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Alessandro Barbero: LA NASCITA DEI COMUNI E LO SCONTRO CON IL BARBAROSSA

Vincenzo Mucciaccio1:02:11

Transcription

Allora, il tema sono i comuni e lo scontro con Federico Barbarossa. Per prima cosa, è necessario avere ben chiaro che cosa sono i comuni. Naturalmente, i comuni sono una forma di autonomia locale che nasce in un momento in cui la moda è per le autonomie locali. I comuni nascono nel momento in cui i poteri monarchici in Europa sono stati al livello più basso della loro efficienza, della loro capacità di controllo sul territorio. Questa è la prima cosa che va sottolineata, perché deve essere chiaro che, di per sé, la nascita dei comuni non è una cosa rivoluzionaria, non è una cosa sovversiva che inquieti fin dall'inizio il potere dell'imperatore.

Perché, appunto, decimo, undicesimo, inizio dodicesimo secolo è, per comune riconoscimento degli specialisti, la fase in cui i sovrani hanno sì conservato una sacralità della loro figura, ma non avevano quasi nient'altro, neanche solo rispetto al tempo di Carlo Magno, e non parliamo invece rispetto poi ai re e agli imperatori della fine del Medioevo. I sovrani dell'anno mille, diciamo così, hanno un apparato di governo ridotto all'osso. Anche il gruppetto di collaboratori stabili che affianca sempre un re o un imperatore è ridotto al minimo: una squadretta di chierici che sanno scrivere dei testi, mandare delle lettere, compilare un editto e poco altro.

Controllo del territorio, poi, quasi niente, perché in realtà i sovrani sono così deboli che sono costretti a lasciare una totale autonomia ai funzionari dislocati sul territorio: conti, duchi, marchesi. Che una volta erano funzionari pubblici. Carlo Magno si poteva permettere di sostituirli quando voleva, mandarli in pensione. Quando uno di loro moriva, l'imperatore decideva chi mettere al suo posto in piena libertà. Nell'anno 1000 non è più così. Dall'anno mille i sovrani sono, purtroppo, deboli per andare a rimuovere un governatore regionale, perché questi sono conti, duchi, sono troppo deboli perché, quando muore uno di questi, il sovrano possa negare al figlio di subentrare nell'incarico.

Quindi, di fatto, il territorio è governato da governatori territoriali che hanno un legame debolissimo con il sovrano. Sotto di loro, nelle campagne, dilaga la costruzione di castelli costruiti privatamente, e chiunque costruisca un castello governa, impone la sua protezione agli abitanti del territorio e li governa in quasi totale autonomia.

In questo contesto, le città hanno un destino un po' diverso, perché nelle città c'è un vescovo, e i sovrani si appoggiano molto sui vescovi per conservare una parvenza di controllo, almeno sul mondo cittadino. Dopodiché, nel momento in cui quelle città, gli abitanti in queste città, che nell'undicesimo secolo sono cresciute dappertutto in Italia e anche fuori, e anche se il fenomeno dei comuni in Italia ha uno sviluppo particolare, di per sé sono cose che all'inizio accadono anche altrove, ma soffermiamoci pure anche soltanto sull'Italia.

Queste città che sono tante e sono in crescita, che assorbono immigrati, che si stanno cominciando a riempire di cantieri, che si stanno espandendo anche proprio territorialmente. Per dire, ci sono ricerche che dimostrano che già prima dell'anno mille a Milano il costo del metro quadro edificabile è in aumento. E il metro quadro è l'unica cosa anacronistica che ho introdotto, per il resto è così e documentato. Il terreno edificabile costa progressivamente sempre di più nella Milano del X secolo, e questo è, diciamo, molto indicativo di come queste città si stanno riempiendo di gente e sta crescendo la loro economia.

Allora, nel momento in cui, nell'undicesimo secolo in poi, in tutte le città, gli abitanti si sentono abbastanza numerosi, abbastanza forti e abbastanza ricchi da aver voglia di muoversi tutti insieme, si organizzano. Cominciano a tenere delle assemblee a cui partecipano tutti, cominciano a eleggere dei rappresentanti per negoziare con il vescovo, certo, ma poi di fatto anche per affiancarlo, per prendere delle decisioni. Ecco, il comune non è nient'altro che questo. È l'inizio. Il comune nasce come una serie di abitudini, ecco, degli abitanti di una città di riunirsi, di nominare dei loro rappresentanti che chiamano consoli, perché qualcuno ha letto Sallustio e Tito Livio e gli vengono in mente i consoli dell'antica Roma. E come quei consoli antichi, anche i consoli delle città medievali restano in carica un anno, sono eletti dal popolo, rappresentano la collettività. Ecco, è una forma, come dire, di azione politica molto innovativa nella misura in cui non c'è un potere calato dall'alto, ma è un'intera comunità di migliaia di persone che esprime i suoi governanti.

Ma, di per sé, però, il fatto che il potere venga poi gestito localmente da forze locali, questo volevo sottolineare, non è così sovversivo e rivoluzionario. Dappertutto il potere è gestito localmente e il collegamento col potere imperiale è estremamente labile. Il collegamento col potere imperiale si riduce al fatto che quando l'imperatore si fa vedere di persona, allora gli si rende omaggio e gli si paga anche qualche tassa quando viene lui personalmente. E se, quando viene personalmente, decide qualche processo, emana qualche sentenza, allora quelle vengono rispettate. Ma poi l'imperatore se ne va, perché è continuamente in movimento fra i due regni di Germania e d'Italia che deve provare a governare.

Quindi, è normalissimo che esistano forme di potere locale che non sono in contrasto col fatto di obbedire all'imperatore, non sono in contrasto col fatto di essere dentro l'impero. I comuni sono dentro l'impero, i comuni italiani sono dentro l'impero, non si sognerebbero minimamente di negare l'autorità dell'imperatore. Salvo che, ripeto, per loro l'autorità dell'imperatore vuol dire che il vescovo, che finora governava la città, risponde all'imperatore e quando viene eletto dal clero locale, si comunica la sua elezione all'imperatore, che spesso ha suggerito un candidato, e va bene così. E poi, e poi basta. E poi, con il vescovo, gli abitanti collaborano sempre più, prendono iniziative e fanno loro delle cose.

Il comune vuol dire, in una città di cui gli abitanti stanno crescendo e dove aumenta anche il giro d'affari, la circolazione monetaria, ci sono continuamente liti, querele, processi, litigi da risolvere. E finora faceva tutto il vescovo. A un certo momento, la percezione è: ma perché dobbiamo far fare tutte queste cose al vescovo, che fra l'altro non riesce a starci dietro? Ma gestiamoci alle noi. I consoli che nominiamo saranno anche giudici, e a loro potremmo rivolgerci per tutte le nostre querele, processi, liti e così via. La cosa viene perlopiù senza conflitto con il vescovo, anche perché il vescovo stesso è uno del posto, appartiene a una famiglia cittadina, in genere una delle famiglie importanti che sono anche alla guida del movimento comunale. Gli stessi uomini che fanno da giudici per il vescovo vengono poi eletti consoli dal comune e fanno benefici, stavolta, come dire, nominati dall'autorità della collettività e non più dall'autorità superiore del vescovo.

