Transcription
V V [Musica] ama [Musica] sol 3 u [Musica] [Musica] [Musica] [Musica] Om Oh buongiorno. Quando facciamo qualcosa, l'attitudine con la quale lo facciamo cambia quello che facciamo, ok? E per questo, specialmente quando andiamo ad ascoltare gli insegnamenti del Dharma, l'attitudine con la quale noi lo facciamo è abbastanza importante. Poi oggi vedremo questo in più dettagli per aiutare in questo processo. Agli inizi ci sono alcuni passaggi che sono fatti da secoli in questo modo, che faremo adesso, ok?
Poi, come ho detto ieri, piano piano lo facciamo anche in italiano. Portiamo la traduzione, facciamo capire. Però adesso, visto come abbiamo spiegato ieri, in questo ponte siamo ancora dalla parte più del Tibet, di seguire come viene fatto da secoli per poi dopo riportare da noi. La prima cosa che faremo è la recitazione del Sutra del Cuore e alla fine del Sutra del Cuore viene fatto il mantra di Singam Dacchini. E alla fine c'è un momento in cui si battono tre palme e questo rappresenta l'eliminare le interferenze, ok?
Quindi, in una mano rappresenta il metodo, amore e compassione; l'altra mano, la saggezza. C'è il sole e la luna in mezzo alle interferenze che si distruggono. Le interferenze sono principalmente di tre tipi: ci sono le interferenze esterne, quindi situazioni esterne, persone, rumori, possono essere spiriti, qualunque cosa esterna che in questo momento specifico non ci permetta di ascoltare bene, di concentrarti, di ricevere quello che siamo venuti qui a fare, ok?
Le principali interferenze sono quelle interne, quindi sono i nostri preconcetti, la nostra incertezza, il torpore mentale, l'agitazione mentale, il dubbio, la paura, l'avversione, l'invidia o altri stati interiori che non ci permettono a tutti gli effetti di poter ascoltare bene, comprendere, eccetera. E poi ci sono le interferenze segrete, che quando ci mettiamo a fare qualcos'altro, anche di positivo, ma che non ci permetta di fare questo, ok?
Perciò, cominciamo con il Sutra del Cuore. Dopo faremo la preghiera di richiesta di benedizione dei Maestri del lignaggio del Lamrim, ok, che si parte da Buddha Shakyamuni fino ad arrivare a Maganoce. E faremo questa preghiera. E dopo questo c'è la parte finale in cui si fanno le richieste di benedizione insieme per realizzare ogni passo graduale nel sentiero, ok?
Poi, piano piano, non lo capisci di più, non c'è fretta di dover subito capire tutto, ok? Però in questo modo seguiamo, manteniamo la tradizione. Perciò ci ricordiamo un po' del perché siamo qui, cerchiamo di connetterci con la nostra motivazione, ok? Poi faremo l'offerta del Mandala di richiesta per poter ricevere gli insegnamenti. Perciò, cominciamo con il Sutra del Cuore.
S di Sur Lu [Applauso] 7 [Musica] par para [Musica] pe AK para [Musica] le benedizioni di tutti i maestri to sen after so [Musica] so Tin sen Rem so Rem K TR Ku amb sol Dr [Musica] richiesta di benedizioni per realizzare ognuno dei passi nel sentiero all'illuminazione Rem Dr Dr u offerta del Mandala richiesta insegnamenti u [Musica] S MW Dring Ur S Nam nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha prendo rifugio fino all'illuminazione. Con la pratica della generosità e delle altre perfezioni, possa io ottenere lo stato di Buddha per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. The practice of and perfe may for benefit of all Nam [Musica]
Buongiorno. Cominciamo oggi permettendoci per un attimo di sognare. Cerchiamo di immaginare come sarebbe la nostra vita, ok? Quindi ognuno pensa alla propria, ognuno pensa alla propria realtà in cui vive, con il corpo che [Musica] abbiamo, gli aspetti favorevoli, favorevoli.
Osserviamo quello che è la nostra realtà familiare, lavorativa, sociale, le persone che ci abbiamo intorno a noi. Osserviamo la nostra propria situazione economica. Osserviamo la situazione che abbiamo nel contesto sociale più ampio, la parte che abbiamo delle relazioni, i gruppi di appartenenza, il luogo in cui viviamo, la città, il paese, il contesto sociale nel senso più ampio assoluto. Cerchiamo un attimo di immaginare e vedere la nostra vita con tutte le sue varie sfumature, senza entrare in tanti giudizi, ok?
