romano di alto rango venisse in ostaggio in mezzo ai Goti per essere sicuro che nessuno gli avrebbe fatto un brutto scherzo. Se ci ricordiamo che Frigiterno era già sfuggito una volta per miracolo al famoso banchetto a cui l'aveva invitato Lupicino e in cui i Romani avevano cercato di fargli la pelle, la sua preoccupazione non sembra mica tanto irragionevole. E comunque, non basta per essere sicuri che stesse già meditando un tradimento. Tant'è vero che Valente e i suoi consiglieri, quando un guerriero goto tornò indietro, sempre facendo la spola fra un accampamento e l'altro a riferire questa condizione, non la trovarono affatto irragionevole. Cominciarono subito a discutere su chi doveva andare come ostaggio nell'accampamento nemico.

All'inizio, Valente propose di mandare un suo parente, un certo Equizio, era un alto ufficiale che in quel momento era l'amministratore del palazzo imperiale, e tutti quanti furono d'accordo, anche perché probabilmente erano tutti molto sollevati di non essere stati scelti loro. Ma Equizio era già stato una volta prigioniero dei Goti, era riuscito a scappare e aveva un tale ricordo di quell'esperienza che nessuno riuscì a convincerlo a rifarla, neanche l'imperatore. Allora il franco Ricimero, il comandante della guardia imperiale d'Occidente, disse che sarebbe andato lui. E già che c'era, aggiunse qualche sarcasmo del genere che gli uomini di fegato si vedevano in momenti come quello, e che lui era pronto a rischiare la pelle per servire il suo imperatore, e rischiarla come ostaggio o sul campo di battaglia, non gli faceva nessuna differenza. Era un soldato e ubbidiva.

Però ci vuole un po' perché Ricimero fosse pronto. Infatti, bisognava che portasse con sé le insegne del suo grado e perfino le prove della sua appartenenza a una nobile famiglia franca, perché altrimenti i Goti avrebbero potuto pensare che si cercava di ingannarli, che l'imperatore gli mandava uno qualunque travestendolo da grande personaggio. Comunque, il fatto è che fino all'ultimo, si ha l'impressione che nel campo romano tutti stessero cercando onestamente di facilitare le cose e di arrivare davvero a un accordo pacifico. È vero che chi ci racconta questa storia è uno storico romano, il solito Ammiano Marcellino, e magari se avessimo un resoconto scritto, che so, da qualche prete goto, probabilmente la faccenda potrebbe venire fuori sotto tutt'altra luce. Ma i Goti non erano ancora gente così civilizzata da avere dei cronisti che scrivevano le loro imprese, e quindi dobbiamo accontentarci della versione ufficiale, che è quella romana.

E la versione ufficiale è che Valente e i suoi consiglieri presero molto sul serio, fino all'ultimo, queste offerte dei capi gotici di mettersi d'accordo in qualche modo, di riuscire a fare la pace. Intanto, ormai era pomeriggio avanzato, e i soldati romani erano sotto le armi dall'alba e non avevano più mangiato nulla in tutto il giorno, ma erano ancora lì a battere sui loro scudi e a minacciare i nemici con quanto fiato avevano in gola. Ricimero, con i reparti a cavallo, per raggiungere l'accampamento dei Goti, in modo che i negoziati potessero cominciare sul serio. Erano forse le quattro o le cinque del pomeriggio, quando il conte Ricimero e i reparti a cavallo dallo schieramento romano per andare in ostaggio nell'accampamento dei Goti.

Ormai rimanevano poche ore di luce e tutti, almeno fra i Romani, dovevano essere convinti che per il momento la battaglia era rinviata. I Goti avevano insistito di voler trattare, e Valente, anche grazie alla lettera segreta che Frigiterno gli aveva recapitato il giorno prima per mezzo del prete, era convinto che i loro capi fossero sinceri. I guerrieri avrebbero avuto bisogno di essere convinti, perché arrendersi non fa piacere a nessuno, ma l'imperatore poteva offrire condizioni generose e i capi avrebbero spiegato che non c'era nient'altro da fare.

A quell'ora, probabilmente, i Goti non erano più trincerati dietro la loro barricata di carri. Fin da quando i Romani si erano schierati in formazione da battaglia, a qualche centinaio di metri di distanza, i guerrieri avevano cominciato a uscire e pian piano avevano preso posizione sulle alture davanti ai carri. Perché, effettivamente, nel modo di combattere dei nomadi, il cerchio di carri serviva come un accampamento fortificato, dove mettere al sicuro le donne e il bottino, e dove ripiegare per difendersi se le cose si mettevano male. Ma la battaglia si combatteva fuori, proprio perché bisognava cercare di tenere il nemico il più lontano possibile dai carri. E comunque, tutti gli eserciti antichi, tanto i Romani quanto i barbari, andavano sempre in battaglia attaccando. Nessuno stava fermo ad aspettare l'attacco. Il rischio che gli uomini si sbandassero era troppo forte.

Per tutte queste ragioni, i Goti, quando il nemico comparve all'orizzonte, sicuramente uscirono e si ammassarono davanti ai carri, riparati dietro i loro scudi di legno. Sostennero senza troppi danni i primi tiri di disturbo degli arcieri romani. Poi, appena cominciarono i negoziati, è probabile che tutti abbiano tirato il fiato e la tensione deve essere calata. Tutti vedevano che gli inviati facevano la spola fra lo schieramento romano e l'accampamento gotico, e tutti stavano lì col fiato sospeso, certamente per sapere come sarebbe andata a finire, tutti sul chi vive, ma insomma, nell'aspettativa che alla fine le cose si mettessero bene.

E poi, all'improvviso, la situazione precipitò. A quanto pare, fu la cavalleria della guardia, i reggimenti scelti degli Scutari, che avrebbero dovuto essere un po' più disciplinati di così. Furono loro a rompere le righe per primi. Probabilmente qualche squadrone si è spinto un po' troppo avanti e i Goti ebbero paura di essere attaccati a tradimento, e forse si agitarono. E certamente gli arcieri che accompagnavano la cavalleria si trovarono di fronte a dei bersagli così invitanti che non riuscirono a resistere alla tentazione e ricominciarono a tirare.

Il comandante degli Scutari si chiamava Bachurio, era un altro dei tanti ufficiali stranieri dell'esercito imperiale, un principe del Caucaso, appartenente a un popolo che più o meno dovrebbero i Georgiani di oggi. Era un principe, però, almeno in quell'occasione, non seppe tenere in mano i suoi uomini. Qua e là, i cavalieri romani si spinsero avanti fino a venire a contatto con i Goti, e ovviamente scoppiarono dei tafferugli, e alla fine i barbari, stanchi delle provocazioni, si precipitarono avanti.

In massa e i cavalieri e gli arcieri romani, presi di sorpresa, arretrarono in disordine sotto gli occhi dei soldati di entrambi gli eserciti. Ecco, forse era stato solo un incidente localizzato, ma bastò per far risalire la tensione. Ri come Re, che stava per raggiungere l'accampamento nemico, si rese conto che in quel momento andare avanti significava davvero rischiare la pelle, e tornò indietro. Il negoziato non era mai cominciato davvero, ma a questo punto era morto e sepolto.

I due eserciti, dunque, erano uno di fronte all'altro, e tutti e due erano agitati e stanchi e tesi. Dopotutto, un giorno passato in un'alternanza di speranze e di delusioni. In quel preciso momento, completamente inaspettata, almeno dai romani, la cavalleria dei Goti, degli Unni, degli Alani, che si era allontanata nei giorni precedenti per foraggiare, sbucò in mezzo alle colline. È probabile che i cavalieri abbiano disceso il letto del fiume Thunn, già dove l'acqua doveva essere alta poco più di un palmo in quella stagione secca. È per questo che non sollevavano polvere, e così i romani non li videro venire. Scendendo per il letto incassato del fiume, al riparo degli argini, i cavalieri riuscirono a portarsi fin quasi a contatto dello schieramento romano, prima che qualcuno si accorgesse di loro.

Non c'è bisogno di pensare che i capi barbari fossero tutti d'accordo, e che i tentativi di negoziare da parte di Fritigerno fossero un trucco per guadagnare tempo. Certamente, la cavalleria gotica era tornata in gran fretta al campo appena si era resa conto che i romani avevano attaccato in forze. E quando giunsero sul posto, videro i botti ammassati a difesa del cerchio di carri, i romani schierati a battaglia davanti a loro, qua e là già disordine e combattimenti e morti e feriti per terra. È chiaro che non pensavano a nient'altro se non a buttarsi alla carica. Investirono la cavalleria romana, che era stata portata avanti a copertura dell'ala sinistra, e in un attimo la polvere della mischia fu così alta da nascondere tutto.

Cavalleria romana, presa alla sprovvista, rinculò e finì addosso alla fanteria. Ma la fanteria era solida, composta di professionisti, tenne duro e si mise a urlare. E anche la cavalleria, che stava ripiegando, riuscì a riorganizzarsi e, sostenuta dalle urla di incoraggiamento dei fanti, riprese a combattere. Alcuni reparti, probabilmente anche questi di cavalleria della guardia, che era formata da truppe scelte e aveva l'equipaggiamento più pesante e i cavalli migliori, alcuni reparti della cavalleria romana riuscirono a sopraffare i nemici che avevano davanti. E sotto il loro urto, i Goti vennero spinti indietro. E lì, sulla sinistra, la cavalleria romana riuscì a venire avanti fino alla barricata dei carri.

Intanto, anche le due masse di fanti erano venute a contatto lungo tutta la linea, due masse di uomini coperti di ferro che urlavano e cercavano di schiacciare, ributtare indietro il nemico col peso dei loro scudi, lavorando di spada e di lancia negli interstizi tra uno scudo e l'altro, mentre gli arcieri e quelli armati di fionda tiravano a bruciapelo. I romani, mescolati in mezzo alla linea dei fanti, e i Goti dalla barricata di carri. Se ci fossero state delle riserve, o se i generali fossero stati in grado di decidere qualcosa nel caos di una battaglia che era cominciata quasi per caso, l'attacco della cavalleria romana sul fianco sinistro avrebbe potuto essere sostenuto, l'anello di carne sfondato, i Goti messi in rotta.

Accadde invece esattamente il contrario. Quella cavalleria che aveva respinto i Goti davanti a sé e che era riuscita ad avanzare fino ai carri, a un certo punto si accorse con orrore che nessuno la seguiva. Era successo che il resto della cavalleria, dopo che il combattimento si era frammentato in un'infinità di duelli individuali, come succede sempre quando due nugoli di cavalieri si scontrano, alla fine il resto della cavalleria romana era stata dispersa. E la cavalleria dei Goti e degli Alani adesso tornava indietro e prendeva i romani di fianco e alle spalle. In un attimo, proprio quei reggimenti che avevano combattuto più duramente e che si erano spinti più avanti, vennero travolti dalla cavalleria nemica, schiacciati contro la barricata dei carri e fatti a pezzi in un caos di uomini e cavalli morti e moribondi.

Un esercito antico si schiera da sempre con la fanteria al centro e la cavalleria ai lati. Di solito, la cavalleria era poca e tutte le sue energie erano spese a combattere contro la cavalleria nemica, e così la fanteria poteva combattere la sua battaglia quasi senza preoccuparsene. I peggiori disastri della storia militare romana corrispondono proprio ai rari casi in cui i romani si erano trovati di fronte a dei nemici con la cavalleria preponderante e si erano fatti circondare. Era successo così a Canne contro Annibale, ed era successo ancora così a Carrè, quando Crasso, il rivale di Cesare e Pompeo, era stato sconfitto e ammazzato dai Parti.