Gli imperatori, quando si accorgono che sta succedendo questa cosa, e naturalmente se ne accorgono, perché, come dicevamo, ogni tanto l'imperatore passa, ogni tanto l'imperatore arriva dappertutto, una volta nella vita ogni imperatore viene anche in Italia per andare a Roma dal Papa a farsi incoronare imperatore, e quindi fa il giro di tutte le città. E in ogni città gli dicono, gli vanno incontro il vescovo e i cittadini. E i cittadini gli dicono: "Noi, e qui abbiamo delle buone consuetudini". Chiamano così, non gli dicono: "Abbiamo delle novità", perché dire "abbiamo appena inventato una cosa nuova" rischia sempre di suonare che state facendo qualcosa di strano, che state togliendo qualcosa a qualcuno. Invece gli dicono: "No, qui ormai da tempo, da tempo abbiamo queste buone consuetudini, abbiamo la nostra libertà, perché nessuno viene a disturbarci a comandare qui da noi, decidiamo noi le cose, ci governiamo da soli". E l'imperatore dice: "Ne ho piacere, bravi, benissimo. Vedo che quando adesso che sono arrivato mi avete ricevuto bene, mi siete fedeli?" "Certo che ci siamo fedeli, nel modo più assoluto, e anche in futuro." "Ma senza alcun dubbio. E avrei da riscuotere la tassa solita che riscuoto quando passo?" "Assolutamente sì, te la paghiamo." "Quand'è che riparti?" "Ripartiamo fra poco, non preoccupatevi."

E si lasciano dietro. E adesso la sto mettendo un po' allo scherzo, ma è davvero così. Gli imperatori si lasciano dietro dei diplomi concessi alle città. Non si dice ancora "il comune". Nessuno dice "il Comune di Bologna, il Comune di Milano", si dice "i bolognesi, i milanesi, i torinesi, i pavesi". E gli imperatori si lasciano dietro dei diplomi indirizzati ai Pavesi, supponiamo, in cui dicono: "Approviamo le vostre buone usanze, purché i diritti del vescovo non vengano danneggiati." "Eh, no, assolutamente no, per carità, certo." E quindi: "Bene, benissimo. Proviamo la vostra libertas, la vostra libertà, che vuol dire: nessun conte, marchese verrà a dare ordini agli abitanti della città. Gli abitanti della città, di buon accordo con il loro vescovo, si governano da soli". E l'imperatore li benedice.

Dopodiché, a un certo momento, le cose cominciano a cambiare. Le cose cominciano a cambiare per due ragioni fondamentalmente. Una è che i comuni italiani cominciano ad allargarsi un po' troppo. Qui, come vi dicevo, si cominciano a notare la frattura fra quei comuni che, come vi dicevo, sono nati anche oltralpe, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Spagna, poi dappertutto, e i comuni italiani. Oltre Alpe, i comuni rimangono soltanto, come dire, degli organismi che amministrano delle piccole comunità cittadine, rispettosi delle autorità del vescovo, del re, spesso anche del conte o del duca locale, e senza pretendere più di tanto, soprattutto senza pretendere di andare a mettere il naso in quello che succede fuori dalle loro città.

In Italia succede una cosa diversa, ed è il primo motivo per cui, come dire, la tranquillità con cui gli imperatori all'inizio potevano accogliere il movimento comunale, a un certo punto invece comincia a non essere più possibile. Quello che succede di diverso in Italia, sempre tenendo conto che in Italia le città sono molto più numerose che in tutti gli altri paesi, perché l'antichità romana ha lasciato in eredità all'Italia, e lo si vede anche oggi, una rete di città fittissima, vera città con una propria tradizione politica, amministrativa, con una propria identità culturale, civile, religiosa, con una propria forza. Non c'è niente di simile fuori d'Italia alla rete di città che copre fittissima la Pianura Padana e tutta l'Italia centrale.

E queste città si trovano nel paese, l'Italia, che in quel momento è il più ricco del mondo del nostro mondo mediterraneo e occidentale, perché la posizione geografica dell'Italia nel Mediterraneo in quel momento fa dell'Italia l'hub di tutti i grandi commerci. E non c'è nessun posto dove ci siano così tanti soldi, élite commerciali così attive, porti e flotte così poderosi come ci sono in Italia già già tra undicesimo e dodicesimo secolo. Allora, in questo contesto, in Italia succede che ogni comune cittadino comincia ad avere delle ambizioni di espansione. Ogni comune cittadino comincia ad avere l'ambizione di espandere la propria capacità di intervento anche sulla campagna circostante.

E ci sono mille motivi per cui vien voglia di fare questo. La campagna è tutta irta di castelli che appartengono a famiglie nobili. Possono essere grandi famiglie principesche che hanno decine di castelli, conti, marchesi, oppure famiglie più piccole che hanno uno, due, tre castelli. Ma tutti costoro, per esempio, fanno pagare dei pedaggi ai mercanti che passano sulla strada pubblica nel loro territorio. E gli abitanti delle città si rendono conto di come sarebbe una bella cosa avere un accordo con questi signori della campagna perché non facciano pagare il pedaggio ai nostri mercanti. E con alcuni di questi si può mettersi d'accordo, certo. Altri, magari, son più refrattari. E allora bisogna decidere cosa fare. Vogliamo accettare che questi abbiano rifiutato le nostre offerte di amicizia, oppure gli facciamo vedere che con i milanesi o con gli artigiani non si scherza?

Come in quel mondo è normale che i conflitti politici, quando non si riesce a risolverli con il negoziato, si risolvono con la guerra. Si risolvono con piccole guerre che possono durare pochi giorni, che fanno raramente dei morti, ma in cui si vede chi è più forte e si fa danno all'avversario e lo si costringe a venire a sedersi a un tavolo e a negoziare. E le città, piene di gente, viene di gente che ha anche soldi, e quelli che hanno soldi possono avere cavalli, armi, combattere, come dire, con una certa efficacia. E beh, le città si rendono conto che possono anche usare la forza quando vogliono imporre i loro interessi, difendere i loro interessi.

E quindi, in realtà, quello che succede nel corso della prima metà dell'undicesimo secolo è che ogni città comincia a diventare un interlocutore per i nobili della campagna. Un interlocutore con cui bisogna fare i conti. Tu che hai la tua signoria, il tuo castello, comandi ai tuoi contadini, però dalla città ti arriva una proposta che non puoi rifiutare: "Il pedaggio ai nostri mercanti non lo fai pagare, e invece le tasse che fai pagare ai tuoi contadini, qualcosa lo versi anche alla città. Quando noi facciamo pagare i nostri, anche tu fai pagare i tuoi e dai a noi. E quando abbiamo la guerra, il tuo castello lo vogliamo poter usare. In cambio, puoi diventare nostro cittadino, compri casa in città, ti impegni ad abitarci almeno sei mesi all'anno e avrai tutti i privilegi e le garanzie dei nostri cittadini." Molti nobili accettano. Oppure: "Oppure ci dai il tuo castello e noi te lo ridiamo in feudo. Continui a conservarlo, a governare tu la tua signoria, ma siamo noi che te l'abbiamo data e quindi, in guerra, stai con noi."