E facciamo come una fotografia, la guardiamo. Adesso cerchiamo di immaginare, permetterci di sognare come sarebbe la nostra vita con tutte le sue sfumature che abbiamo appena citato e altre, se noi potessimo viverla non proiettando più le cose come secondo noi dovrebbero essere, riuscendo a vivere in armonia con ciò che avviene. Come sarebbe la nostra vita se non entrassimo più in opposizione e conflitto, ma se riuscissimo a interagire in un modo positivo?
Se riuscissimo ad avere una buona autostima, liberi dalla paura, liberi dall'insicurezza. Come sarebbe la nostra vita se non avessimo più un'attitudine interna di insoddisfazione, agitazione, distrazione, ma ci trovassimo in uno stato di pace, di soddisfazione, di equilibrio in cui la nostra mente rimane calma e allo stesso tempo attenta, in cui abbiamo chiarezza di tutto ciò che ci appare, abbiamo un corretto discernimento, mantenendo uno stato profondo di pace, ma allo stesso tempo senza distacco dal mondo?
Come sarebbe questa esperienza se allo stesso tempo che viviamo ogni cosa con chiarezza, abbiamo un sentimento profondo, sincero di amore verso noi stessi e verso ogni essere che ci circonda? Come sarebbe la nostra vita se fossimo liberi dalla paura, dalla rabbia, dal rancore, dall'avversione e se riuscissimo ad amare ogni essere che ci circonda così come amiamo noi stessi?
Se fossimo capaci di coltivare senza difficoltà ciò che fa bene a noi e agli altri? Se riuscissimo ad abbandonare senza fatica ciò che fa male a noi stessi e agli altri? In poche parole, come sarebbe la nostra vita con il nostro corpo, il lavoro che facciamo, il contesto sociale, economico, tutto quello che è, ma se fossimo effettivamente in pace con noi stessi e con il mondo che ci circonda?
Se potessimo vedere la realtà in un modo coerente, percependo ciò che è impermanente come impermanente, ciò che è soggettivo come soggettivo, stando conseguentemente in pace con noi stessi e in pace con gli altri? Permettiamo per un attimo di immaginare questo stato. [Musica]
Ci permettiamo di andare oltre e sognare. Come sarebbe se ogni essere che ci circonda, partendo da quelli che ci stanno più vicini: i nostri familiari, il nostro padre che si trova alla nostra destra, la nostra madre alla nostra sinistra, a fianco a loro fratelli, figli, zii, nonni, amici, marito, moglie, tutti quelli che ci stanno vicini.
Dietro di noi ci sono tutti gli esseri a cui siamo indifferenti, che non conosciamo e sono innumerevoli. Davanti a noi ci sono quelli con cui abbiamo un po' di conflitto e difficoltà. Fatto sta che tutti gli esseri che conosciamo e non conosciamo ci circondano. Permettiamo per un attimo di sognare e di immaginare come sarebbe se anche ognuno di loro si trovasse nello stesso stato di pace.
Come sarebbe se ognuno di loro fosse effettivamente libero dalla rabbia, dall'odio, dall'egoismo, dall'ignoranza, vivesse in uno stato profondo di pace, di amore, di armonia? Permettiamo un attimo di sognarlo. [Musica]
Ja, ritorniamo a noi, qui e ora, e ci chiediamo: "Voglio che questo sogno diventi realtà o no?", ok? Questo è il sogno che Buddha ci ha trasmesso, che è l'utopia che Buddha ha seguito, che ha condiviso con noi e che parte inizialmente da noi stessi. Parte dal fatto di chiedersi: "Ma prima di tutto, questa utopia, questo sogno è possibile o no per noi stessi? E lo vogliamo?".
Io sinceramente non vedo altro che uno potesse desiderare che abbia un senso. Eh, perché quando noi ci immaginiamo in quel sogno, ognuno ha la sua propria esperienza, però quello che io vedo è che i conflitti finiscono, no? C'è anche questo, facciamo un esercizio simile dall'altra parte.