Ora, però, la cavalleria romana non era più così debole. Anzi, i romani si erano attrezzati proprio per combattere contro nemici che di cavalleria ne avevano molta e la sapevano usare. E però, almeno ad Adrianopoli, anche questo, alla fine, non bastò. Forse la cavalleria dei barbari era troppa, soprattutto era comparsa di sorpresa, aveva tutto il vantaggio del momento e del terreno. Alla fine, la cavalleria romana venne spazzata via dal campo di battaglia. E allora si ripresentò di nuovo la situazione di Canne.

La fanteria, che stava avanzando faticosamente e in salita verso i carri, si rese conto all'improvviso che di fianco e alle spalle adesso c'era la cavalleria nemica. Per istinto, gli uomini cominciarono ad arretrare e ad ammucchiarsi gli uni sugli altri per allontanarsi dal pericolo, fino a formare un'unica massa coperta dagli scudi. I fanti, scrive Ammiano Marcellino, rimasero certi in gruppi così stipati gli uni sugli altri che difficilmente potevano sguainare le spade o tirare indietro le braccia. E a causa della polvere che si era levata, non si vedeva più il cielo, che riecheggiava di orrende urla. Gli arcieri Goti e Unni tiravano nel mucchio a colpo sicuro. Poi, dopo un po', la cavalleria andò dentro, convinta di calpestare, fare a pezzi tutti quanti.

Ma la fanteria romana, ripetiamolo ancora una volta, era formata da veterani armati fino ai denti e decisi a vendere cara la pelle. Ogni volta che la cavalleria caricava, la massa dei fanti serrava le fila e teneva duro. Si andò avanti così per un po', però la resistenza non poteva durare all'infinito. La fanteria romana era addestrata a combattere in ordine chiuso con la lancia, ma dopo un combattimento così lungo, la maggior parte delle lance si erano rotte e ai soldati rimaneva solo la spada, che non è adatta per combattere contro la cavalleria. Anche gli scudi, che erano di legno, di assi di legno, alla lunga andavano in pezzi, carichi come erano di frecce nemiche.

I romani erano stanchi, tormentati dalla sete, dal caldo, e ormai combattevano su un terreno dove si scivolava nel sangue, calpestando i compagni morti o feriti. Respinsero un'altra carica e poi un'altra, e finalmente venne il momento in cui la maggior parte persero la testa e cominciarono a scappare.

L'imperatore Valente, dopo che la cavalleria della guardia era stata messa in rotta, era rimasto praticamente solo con i suoi generali. Non risulta che abbia dato neanche un ordine durante tutto il combattimento. Alla fine, quando vide la rotta, si rifugiò in mezzo a quei reggimenti che stavano mantenendo un minimo di compattezza e che cercavano di ritirarsi con ordine. I lancieri, appunto, e i magister militum Vittore, il generale armata comandante della cavalleria, raggiunse il reggimento dei Batavi, che erano stati lasciati in riserva, e cercò di convincerli a venire con lui per mettere in salvo l'imperatore. Ma i Batavi avevano capito fin troppo bene quel che stava succedendo. Si rifiutarono di seguirlo e poi scapparono anche loro. E allora anche Vittore decise che per oggi aveva fatto abbastanza e pensò a salvare la pelle.

Parecchi generali romani, quando videro che la battaglia era perduta, se la squagliarono. E siccome avevano buoni cavalli e uomini di scorta ben pagati, si misero in salvo. Tra loro Ri come Re, che qualche ora prima si era offerto come ostaggio per far partire il negoziato di pace, e anche quel Saturnino, che l'anno prima aveva comandato le operazioni contro i Goti nei Balcani. Ma per chi non aveva un cavallo, non c'era speranza.

Nelle battaglie dell'antichità, questo era il momento in cui gli sconfitti subivano le maggiori perdite. E anche stavolta è successa la stessa cosa. Finché ci fu un po' di luce, i Goti inseguirono i fuggiaschi, massacrando tutti quelli che riuscivano a raggiungere, senza concedere quartiere né a chi si arrendeva né a chi cercava di resistere. Per fortuna dei romani, quando cominciò la rotta, era già quasi buio e l'inseguimento non potrà durare a lungo, perché la notte era senza luna.

Ma la maggior parte dei veterani dell'esercito d'Oriente rimasero lì sul campo di battaglia, e caddero anche molti dei loro generali. Cadde Traiano, che aveva comandato le prime operazioni contro i Goti i due anni prima, e cadde Sebastiano, proprio quello che aveva combattuto con tanto successo contro i Goti fino a poco tempo prima e che quel pomeriggio aveva consigliato con tanta insistenza l'attacco. Caddero altissimi funzionari di corte, come Valeriano, responsabile di tutti i cavalli dell'imperatore, Equizio, amministratore del palazzo, quello stesso che qualche ora prima aveva rifiutato di andare come ostaggio fra i barbari perché era troppo rischioso. Caddero 35 ufficiali superiori, tra comandanti di reggimento e addetti allo stato maggiore imperiale. E secondo Ammiano, caddero circa due terzi dei veterani che Valente aveva radunato da tutte le guarnigioni dell'impero.

Quanto a Valente, di lui non si seppe mai più niente. È probabile che sia stato colpito da una freccia mentre era in mezzo ai soldati, quando era già buio, perché altrimenti qualcuno se ne sarebbe accorto. E non è strano che in seguito non si sia più stato riconosciuto, dice Ammiano, perché anche dopo la battaglia, per diversi giorni, c'era sempre qualche Goto che continuava a girarsi sul luogo per spogliare i cadaveri. E quando finalmente i contadini della zona osarono farsi avanti per seppellire tutti quei morti, il cadavere dell'imperatore doveva essere irriconoscibile.

Però, qualche tempo dopo, circolava nell'impero una storia più pittoresca e più tragica. E Ammiano la racconta per dovere di cronista, anche se non sembra che ci creda molto. Secondo questa versione, Valente, ferito, venne portato in una fattoria lì vicina dalle sue guardie del corpo e da qualche eunuco di palazzo che non l'aveva voluto abbandonare. Quando i barbari arrivarono lì fuori, i romani si barricarono dentro e rifiutarono di arrendersi. Forse i barbari avrebbero potuto ignorarli e passare oltre, anche perché ovviamente non sapevano che lì dentro c'era l'imperatore. Ma dal piano di sopra, qualcuna delle guardie del corpo cominciò a tirare frecce contro di loro. Allora i Goti, infuriati, ammucchiarono fascine, erba secca e diedero fuoco alla casa, bruciando vivi tutti quelli che c'erano dentro, compreso l'imperatore.

Cioè, allora come facciamo noi a sapere questa storia? Si diceva che una delle guardie era riuscita a salvarsi scappando dalla finestra, era stata catturata dai barbari, poi era fuggita di nuovo e aveva raccontato quello che era accaduto. E questa storia è poi sempre stata ripetuta nei libri. In realtà, ripeto, Ammiano Marcellino è piuttosto scettico che uno abbia davvero potuto compiere un'impresa del genere.

Quanto a noi, a dire la verità, più che il modo in cui morì Valente, che tanto non sapremo mai, quello che ci interessa davvero sono le conseguenze di questo disastro per l'impero romano. La notizia della disfatta di Adrianopoli e della morte di Valente suscitò un'emozione immensa nell'impero romano. Non tanto, forse, come ci verrebbe da pensare con la nostra mentalità moderna, per lo shock che l'imperatore romano fosse stato ucciso in battaglia. Intanto, non era la prima volta che capitava. Nel secolo precedente era successo, detto fra noi, proprio contro i Goti, che già allora avevano fatto irruzione nei Balcani, e un altro imperatore, Valeriano, era stato sconfitto e catturato dai Persiani ed era morto in prigionia. E correva voce che lo Scià lo usava come sgabello per montare a cavallo.

È vero che erano passati più di cent'anni da allora e nemmeno i vecchi si ricordavano più di un disastro di quella portata, ma c'erano lo stesso buoni motivi per cui la morte di un imperatore in battaglia non era un evento così raro. Perché l'impero ne aveva conosciuti tanti di generali che prendevano il potere, si proclamavano imperatori e poi dovevano difendersi da qualche altro generale che faceva la stessa cosa. Quelli che perdevano, di solito venivano ammazzati e passavano alla storia come usurpatori. Affinché erano vivi, anche loro erano stati adorati dai sudditi come imperatori legittimi. In pratica, la sacralità dell'imperatore era una finzione, o meglio, a essere sacra era la funzione, non l'uomo. Né erano sacri la porpora e il diadema, non il corpo che provvisoriamente li indossava.

E allora, io direi che l'emozione provocata dalla notizia di Adrianopoli in tutto l'impero non dipendeva forse tanto dalla morte dell'imperatore. I motivi erano altri. Erano due anni che l'opinione pubblica seguiva col fiato sospeso la tragedia delle province balcaniche. La seguiva attraverso le poche notizie rilasciate dal palazzo imperiale e molto di più attraverso le voci che correvano, i sussurri nelle leggende metropolitane che passavano di bocca in bocca nei mercati e nei fori, nelle basiliche. La paura ancestrale dei barbari, che covava sempre in un angolino della mentalità romana, quella paura si era risvegliata all'improvviso. E la paura è una sensazione forte, e le notizie che arrivavano dalle zone devastate dai Goti erano fatte apposta per rafforzarla ancora di più.

Basta vedere l'avidità, un po' macabra, con cui gli scrittori dell'epoca, anche Ammiano Marcellino, si soffermano sulle storie più ripugnanti, che sono anche quelle più eccitanti, ovviamente. La crudeltà dei barbari, quello che facevano ai bambini, quello che facevano alle donne. L'opinione pubblica seguiva col fiato sospeso, e non come facciamo noi quando si tratta di orrori lontani che vediamo in televisione, ma che non ci toccano e non ci toccheranno mai. L'eccitazione era accentuata dal fatto che quelle cose accadevano vicino a te, dentro l'impero, e che potevano capitare anche a te, se la situazione fosse peggiorata ancora un po'.

Ed ecco, proprio quando l'opinione pubblica si era eccitata all'estremo, dopo anni di questa agitazione, di questa paura serpeggiante, alla fine l'imperatore si era mosso. Si era mosso con il fior fiore dell'esercito. Un reggimento dopo l'altro era partito sotto gli occhi di tutti. Erano partiti scintillanti di ferro per farla finita una volta per tutte. E la gente dalla tra scontato che sarebbe andata a finire in un certo modo, che non c'era partita, che i barbari finalmente se la sarebbero vista brutta. Dopotutto, il destino manifesto dell'impero era di vincere i suoi nemici. Alla fine la civiltà vince sempre, no? E i barbari perdono. È così che è regolato il mondo.

E invece era successo l'impensabile. I barbari avevano vinto. E si capisce che la notizia abbia provocato uno shock in tutto l'impero.

Un altro motivo per cui la notizia di Adrianopoli suscitò un'emozione profonda è legato alla personalità controversa di Valente. Lo sappiamo già che Valente non era popolare. Quando si seppe che era stato sconfitto, e anzi, quando si capì che non sarebbe più tornato e che sicuramente il suo cadavere era rimasto sul campo di battaglia, la reazione della gente fu contrastante: sgomento, certo, perché era pur sempre l'imperatore romano, l'Augusto, ma anche una specie di cupa soddisfazione. E molti furono pronti a dire: "L'avevo detto che prima o poi finiva male".

Ammiano Marcellino apre addirittura il suo racconto di tutta la guerra contro i Goti descrivendo all'inizio i prodigi di malaugurio che avevano presagito la morte di Valente e che, secondo lui, si erano diffusi in tutto l'impero fin da quando si era saputo dell'arrivo dei Goti. Naturalmente, anche queste sono leggende metropolitane. Gli antichi erano sinceramente convinti che i grandi avvenimenti, e soprattutto le grandi disgrazie, la morte degli uomini illustri, fossero preannunciati da presagi e da miracoli. E dopo che una catastrofe si era verificata, tutti erano sicuri che i presagi c'erano stati. Peccato che nessuno ci facesse mai caso prima.