Quando poi un nobile, una famiglia nobile della campagna rifiuta questo tipo di accordi, allora gli fai davvero la guerra, e può anche capitare che gli prendi il castello e lo mandi via. E adesso, d'ora in poi, quella signoria la governa il comune.

Dice Ottone di Frisinga, vescovo tedesco, cronista delle imprese di Federico Barbarossa, vescovo che appartiene all'élite del regno di Germania e zio dell'imperatore, esprime un punto di vista estremamente ufficiale quando racconta nella sua cronaca le imprese del Barbarossa in Lombardia, cioè nell'Italia settentrionale, che allora si chiamava tutta Lombardia. Ottone di Frisinga, cronista tedesco, vescovo tedesco, dice al suo pubblico tedesco, per spiegare che strano posto è diventata questa Italia, questa Lombardia: "Lì, queste città sono talmente potenti che in un territorio così vasto si fa fatica a trovare un nobile che non sia costretto a ubbidire alla sua città." Cioè, ogni città, sul territorio circostante, ha sottomesso e integrato i poteri dei nobili locali e quindi ha esteso la sua autorità abbastanza sul territorio, fin dove, come minimo, tutta la diocesi. Perché la città è comunque anche una comunità religiosa, il vescovo continua ad avere un ruolo importante che affianca il comune, e il vescovo, ovviamente, governa una diocesi. E quindi, in ogni città, al comune sembra naturale dire: "Beh, noi intendiamo a farci obbedire come minimo da tutti quelli che abitano nella nostra diocesi."

Siccome, appunto, ci sono anche nobili troppo grossi per essere mangiati, divorati e digeriti in questo modo, in particolare quelli più importanti, principi territoriali, conti, marchesi, questi resistono. Questi tirano avanti a lungo. Firenze arriverà all'inizio del 300 prima di aver fatto fuori i conti Guidi che governano gran parte del Casentino. Ma, ma comunque sono sulla difensiva. Anche le maggiori dinastie nobili della campagna, quelle che hanno decine di castelli, di fronte alla crescita e alla prepotenza delle città, sono sulla difensiva. E la reazione, oltre a fortificarsi e fare la guerra per difendersi dalle ambizioni delle città, la reazione di questi nobili è di contattare l'imperatore. Naturalmente, l'imperatore non viene mai benissimo, un po' a vedere cosa sta succedendo in Italia, venisse a vedere come queste città stanno facendo saltare tutti gli equilibri.

Ma non sono soltanto i conti, i marchesi e i nobili della campagna che cominciano a lamentarsi, perché in realtà le città non sono tutte uguali. Ci sono città più forti e città più deboli. Ci sono città per cui arrivare a comandare il territorio della propria diocesi è il massimo che possono sognare. Ma ci sono città che hanno la forza per andare molto più in là, per andare a comandare anche sotto il naso delle città vicine. Chi li ferma? Ogni città fa i propri interessi, ogni città fa la guerra quando ne ha bisogno, quando incontra qualcuno che non è disposto a cedere. E quel qualcuno può essere anche un'altra città. In particolare, le grandi città che hanno grandi ambizioni. Milano, più di tutte, in quel momento. In Toscana è un po' in ritardo l'espansione dei comuni e l'emergere di Firenze come principale potenza regionale. Invece, già alla metà del XII secolo, è chiarissimo che in tutta l'Italia settentrionale la grande potenza è Milano. La grande potenza vuol dire che Milano impone a quelli di Como accordi commerciali favorevoli ai milanesi, e se quelli di Como non sono d'accordo, quelli di Milano fanno la guerra a Como, ci vanno, la assediano, la prendono e la radono al suolo. Fine. Funziona così.

E quindi, in realtà, anche da molte città cominciano ad arrivare lamentele all'imperatore, perché venga a vedere cosa sta succedendo in Italia. Il movimento comunale, che è nato con grande entusiasmo spontaneamente in ogni singola città, si sta rivelando un fattore di turbamento e di disordine e di violenza tale per cui molti cominciano a dire: "Ma forse sarebbe meglio se le autonomie delle città fossero limitate da un potere centrale un po' più forte."

E alla metà del XII secolo, sul trono di Germania, il che vuol dire poi naturalmente il diritto a sedere anche sul trono d'Italia e a farsi incoronare imperatore a Roma dal Papa, sale un giovane imperatore Federico, chiamato poi dai contemporanei Barbarossa. Dicono così i tedeschi, anche in italiano, "Kaiser Friedrich", e detto fra parentesi, la barba era di moda nel XII secolo, la portavano davvero. Non è come poi al tempo di Dante, per esempio, che è totalmente fuori moda, non la porta nessuno. Invece, nel XII, la barba si porta. E questa barba rossa dell'imperatore agli italiani evidentemente faceva un po' effetto.

Allora, sale al trono un giovane imperatore, il quale ha sulla scrivania, mi sto inventando, ma il senso è quello, ha sulla scrivania un fascio così di lamentele da parte dei suoi vassalli italiani: conti e marchesi di Monferrato e così via, no, ecco, conte di San Bonifacio, un'infinità, che tutti si lamentano per il fatto che le città sono diventate arroganti e prepotenti e pericolose. E ha anche un fascio di lamentele che vengono da tante città spaventate dalla prepotenza di Milano.

Ora, questo fenomeno che è la conquista del contado, come si dice in gergo storiografico, da parte dei comuni, e gli scontri continui fra città, sono il motivo principale per cui la politica imperiale verso i comuni cambia e non è più di tranquilla autorizzazione di tutto quello che sta succedendo, come avveniva con i predecessori del Barbarossa. Però c'è anche un secondo fattore che va tenuto presente, ed è che i tempi sono cambiati anche da un altro punto di vista. Io vi ho detto prima che il potere dell'imperatore e dei re in Europa non è mai stato così debole come a cavallo dell'anno mille, nell'undicesimo secolo. Questo vuol dire anche che nel XII secolo le cose cominciano a cambiare. Nel XII secolo si vede che i sovrani hanno di nuovo un po' di mezzi e un po' di capacità anche culturale per provare a esercitare un ruolo di governo effettivo sul territorio.

È un portato, uno dice: "Perché sempre difficilissimo dire perché succedono le cose". Uno le vede succedere e può dire: "Guarda, ti assicuro che è successo questo". I sovrani del XII secolo sono più forti, hanno più mezzi, più voglia di intervenire di quanto non succedesse ai loro nonni, perché in realtà, diciamo, ci accontentiamo di dire che è un portato della crescita complessiva. L'economia sta crescendo a ritmi formidabili, e essere al vertice permette di rastrellare risorse su scala maggiore rispetto ai poteri locali. E questa è una prima spiegazione.

