Transcription
In questa video lezione noi parleremo del primo libro di poesie di Eugenio Montale, "Ossi di seppia". Cominciamo dal titolo: l'osso di seppia. Lo so, è seppia in sé un detrito lasciato sulla spiaggia dalle seppie, appunto. Quindi, cacciato dal mare, è approdato sulla terra, diventa a tutti gli effetti un correlativo oggettivo che va a identificare la condizione di esilio del poeta dalla vita. Nello stesso tempo, denota una condizione esistenziale del poeta stesso, cioè il poeta si sente in disarmonia con l'universo, non più in armonia con l'universo. E questo porta a identificare proprio l'osso di seppia con l'aridità stessa dell'esistenza del poeta, ma anche dell'uomo.
Chiarito velocemente il discorso legato al titolo, su questi argomenti ci torneremo, perché saranno dei temi di questo primo libro montaliano. Primo libro montaliano che si caratterizza per essere probabilmente la prima tappa di un percorso di formazione, dal momento in cui l'osso di seppia galleggia felicemente nel mare, cioè trasportato dal mare, che è appunto simbolo della felicità, al suo approdo sulla terra. Quindi, di fatto, questo libro finisce per essere la prima tappa di un percorso di formazione.
Ma andiamo a vedere innanzitutto quando è stato pubblicato "Ossi di seppia". La prima edizione, "Ossi di seppia", trova la luce nel 1925. È un periodo molto difficile per l'Italia. Diversi mesi prima, nel 1924, è cessato il delitto Matteotti. E l'anno, il 1925, si apre con il discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini al parlamento. Un discorso molto forte, un discorso in cui Mussolini si assume la responsabilità di questo delitto Matteotti. Un discorso che, secondo tutti gli storici, è quello che ha portato il partito fascista a trasformarsi in regime fascista. Il 1925 è anche l'anno in cui Montale firma il manifesto degli intellettuali antifascisti, quindi un'assunzione di responsabilità. E vedremo quanto è importante questo ultimo aspetto all'interno dei temi di "Ossi di seppia".
Andiamo ad analizzare la struttura. Avevo detto che si tratta di un libro che era, nelle intenzioni del poeta, una sorta di romanzo di formazione. Il testo si apre con una poesia "In limine", appunto, che indica proprio la condizione dell'uomo che si trova sul limitare tra mare e terra, quindi una condizione esistenziale dell'uomo stesso. Poi abbiamo una sezione, poche poesie, "Movimenti", non c'è anche la poesia "I limoni", su cui torneremo tra pochissimo. La sezione che poi dà il titolo all'intera opera, "Gli ossi di seppia". È seguita da una sezione "Mediterraneo", che in effetti è una sorta di piccolo poemetto all'interno di questo libro, quindi una serie di componimenti, ma legati a formare il poemetto vero e proprio. "Meriggio" e "Ombre" e "Riviere" vanno a completare questa struttura. "Riviera" è come "limine", una poesia, ma dà anche il nome alla sezione vera e propria.
Andiamo a vedere un po' i temi, ora, in maniera molto sintetica, e poi analizzeremo nello specifico. Si comincia dal rifiuto del sublime, poi il tema del detrito, la Liguria come paesaggio scabro ed essenziale, e poi il tema dell'"io prigioniero". Andiamo ad analizzare questi temi, anche se su questi temi abbiamo già detto qualcosa nella videolezione sull'ideologia e la poetica di Montale. Ma questa volta caleremo quelle riflessioni che abbiamo fatto su Montale all'interno di questa specifica raccolta poetica.