Ma la pagina in cui Ammiano Marcellino descrive i presagi del disastro di Adrianopoli e della morte di Valente vale la pena di leggerla. Intanto, perché ci fa toccare con mano quanto fossero incredibilmente superstiziosi i romani, di una superstizione che noi associamo piuttosto al Medioevo e che invece era tipica della mentalità antica. E poi, perché ci dà un'idea del clima che si era creato nell'impero romano dopo la notizia, quando tutti erano pronti a dire che Valente doveva andare a finire male per forza.

L'elenco lascia stupefatti: previsioni circostanziate e di indovini e auguri che avevano preannunciato il disastro, lupi che ululavano, uccelli notturni che cantavano in modo lugubre, perfino il sole che si levava più pallido del solito. E poi Valente, un po' di tempo prima, aveva fatto uccidere con l'inganno il re d'Armenia, e in un'altra occasione aveva fatto condannare a morte uno dei suoi stessi ministri con l'accusa di tradimento, probabilmente inventata o comunque montata. Bisogna dire che questo clima da processi staliniani era normale sotto l'impero, e non c'è quasi nessun imperatore che non l'avesse sulla coscienza qualche processo politico e qualche morto ammazzato. Ma dopo la morte di Valente, cominciò a correre voce che i fantasmi di quelli che lui aveva fatto uccidere ingiustamente erano apparsi, stridendo i denti e bisbigliando nenie funebri da far drizzare i capelli.

E poi, vicino a Costantinopoli, venne trovata una buca morta con la gola tagliata, e per qualche ragione che ci sfugge, la cosa fu considerata un presagio di grandi lutti pubblici. E dei muratori che stavano scalzando delle vecchie pietre per impiegarle in una costruzione nuova, trovarono dei versi greci incisi in tempi antichissimi che preannunciavano l'invasione dei Goti. Ma il presagio più interessante tra questi che racconta Ammiano è questo: ad Antiochia, dice, nelle risse e nei tumulti del volgo, era invalso l'uso che chiunque avesse l'impressione di subire una violenza gridava sfacciatamente: "Possa bruciare vivo Valente!". È come dire: questa è davvero la controprova che in realtà queste storie hanno cominciato a circolare solo dopo la battaglia, dopo che tutti avevano sentito raccontare l'altra leggenda, per cui Valente, appunto, era bruciato vivo in una fattoria.

Ma gli antichi, per come erano fatti loro, a queste cose ci credevano. Per un mondo superstizioso, quello romano. Un mondo che credeva ciecamente agli indovini, ai presagi. Eppure, era anche un mondo che pian piano stava metabolizzando, se posso dire così, il messaggio cristiano, anche se poi, naturalmente, trovava modo di dividersi anche sul significato di quel messaggio. Valente, lo sappiamo, era cristiano, ma a quell'epoca non bastava essere cristiani, bisognava scegliere la confessione ariana o quella cattolica. La concorrenza era durissima e spaccava le comunità. E la posta in gioco era molto concreta: non si trattava soltanto di chi avrebbe prevalso nell'opinione pubblica e conquistato la maggioranza dei fedeli, in gioco c'era anche il concreto possesso delle chiese, gli edifici, dico, e la gestione dei loro possedimenti, che erano enormi.

E Valente stava con gli Ariani, non ne aveva mai fatto mistero. E quando si trattava di decidere se una basilica doveva essere gestita da preti ariani o da preti cattolici, l'imperatore interveniva regolarmente a favore degli Ariani. Ormai non si contavano i possedimenti della comunità cattolica che Valente aveva fatto confiscare e aveva ceduto ai loro avversari. E perciò è chiaro che i cattolici si fidavano poco di lui, e anzi, nelle grandi città dove c'era una comunità cattolica forte, compresa la capitale Costantinopoli, Valente in realtà era odiato.

E allora si può immaginare la reazione del mondo cattolico quando si seppe che Valente era morto ed era morto così male. E per di più, e questo era davvero un'ironia, era morto proprio per colpa di barbari che in parte erano eretici ariani come lui. I cattolici avevano qualche problema con i presagi e con gli indovini, che almeno ufficialmente appartenevano alla tradizione pagana, anche se poi, in realtà, ci credevano tutti. Ma se le predizioni erano fatte da santi uomini e contenevano un avvertimento morale, allora era tutta un'altra cosa.

Negli ambienti cattolici, dopo la battaglia, si diffuse la voce che quando Valente stava per partire da Costantinopoli per andare ad affrontare i Goti, un santo monaco, Isacco, uno che parlava chiaro anche ai potenti e non aveva paura di niente, si era presentato dall'imperatore e gli aveva detto: "Guarda che questo è il momento di smettere di difendere gli eretici e di perseguitare i buoni cristiani. Restituisci ai cattolici le chiese che gli hai confiscato per darle ai loro nemici, e la vittoria sarà tua". L'imperatore si era offeso e aveva ordinato di arrestare il monaco e tenerlo in prigione fino al suo ritorno, e allora avrebbe deciso in che modo punirlo. Ma il monaco rispose: "Se non restituisci le chiese, non tornerai".

Quanto ci possa essere di vero in questa storia è difficile dirlo, naturalmente. È una storia che noi conosciamo solo perché uno scrittore cattolico, molto tempo dopo, ha pensato di raccontarcela all'interno di un'opera tutta piena di episodi edificanti. Ma quello che ci importa è proprio il fatto che la storia abbia cominciato a circolare. Quando si seppe che Valente effettivamente non sarebbe tornato, i cattolici cominciarono a divulgarla come se fosse vangelo. La morte di Valente, a questo punto, diventava un giudizio di Dio.

Sarebbe interessante sapere come la presero gli Ariani. Dopotutto, a quell'epoca erano numerosissimi, anzi, in gran parte dell'impero d'Oriente, per quanto ne sappiamo, gli Ariani erano forse la maggioranza della popolazione. Però, come la presero loro la morte di Valente, non lo sappiamo e non lo sapremo mai, per un motivo molto semplice: che alla fine, come tutti sanno, fra le due confessioni in lotta, quella che ha prevalso è quella cattolica. E il prevalere del cattolicesimo, anche voluto dire che tutte le fonti, le testimonianze, i trattati di parte ariana sono stati soppressi. Nessuna narrazione scritta da un ariano ha avuto la possibilità di arrivare fino a noi.

La battaglia di Adrianopoli e la morte dell'imperatore Valente, dunque, sono stati uno shock per il mondo antico. Ammiano Marcellino decide di chiudere la sua opera con quella battaglia perché la valenza simbolica di Adrianopoli gli sembra decisiva. E non è come in altri casi che magari un'opera sia arrivata mutila. Ammiano la chiude lì. Il resto, dice: "Se hanno ancora voglia, lo scriva qualcuno più giovane". Ma è chiaro che per lui è come se la storia dell'impero romano fosse arrivato a un punto fermo.

E gli storici moderni sono stati fin troppo pronti a riprendere questo punto di vista. Si sa che le date simboliche, quelle capaci di segnare in modo netto la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra, non sono poi tante nella storia. E quando ce n'è una che sembra adatta, agli storici non se lo lasciano scappare. E gli storici dei secoli scorsi, quelli che hanno plasmato la nostra immagine dell'antichità e del Medioevo, hanno visto subito che Adrianopoli aveva tutte le caratteristiche per essere una data di questo genere. Era il punto di partenza di una crisi che, alla lunga, si è conclusa con la sparizione dell'impero romano d'Occidente. Prima di allora, l'impero romano aveva già conosciuto parecchi disastri, ma si era sempre risollevato. Dopo le invasioni barbariche, le guerre civili del III secolo, erano venuti grandi imperatori come Diocleziano o Costantino, e quelli lì facevano ancora parte della grande storia dell'impero romano.

Ma dopo Adrianopoli, sembrava di poter dire che quella storia era finita, e che semmai ne cominciava un'altra, quella dell'impero bizantino. E poi c'è anche un altro livello, in cui Adrianopoli è sembrata agli storici una svolta decisiva della storia. Un livello più sotterraneo. Qui ad agire è l'immaginazione più che il ragionamento, è la tentazione di vedere in questa battaglia il trionfo della cavalleria, che preannuncia già il Medioevo, contro la fanteria, che incarna la Roma antica. Adrianopoli è stata presentata come l'ultima battaglia delle legioni, la fine dell'esercito romano, che dopo quella disfatta non sarà mai più lo stesso. È stata presentata come l'avvento non solo di un modo di combattere, ma di tutto un mondo, di valori ed i simboli che viene dalla barbarie e che si contrappone a quello antico e preannuncia il Medioevo.

Ora, chi ha avuto la pazienza di seguirci fin qui, sa che queste interpretazioni drammatiche, da da scontro di civiltà, se vogliamo chiamarle così, quando uno va a vedere le cose un po' più da vicino, non reggono mica tanto. L'esercito romano, intanto, era un organismo troppo grande per morire in una sola battaglia. Infatti, è andato avanti ancora per parecchi secoli e anche piuttosto bene. E d'altra parte, si stava già trasformando per conto suo, perché nella storia non c'è niente che rimanga fermo. Immaginare una diversità radicale fra l'esercito di Valente e quello di Fritigerno è come immaginare che il mondo romano e il mondo barbarico fossero due realtà estranee l'una all'altra. E noi sappiamo che non era così. Anzi, forse l'insegnamento maggiore che si ricava studiando questi fatti è proprio la scoperta di quanto profondamente i barbari erano romanizzati, erano influenzati dalla civiltà romana, e quanto profondamente, d'altra parte, l'impero era riempito di barbari, della loro mentalità, del loro modo di vivere.

E anche i due eserciti, esercito romano e quello goto, erano quasi identici. Erano composti più o meno allo stesso modo, erano armati con le stesse armi. Ma allora vuol dire che la rottura rappresentata da Adrianopoli deve essere ridimensionata, e che dopotutto la battaglia non è stata così decisiva. Io qui andrei piano. Le conseguenze sul lungo periodo ci sono state e di enorme portata. Forse sono un po' più complesse di quello che si crede di solito, e nei pochi giorni che ci restano cercheremo di vedere perché.

Il mattino dopo la battaglia di Adrianopoli, i Goti cominciarono a rendersi conto dell'entità della loro vittoria. Se davvero il corpo dell'imperatore Valente scomparve in mezzo ai mucchi di morti spogliati e non fu mai più ritrovato, allora può anche darsi che i barbari non abbiano saputo subito di averlo ucciso. Ma una cosa era certa: l'esercito romano che aveva marciato contro di loro il giorno prima con tanta sicurezza non esisteva più. C'erano così tanti morti che non valeva più neanche la pena di spogliarli. C'erano molte più armi e armature di quelle che potevano servire per riarmare tutti i Goti.

I popoli barbarici, in genere, dopo una vittoria come quella, si fermavano anche per molto tempo per festeggiare, per bere, banchettare, per celebrare riti religiosi, per seppellire i morti, o semplicemente perché non avevano nessun altro progetto, nessuna idea di come continuare. Ma sappiamo già che i Goti non erano più veramente dei barbari. Erano in contatto da troppo tempo con il mondo romano e stavano imparando in fretta. E i loro principi, soprattutto Fritigerno, avevano una visione strategica della situazione. E così, la mattina stessa, i Goti, invece di trattenersi sul campo di battaglia, si diressero verso Adrianopoli. L'avevano già assediata una volta in passato, e senza successo, ma stavolta c'era un motivo preciso per andarci. Infatti, sapevano dai traditori, dai disertori, questi disertori che saltano fuori continuamente in modo quasi ossessivo e dovevano essere tanti evidentemente.