E poi c'è anche un fattore culturale. Questa è una società che sta diventando sempre più colta, sempre più sofisticata, sempre più abituata a pensare, a riflettere, a discutere, a definire le cose. Nell'anno 1000 era raro che ci si chiedesse: "Ma perché quello lì comanda?" "Comanda e basta." E siccome c'è e comanda, va bene così. Nel dodicesimo secolo non funziona più così. Nel XII secolo si vuole sapere cosa legittima un potere e che cosa e quali ambiti sono quelli in cui il potere può intervenire. C'è la riscoperta del diritto romano, il che vuol dire banalmente che ci si rende conto, a livello governativo, di chi comanda, e degli intellettuali e del clero, ci si rende conto che la società è diventata così complessa che abbiamo bisogno di regole. E c'è un enorme deposito di regole già pronte: il diritto romano, il codice di Giustiniano. Per fortuna, ne sanno molto a Bologna, perché lì sono vicini alla Romagna, dove i bizantini sono rimasti per tanto tempo, lì sono rimasti più libri. E quindi quelli che vogliono studiare queste cose vanno, da un po' di tempo, vanno lì a Bologna. E lì c'è gente che è in grado di dirti: "Sì, certo, qui nel diritto romano viene fuori l'immagine di una società organizzata con un potere centrale che è quello dell'imperatore, e le leggi le fa l'imperatore. E così facevano i romani, e se ne trovavano bene, e così dovremmo cominciare a fare anche noi."

In altre parole, il clima culturale è favorevole a poteri legittimi che sappiano spiegare bene quali sono i loro diritti, che chiariscano bene qual è la loro sfera d'azione e di intervento. Per questo insieme di motivi, i sovrani del XII secolo sono decisamente più intraprendenti, più capaci di farsi ascoltare, più capaci di impiantare dei funzionari sul territorio che giudichino i processi a nome del sovrano, che riscuotano delle tasse a nome del sovrano. Cose che prima si erano quasi dimenticate. E che, tra l'altro, non è che alla gente facciano piacere più di tanto, eh, dal punto di vista specifico del pagare le tasse. Però i tempi sono quelli. Detto fra parentesi, quello che sto per dire, non so quanto vi possa servire a livello didattico, perché io mi sono accorto che la mia illusione che tutti quanti abbiano visto dei film, dei cartoni animati di Robin Hood, è un'illusione, appunto. Quando si tratta dei ragazzi di oggi, non è affatto detto. Però, comunque, rimane il fatto, almeno fra noi ce lo possiamo dire, ecco, lo sapete tutti questa cosa che i re del XII secolo sono più forti di prima e hanno dei funzionari sul territorio che possono mettere la gente in galera se non paga le tasse, e che questa cosa alla gente non piace per nulla, perché è una novità. Lo sapete tutti, perché quello è il cattivo re Giovanni, è lo sceriffo di Nottingham. Ehm, è una cosa che sta succedendo in Inghilterra, come sta succedendo dappertutto. E naturalmente, i re più impegnati in questo campo sono cattivi, come appunto il cattivo re Giovanni.

In questo clima, Federico Barbarossa è un giovane imperatore che, attenzione, perché su questo una volta le interpretazioni rischiavano di essere un po' sballate, non vuole restaurare qualcosa di vecchio che ormai è passato di moda e che ormai è anacronistico, per cui giustamente viene sconfitto. Federico Barbarossa incarna un progetto modernissimo. Federico Barbarossa vuole fare nei suoi regni di Germania e d'Italia la stessa identica cosa che stanno facendo i suoi colleghi, il re di Francia, d'Inghilterra, di Castiglia, d'Aragona, d'Ungheria e così via: creare un minimo di apparato amministrativo, impiantare un minimo di giudici sul territorio, almeno uno di città, far pagare delle tasse. Questa cosa che negli altri paesi d'Europa incontra resistenze e difficoltà, ma nell'insieme va avanti abbastanza spedita.

Il Barbarossa, come sappiamo, farà molto più fatica a provare ad attuarla, con tutto che all'inizio, invece, sembra che funzioni. Perché, in realtà, il livello di malumore in Italia per, diciamo, lo stato di anarchia provocato dai conflitti fra i comuni, il livello di malumore è tale che quando il Barbarossa viene in Italia, le prime volte viene accolto sostanzialmente da tutti con entusiasmo. C'è una maggioranza, a parte tutti i suoi vassalli, naturalmente, i grandi nobili, marchesi e conti, i quali accorrono contro il Barbarossa, l'imperatore, ma anche le città mandano i loro delegati e sono bene o male disposte ad accettare che il re Barbarossa, ricordiamolo, re di Germania e quindi re d'Italia, viene in Italia, viene incoronato con la corona ferrea, e poi, e poi a Roma diventa imperatore, che è la ciliegina sulla torta. Ma innanzitutto, dal punto di vista dei comuni, è il sovrano del paese, è il re d'Italia. Anche la maggior parte delle città sono d'accordo che non c'è niente di sbagliato se il re, l'imperatore, intende far sentire un po' più di prima la sua presenza.

Tant'è vero che alle grandi assemblee che l'imperatore convoca, le diete a Roncaglia, in cui vengono appunto i vassalli, rappresentanti delle città, il clero e così via, e vengono i giuristi di Bologna a dire: "Certo che l'imperatore deve comandare. Il diritto è il diritto dell'impero. Eccolo qua, l'ha fatto codificare l'imperatore Giustiniano e vale ancora adesso sotto l'imperatore Federico." E il Barbarossa può illudersi, tutto sommato, di poter avviare questo processo di costruzione di un minimo di apparato di governo. C'è Milano che non è d'accordo, perché Milano è quella che ha da perderci più di tutti. Milano è quella che sta imponendo un'egemonia su tutta l'Italia settentrionale e che si vede, come dire, mettere i bastoni tra le ruote da questa rinascita del potere imperiale. Milano resiste, e Barbarossa la assedia e la prende e la rade al suolo. 1162. Fa uscire la popolazione. Dopodiché procede a demolire la città, risparmiando le chiese e i monasteri, anche se poi il duomo di allora crolla durante i lavori di demolizione, comunque, per qualche incidente.

E lì, la cosa più suggestiva è che la demolizione di Milano, ordinata dall'imperatore nel 1162, viene messa in atto con entusiasmo dagli abitanti delle città vicine. Ognuno si fa il suo quartiere: quelle di Vercelli demoliscono Porta Vercellina, quelli di Pavia demoliscono Porta Ticinese, e quelli di Como Porta Comacina, naturalmente. Cioè, in sostanza, in quel momento sembra che il mondo comunale lombardo preferisca l'imperatore all'egemonia di Milano.

E poi cosa succede? Succede che nel giro di qualche anno il clima di nuovo cambia. Vabbè, tanto i milanesi ritornano poi un giorno nella loro città, se la ricostruiscono. Sono tutte casette a un piano solo, eh, unifamiliari con l'orto, nelle città dell'epoca. Ma soprattutto, soprattutto succede da un lato una reazione spontanea, nel senso che tutti scoprono che una maggior presenza del potere imperiale vuol dire, innanzitutto, tasse. E questa cosa che magari prima non avevi messo a fuoco così chiaramente, quando te ne rendi conto, allora tutti cominciano a chiedersi se ne valeva veramente la pena.