Immaginiamo davanti a noi, ok, tutti i nostri problemi. Mettiamoli lì davanti, facciamo una montagnetta, ok? Mettiamo davanti a noi i comportamenti che non ci piacciono, che dobbiamo interagire e vivere. Mettiamo davanti a noi le difficoltà economiche, i problemi fisici, i problemi sociali, ehm, tutte le difficoltà che ci sono. Mettiamo tutti i nostri problemi davanti a noi, facciamo lì una montagnetta, piccola, grande, media, enorme, quel che sia, senza paura di metterli davanti, ok?
Proprio tutte quelle cose che nella nostra vita di tutti i giorni, quando stiamo male, puntiamo il dito ad incolpare, ok? Li mettiamo davanti a noi, ok? C'è questa persona, quella persona, questa situazione, quella situazione, tutto quello che noi di solito puntiamo il dito dicendo: "Ah, queste sono le cose che non mi piacciono, che mi fanno soffrire, eccetera, eccetera". Li mettiamo tutti davanti a noi, ce li abbiamo lì, belli lì, solidi. Finalmente i colpevoli per tutto sono tutti lì, ok?
Adesso, davanti a questa montagna, togliamo alcune cose da noi. Lasciamo la montagna lì, però da noi stessi togliamo alcune cose. Togliamo la nostra aspettativa di come le cose dovrebbero essere. Togliamo la nostra ossessione all'autografo. Togliamo il rancore, la rabbia, l'odio. Togliamo la paura, l'insoddisfazione. Togliamo l'odio. La domanda è: la montagna rimane o no?
Quello che vediamo è che noi cominciamo a togliere quelli che vengono chiamati i nostri propri veleni mentali. La montagna non regge più, perché alla base che sostiene quella montagna c'è il nostro egoismo, ci sono i nostri rancori, c'è la nostra paura, c'è il nostro attaccamento, la nostra insoddisfazione e così via.
Quindi questo sogno di poter veramente raggiungere uno stato interno di equilibrio, di pace, è quello per me il più importante. Non solo per me, ma quando noi ci permettiamo di sognare che ogni essere che ci circonda abbia lo stesso, è una delle cose più belle che si possa immaginare, ok?
E la domanda che uno si pone naturalmente è: "Ma sarà possibile o no?". E parlando con uno dei miei maestri, una volta Ginc, lui mi chiese: "È possibile diminuire la rabbia?". Io credo di sì. Io gli ho detto: "Sì, con fatica, con costanza". L'ho visto un po' in me, l'ho visto in più negli altri, nel senso che io da quando ero bambino c'ho altri difetti, il mio punto debole non è mai stato la rabbia, ci sono altri punti deboli.
E però ho visto persone che erano molto arrabbiate che sono riuscite veramente a fare dei grandi cambiamenti in se stessi. Lui mi ha chiesto: "È possibile amare di più, aprire il cuore in un modo più sincero, andare un pochettino oltre il modo egoista di amare? È possibile espandere il proprio cuore, amare qualche essere in più o no?". Sì.
Qual è il limite per diminuire ed eliminare la rabbia? C'è una soglia che si dice: "No, arrivato qua, meno rabbia di questo non puoi avere"? Il limite è che non ci siano più situazioni in cui uno perde il proprio equilibrio e reagisca con aggressività. Qual è il limite dell'amore? Non è che c'è dopo cinque non puoi amare di più, questo è il limite massimo, arrivato a quel numero lì, oltre quello non puoi amare.
Quello che crea il limite del nostro amore è il nostro proprio egoismo. Quando si riesce ad amare al di là di quello che l'altro è, non è, fa, non fa, in relazione all'io e al mio, si ama tutti nello stesso modo e quindi qua si sviluppa l'amore incondizionato che non ha limiti, perché il limite dell'amore è il nostro proprio egoismo, nessun altro.
Quindi la domanda che viene da questo che porto è: "Se è possibile diminuire la rabbia, l'insoddisfazione, l'agitazione interna e così via, se è possibile sviluppare più amore, più consapevolezza, più generosità, più equilibrio, più armonia e così via, questo sogno di cui abbiamo parlato prima è possibile raggiungerlo o no?". Io credo di sì, ok?