I barbari, dunque, sapevano dai disertori che ad Adrianopoli erano rimasti ministri e le insegne imperiali, e soprattutto il tesoro di Valente. È chiaro che valeva la pena di riprovarci. Ed è solo un luogo comune quello che tira fuori Ammiano Marcellino quando descrive i barbari che si dirigono verso la città decisi a distruggerla, simili ad animali resi più selvaggi dall'eccitante odore del sangue. In realtà, non era affatto un comportamento da selvaggi, era una mossa perfettamente razionale. Prendere il tesoro e catturare i ministri e le insegne imperiali avrebbe dato tutto un altro significato alla vittoria.

Alle 10 del mattino, i barbari erano già lì, e questo vuol dire che erano partiti presto e si erano mossi molto in fretta. La città aveva osservato le porte, naturalmente, anche perché qualche fuggiasco comunque era arrivato dal campo di battaglia e aveva già raccontato come era andata a finire. La città le aveva serrato le porte, è però aveva lasciato fuori tutti i soldati e gli addetti ai bagagli che erano rimasti lì il giorno prima nell'accampamento. Non è ben chiaro, Ammiano Marcellino non ce lo dice, come mai non vi avevano lasciati entrare in città. Ma una spiegazione, forse, si può proporre. Abbiamo già incontrato in precedenza dei casi in cui i magistrati di Adrianopoli si erano dimostrati estremamente sospettosi. È una città che era rimasta troppo tempo in prima linea con i barbari fuori, e quindi evidentemente si era sviluppato una mentalità per cui le porte non si aprivano più. Era grande il rischio e l'insicurezza, e più la città stava chiusa.

Perciò, i soldati si erano trincerati nel loro accampamento sotto le mura ed erano ancora lì quando arrivarono i barbari, che dovettero tenere testa all'attacco rimanendo all'esterno della città. Si combatte per parecchie ore, e in certi momenti sembrava quasi che i romani stessero per essere sopraffatti. A un certo punto, un grosso gruppo di soldati romani, 300 dice Ammiano, disertarono tutti insieme e passarono al nemico. 300 uomini sono quasi un reggimento. È impressionante la facilità con cui potevano avvenire queste diserzioni di massa. È però questo tentativo in particolare finì molto male, perché i Goti, e forse davvero stavolta erano eccitati dall'odore del sangue, i Goti, dopo aver aperto le file per far passare i disertori, li ammazzarono tutti. E dice Ammiano, da quel momento, anche quando erano in una situazione disperata, ai soldati non venne più in mente di disertare.

Il combattimento intorno alle mura di Adrianopoli durò parecchie ore, mentre il cielo pian piano si rannuvola va e diventava nero, finché, per fortuna dei difensori, venne giù un acquazzone violentissimo, un temporale estivo con tuoni e fulmini. Dei Goti, forse più che altro per uno spavento superstizioso, interruppero l'assedio e andarono a ricoverarsi nel loro accampamento di carri. Però la giornata era ancora lunga, e mentre i guerrieri si rifocillavano e si curavano le ferite e le contusioni, i capi Goti non stavano con le mani in mano. Per prima cosa, mandarono alla città un parlamentare per notificare un ultimatum: se gli abitanti volevano salva la vita, dovevano aprire le porte e arrendersi.

L'inviato dei Goti, però, non osò entrare in città per paura che i romani gli facessero la pelle. Solo l'ultimatum fu portato dentro, fu letto ai comandanti romani, fu discusso e alla fine tutti decisero di non tenerne conto. La città restava chiusa. Allora i Goti tentarono un altro stratagemma e mandarono una delegazione diversa. Stavolta era composta da ufficiali romani che avevano disertato anche loro il giorno prima, passando dalla parte dei barbari. L'idea era che dovevano presentarsi alle porte della città e cercare di entrare dicendo che erano stati fatti prigionieri, erano riusciti a scappare e ora volevano ritornare dai loro.

Ecco, qui uno comincia a rimanere un po' stupefatto, dire il vero, perché il racconto di Ammiano Marcellino ormai non parla d'altro che di disertori che passavano dalla parte dei Goti. E stavolta non si tratta di soldati semplici, ma di quelli che si chiamavano nel gergo militare romano candidati. Era un corpo di ufficiali scelti che erano al tempo stesso una specie di guardia personale dell'imperatore e un vivaio di ufficiali di stato maggiore destinati a far carriera. Anche fra i candidati, naturalmente, c'erano molti barbari. Ne viene in mente uno che è proprio un bell'esempio di questo carattere multinazionale dell'esercito romano: in un libro di San Girolamo, mi pare la vita di Marco, si incontra appunto uno di questi alti ufficiali, un candidato che è di nazionalità franca. E l'imperatore lo manda in missione in Siria, e questo ha i capelli rossi, la pelle lattea, parla latino e franco, ma non parla né greco né siriaco, e gli abitanti della Siria lo guardano come una specie di animale esotico. Però, che ad Adrianopoli parecchi candidati abbiano disertato e siano passati ai barbari è davvero incredibile, e ci dà la misura dello sbandamento morale dell'esercito.

Dunque, questi ufficiali romani dovevano presentarsi alle porte di Adrianopoli e chiedere di entrare fingendo di essere dei prigionieri fuggitivi. E una volta dentro, dovevano appiccare degli incendi in città, in modo che, mentre la popolazione e i soldati erano impegnati a spegnerli, gli assedianti avrebbero potuto fare irruzione. Dunque, i candidati si presentano davanti ai fossati, tendendo le mani e gridando che sono romani e di aprirgli le porte. E le sentinelle li fanno entrare senza nessun sospetto. Poi, però, una volta dentro, li portano negli uffici per interrogarli, e quelli che li interrogano si rendono conto che c'è qualcosa di strano nella loro storia. Ci sono troppe contraddizioni tra quello che racconta l'uno e quello che racconta l'altro. E allora li mettono alla tortura. E sotto il basso impero, i torturatori erano dei professionisti. Sì, che alla fine confessano il loro tradimento e finiscono decapitati tutti quanti.

Dentro Adrianopoli si lavorava febbrilmente per rafforzare le difese, perché ci si aspettava che i Goti l'indomani avrebbero attaccato di nuovo. E allora si bloccavano le porte con grossi macigni, si ammucchiavano pietra e terra contro i settori più deboli delle mura, si montavano macchine da guerra sugli spalti e sulle torri, e si raccoglievano riserve d'acqua, perché il giorno prima, combattendo nella calura, i soldati avevano sofferto la sete e qualcuno era addirittura morto disidratato. Stavolta, però, i Goti attaccarono di notte, sperando nell'effetto della sorpresa. Ma le difese erano pronte, e non solo i soldati, ma gli abitanti della città e perfino il personale della corte imperiale erano sugli spalti a combattere.

Adrianopoli, tra l'altro, c'era un grande arsenale, una fabbrica statale di armi, con un suo personale di operai che le armi le conoscevano bene e sapevano usarle, non solo fabbricarle. E quindi, insomma, la popolazione civile era in grado di collaborare sul serio alla difesa contro gli assalitori che si affollavano alle porte cercando di sfondarle. Piovevano pietre e frecce, e le macchine da guerra scagliavano massi. I Goti, a loro volta, tiravano senza interruzione contro gli spalti e si sforzavano di demolire le mura. Si continuò a combattere per tutte le ultime ore della notte e poi anche durante la giornata, ma gli attacchi erano sempre più fiacchi e alla fine cessarono del tutto. Per la seconda volta, i Goti si erano resi conto che senza macchine d'assedio era impossibile prendere una città.

Le perdite in un attacco così erano sempre molto alte, e i Goti cominciavano a perdersi d'animo. E del resto, i romani avevano sempre pensato che una caratteristica dei barbari fosse appunto quella di scoraggiarsi facilmente. Sono gli uomini civilizzati, nella mentalità dei romani, quelli che si pongono un obiettivo e poi lo perseguono ostinatamente, seriamente, senza lasciarsi scoraggiare dai primi insuccessi. I barbari, invece, sono quelli che si abbattono subito.

Rientrati nei loro accampamenti, i Goti curavano i feriti con i loro rimedi da barbari, dice Ammiano, che sembra piuttosto scettico sulla loro efficacia, anche se a dire il vero non è che la medicina romana fosse molto più rassicurante. Ma più che altro, i guerrieri litigavano, accusandosi a vicenda di aver dimenticato il consiglio di Fritigerno, per cui a loro non conveniva fare la guerra alle mura. Qualcuno cominciava a dire che assediare le città era uno sbaglio e che era meglio ricominciare a saccheggiare la campagna, dove c'era ancora tanta roba da portare via. Pazienza per il tesoro di Valente, non l'avrebbero preso, ma di tesori nascosti in tutta la provincia ce n'erano ancora tanti. E Ammiano dice che i transfughi e i disertori avevano descritto ai Goti certe zone casa per casa e addirittura gli interni delle case più ricche. E possiamo ben immaginare che gli schiavi fuggitivi provassero un gusto tutto particolare a guidare i barbari a casa del padrone.

Perciò, alla fine, i Goti decisero di lasciar perdere Adrianopoli e ricominciarono a saccheggiare la campagna. Intanto, fra i romani, nessuno sapeva con sicurezza cosa fosse successo a Valente. Appena i barbari tolsero l'assedio, tutti i cortigiani e i funzionari e gli eunuchi che erano rimasti assediati dentro Adrianopoli lasciarono la città in gran fretta e di notte, per vie traverse, si rifugiarono a occidente, negli Illirico, in Macedonia. Si preoccuparono, si capisce, di portare in salvo il tesoro imperiale. E ed erano ancora convinti che che li avrebbero ritrovato Valente. Ci volle un po' perché si rendessero conto che Valente non era scampato alla battaglia e che nessuno l'avrebbe rivisto più.

L'incertezza regnava va anche nella capitale Costantinopoli. I Goti erano vicini e, anche se si sapeva che finora non erano mai riusciti ad espugnare neanche una città, però di paura ne facevano lo stesso. E si può immaginare, non la paura, ma il panico che travolse la popolazione quando si venne a sapere che, dopo aver saccheggiato le campagne tutto intorno e dopo aver ammazzato o ridotto in schiavitù la maggior parte dei contadini, i barbari si stavano avvicinando a Costantinopoli. L'attrazione di tutte le ricchezze che erano concentrate nella metropoli era troppo forte e i Goti avevano deciso di tentare il colpo grosso.

Per dire la verità, si spostavano con prudenza, come se non credessero davvero che l'esercito romano era stato liquidato. In passato avevano fatto delle brutte esperienze e temevano sempre di essere attaccati di sorpresa durante la marcia. Alla fine, però, arrivarono ad accamparsi davanti alle lunghe mura, come si chiamavano le mura difensive di Costantinopoli. Le truppe in città ce n'erano, naturalmente, ma non abbastanza per uscire a dare battaglia. Tutt'al più, i comandanti romani potevano sperare di mettere su qualche azione di disturbo, e avevano sotto mano proprio le truppe giuste per questo. Avevano dentro Costantinopoli dei reparti di cavalieri arabi, o meglio saraceni, come li chiamavano loro. Perché anche questa parola saraceni, che noi associamo alle canzoni di gesta medievali e ai poemi cavallereschi, in realtà poi è una parola che cominciano a usare gli antichi romani.

Noi lo sappiamo già che l'esercito romano reclutava mercenari nei paesi più lontani. Gli arabi, poi, non è che fossero un popolo così esotico. C'erano arabi sudditi dell'impero e cristiani, e c'erano arabi nomadi. Però, da molto tempo avevano dei trattati con l'impero e fornivano mercenari, appunto, e facevano la scorta alle carovane per conto dei romani. L'esercito che Valente aveva radunato per la guerra contro i Goti comprendeva anche delle bande di cavalleria araba, e può darsi che qualcuna di quelle bande abbia combattuto anche ad Adrianopoli e sia stata distrutta lì. Almeno una, però, era rimasta nella capitale, o forse era arrivata troppo tardi per prendere parte alla spedizione di Valente.