E poi c'è, in realtà, probabilmente anche qualcosa di diverso, di profondo, che può essere descritto come uno sbaglio dell'imperatore. Forse sta di fatto che Federico Barbarossa eredita, ma innanzitutto re di Germania, e che mentre è il sovrano, come dire, amichevole e caloroso dei suoi vassalli italiani e delle sue città italiane fedeli, però è tedesco. E il suo potere si basa innanzitutto sul sostegno dei principi e dei vescovi tedeschi. Ogni volta che viene in Italia, sono i principi tedeschi e i vescovi tedeschi che gli concedono i loro cavalieri, in modo da poter arrivare in Italia con quei mille, duemila cavalieri necessari per affermare la sua autorità. E ai suoi tedeschi, il Barbarossa ha un po' tendenza a dire a questi Lombardi: "Adesso gliela facciamo vedere. I tedeschi governano il mondo, i tedeschi hanno ereditato l'Impero Romano, noi siamo Roma, non questi italiani, e noi ristabiliamo il nostro dominio." E lo fa anche concretamente. Si appoggia su personale tedesco, installa governatori tedeschi. Questa cosa viene sfruttata da quelli che vogliono provare a rimettere in piedi un movimento di resistenza.

Sta di fatto che Milano, ricostruita già cinque anni dopo la sua distruzione, nel 1167, si sente abbastanza forte da rivolgersi alle altre città dicendo: "Ma siete proprio sicuri che vi va bene quello che sta succedendo? Siete proprio sicuri che vi va bene lasciare mano libera all'imperatore e ai suoi tedeschi? Non è che vogliamo approvare di nuovo a resistere, però stavolta in tanti, organizzati. Non ci lasciate più soli, noi milanesi." Ed effettivamente, nel 1167, parecchie città hanno cambiato idea e parecchie città accettano di federarsi con Milano in quella che poi si è chiamata la Lega, ma che in realtà loro chiamavano la Società, la Società Lombarda, con un accordo giurato di muoversi tutti insieme per provare a limitare la prepotenza dell'imperatore.

Sia chiaro, non tutte le città hanno cambiato idea. E fino all'ultimo l'imperatore avrà un certo numero di città che gli rimangono fedeli contro tutto e contro tutti. Non a caso, le città più vicine a Milano: Como starà con l'imperatore fino alla fine, Pavia starà con l'imperatore fino alla fine, Cremona, credo, anche. Ecco, le città più vicine a Milano hanno troppa paura di Milano. Ma appena ci si allontana un po' da Milano, invece, la maggior parte delle città decidono di buttarsi in questo nuovo tentativo di far capire all'imperatore che sta esagerando e che deve rispettare le autonomie dei comuni.

E comincia una lunga guerra. Una guerra che dura una decina d'anni. Dura una decina d'anni perché l'imperatore, comunque, comunque viene dalla Germania, e la guerra all'epoca si fa d'estate, si fa tra la primavera e l'estate, poi l'autunno, basta. La guerra dell'imperatore contro i comuni vuol dire che l'imperatore ogni anno deve radunare un esercito, e bisogna convincere i principi e i vescovi tedeschi a dare anche quest'anno i loro cavalieri, e non è così semplice. Il Barbarossa ha le sue rogne anche in Germania, con principi ribelli, dinastie rivali e così via. Ma comunque, ammesso che riesca a radunare un esercito, si deve venire fisicamente in Italia alla fine della primavera, e poi si fa la guerra per qualche mese, e poi, quando arriva l'autunno, i cavalieri tedeschi vogliono tornare a casa e tornano a casa, e l'anno prossimo si ricomincia.

E quindi, ogni anno la guerra dura qualche mese, durante i quali l'imperatore cerca di cogliere qualche grosso successo, assedia dei castelli, li prende, assedia delle città, qualche volta le prende, qualche volta no. È una guerra, e poi si ricomincia ogni volta. È una guerra inconcludente, è una guerra che difficilmente può vincere. E anche una guerra che diventa atroce, perché a questo punto è chiaro che gli avversari dell'imperatore sono ribelli contro la maestà dell'impero, e il diritto romano, che è tanto di moda, dice chiaramente che la pena per chi si ribella all'imperatore è la morte. Questo vuol dire che se stiamo una guerra in cui si ammazzano i prigionieri, si impiccano i prigionieri, si mutilano i prigionieri da una parte e dall'altra, e che però non arriva a concludere granché.

Ci si mette dentro anche il Papa. Il Papa non è necessariamente nemico dell'imperatore, e nell'idea che allora tutti hanno in testa, il mondo cristiano dovrebbe essere governato dal Papa e dall'imperatore di comune accordo. Ma di fatto, loro hanno alle spalle una lunga epoca, quella della lotta per le investiture, in cui invece Papa e imperatore d'accordo non andavano. Ed è sempre rimasta un po' nei Papi l'idea che se all'imperatore le cose non vanno bene, non è così una brutta notizia. Ecco perché? Perché il peso del Papa alla guida del mondo cristiano è tanto più forte quanto più l'imperatore è in difficoltà. Tant'è vero che i comuni Lombardi ribelli, a un certo punto, si vedono garantire l'appoggio del Papa Alessandro III. C'è anche l'episodio in cui i comuni, per fare un'offesa all'imperatore, occupano un vasto territorio a ridosso dell'Appennino, in cui c'erano grandi foreste dove gli imperatori andavano a caccia, lungo i torrenti Orba e Bormida, e lì tirano giù queste foreste, costruiscono una nuova città, e a questa nuova città danno il nome del Papa che li aiuta, che li appoggia: Alessandria.

L'anno dopo, quando il Barbarossa viene in Italia per l'ennesima volta, va ad assediare Alessandria, ovviamente, perché a quel punto, capite, un po' come Stalingrado, no, acquista una valenza simbolica per il nome stesso della città. La assedia e non la prende. E poi, e poi succede che nel 1176, decimo anno di guerra, l'imperatore decide di fare uno sforzo particolare e raduna un esercito particolarmente numeroso e scende dalla Germania attraverso i passi alpini, arriva a Como. Anche questo noi ce lo ricordiamo tutti, anche se i nostri ragazzi no. Sta Federico imperatore in Como. Ecco, e i suoi amici italiani, che sono ancora tanti, i suoi alleati Lombardi, stanno a Pavia, naturalmente. E se l'esercito tedesco che scende da Como arriva a Pavia e si congiunge con i suoi alleati Lombardi, allora questa è la volta che sarà davvero difficile fermarlo.