E questo è stato per me, quando avevo intorno ai 18 anni, un momento di crisi, perché dedicavo la mia vita nello studio del Buddismo e a un certo punto mi sono chiesto: "Ma sarà possibile?". Ho letto un verso dell'Amazon K, meraviglioso, dei tre aspetti del sentiero e mi sono detto: "No, no, se il primo passo è così faticoso, lasciamo stare il resto".
E mi son detto: "Ah, magari in passato ci sono stati quelli che sono riusciti, ma oggi come oggi, guardandomi a me stesso e guardandomi intorno, lasciamo stare". E lì ero in crisi perché dicevo: "Dedico la mia vita al Buddismo, ma se non ci credo veramente nel perché sono qui, qual è il senso di tutto questo?". Non è che non ho mai voluto fare la carriera buddista, ok? Perciò non la voglio ancora oggi.
Quello che in quel c'è voluto più o meno un anno di tempo, riflettendo. Ho parlato con tre dei miei maestri, ho avuto un incontro personale con Sua Santità il Dalai Lama in Israele, nel lago di Tiberias. Ho avuto un incontro con Lancerin più volte, ma uno in particolare che mi ha colpito, e poi con mio maestro Ginc.
E essendo queste cose insieme, ho capito che prima di tutto dobbiamo permetterci che il percorso non comincia in un'attitudine di rinuncia, ma in un'attitudine di amore verso noi stessi, di sognare cosa voglio. Il primo passo per fare qualcosa è desiderarlo, come diceva il mio maestro Kap Dragon Rino. La prima cosa che dobbiamo fare per raggiungere qualunque cosa è permetterci di desiderarla e permetterci di immaginarci lì.
Perché nel desiderare ci sono due aspetti. Eh, io posso dire: "Che bello sarebbe quella cosa", ma io non ce la farò mai ad averla. Faccio un esempio molto pratico per capire quello che voglio dire. A un certo momento, diversi anni fa, c'è stato un momento in cui, prima, quando sono venuto a vivere in Italia, viaggiavo molto spesso all'interno dell'Italia, guidavo sempre io.
E ho avuto una macchina che la nostra amica Gloria Pozzi c'aveva e me la dava in uso, eccetera, eccetera. Poi la Gloria è venuta a mancare, dedichiamo anche a lei, e quindi la macchina non c'era neanche più. E lì, gira una cosa, un'altra, ho comprato una macchina. Arrivato il momento in cui mi è servito comprare una macchina, cosa mi son fatto? Ho visto quanti soldi avevo a disposizione e all'interno di quei soldi che sono riuscito ad avere, che tipi di macchine potevo scegliere.
Quindi mi sono messo il mio budget e ho cominciato a fare ricerca: "Ok, qual è il miglior modello di macchina che posso scegliere?". Mentre ero in quel periodo lì, sono andato in Olanda ed ero in uscendo dall'aeroporto e c'era lì un cartellone pubblicitario enorme, un outdoor enorme con una pubblicità della Rolls-Royce e nella pubblicità c'era scritto: "If you ask, the price is not the car for you" (Se chiedi il prezzo, non è la macchina per te).
E quello mi fece riflettere perché ho detto: "Guarda, è proprio così. Nella mia lista di desiderio delle macchine che vorrei vedere, sicuramente la mia priorità era una macchina sicura, confortevole, che stesse all'interno, che avesse una durata a lungo termine, che la manutenzione non fosse troppo costosa, che a lungo che potesse durare nel tempo e che ci fosse all'interno del mio budget".
Però c'erano delle macchine che erano confortevoli e sicure che non erano nella mia lista, tantissime. Perché non erano nella mia lista? Non perché non avessero le qualità che mi piacevano, ma perché io non credevo di poterla comprare. Se qualcuno venisse da me e mi mettesse una macchina che non era nella mia lista, che era sopra quello che mi potevo permettere, e dicesse: "Guarda, ti faccio per quel prezzo lì", entrava nella lista.
Quello che accade è che quando noi vogliamo qualcosa, non basta desiderare quella cosa lì, dobbiamo anche aver fiducia nella nostra capacità di ottenerla, altrimenti non la desideriamo veramente. È come quando uno si ammala: non basta il desiderio generalizzato di voler guarire, ci vuole la fiducia di poter guarire, altrimenti uno non intraprende il percorso per guarire.