Ammiano Marcellino dice che, a dire il vero, in battaglia questi saraceni non valevano granché, ma la razzia ce l'avevano nel sangue. E generali romani li usavano soprattutto per l'esplorazione e per le spedizioni a grande distanza alla ricerca di viveri e di foraggio. Stavolta, però, capito che un reparto di Goti si stava avvicinando un po' troppo alle mura, e ai saraceni furono fatti uscire per attaccarli. E uno di loro, durante il corpo a corpo, si attaccò a un Goto e gli tagliò la gola col coltello, e poi accostò la bocca alla ferita e bevve il suo sangue. Ecco, che razza di rituale beduino fosse questo, non lo sappiamo. Ma per i Goti era anche troppo. A forza di interagire con i romani, non erano più così barbari. E invece questi energumeni di saraceni, coi capelli lunghi, che combattevano praticamente nudi, cacciando urla selvagge e bevevano il sangue dei nemici, questo era un po' troppo anche per i Goti.

A partire da quel momento, dice Ammiano, cominciarono a perdersi di coraggio. Poi, forse, naturalmente, non è soltanto l'effetto di questi nemici arabi così impressionanti, e che la capitale stessa era impressionante. I Goti stavano fuori, vedevano le lunghe mura, e dietro le mura i blocchi di case d'abitazione a molti piani che sembravano estendersi a perdita d'occhio, e si rendevano conto delle dimensioni della città. Si scoraggiavano sempre di più. Alla fine, i Goti rinunciarono all'assedio e se ne andarono. Era destino che, almeno per il momento, le grandi città dell'impero si rivelassero una preda superiore alle loro forze.

Come reagì il governo imperiale quando divenne chiara l'entità della disfatta di Adrianopoli e, soprattutto, quando fu chiaro che Valente era caduto in battaglia? Nell'impero d'Oriente, in realtà, un governo non c'era più. Il governo nell'impero romano si identificava strettamente con la persona dell'imperatore. Non a caso, i ministri e le insegne del potere e perfino il tesoro imperiale si erano mossi insieme a Valente, e adesso tutta questa gente e tutta questa roba preziosa era dispersa in.

Fuga attraverso i passi dei Balcani e cercava di raggiungere l'Occidente. A Costantinopoli non c'erano autorità in grado di assumere il potere, neanche provvisoriamente, e per questa volta nessun generale decise di approfittare della situazione per usurpare il trono. Un imperatore e un governo c'erano, solo in Occidente. Anzi, di imperatori, in verità, ce n'erano due: Graziano, che era un ragazzo di 19 anni, e il suo fratellino Valentiniano II. Ma Valentiniano II, per il momento, non conta.

Appena conosciuta l'entità della disfatta e la morte dello zio, Graziano, col suo esercito, era tornato in gran fretta nelle Gallie per difendere i suoi imperi nel caso che i barbari si fossero diretti lì. Tocca a lui e ai suoi ministri scegliere un nuovo imperatore per l'Oriente. Ci misero qualche mese a trovare il candidato adatto. Nel gennaio 379, uno dei generali di Graziano, Teodosio, venne proclamato imperatore d'Oriente. Con Teodosio entra in scena l'ultimo grande protagonista della nostra storia, almeno da parte romana: l'uomo che, negli anni dopo Adrianopoli, lavorò più di chiunque altro per tappare la falla e raddrizzare, per quanto possibile, la situazione.

Prima di andare a vedere più da vicino chi era Teodosio, bisogna che riflettiamo ancora un po' sul modo in cui era stato eletto. L'imperatore d'Occidente aveva nominato quello d'Oriente. È vero che in quella situazione non si poteva fare in altro modo: in Oriente non c'era più un esercito che potesse esprimere un candidato. Però, anche nel caso della nomina di Valente, che era successa la stessa cosa: prima l'esercito d'Occidente aveva acclamato imperatore Valentiniano, e solo dopo Valentiniano aveva deciso di mandare in Oriente il fratello minore. Ecco, è proprio come se, dal punto di vista politico, l'Oriente fosse un po' il fratello minore dell'Occidente per tanti motivi. L'Impero era nato a Occidente, Roma era Occidente, i senatori più ricchi erano quelli dell'Occidente, i reparti occidentali dell'esercito, per tradizione, erano i più agguerriti. Erano anche quelli che riuscivano a imporre con più facilità i loro candidati al trono imperiale. Poi, l'Occidente voleva dire il latino, e il latino era ancora la lingua dell'esercito e della legge in tutto il territorio dell'Impero.

Però, questa condizione, diciamo così, di minorità politica, alla parte orientale cominciava a stare stretta. L'Oriente sapeva da un pezzo di essere, in realtà, la parte più popolosa, più ricca, più civile, perfino più cristiana dell'Impero. Costantino non aveva fatto altro che riconoscerlo quando aveva tolto la capitale da Roma e l'aveva trasferita sulle rive del Bosforo. Ecco, in questa insoddisfazione dell'Oriente greco per l'egemonia politica e militare dell'Occidente latino, ci sono i germi di una competizione, anzi, diciamolo pure, addirittura di una rivalità tra le due parti dell'Impero, che infatti, fra non molto, si spaccheranno definitivamente. Non mancano molti anni al momento in cui i figli di Teodosio si divideranno Occidente e Oriente, e i due imperi diventeranno due stati separati per sempre. Ma faremo ancora in tempo a parlarne, perché questa è una delle conclusioni importanti delle nostre storie.

Nel gennaio 391, l'imperatore Graziano, col consenso dell'esercito, nominò imperatore d'Oriente uno dei suoi generali, Teodosio, che gli storici chiamano anche Teodosio I, o il Grande. Chi era esattamente costui? Intanto, era un militare di carriera, come quasi tutti gli imperatori. Veniva dall'estremo Occidente, dalla Spagna, e aveva solo 32 anni, ma aveva già esperienza da vendere, anzi, anche troppa. Suo padre, Teodosio il Vecchio, era stato il più famoso generale dell'epoca di Valentiniano. Aveva combattuto in mezzo mondo, dalla Britannia all'Africa, e il figlio era cresciuto accompagnandolo in queste campagne. Poi, molto presto, a 26 o 27 anni, era stato nominato governatore di una delle province di frontiera, la Mesia.

Era uno che aveva alle spalle le relazioni giuste, la famiglia giusta, e sembrava destinato a una rapidissima carriera. Ma nell'Impero Romano le carriere a volte finivano all'improvviso e molto male. Valentiniano aveva cominciato a diffidare di Teodosio il Vecchio: era troppo popolare presso i soldati, era esattamente il tipo di generale che poteva tentare il colpo di stato. Perciò Valentiniano lo aveva rimosso dal comando e gli aveva montato contro un processo politico. Poi Valentiniano era morto di un colpo apoplettico mentre litigava con gli ambasciatori di certi barbari. Ma anche i suoi figli non avevano nessuna voglia di avere tra i piedi un uomo ingombrante come Teodosio il Vecchio, e l'avevano fatto condannare a morte e giustiziare. Il figlio, il nostro Teodosio, era stato risparmiato a patto che si ritirasse a vita privata, e se n'era andato a vivere sui suoi latifondi in Spagna. Tutto questo capitava nel 376, lo stesso anno in cui, a Oriente, i Goti si presentavano alla frontiera del Danubio.

E adesso, due anni dopo, Graziano doveva trovare un candidato per l'Impero d'Oriente, uno che avesse le spalle abbastanza robuste per assumersi un compito spaventoso, visto il punto a cui si era arrivati, e doveva essere una scelta popolare nell'esercito, altrimenti anche lui, Graziano, avrebbe cominciato a traballare. Così si ricordò di Teodosio. Lo mandò a chiamare in Spagna e, nel gennaio 379, lo proclamò Augusto e gli affidò l'Oriente. E la scelta si rivelò subito azzeccata. Teodosio era un militare, ma non del genere ottuso. Era crudele quando ce n'era bisogno, ma aveva una sensibilità politica. Era anche uno che sapeva accettare il compromesso quando non si poteva fare diversamente, e invece, quando era possibile, sapeva risolvere i problemi alla radice.

Per esempio, Teodosio semplificò brutalmente il problema religioso. Sappiamo che l'Impero era spaccato non soltanto dall'ostilità fra pagani e cristiani, ma anche dalle rivalità tra le diverse sette cristiane: cattolici, ariani. Quando venne nominato imperatore, Teodosio non era ancora neanche cristiano, ma aveva capito bene quali erano le priorità per un imperatore. Si fece battezzare subito e si schierò coi cattolici, non con gli ariani. Questo, poi, e magari è ovvio, perché Teodosio era un occidentale, e in Occidente l'arianesimo era quasi sconosciuta: erano tutti cattolici in Occidente. Ma Teodosio ne trasse le conseguenze politiche: basta con queste dispute e queste sette che portavano la discordia fra i sudditi e che, al tempo di Valente, avevano indebolito addirittura l'autorità dell'imperatore. Basta con queste discussioni teologiche da intellettuali greci.

Un anno dopo aver preso il potere, Teodosio emanò un editto di tre righe in cui diceva che i sudditi erano tenuti a seguire l'unica vera religione, che era quella cattolica. Tutte le altre sette cristiane erano sciolte e non potevano possedere chiese e praticare il culto in pubblico. E se qualcuno non era d'accordo, non ci avrebbe pensato solo Dio a punirlo nell'altra vita, ma anche lo Stato in questa. L'editto, con cui Teodosio impose il cattolicesimo come religione di Stato, venne emanato a Tessalonica nel 380, ed è emblematico del modo sbrigativo in cui il nuovo imperatore intendeva lavorare e della sua capacità di semplificare drasticamente i problemi. L'editto era rivolto innanzitutto contro gli ariani e, in pratica, condannò la loro chiesa a morire di un lento strangolamento.

Con i pagani, Teodosio fu un pochino più prudente, ma quando si sentì abbastanza forte per farlo, intervenne anche lì in modo drastico. Nel 391 soppresse tutti i culti pagani, chiuse i templi e vietò, sotto pena di morte, qualsiasi forma di paganesimo. E nell'ambito religioso, forse, andava bene così. Ma con i Goti non si poteva seguire un approccio così unilaterale, e Teodosio, bisogna dargliene atto, seppe gestire la crisi in modo molto più flessibile. Intanto, si era in guerra, e dunque la prima cosa da fare era ricostituire un esercito e riprendere le operazioni contro i Goti e fargli capire che, con tutta la loro grande vittoria di Adrianopoli, l'Impero Romano non era ancora sconfitto.

Senza perdere tempo, Teodosio pubblicò leggi durissime per cui gli uffici di leva dovevano arruolare subito tutti i coscritti, senza farsi più commuovere da esenzioni nella bustarella. Tutti i latifondisti dovevano fornire la loro quota, prelevando uomini tra i loro contadini. Tutti i disertori e anche tutti quelli che per legge potevano essere obbligati al servizio militare, ma in un modo o nell'altro finora l'avevano scampata, tutti dovevano presentarsi agli uffici, altrimenti rischiavano la morte. Gli uffici di leva erano autorizzati a reclutare senza cerimonie tutti i figli dei soldati, e tutti i vagabondi e i disoccupati senza fissa dimora, e tutti gli immigrati abili alle armi.

E quest'ultima legge è particolarmente interessante per noi, perché torna a battere su un argomento che abbiamo già toccato spesso. È formulata in modo molto esplicito e con quella brutalità che spesso è proprio il marchio degli interventi di Teodosio. L'imperatore minacciava alla morte sul rogo qualunque gestore di latifondi che avesse nascosto la presenza fra i suoi lavoranti di un immigrato. Tutti gli immigrati devono essere denunciati e consegnati agli uffici di leva per essere arruolati nei reggimenti. E così Teodosio, bene o male, riuscì a rimettere in piedi un esercito.