Il Barbarossa, tanto che i milanesi, alla notizia che l'esercito tedesco si è mosso da Como e scende verso Pavia, prendono una decisione drammatica: di fare una cosa che in tutti quegli anni di guerra non si è mai fatta, cioè sfidare l'imperatore in campo aperto. Quella è stata una guerra di assedi, di castelli assediati e presi, di assedi alle città, di rappresaglie, di devastazioni di territorio, di scaramucce, ma mai c'è stata una battaglia campale. E per capire questo, dobbiamo capire la loro mentalità. Intanto, la battaglia: "Noi stiamo facendo la guerra al nostro Signore, l'imperatore. Lui dice che è lesa maestà e che meritiamo la morte." Ma in realtà, tutti hanno sempre fatto la guerra anche ai loro signori quando c'è qualche motivo di litigio. Fare la guerra è una cosa abbastanza normale. Ma scontrarsi in campo aperto, dove c'è davvero il rischio che muoia un'infinità di gente in poche ore, e dove, soprattutto, così ragionano loro, in uno scontro in campo aperto è come un duello, è un giudizio di Dio. Dio è lì che guarda e decide chi ha ragione e chi vince. E se pensi questo, chi è che rischia una battaglia campale? Chi è che rischia di giocarsi tutto? Certo, noi siamo sicuri che abbiamo ragione, tuttavia un po' di tremarella viene lo stesso all'idea di sfidare in battaglia campale il nostro imperatore e affidarci al giudizio di Dio.

Ma di fronte alla situazione drammatica, i milanesi decidono di farlo. Escono da Milano, solo loro, non ci sono gli alleati, c'è soltanto l'esercito milanese, e va a sbarrare la strada ai tedeschi che scendono. Ed è la battaglia di Legnano, 1176. Vinta, a sorpresa, in modo assolutamente inaspettato, dagli italiani, dai Lombardi. L'imperatore viene sconfitto, messo in rotta. I milanesi prendono il suo scettro, il tesoro, la corona, le insegne imperiali, ogni cosa. E poi hanno, come dire, la grande capacità di immagine, di propaganda, di pubblicare una lettera aperta agli italiani in cui dicono: "Raccontiamo la grande vittoria, raccontiamo che abbiamo preso tutto il tesoro dell'imperatore, e diciamo: ma questo non è solo nostro, noi vogliamo dividerlo col signor Papa e con tutti gli italiani, perché questa è una vittoria di tutti gli italiani." Alla faccia di quelli che invece erano rimasti dalla parte dell'imperatore.

E mentre nel Risorgimento su questo pedale della lotta degli italiani contro i tedeschi si è calcato troppo, e bisogna sempre ricordare che il Barbarossa è illegittimo re d'Italia e che una parte degli italiani stanno con lui, però è vero che all'epoca la propaganda su questo si faceva. All'epoca circolavano le canzoni scritte in provenzale, che era la grande lingua internazionale della canzone dell'epoca, circolavano le canzoni scritte in provenzale che dicevano: "Ai Lombardi, state attenti, state attenti, pazzeschi che non si capisce niente quando parlano, che sembrano cani arrabbiati, eh, no, cercate di non farvi come dire da loro." Ecco. E queste cose, questo pedale dell'odio etnico funzionava anche allora, come funziona in tutte le epoche.

E quindi, e quindi per chiudere, il Barbarossa viene sconfitto e capisce che è finita. I vescovi e i principi e i cavalieri tedeschi non verranno più un'altra volta in Italia per riprovarci, dopo che è finita così disastrosamente. Questa volta cominciano a negoziare, fanno immediatamente un armistizio, e poi vanno avanti a negoziare per sette anni, fino a stipulare nel 1183 la Pace di Costanza. E con la Pace di Costanza, l'imperatore riconosce che il suo tentativo di mettere in piedi un'amministrazione statale nel Regno d'Italia è fallito e che non ci si può più riprovare.

Con la Pace di Costanza, l'imperatore riconosce che ogni singola città italiana, sul suo territorio, è sovrana, cioè detiene la totalità dei poteri che normalmente spettano all'imperatore. Questo non vuol dire, naturalmente, che le città non sono più nell'Impero, eh. Sono nell'Impero, certo, ma l'imperatore ha delegato tutto il suo potere a ognuna di loro. Poi ci sono dei contentini, si dice: "I consoli, le autorità per governare le città, le darà l'imperatore, se ha un suo rappresentante nella città che possa conferire questo potere. Se non ha un rappresentante, pazienza." Ci sono dei contentini anche dal punto di vista giuridico: per i processi importanti, chi è condannato dai consoli di una città deve potersi rivolgere ai giudici dell'imperatore. Però l'imperatore dice: "E io mi impegno a tenere un giudice in ogni città a mie spese, che dovrà giudicare le cause secondo le leggi di quella città." Poi l'imperatore, siccome non riscuote più tasse a sue spese, non può tenere in piedi proprio niente. E quindi, in realtà, è tutta una finzione. Un apparato imperiale al di sopra delle autonomie cittadine non c'è e non ci sarà mai più. E di fatto, ogni città è diventata uno stato indipendente, col diritto di fare le leggi. Comincia in questo momento, nei comuni italiani, la produzione di leggi. Disti tutti. Prima non avevano il diritto legale di farlo, adesso ce l'hanno. I giuristi di Bologna hanno elaborato un concetto, "regalia", cioè i diritti che complessivamente riassumono quello che noi oggi chiameremmo l'autorità dello Stato. E ogni città ha avuto in concessione dall'imperatore le regalie. In Italia, il tentativo di mettere in piedi uno stato unitario centralizzato intorno al governo di un sovrano è stato fatto nel XII secolo ed è andata a finire come avete visto.

Eccomi. Abbiamo tantissime domande e tantissimi commenti. Inizio da una domanda di carattere militare, di organizzazione militare, perché Alessandra chiede se ci può spiegare se c'erano delle analogie o soprattutto delle differenze tra le caratteristiche dell'esercito imperiale invece le forze militari messe in campo dai comuni.

Allora, apparentemente erano del tutto identici, perché comunque, in ogni epoca, come dire, il modo di fare la guerra è quello. E se vuoi farla a un certo livello, devi rispettare certe regole. E le regole sono: le battaglie le vincono i cavalieri in armatura, e un cavaliere in armatura vale più di dieci soldati a piedi. Quindi, ogni esercito è innanzitutto un nucleo di cavalieri pesantemente armati su cavalli da guerra, probabilmente allevati e con un addestramento che gli permette di combattere in questo modo, e che non è semplice andare alla carica su uno stallone non castrato, aggressivo e spaventato, con addosso qualche decina di chili di ferro, e spingerlo al galoppo insieme a centinaia di altri contro centinaia di nemici che ti stanno galoppando contro di te. Ecco, chi è mai montato a cavallo può immaginare cosa voleva dire. Poi c'è un sacco di gente a piedi, perché le guerre non sono soltanto, come dire, battaglie campali, anzi, ce ne sono pochissime, come si è detto, anche se sono decisive. E quindi c'è un sacco di gente a piedi: arcieri, balestrieri, o semplicemente uomini armati alla bell'e meglio, che poi formano, diciamo, una massa di supporto per la cavalleria.