Se io sto lì per comprare la macchina, qualcuno viene da me, dice: "Vedi questa macchina qua?", dico un nome qualunque, "un'Aston Martin", che è una bella macchina, però non mi sarei mai messo, poi quando a quell'epoca mi piaceva guidare veloce, già ho passato quella fase, e qualcuno mi dice: "Guarda, eccoci qua, puoi averla anche se è un prezzo che tu non puoi permetterti, facciamo com moderate da qui fino alle prossime reincarnazioni, però sai, quei 30 euro al mese uno ci ripensa, dice: 'Ce la posso fare'". Sì.
Uno dei punti fondamentali nel desiderare qualcosa è riuscire a immaginarsi, perché se io non riesco a immaginarmi in quel sogno e non ho fiducia di poter arrivarci, non metterò mai lo sforzo per farlo, mai, ok? E qui dobbiamo porci una domanda fondamentale: qual è il nostro sogno?
Purtroppo viviamo in un'epoca dove spesso ci manca il sogno. Chi ha parlato di questo prima che arrivasse questo periodo è stato Nietzsche, no? C'è una descrizione. Io ho sentito un documentario una volta che parlava di questo, era in inglese, parlava di "The Last Man", l'ultimo uomo, e descriveva che l'uomo del moderno, che lui descriveva "The Last Man", sarebbero state persone che avrebbero guardato verso le stelle, detto: "Che belle!", ma che non si sarebbero permesse neanche di desiderarle, perché tanto il percorso per raggiungerlo è troppo faticoso, piuttosto rimango dove sono.
Lui descriveva che le persone del futuro, questi ultimi uomini, non si sarebbero permessi di andare alla ricerca dell'eccellenza, di superare se stessi, perché si sarebbero lasciati andare e sarebbero lasciati limitare da una sopravvivenza confortevole. Ci siamo in questo periodo, no? Ok.
Questo è pericoloso, perché se noi rimaniamo a vivere la nostra vita unicamente all'interno di una sopravvivenza confortevole, quello che noi facciamo è quello di continuamente girare intorno alle abitudini che già abbiamo e vivere la vita a un livello superficiale, perché la crescita, lo sviluppo, il trovare, inventare cose nuove richiede uscire dalla zona di comfort, richiede andare oltre quello che noi di solito riteniamo che siamo capaci di fare.
Però la base per questo è desiderarlo, la base per questo è sognare. E mentre una volta il sogno faceva più parte in qualche modo della vita, oggi come oggi mi sento che la prima cosa che dobbiamo affrontare è ricordarci di dover sognare, perché non ce lo permettiamo neanche più a livello sociale, politico. O mi sbaglio io?
Quello che vedo è che siamo pronti a puntare il dito sui difetti dei sistemi che ci sono. Siamo prontissimi a puntare il dito contro il sistema politico, sociale, il sistema sanitario, piuttosto che il politico di qua, il sistema quello di là. Siamo pronti a puntare il dito e criticare, ed è lo sport nazionale, internazionale.
Ogni tanto io sento delle conversazioni che mi dico: "Ma saranno esperti di quell'argomento? Ma conosceranno i dettagli di retroscena?", perché parlano con una certezza di quello che si sta facendo è sbagliato, che dovrebbero fare così, che dovrebbero fare cosà, che mi chiedo. No.
Però allo stesso tempo che siamo pronti a criticare e puntare il dito su tutti e su tutto, la maggioranza di noi non ha una vera alternativa che desidera. Non è che diciamo: "Ah, guarda, io vorrei un sistema così". Noi non ci piace com'è ed aspettiamo che in qualche modo il miracolo accada. Ma fatto sta che se noi non sogniamo, non camminiamo verso quella direzione.
Se noi non ci permettiamo di sognare, rimaniamo, già ci troviamo a girarci intorno. È fondamentale per noi poter andare oltre, desiderare, sognare. E questa è la base che c'è nel Buddismo, nel sentiero che Buddha ci ha trasmesso. La prima cosa che ci ha trasmesso è un sogno. Possiamo chiamarlo sogno, possiamo chiamarlo utopia, possiamo chiamarlo obiettivo finale, possiamo chiamarlo in tanti modi possibili.