Andiamo a vedere il rifiuto del sublime. Avevamo già detto, ma lo ribadiamo: rifiuto del sublime vuol dire polemica contro i poeti laureati. Quindi, polemica contro i poeti laureati vuol dire polemica contro Gabriele D'Annunzio, contro cioè i poeti vate. Eppure Montale ritiene che per fare poesia, sia nel Novecento, sia necessario attraversare D'Annunzio. Ma in fondo, l'osso di seppia è un elemento che già troviamo nel lancio dannunziano. E quindi, di fatto, è necessario, normalmente, secondo Montale, attraversare il poeta vate. Attraversare D'Annunzio. Attraversare D'Annunzio vuol dire anche conoscerlo. E nel momento in cui lo conosci, ti rendi conto che quel tipo di poesia non è più poesia, che ora non può più esistere. Tante cose sono cambiate. E soprattutto, Eugenio Montale guarda al mondo da una prospettiva completamente differente. L'autodidatta Montale, quindi, si scaglia contro questi poeti vate. Si scaglia, quindi, contro D'Annunzio. Questo anti-dannunzianesimo di Montale è evidente sin dalla prima raccolta, per la scelta fatta dal poeta di ambientare le proprie poesie in un ambiente quotidiano, di campagna, in un giardino con dei limoni, in un ambiente che sa molto più di crepuscolarismo che di ambienti pascoliani. Che se poi il tema è il quotidiano e delle piccole cose, potrebbe in qualche modo rimandarci a Pascoli, ma i due poeti sono molto, molto differenti. E su questo abbiamo già detto qualcosa nella videolezione sull'ideologia e la poetica di Montale.
Ultimo elemento importante, su cui torneremo, in questo ambiente ligure, in cui si ambientano, appunto, scusate il gioco di parole, le poesie di Montale, è anche il luogo in cui il poeta cerca quella armonia che aveva perso. Torneremo su questo aspetto parlando in maniera più specificatamente di terra. Si tratta praticamente di un anello che non tiene, l'anello che può in qualche modo rivelare un miracolo laico, un'epifania che permette di andare oltre i rapporti di causa-effetto, le leggi fisiche scientifiche che governano il mondo.
Il tema del detrito è un altro tema particolarmente importante, ed è un altro tema che ci permette di fare una contrapposizione tra Montale e D'Annunzio. Infatti, in D'Annunzio prevaleva il concetto del panismo, cioè l'armonia con l'universo, il trasformarsi in natura, diventare un tutt'uno con la natura. Per esempio, nelle poesie di "Alcyone". Invece, Montale sente questa disarmonia con l'universo, sente di essere un detrito, un osso di seppia. Sente, appunto, di essere quell'osso di seppia, non leggermente, con dolcezza, viene trascinato dal mare, ma quell'osso di seppia sbattuto sulla terra, lasciato, appunto, sulla terra. Questo concetto, appunto, di detrito, di osso di seppia, diventa lo specchio di una condizione del poeta, prima, e naturalmente dell'uomo, immediatamente dopo. E abbiamo già detto, abbiamo accennato al concetto di terra e mare, di questa forte contrapposizione.
E questa contrapposizione è presente nel terzo tema di questa raccolta, prima raccolta montaliana, cioè la Liguria come paesaggio scabro ed essenziale. E la Liguria è un paesaggio netto, dove c'è la terra o c'è il mare. C'è una terra, appunto, a strapiombo sul mare stesso. E questa condizione permette proprio al poeta di raccontare la condizione dell'uomo più in generale, in limite, appunto, cioè tra il mare e la terra. Da una parte il mare, che corrisponde a quella felicità ricercata, ma di fatto, che l'uomo di oggi, l'uomo, cioè, contemporaneo di Montale, non può raggiungere. E il mare rappresenta quel meccanismo di dannunziana memoria. Contrapposto al mare, c'è invece la condizione dell'uomo sulla terra, cioè l'esilio, l'aridità del paesaggio ligure, ma più in generale della condizione dell'uomo. Ma nello stesso tempo, anche la forza, la necessità, la volontà dell'uomo di resistere al male di vivere, quindi di opporre la propria forte dignità per resistere a questa condizione di malessere generalizzato.