E così l'esercito tedesco, ed è così l'esercito milanese. La differenza è che nell'esercito tedesco, i cavalieri, che riflette una società più rigida, più arcaica, i cavalieri sono tutti nobili di famiglie nobili che hanno il privilegio ereditario di essere armati cavalieri, perché ci vuole il permesso dell'imperatore, altrimenti, per armare uno cavaliere, se no devi essere della famiglia nobile. Sono gente, quindi, che fin dall'infanzia monta a cavallo e combatte, che fa quello di mestiere, perché ogni cavaliere, dietro di sé, ha un intero villaggio di contadini che lavorano per lui. E la gente a piedi sono mercenari o, appunto, i contadini stessi dei nobili che vengono reclutati, e i nobili se li portano dietro nella campagna militare. Quindi, una cavalleria super specializzata e, invece, una fanteria, diciamo così, abbastanza raccogliticcia e disprezzata.

L'esercito milanese, a guardarlo, è identico. La differenza, però, è che i cavalieri, in piccola parte, sono nobili. Ci sono anche quelli, eh. Ci sono anche in Italia i nobili signori che fanno la guerra fin da bambini, che vanno a cavallo fin da bambini, che hanno una marea di contadini che lavorano per loro. Anche a Milano ne abitano tanti di questi nobili, e sono il primo nucleo della cavalleria comunale. Però, in Italia, tutti quelli che hanno fatto...

I soldi, se vogliono, e di solito vogliono, si possono comprare i cavalli, le armi. Se non me li compro io, li compro mio figlio e lo abitua a vivere come vivono i nobili, cioè guerre, tornei, caccia, armi, cavalli, guerra, cavalli, guerra, armi, tornei. Questo, torri in cui abitare. Questi? No, questi questi borghesi che hanno fatto i soldi e si sono comprati i cavalli e le armi. In genere, gli stranieri li guardano con un po' di diffidenza e con un po' di disprezzo. Ed è vero che in genere non sono all'altezza dei tedeschi o dei francesi come specializzazione, no? Ecco, quindi la cavalleria milanese riflette una società molto più ampia. Non per niente, Milano da sola può mettere in campo mille cavalieri, che l'imperatore certe volte fa fatica per trovare mille cavalieri in tutta la Germania, no? Mi spiego. E perché i soldi producono cavalieri. E anche questa cosa Ottone di Frisinga la dice, parlando al suo pubblico tedesco. Lo dice: "Non sapete che gente sono questi Lombardi? È una cosa da pazzi! Da loro anche un volgare meccanico, uno che ha lavorato sporcandosi le mani, poi loro nominano cavaliere. Non si vergognano di fare queste cose." Dopodiché, Ottone di Frisinga, che non è uno stupido, dice anche: "Ed è per quello che sono così forti, che possono mettere in campo eserciti così numerosi. E la truppa a piedi a Milano non sono mercenari contadini, ma sono tutti gli altri milanesi, quelli che non hanno abbastanza soldi per comprarsi il cavallo, però la lancia e lo scudo sì. È organizzati probabilmente per quartiere, per parrocchia, si addestrano ogni tanto tutti insieme e formano una fanteria che non è professionale neanche quella, ma che ha un certo senso di identità, di patriottismo." Tant'è vero che la battaglia di Legnano, quando i tedeschi caricano la cavalleria milanese viene spazzata via, ed è poi la fanteria assiepata intorno al Carroccio che inaspettatamente, invece di scappare, resiste alla botta della carica tedesca e una volta che la carica si è esaurita, pian piano la superiorità numerica della fanteria milanese porta a ribaltare l'esito della battaglia.

Un'altra domanda viene da Fernando, che invece chiede se nel prendere posizione contro Federico c'era compattezza all'interno dei comuni o c'era una distinzione tra popolo grasso e popolo minuto. Allora, nel XII secolo queste distinzioni non esistono ancora, non le percepiamo ancora. Quello che si percepisce è una società che è ancora abbastanza compatta, che ha alla testa, senza alcun dubbio, una aristocrazia. Loro dicono i milites, i cavalieri, che possono essere, ripeto, sia vere famiglie nobili che possiedono terre, campagna, castelli, sia mercanti o imprenditori arricchiti. Quelli sono i milites, e tutti gli altri sono i pedites, i fanti. È interessante che loro per descrivere la loro società usano i termini militari, cioè la cittadinanza si vede come un esercito. In realtà, dopodiché, all'epoca del Barbarossa non affiorano conflitti fra queste diverse componenti della società cittadina. Ci possono essere magari fazioni diverse tra i cavalieri, gruppi di famiglie un po' rivali, ma nell'insieme non si percepiscono grandi spaccature. E dopo, nel Duecento, quando ormai lo scontro col Barbarossa è vinto, però poi ci sarà di nuovo Federico II che proverà a sottomettere i comuni e si scontrerà col papa, e nel Duecento che si vede che nelle città l'élite dei cavalieri si divide nei due partiti della Chiesa e dell'Impero, Guelfi e Ghibellini. E soprattutto si vede che il popolo comincia ad averne abbastanza di farsi comandare dai cavalieri e comincia a pretendere di avere più spazio politico. La storia politica del Duecento è molto complessa ed è tutta fatta di conflitti fra gruppi e classi sociali rivali. Nell'epoca del Barbarossa queste cose invece non sono ancora visibili.

E Antonio invece chiede se i comuni avevano delle magistrature che si potevano dislocare nei territori del circondario e delle campagne, e se sì, con che autorità rispetto a quello delle signorie di campagna. A quest'epoca ancora molto poco, nel senso che il modello normale con cui il comune fa eseguire, fa rispettare la sua autorità nella campagna è quello per cui, appunto, con le buone o con le cattive, il signore locale ha accettato di sottomettersi al comune cittadino. Può essere diventato lui stesso un cittadino, può aver usato strumenti feudali di vario genere, ma comunque il signore locale continua a essere il signore locale e a comandare dal suo castello gli abitanti della zona, però risponde ai consoli della città e deve accettare che loro si intromettano. Quindi, in realtà, in questo momento, diciamo, non c'è ancora una proiezione sul territorio attraverso, come dire, esponenti del governo cittadino che vanno a governare la campagna. Si continua a governarla tramite i signori locali che hanno aderito alla città. Poi col tempo, col tempo il meccanismo diventerà più complesso. Invece, col tempo diventerà sempre più frequente che una signoria viene occupata militarmente dalla città, che una famiglia nobile viene espropriata e cacciata via. E allora dal Duecento in poi diventa normale che si manda un cittadino a fare il Podestà o il Capitano, lo chiami in tanti modi, in quel luogo. E allora, in sostanza, quello che succede è che in molti luoghi della campagna, comanda anziché essere il signore che è lì per tutta la vita ed è sempre lo stesso, è uno che arriva dalla città, si insedia nel castello e per un anno sta lì e comanda come se fosse il signore. Quindi questi meccanismi ci saranno e saranno molto importanti, ma ripeto, in epoca successiva, non ancora all'epoca del Barbarossa.