E intanto assumeva mercenari: mercenari Unni e perfino Goti. E bisogna ricordare che, anche se i Goti entrati nell'Impero alla fine si erano uniti in un unico popolo al comando di Fritigerno, in realtà i Goti continuavano a essere un insieme di tribù con un'identità molto labile, tribù stesse scollegate o rivali fra loro, e molte di queste tribù erano rimaste oltre il Danubio, si erano rifugiate nelle zone di montagna, erano riusciti a tenere a bada gli Unni. Teodosio non si fece nessuno scrupolo di aprire negoziati con i loro capi e offrire condizioni vantaggiose a quelli che accettavano di fornirgli mercenari per combattere gli altri Goti. E qualcuno di quei capi accettò.

Ce n'era uno, Alarico, che per un po' di tempo era stato molto popolare fra i Goti e aveva combattuto contro i Romani, e poi è stato messo un po' da parte anche perché era vecchio. Teodosio lo invitò a Costantinopoli, lo accolse con tutti gli onori, gli fece costruire una statua nell'ippodromo accanto a quelle dei politici romani. E anche se poco dopo Alarico morì, intanto molti guerrieri erano venuti con lui, che avevano accettato di prendere servizio per i Romani.

Non è chiaro se l'esercito ricostruito da Teodosio sarebbe stato in grado di riuscire dove quello di Valente aveva fallito. I veterani caduti ad Adrianopoli non erano facili da sostituire, e la qualità dei nuovi reparti non deve essere stata all'altezza di quelli distrutti. Ma Teodosio, l'esercito non serviva tanto a sconfiggere i Goti, quanto a costringerli a negoziare e ad accettare un compromesso ragionevole. Anche se Adrianopoli era stata una vittoria schiacciante e oltre tutte le aspettative, la situazione dei Goti, comunque, era sempre precaria. L'abilità strategica dei capi serviva a poco finché ai loro uomini non riuscivano a prendere le città. Senza delle città fortificate in cui fare base e dove passare l'inverno, i barbari erano sì padroni della Tracia e potevano spingersi fino ai sobborghi di Costantinopoli, ma non si poteva dire che avessero conquistato il paese. Erano ancora sempre dei razziatori vagabondi, per quanto bene armati.

Anche l'autorità che Fritigerno era riuscito a conquistarsi nel momento del pericolo si era in parte dissolta all'indomani della vittoria, quando sembrava che tutto fosse possibile, e molti capi decisero di fare da soli. Teodosio e Graziano condussero le operazioni con prudenza, preoccupando un po' per volta il terreno perduto, garantendo la sicurezza di Costantinopoli e quindi tranquillizzando finalmente l'opinione pubblica, cercando di dimostrare ai Goti che l'Impero era ancora in grado di fargliela pagare cara. È un mezzo bluff, ma alla fine ebbe successo.

Uno dopo l'altro, i capi tribù si lasciarono convincere a fare la pace, in cambio più o meno di quelle stesse cose che Valente aveva promesso all'inizio e che poi si era rimangiato. Qualche capo ricevette terra da coltivare, abbastanza per sistemare le famiglie dei suoi uomini, in quelle stesse zone che proprio loro avevano desertificato con anni di saccheggi e di atrocità. Qualcun altro ricevette gradi e stipendi nell'esercito, e i suoi uomini vennero convinti ad arruolarsi. Alla fine, nel 382, Teodosio riuscì a fare il colpo grosso: a convincere anche Fritigerno, che comunque, come banda, era ancora la più numerosa di tutte, a negoziare con lui. Venne mandato uno che già conosciamo: Saturnino, quello stesso che aveva comandato le operazioni contro i Goti l'anno prima di Adrianopoli, e che era uno dei generali che erano scampati per un soffio al massacro.

Saturnino negoziò un trattato che, almeno in apparenza, soddisfaceva tutti, e fu accolto in trionfo a Costantinopoli. E l'anno dopo, come ricompensa, fu nominato console. Il retore Temistio, quello stesso che qualche anno prima si era complimentato con Valente per aver fatto la pace con i Goti, fu incaricato di fare anche l'elogio di Saturnino. E nel suo discorso noi sentiamo vibrare di nuovo, come se non fosse cambiato niente, quella retorica umanitaria che conosciamo già bene. Temistio si complimenta perché il governo ha trovato una soluzione politica al problema, accogliendo i Goti pacificamente anziché cercare di annientarli. E citiamolo: "La filantropia prevale sulla distruzione". Forse sarebbe meglio riempire la Tracia di cadaveri piuttosto che di contadini. Già i barbari trasformano le loro armi in zappe e falci e coltivano i campi. E l'ideologia del melting pot, per cui i barbari sono destinati a integrarsi nell'Impero, ne abbiamo già accolti tanti, dice Temistio, e i loro discendenti non possono più essere chiamati barbari. Sono a tutti gli effetti Romani, pagano le stesse nostre imposte, servono con noi nell'esercito, sono amministrati secondo lo stesso statuto degli altri, sottomessi alle stesse leggi. E la stessa cosa, in poco tempo, accadrà ai Goti.

La soluzione di Teodosio per il problema dei Goti, in pratica, fu quella che era rimasta nell'aria per tanto tempo e che parecchie volte era stata sul punto di concretizzarsi, anche se poi ogni volta le cose all'ultimo momento erano andate storte. Valente aveva fatto entrare i Goti nell'Impero con l'idea di assumerli nell'esercito. Poi l'inefficienza e la corruzione pazzesca con cui le autorità militari avevano trattato i profughi li avevano spinti a ribellarsi. Valente, però, era sempre rimasto aperto all'idea di una soluzione negoziata. Ancora qualche ora prima di essere ammazzato sul campo di Adrianopoli, stava discutendo con gli inviati dei Goti per vedere di trovare una soluzione. Teodosio, alla fine, nel 382, aveva fatto esattamente quello che si sarebbe potuto fare già sei anni prima, salvo che tutto quello che era successo nel frattempo non si poteva cancellare così facilmente. Non si potevano cancellare anni di saccheggi e di atrocità, e la distruzione di un esercito, e la morte di un imperatore, e l'assedio della capitale.

Assumere i guerrieri Goti nell'esercito imperiale, dopo che avevano vissuto in quel modo, non era più la stessa cosa. E anche spiegare alla popolazione civile dell'Impero che in realtà quelli erano profughi, gente da trattare con umanità, gente che aveva bisogno di lavorare, anzi, forza lavoro utile. Beh, spiegare questo alla gente era molto più difficile dopo Adrianopoli. Eppure, i gruppi dirigenti dell'Impero ci provarono. E davvero non saprei dire se sia più ammirevole la loro buona volontà o più sbalorditivo il loro cinismo. Per i politici che lavorano con Teodosio, è come se l'accoglienza dei Goti, dopo tutto quello che è successo, non ponesse nessun problema. I discorsi ufficiali e i versi dei poeti di corte battono tutte sullo stesso tasto.

Per esempio, ascoltiamo un retore gallico, Pacato, che viene a Costantinopoli a fare un bel discorso all'imperatore a nome della sua città. E in mezzo ai soliti complimenti e logiche, che sono obbligatori in questo genere di discorsi, si entusiasma per come Teodosio ha risolto il problema dei Goti. E si entusiasma, si esalta per tutti questi nuovi soldati romani, barbari sì, ma che hanno tanta voglia di imparare. Pacato, o cosa degna di memoria, chi era stato un tempo nemico dei Romani, marciava sotto comandanti e vessilli romani, e seguiva le insegne contro cui aveva combattuto, e riempiva come soldato le città che prima aveva svuotato e devastato da nemico. Il Goto, uno e l'altro, imparava a esprimersi secondo il regolamento, e prestava i turni di guardia, e aveva paura di essere rimproverato. Nei rapporti con quello del barbaro che butta via la pelliccia, impara a vestirsi da persona civile, che a obbedire agli ordini e a rispettare la disciplina. È un luogo comune che gli autori dell'epoca di Teodosio amano follemente. Salta fuori in tutte le loro opere, e il sottotesto, se posso dire così, è chiaro: cambiare gli abiti animaleschi con quelli cittadini e imparare a vivere secondo le regole vuol dire non essere più barbaro e diventare romano.

Tutta la retorica sull'universalità dell'Impero e sulla sua capacità di assimilazione viene tirata fuori in questi ultimissimi anni del IV secolo per dimostrare che Teodosio ha fatto la scelta giusta. E non è tutto retorica vuota, sia chiaro, perché questa capacità di assimilazione, in una certa misura, c'è davvero. L'Impero li sta assorbendo davvero i barbari, in una quantità che sarebbe stata inimmaginabile fino a poco tempo prima.

E mentre li assorbe, inevitabilmente cambia. L'esempio più impressionante di come l'esercito romano stava assorbendo e integrando i Goti è dato da un gruppo di lapidi che sono state ritrovate all'inizio del Novecento in un cimitero paleocristiano vicino a Portogruaro, in Veneto, dove una volta c'era una città romana con un bel nome beneaugurante: Concordia. Un bel po' di queste lapidi, quasi 40, appartengono a soldati dell'esercito di Teodosio, soldati di molti reggimenti diversi, tanto che ci si è chiesti come mai fossero seppelliti tutti proprio lì. Poi si è ricostruito che, verso la fine del suo regno, nel 394, Teodosio aveva sostenuto una grande battaglia più o meno in quella zona contro uno dei soliti usurpatori, e probabilmente una parte dell'esercito era rimasta accampata per parecchio tempo vicino a Concordia. E queste lapidi risalgono proprio a quell'epoca.

Sono tutte lapidi di soldati cristiani, perché vengono da un cimitero cristiano, appunto. I nomi dei reggimenti sono quelli fantasiosi, tipici del tardo Impero: i Braccati, gli Armigeri. E molti hanno dei nomi di tribù barbare. Ci sono gli Heruli seniores, e ritroviamo anche una nostra vecchia conoscenza: gli Ibati, quelli che alla battaglia di Adrianopoli erano di riserva e se l'erano cavata perché erano scappati in tempo. Tutte queste lapidi, a leggerle, danno l'idea che l'esercito fosse una società molto compatta, dove tutti erano legati da vincoli di cameratismo o di parentela, e anche da vincoli religiosi. In molti casi si legge che la lapide del morto è stata pagata dai suoi commilitoni a spese loro, o dai suoi compaesani che servivano nello stesso reggimento, oppure dai fratelli. In molti casi sono menzionate anche le mogli, le figlie, le concubine, e si capisce che, in realtà, quello militare era davvero un microcosmo in cui gli uomini vivevano tutta la vita inseriti con le loro famiglie, e se le portavano dietro.

E sono anche lapidi, come dire, molto per bene, molto religiose, con tante dediche e complimenti all'ottimo collega, alla santa chiesa della città di Concordia. Poi uno va a vedere i nomi dei soldati e capisce subito che sono quasi tutti barbari. Come primo nome si chiamano tutti Flavio, che era il nome di famiglia degli imperatori. Tutti gli imperatori, a partire da Costantino, portavano il nome Flavio, e lo portavano anche tutti gli immigrati che ricevevano la cittadinanza, e dopo un po' anche tutti i funzionari militari dell'Impero avevano preso l'abitudine di portare questo primo nome, Flavio. E dopo Flavio, questi militari sepolti a Concordia hanno quasi tutti un nome germanico, in molti casi anzi proprio nome gotico, come Flavio Andila, che era un sottufficiale dei Braccati, o Flavio Cindila, che serviva nel reggimento degli Heruli. E potrei continuare. Ecco, questo è proprio il volto positivo dell'integrazione, e la dimostrazione che la politica di Teodosio poteva riuscire. Il Goto diventava un soldato romano, giurava fedeltà all'imperatore, diventava cattolico, imparava la disciplina, imparava ad apprezzare lo stipendio e la pensione, si integrava lui e la sua famiglia. E l'esercito, che era una comunità coesa, compatta, l'esercito sembrava fatto apposta per gestire questo processo di integrazione: assorbiva barbari, li macinava e li trasformava in veterani romani, di quelli che gli imperatori, quando si rivolgevano a loro nei discorsi pubblici, chiamavano commilitoni, e che erano il vero pilastro dell'Impero.