Continuiamo questa analisi sull'ambiente, ovviamente metaforico, della terra, per affrontare l'ultimo tema che ci è rimasto: l'"io prigioniero". La terra, avevamo appena detto, è il luogo del male di vivere, e il luogo in cui l'uomo fa esperienza di questo male. Qui si nota come veramente "Ossi di seppia" sia un romanzo di formazione, perché quell'osso che galleggiava nel mare, nella possibile felicità, approda a terra, viene sbattuto sulla terra. Quindi una sorta di romanzo di formazione in cui, appunto, l'uomo, in un primo momento, si illude della possibilità della felicità, rappresentato dall'osso che, appunto, aleggia sul mare, quindi dal mare in quanto luogo della possibile felicità. E poi arriva a terra, scoprendo il male di vivere. Quindi il momento in cui prende atto della condizione di esilio, di aridità dell'uomo sulla terra. Quindi il male di vivere diventa la condizione essenziale dell'uomo della terra. E quindi, ovviamente, l'uomo si sente profondamente in prigione. Si sente prigioniero di una condizione che lo blocca, che lo tiene, appunto, al di qua di questa linea di demarcazione tra terra e mare, cioè tra male di vivere e possibile felicità. Però la terra è anche una scelta etica per il poeta, che darà appunto poesia. Parafrasando, noi siamo quelli che rimangono a terra. Quindi la terra, ma è soltanto la condizione finale, o meglio, il momento finale di un viaggio, e quindi la condizione dell'uomo, perché non c'erano altre soluzioni. Ma la terra è anche una scelta etica, una scelta morale. Ricordiamo che nel '25 Montale firma il manifesto degli intellettuali antifascisti, cioè fa una scelta importante, una scelta di campo, una scelta etica. Certo, lui dirà sempre che le sue poesie non nascono da un preciso momento storico o da un impreciso evento storico, ma nello stesso tempo, questo non vuol dire disimpegno. Vuol dire prendere atto di una determinata situazione e scegliere da che parte stare. E soprattutto, fare una scelta etica. La sua è una poesia etica, di scelta etica, di scelta morale, cioè rappresentare la condizione dell'uomo non tanto e non solo nel regime fascista, ma più in generale la condizione dell'uomo in un mondo che è caratterizzato dal male di vivere e dalla prigione. Per cui la terra è una scelta del poeta, una scelta perché può portare anche all'incontro con l'altro, quindi alla necessità della socialità, anche se Montale ribadisce che la sua poesia è una poesia per pochi, è una poesia in solitario, quindi fatta in solitudine. Ma nello stesso tempo, c'è questa necessità del vivere in società, anche perché ci potrebbe essere quel miracolo laico, cioè quell'epifania, quell'incontro, quell'anello che non tiene, che ci permette di avere un barlume, di riconoscere, di intravedere un barlume di felicità. E questo potrebbe essere, tra gli altri, per esempio, un albero di limoni.
Andiamo a concludere questa nostra rapida carrellata delle caratteristiche fondamentali di "Ossi di seppia" con lo stile, con la poetica, appunto, di Montale in quest'opera. Lo dice in una poesia, Montale vuole essere scabro ed essenziale. Naturalmente, non è possibile raccontare il male di vivere con termini altisonanti, magniloquenti, con termini usati, appunto, da D'Annunzio. Bisogna, appunto, scegliere una contro-eloquenza, rischiando, appunto, di torcere il collo all'eco, all'opulenza stessa, ma essere come la terra ligure, scabro ed essenziale. Quindi, bisogna mirare a termini che possano in qualche modo essere anche forti, duri, possono anche dare delle aspre allitterazioni, ma termini che, appunto, vadano a oggettivare, rappresentare proprio quel male di vivere. Talvolta sono presenti anche dei tecnicismi, in particolare dell'ambito marinaresco, e ciò, ovviamente, non deve sorprenderci. Per quanto riguarda l'aspetto della metrica, il poeta sceglie la quartina. Abbiamo già detto nella videolezione sull'ideologia e la poetica di Montale, Montale rifiuta, di fatto, le innovazioni delle avanguardie, il primo Novecento, e preferisce una metrica più tradizionale, la quartina. Per quanto riguarda i versi, sono brevi, diversi canonici della letteratura italiana, e cioè l'endecasillabo, il novenario e il settenario.