Vincenza invece le fa una domanda un po' più di didattica, cioè richiede se secondo lei si può far riflettere i ragazzi e le ragazze sulla strumentalizzazione politica e risorgimentale dello scontro tra il Barbarossa o i comuni, oppure parlando a degli studenti che ancora non conoscono bene la storia del Risorgimento, rischia di essere un riferimento, diciamo, poco efficace. Eh, ma questo ragazzi, ve lo dovete dire voi, perché siete voi che avete il polso di quello che si può fare o no con i vostri ragazzi. Io ho un'esperienza troppo limitata della della scuola, ecco, per poterlo dire. E ho anche imparato che, appunto, non si può mai dare niente per scontato, perché io tendo ancora ingenuamente a dare per scontato che, bene o male, anche un quindicenne o diciottenne di oggi abbia sentito nominare la battaglia di Legnano, la Lega Lombarda, il giuramento di Pontida, ecco, non fosse altro per certe attualizzazioni. Ecco, però probabilmente mi sbaglio. E quindi, in questo senso, magari è meglio quando poi si insegna la storia del Risorgimento, che allora loro del Barbarossa, comunque, sono stati informati. E allora lì magari può essere interessante dire: "Guardate che in quel momento, in cui si vede tutto attraverso la prospettiva della nazione, anche gli scontri medievali sono letti esclusivamente come prefigurazione della nascita della nazione."

Adesso le faccio una domanda che in realtà è la fusione di due domande che forse da sole varrebbero un webinar o forse due a parte, ma riguardano la genealogia di Federico, perché c'è chi chiede come la sua casata era arrivata sul trono e chi invece, Bruno nello specifico, chiede come mai Federico cercò di rafforzare il suo potere creando dei legami di parentela con i Normanni che, diciamo, erano forti a sud, e non con i comuni che erano più forti a nord. Eh, ma perché i legami di parentela si possono fare fra dinastie regnanti e non, non facilmente, con i comuni che sono innumerevoli, diciamo questo. Ecco, forse la cosa che è importante che io davo per scontata e che va sottolineata è che mentre le monarchie dell'epoca in generale hanno già un chiaro principio ereditario e quindi un re d'Inghilterra, un re di Francia discende di padre in figlio, il potere e l'Impero non è così. L'Impero, e quindi il regno di Germania, non sono così. La monarchia è elettiva. Questa cosa se la portano dietro, diciamo, anche l'Impero Romano è relativo, naturalmente, eh. Io poi devo dire, non ho mai riflettuto esattamente sui motivi per cui si perpetua questa cosa, ma certamente nelle loro teste è fortissima questa idea. E del resto è anche comprensibile che una volta che le élite politiche tedesche, i principi tedeschi, Duca di Baviera, Duca di Sassonia, e i grandi Vescovi tedeschi, Vescovo di Magonza, l'Arcivescovo di Treviri, una volta che questi sanno che per fare un imperatore ci vuole il nostro consenso, e beh, non te lo fai sfuggire dalle mani un potere del genere. Quindi sta di fatto che la corona imperiale è sempre elettiva. Il che non impedisce che un imperatore, se ce la fa, possa manovrare durante la sua vita per fare in modo, per aprire la strada al figlio. Barbarossa lo fa, spalanca la strada al figlio Enrico VIII, e Enrico VI a sua volta, con molta più fatica, per altro, anche perché muore presto, poi alla fine riuscirà a lasciare il trono a Federico II. Ma già la successione di Federico II è contestatissima perché ci sono altri candidati. Quindi, in realtà, mentre ogni imperatore, ma questo lo facevano anche gli imperatori romani, eh, spera e manovra e fa politica per crearsi la successione nella persona di suo figlio, però a livello di principio, sempre alla morte dell'imperatore, i principi e i vescovi si riuniscono e decidono chi facciamo adesso. Ecco, e questo ovviamente è una cosa che indebolisce il potere imperiale moltissimo. E questo spiega perché Barbarossa cerchi di consolidarsi in vari modi, nel senso di creare a suo figlio un'autorità particolare che possa aiutare poi a garantire una successione morbida. E quindi è chiaro che un'alleanza matrimoniale con i Normanni, che governano tutto il sud, è quello che ci vuole se vuoi che il piccolo Enrico un giorno riesca anche a convincere i tedeschi che lui è il candidato migliore per governare la Germania e l'Italia del Nord.

Abbiamo aperto queste domande con una domanda, diciamo, di organizzazione militare. Ne ho un'altra che le faccio da parte di Roberta, che chiede se la Compagnia della Morte era propria dell'esercito comunale milanese. Ora, dunque, qui tocchiamo un dettaglio che non conosco così bene, di un aspetto che invece conosco meglio in generale, e cioè intorno ai milanesi a Legnano è stato costruito nei secoli successivi tutta una impalcatura leggendaria che credo comprenda assolutamente anche la Compagnia della Morte. Il concetto, l'espressione, quello che so con certezza è che è totalmente inventato. Alberto da Giussano non c'è mai stato nessuno che si chiamasse così, non c'è nessunissima fonte dell'epoca che ne parli. E quindi quello lo so, è stato come dire, stabilito con chiarezza. E fra l'altro, c'è un bel libro del mio collega milanese Paolo Grillo sulla battaglia di Legnano, che consiglio a chi voglia sapere qual è lo stato dell'arte su questa questione. Alberto da Giussano non c'è mai stato, e temo fortemente che anche la Compagnia della Morte se la siano inventata nel Risorgimento.

Le faccio un'ultima domanda e poi chiudiamo, da parte di Camilla, che ci scrive: "Federico era di padre Ghibellino e madre Guelfa, che posizione aveva rispetto alla vexata quaestio dei due poteri universali, almeno prima di schierarsi apertamente contro di lui Alessandro III?" Sapete, questo facendo dei Guelfi e dei Ghibellini, bisogna stare attenti a maneggiarla. Cioè, intanto, al tempo del Barbarossa, appunto, non era ancora così formalizzata la cosa. Si sapeva che era facile che il papa e l'imperatore entrassero in un conflitto più o meno velato, ma non c'era ancora un'impalcatura di partiti come ci sarà nel Duecento, invece organizzati, trasversali, internazionali. E quindi funzionavano comunque, ma in ogni caso, in ogni caso, l'aspetto ideologico non era tanto importante. Qui si tratta di un conflitto di potere. Si tratta di un conflitto di potere in cui si prendono le posizioni che si pensa possano essere più utili e che possono anche cambiare. E quindi, mentre ci sono, come dire, situazioni in cui la scelta è quasi obbligata, per dire, Firenze nel Duecento e nel Trecento ricava tali vantaggi dai suoi banchieri che finanziano la Chiesa di Roma, che voler portare Firenze nel campo ghibellino era impresa disperata, non ce la puoi fare. Infatti, alla fine i Guelfi prevalgono in modo definitivo. Ma quando non ci sono motivi del genere, è una politica estremamente pragmatica, in cui ci si allea con tutti. Non dobbiamo assolutamente pensare che gli schieramenti siano rigidi, fissi e ideologicamente montati, come potevano essere, che ne so, il fascismo e il comunismo nell'Europa, nell'Europa del Novecento. Ecco, e quindi ogni situazione va poi vista nello specifico, in base agli equilibri di potere di quel singolo momento.