Sarebbe troppo bello se potessimo citare soltanto la faccia positiva della medaglia. Se tutto quello che ci resta della politica di Teodosio fossero i discorsi dei retori che celebrano l'integrazione e le lapidi dei guerrieri Goti trasformati in bravi soldati cristiani. In realtà, c'era un'altra faccia. Per onestà, bisogna fare i conti anche con quella. Intanto, non sempre i Goti erano assunti come soldati dell'esercito regolare. In molti casi, gli accordi con i loro capi prevedevano di assumerli come mercenari, il che vuol dire che erano bande autonome, non diventavano affatto soldati romani. Il governo accettava di assumere la banda in blocco, la spediva da qualche parte dell'Impero, e lì lì la quartierava. C'era una legge precisa che si chiamava l'ospitalità, che obbligava la popolazione a mantenere i mercenari. In pratica, gli uomini erano sistemati nelle case della gente, e potevano requisire roba da mangiare. E se questi mercenari diventavano un po' troppo violenti, bisognava sopportare, perché a volte le uniche truppe romane presenti sul posto erano proprio loro, e non c'era nessun altro che potesse costringerli a comportarsi bene.

D'altra parte, quando nella stessa zona sono acquartierati uno vicino all'altro reparti romani e bande mercenarie, è ancora peggio, perché c'è sempre il rischio che scoppino incidenti. I soldati sono gelosi dei mercenari barbari, che sono pagati meglio di loro, e certe volte sono gli stessi comandanti romani che intervengono, magari per difendere la popolazione civile dalle prepotenze, e attaccano i mercenari, a volte li massacrano. In questi casi, il governo interviene con durezza in difesa dei mercenari, destituisce gli ufficiali colpevoli, li manda sotto processo, perché anche se i militari non l'hanno ancora capito, i barbari bisogna trattarli bene. L'imperatore non solo non è abbastanza forte da sbarazzarsene, ma non vorrebbe neanche, perché in realtà ha bisogno di loro. Dopo Adrianopoli, la coscrizione funziona sempre peggio. La popolazione dell'Impero è da tanto tempo che si è, come dire, demilitarizzata. Nessuno ha voglia di fare il soldato. Ci vuole una violenza estrema da parte degli apparati statali per costringere le reclute a presentarsi, e dopo Adrianopoli, ripeto, le cose peggiorano ancora.

Invece, i mercenari barbari sono così comodi. Sono reparti già pronti, agguerriti, non c'è bisogno di addestrarli, basta pagarli, pagarli, sistemarli a casa dei contribuenti e fornirgli l'annona, cioè i rifornimenti di viveri, anche quelli a spese della gente. Teodosio di questi mercenari non potrebbe più farne a meno. Durante il suo regno, deve affrontare due usurpatori pericolosi, tutti e due, e queste campagne riesce a vincere solo perché, oltre all'esercito regolare, ai mercenari barbari, e tutti ormai ragionano così. C'è un passo molto bello di Sant'Ambrogio che riferisce un suo colloquio proprio con uno di questi usurpatori, Magno Massimo. Questo Magno Massimo era stato proclamato imperatore dall'esercito in Gallia, poi aveva invaso l'Italia, era arrivato a Milano, ed è lì che Sant'Ambrogio lo accoglie e ha occasione di parlare con lui. Intanto, Teodosio sta preparando una spedizione per sconfiggere questo usurpatore, e sta mandando in Italia un esercito che è composto in gran parte di mercenari Goti.

E Sant'Ambrogio racconta che Magno Massimo si era quasi offeso e aveva detto: "Ma guarda un po', mi mandano contro i barbari, cito, come se non ne avessi anch'io da mettere in campo, mentre ho al mio servizio tante migliaia di barbari che ricevono la nonna da me". Insomma, veri barbari era diventato necessario, se uno voleva prendere il potere e tenerlo. E allora non stupisce scoprire che in certe regioni dell'Impero non c'erano neanche più reparti regolari dell'esercito, solo mercenari. Tanto che addirittura il linguaggio si modifica: in siriaco, a partire dalla fine del IV secolo, soldato si dice "Goth". Dopo tutto quello che abbiamo raccontato stasera, non ci stupisce che negli ultimi anni di Teodosio, fra i gruppi dirigenti dell'Impero, se sia delineata una corrente che non ne poteva più dei barbari. Fino a quel momento, la reazione di tutti quelli che in qualche modo erano vicini al governo, o anche solo di quelli che avevano studiato in buone scuole, era che l'integrazione dei barbari era possibile, anzi facile.

A un certo punto, invece, comincia a venire fuori qualcuno che non è d'accordo. Il più famoso è un intellettuale che abbiamo già incontrato, quel Sinnesio, che era un grande latifondista africano e che alla fine diventerà vescovo in una città della Libia. Sinnesio vive gli anni dopo Adrianopoli con rabbia crescente. Gli sembra che l'Impero sia governato malissimo, e non si trattiene certo dal dirlo. E la cosa che lo esaspera di più è proprio lo strapotere dei barbari. Non è che Sinnesio sia razzista, e non è neanche ostile per principio a far lavorare i barbari e cercare di integrarli. Per esempio, quando parla dei suoi latifondi in Libia, che erano continuamente minacciati dalle scorrerie dei Berberi, Sinnesio è furioso con i soldati che dovrebbero difendere la gente: tutti vigliacchi, dice, degli ufficiali, tutti corrotti, pensano solo alle bustarelle. Però, per fortuna, dalle sue parti è arrivata una squadra di mercenari Unni, e quelli sono gente serissima, pattugliano il deserto e non si lasciano scappare un Berbero. E Sinnesio di loro è entusiasta: quelli, dice, che sono veri Romani.

Ma i Goti sono un'altra faccenda. "È assurdo", dice, "abbiamo lasciato entrare nell'Impero tutti questi barbari armati e abbiamo affidato a loro la difesa. Solo un pazzo potrebbe non avere paura vedendo tutti questi giovani cresciuti all'estero e che continuano a vivere secondo le loro abitudini, incaricati di gestire l'attività militare nel nostro paese". E ce l'ha molto esplicitamente con la politica di Teodosio, che è morto da poco. "Questi avevano ancora le mani insanguinate", dice, "e lui li ha tirati dentro, gli ha dato la cittadinanza e la terra e i comandi". Ecco, soprattutto il fatto che ci siano degli ufficiali Goti che hanno fatto carriera e che comandano nell'esercito, e siccome comandano nell'esercito, finiscono per comandare anche a corte. Sono loro i grandi uomini dell'Impero, quelli che decidono. Ma di questioni, questa è una cosa che a Sinnesio non va proprio giù.

È vero che gli ufficiali di origine barbarica ce n'erano da tanto tempo, anche nei posti di comando. Ma prima di Adrianopoli, nessuno si spaventava. Ora, invece, viene fuori un movimento di opinione per cui queste cose sono pericolose. E infine, Sinnesio c'è un quadro famosissimo di questi immigrati non ancora ripuliti, che ormai spadroneggiano nell'Impero. Lui non ne può più di questi spettacoli che si vedono tutti i giorni: "Quando un uomo vestito di pelli comanda a quelli che indossano la clamide (la clamide è il vestito comune dei Romani), e quando uno di questi, spogliatosi della pelliccia di cui era coperto, veste la toga e discute l'ordine del giorno insieme ai magistrati dei Romani, col console che gli offre il posto d'onore accanto a sé, mentre quelli che ne avrebbero diritto stanno dietro. Questi tali, poi, continua Sinnesio, per poco che siano usciti dal Senato, si rimettono subito la pelliccia, e quando incontrano i loro soci si mettono a ridere della toga, dicendo che con quella addosso non si riesce a sguainare la spada".

La politica di compromesso e di accoglienza dei Goti praticata da Teodosio suscitò delle reazioni contrastanti nei gruppi dirigenti romani. Molti continuavano a esaltare la capacità dell'Impero universale di aprirsi davvero a tutti gli uomini, e dell'imperatore di presentarsi come un padre non solo per i Romani, ma per tutti i popoli. Altri, invece, protestavano che era pericoloso far entrare così tanti immigrati tutti insieme, e per di più assumerli proprio nel settore più delicato: la difesa. Certo, è un punto debole della politica di Teodosio il fatto che l'assunzione di tutti quei soldati e quei mercenari Goti sia avvenuta proprio nel momento in cui l'esercito d'Oriente era rattoppato dalle perdite di Adrianopoli e bisognava ricostituirlo in fretta e a tutti i costi. E il costo, appunto, fu alto, perché in pratica l'imperatore, se voleva disporre di una forza militare efficiente, non poteva più fare a meno dei suoi Goti. E questo, per molti, era un segnale di debolezza intollerabile e non presagiva nulla di buono per lo Stato.

Roma, dopo la morte di Teodosio nel 395, queste posizioni critiche vengono espresse in modo sempre più violento. L'Impero era stato diviso fra i due figli di Teodosio, Arcadio e Onorio. Uno era un ragazzino e l'altro un bambino. Erano due governanti deboli nelle mani degli eunuchi e dei generali barbari. E certi discorsi che non si potevano fare sotto Teodosio senza rischiare la testa, adesso invece vengono fuori senza complimenti. Sinnesio, che conosciamo già, che è uno dei più accaniti avversari dell'immigrazione gotica, si rivolge proprio ad Arcadio e glielo dice chiaro e tondo: "Tuo padre che ha rovinato l'Impero. Poteva metterli in ginocchio questi Goti, invece li ha rialzati e gli ha dato uno spazio tale che ormai non ce li togliamo più".

Gli storici hanno parlato di una reazione anti-barbarica e addirittura di un partito anti-barbarico che avrebbe raccolto senatori e intellettuali che la pensavano come Sinnesio. In realtà, forse non è proprio così. Bisogna pensare che la politica alla corte imperiale era complicata e i colpi bassi non si risparmiavano. E anche protestare contro i barbari e reclamare il ritorno ai bei vecchi tempi, quando certe cose non succedevano, anche questo serviva soprattutto nella lotta per il potere. In questo cosiddetto partito anti-barbarico, in realtà, noi non individuiamo una reazione razzista in quanto tale. Tutti comunque condividono i presupposti per cui l'Impero può assimilare i barbari, solo bisogna farlo in modo giusto e soprattutto evitare di dargli troppo potere quando non sono ancora civilizzati, perché allora i barbari diventano pericolosi e comunque si rischia di ottenere l'effetto contrario: si rischia, cioè, di abdicare a quella missione civilizzatrice che ufficialmente l'Impero Romano, comunque, si propone e che nessuno si sognerebbe di negare.

Ma poi, ripetiamolo, alla fine certi interventi in Senato, certi discorsi tenuti davanti all'imperatore, dove si deplora la troppa importanza che i barbari stanno assumendo e si criticano quelli che con la loro politica hanno dato spazio ai barbari, discorsi servono poi, soprattutto, per affondare qualche politico avversario, qualche generale che si sta cercando di rovinare, e per portarne su degli altri che magari poi sono di origine barbarica anche loro. Certo, negli anni di Teodosio e poi negli anni dei suoi figli, Arcadio e Onorio, emergono tanti generali Goti. Prima i barbari che facevano carriera erano piuttosto quelli che venivano dal Reno: i Franchi e gli Alamanni. Adesso ci sono anche i Goti, e questo crea concorrenza e modifica i rapporti di forza fra le cricche e le lobby che si contendono l'influenza a corte.

L'ascesa dei generali barbari all'epoca di Teodosio e poi dei suoi figli, Arcadio e Onorio, è solo l'esito naturale di un processo di assorbimento di immigrati che era in corso già da molto tempo nell'Impero. Il disastro di Adrianopoli e gli accordi di Teodosio con i Goti negli anni seguenti hanno accelerato questo processo, l'hanno fatto diventare più vistoso e quindi hanno creato reazioni allarmate in certi ambienti, ma niente di più. E del resto, l'Impero continuava a essere un melting pot, e anche la natura barbarica di questi immigrati non va esagerata, soprattutto quando si tratta di gente che fa carriera. Noi continuiamo a chiamarli Goti perché siamo noi, ancora più degli antichi, che siamo fissati con l'identità etnica, ma in realtà questi Goti, sia Romani, sia Greci, davano in fretta. Certamente ci sarà romanizzato Fritigerno, che aveva già tutte le qualità necessarie per diventare un ottimo generale romano. Peccato che non ne sappiamo niente di più, perché dopo il trattato che conclude con Teodosio, Fritigerno scompare dalle nostre fonti. È probabile che sia morto presto.

Ma negli anni intorno al 400, c'è un altro generale, figlio di immigrati Goti: Fravitta. È uno che ha un ruolo importante nella politica di Costantinopoli, ma se si va a leggere le testimonianze dell'epoca, viene fuori che era un barbaro per nascita, ma per tutto il resto un greco, non solo nelle abitudini, ma anche nel carattere e nella religione. E un altro di questi generali di origine gotica, nati all'estero, ma che in realtà sono vissuti nell'Impero fin dalla giovinezza e hanno fatto carriera al suo servizio. Un altro di questi barbari, che però sono cittadini romani, ufficiali romani, è uno che tutti conosciamo, almeno di nome: Alarico. Alarico l'abbiamo sentito nominare tutti, perché è quello che nel 410 fa il sacco di Roma. E di solito, i pochi ricordi di scuola non ci aiutano a capire chi era davvero. Uno si immagina il re dei Goti, un capo barbaro vestito di pelli, che invade l'Italia alla testa di un'orda. Ecco, in realtà non è proprio così.

Alarico è uno che emerge nell'ambiente dei mercenari Goti al servizio di Teodosio. Non che sia un ambiente pacifico e civilizzato, e non bisogna esagerare neanche in questo senso. I mercenari sono turbolenti, la gente ha paura di loro, e le sedizioni e le ribellioni sono all'ordine del giorno. I mercenari Goti sono la principale forza militare a disposizione dell'imperatore, e quindi il governo cerca di trattarli bene. Sono anche una fonte inesauribile di disordine, di proteste, di risse con la popolazione. Poi si ribellano e disertano con grande facilità. È vero che anche l'esercito regolare romano, lo sappiamo fin troppo bene, con tutta la sua disciplina ferrea e le sue tradizioni secolari, in realtà era un'organizzazione dove gli abusi e la corruzione erano radicati da sempre. In realtà, anche negli accampamenti delle legioni, le rivolte, le ribellioni, le usurpazioni erano all'ordine del giorno. Con i mercenari Goti, la situazione è solo peggiorata. Però è peggiorata la sensazione che tenere a bada questa folla armata per l'Impero, per il governo imperiale, sia sempre più difficile.

Ecco, in questo ambiente che viene fuori Alarico e diventa rapidamente un capo. Il che vuol dire che ha una sua banda di guerrieri che lo seguono, perché lui sa negoziare dei contratti lucrosi col governo. Non è un re, non è un capo tribù, è un capo militare che fa la sua carriera e i suoi affari, cercando di arricchirsi e di far stare bene anche i suoi uomini, a spese del governo e dei contribuenti romani. La carriera di Alarico è emblematica di quella che è la vera debolezza dell'Impero nei primi anni, anzi, diciamo pure nei primi decenni dopo Adrianopoli, e cioè il fatto che, almeno a Oriente, i mercenari sono diventati un puntello indispensabile per l'imperatore, e la loro fedeltà alla fine dipende da una cosa sola: che siano pagati e che siano pagati bene.

Quando il governo ha soldi e paga Alarico, e non solo lui, tanti altri capi come lui, combattono per l'imperatore e rendono servigi preziosi. Aiutano a difendere le frontiere, a stroncare le usurpazioni, a reprimere le ribellioni, a mantenere l'ordine pubblico, anche quando magari quelli che turbano l'ordine pubblico sono altri mercenari Goti come loro. I capi sono abbastanza civilizzati per aver capito come funzionano le cose nell'Impero: che bisogna fare politica e intrigare nei corridoi, e avere degli appoggi, che quando le cose si mettono male bisogna essere capaci di ricattare senza scrupoli e con faccia tosta, se si vuole farsi strada. Alarico negozia diversi accordi col governo, e ogni volta chiede di più: chiede stipendi, pensioni, chiede ricchezza da distribuire ai suoi uomini e terra, perché poi il sogno di tutti questi mercenari è di diventare una buona volta padroni, di avere le loro case, terra, bestiame, schiavi, e vivere tranquilli. E per sé, Alarico, oltre ai soldi, chiede gradi, titoli, una posizione.

E quando il governo sembra un po' troppo riluttante a dargli quello che chiede, Alarico, e come lui parecchi altri capi, non si fa nessuno scrupolo di ribellarsi e minaccia di cominciare a saccheggiare il paese invece di difenderlo. Certe volte il governo tiene duro, gli manda contro altri generali, altri mercenari barbari. Sarebbe lunga la storia delle campagne di Alarico: a volte pagato dal governo per reprimere qualche ribellione, e a volte invece protagonista lui stesso di una ribellione. Più di una volta Alarico tira troppo la corda, più di una volta si ritrova intrappolato con i suoi guerrieri in situazioni che sembrano senza uscita, e all'ultimo momento riesce sempre a cavarsela, a firmare una tregua, a ricominciare i negoziati. Per le campagne attraversate da queste bande, è una tragedia, come erano state una tragedia gli anni dei saccheggi gotici in Tracia prima di Adrianopoli. Ma certe volte si ha l'impressione che per i generali fosse solo un modo di fare politica. Poi, alla fine, erano sempre pronti a mettersi d'accordo fra loro.

Alarico se la cava sempre e ottiene quello che chiede. È quello che chiede è di essere nominato generale. Questo è il punto d'arrivo. Tutti questi guerrieri, questi militari barbari, sognano gli alti comandi e gli onori e gli stipendi che vanno insieme con gli alti comandi. E Alarico lo ottiene. A un certo punto, chiede e ottiene il comando di tutte le truppe romane nel Illirico, che è una provincia immensa. E probabilmente proprio con lui che ce l'ha Sinnesio quando descrive il barbaro coperto di pelli che, prima di entrare in Senato, si toglie la pelliccia, si mette la toga e va a discutere con i magistrati, e poi però, quando torna fuori, si rimette subito la pelliccia, perché con la toga non si sente a suo agio e dice che vestito così non si riesce a sguainare la spada.

Era un uomo che di identità ne aveva almeno due: era Alarico, il capo guerriero, a cui tanti guerrieri Goti avevano giurato fedeltà secondo i rituali del loro popolo e dei loro antenati. E al tempo stesso era Flavio Alarico, il generale romano, magister militum. E questa identità non erano una vera e una falsa, come sembra pensare Sinnesio. Molto probabilmente erano vere tutte e due.

Siamo arrivati alla fine del nostro racconto della battaglia di Adrianopoli, che in queste ultime puntate è diventato soprattutto una riflessione sulle conseguenze di questa battaglia. E allora, è davvero una data epocale: la fine dell'antichità e l'inizio del Medioevo. Come sempre, quando uno va a vedere da vicino, i confini diventano meno netti, le rotture sembrano meno drastiche, si scopre sempre che i grandi cambiamenti, in realtà, erano già cominciati prima, e che il passato, da parte sua, ci ha messo poi un bel po' a morire. Adrianopoli segna un'accelerazione brusca, drammatica, in un processo di apertura dell'Impero Romano all'immigrazione barbarica che, già da un po', stava trasformando la società, l'esercito, il governo stesso dell'Impero.

E però, c'è ancora un ultimo aspetto che non abbiamo messo in luce, e che invece, forse, è il più cruciale di tutti. È quello che davvero ci permette di parlare di Adrianopoli e degli anni immediatamente successivi, degli accordi di Teodosio con i Goti, come una svolta davvero epocale. Il punto è questo: tutta la vicenda che abbiamo raccontato in queste settimane si svolge nell'Impero d'Oriente e sulla frontiera orientale. Che si presentano i Goti nell'autunno del 376, e l'imperatore d'Oriente che li accoglie e poi subito se ne pente. E nelle province orientali che si trascina la lunga guerra fra i profughi ribelli e l'esercito romano. E in Oriente che si combatte la battaglia di Adrianopoli, in una zona che oggi addirittura è in Turchia. E in Oriente che regna Teodosio, ed è il suo esercito che, dopo la battaglia, si ricostituisce assorbendo volontari e assumendo mercenari gotici. E in Oriente che si comincia a capire, dopo un po', le conseguenze destabilizzanti di queste scelte. È qui che nasce e si diffonde l'intolleranza verso i barbari, ed è qui che scoppiano gli incidenti fra la popolazione civile e i Goti. È qui che sono stanziati i grosso dei reparti mercenari, e nell'esercito d'Oriente che fanno carriera i principali capi gotici, per ultimo Alarico.

E dopo un po', l'Oriente decide che ne ha abbastanza e che di questo problema vuole liberarsi per sempre. Quando i mercenari Goti diventano troppo turbolenti e quando i loro capi cominciano ad avere un po' troppe pretese, il governo dell'Oriente comincia a organizzare le cose perché si trasferiscano un po' più a Occidente, promettendo, concedendo, purché comunque ogni volta si spostino un po' più in là. E l'Occidente, in quegli anni, sono gli anni dei figli di Teodosio, Arcadio e Onorio. L'Occidente, in quegli anni, è governato male e aveva dei problemi paurosi con i barbari del Reno. E, come dire, non è riuscito a impedirle. A forza di negoziati e di sistemazioni sempre provvisorie e sempre rimesse in discussione, il grosso dei mercenari barbari, con Alarico che ormai era diventato il loro capo supremo, si spostano in Italia. E lì, per un po', è il governo occidentale che deve occuparsi di loro, gestirli, pagarli. All'inizio ci riesce, riesce a pagare, a tenerli tranquilli. E quando non ci riesce più, Alarico, che è un generale romano, per far vedere che fa sul serio, si dirige verso Roma e la saccheggia. E il 410.

E a partire da questo momento, il flusso dell'immigrazione barbarica, che sta diventando sempre più violenta e non è più controllata in nessun modo da questi governi deboli, d'ora in poi si rivolgerà sempre più verso l'Occidente. E in Occidente che alla fine i mercenari barbari prendono il potere: i Goti in Spagna, i Franchi in Gallia. Sì, che alla lunga l'Impero Romano in Occidente si dissolve, mentre quello d'Oriente, che fino a un attimo prima sembrava sull'orlo del collasso, si è ripreso e continua a esistere. E questa sì che è una svolta epocale, perché segna la fine dell'antica unità del mondo romano, anzi, del mondo mediterraneo. E qui che nascono, da una parte, un Occidente dove i Romani e i Germani dovranno imparare faticosamente a convivere, e dall'altra, un Oriente greco che invece avrà una storia del tutto diversa. E le conseguenze di questa spaccatura noi le sentiamo ancora nell'Europa di oggi. E con questo, finito davvero. Grazie per l'ascolto e buonasera.