Fatto sta che è poter immaginare qualcosa di meraviglioso che oggi non c'è, ma che crediamo che sia possibile esserci. E la cosa fondamentale però è che il sogno deve essere coerente con la realtà, ok? C'era un esempio che io ho fatto per tanti anni, poi negli ultimi tempi qualcuno mi ha detto: "Guarda, Lama, questo esempio non va tanto bene perché per le questioni di genere di qua, di là".
Però ve lo dico con tutto il rispetto verso le scelte di ognuno e ogni cosa. Diciamo che io desiderassi e sognassi rimanere incinto, perché io vedo delle donne incinte avere dei bambini e dico: "Wow, che bella esperienza! Che cosa piace, che cosa bella! Anch'io vorrei avere quel sentimento di avere un essere dentro di me che nasce di qua, di là, eccetera, eccetera", e sviluppo un profondo desiderio di rimanere incinto.
Che possibilità ho? L'unica che io vedo oggi è morire, rinascere come donna e poi è tutto da vedere, o no? Ok. Perciò, desiderare qualcosa che è incoerente con le risorse presenti oggi è causa di frustrazione, ok? Il sogno deve trascendere il momento presente, ma deve essere coerente con il momento presente. Questo è fondamentale.
Perciò il sogno che ci siamo permessi prima di immaginare, quindi una vita libera dalla rabbia, dalla gelosia, dall'invidia, dalla paura, una vita in uno stato di armonia, di equilibrio, di soddisfazione, di presenza nel presente, di gioia, di pace, è o non è coerente con quello che siamo oggi? Tendenzialmente diremo: "Non proprio".
Ma se guardiamo più a fondo la nostra mente e il nostro essere nel suo insieme, perché ricordiamoci che mente e corpo non possono essere viste e vissute, possono, ma non funziona come totalmente separate, sono due manifestazioni dello stesso. Il nostro essere ha una caratteristica che è quella che permette che quel sogno possa essere possibile.
C'è una caratteristica nostra che è quella che porta coerenza fra il sogno e la realtà, ed è il fatto che noi siamo costantemente in trasformazione e che la trasformazione avviene a seconda dell'azione. In altre parole, siamo interdipendenti, ossia il mio essere è sempre in trasformazione. Se io penso in un certo modo, quei tipi di pensieri diventano sempre più naturali.
Se io agisco in un altro modo, quel tipo di azione diventa sempre più spontanea. Noi siamo esseri malleabili, la nostra mente è malleabile, il corpo è malleabile. I moderni parliamo dell'epigenetica. Ogni azione, un'esperienza che compiamo, ci cambia a livello del DNA. Il microbiota costantemente si trasforma a seconda di dove sono, quello che mangio, quello che penso addirittura, ok?
Abbiamo la plasticità del cervello, ma non solo la plasticità del cervello, dove i nostri neuroni cambiano a seconda dei tipi di attitudini, esperienze che facciamo. Ogni aspetto del nostro essere ha questa plasticità in ogni livello, da un livello superficiale, grossolano a un livello molto profondo. Ed è questa plasticità, questa capacità di trasformazione, più che capacità, questa costante trasformazione in cui ci troviamo, che se viene data la giusta direzione, andiamo verso quella direzione lì ed è possibile raggiungerlo.
Quindi, dov'è che troviamo la coerenza fra la realtà del presente e il sogno di vivere in uno stato di raggiungere uno stato di pace interiore? Nella nostra, usiamo un termine moderno, nella nostra plasticità corpo e mente, nel fatto che siamo interdipendenti, nel fatto che siamo costantemente in trasformazione, nella regola di base che ovunque c'è interazione, c'è trasformazione e la trasformazione è coerente con l'interazione, ok?
Questo ci porta però a una domanda importante: "Come faccio?", ok? Eh, per fortuna abbiamo la risposta. Partiamo da questo sogno e io vi invito veramente di sognarlo in un modo non solo concettuale, ok? Per esempio, no, una volta io mi son chiesto come fare per mettere sforzo in qualcosa, perché ho detto prima che la rabbia non è il mio punto debole.
Il mio punto debole, uno dei miei punti deboli, è sempre stato la pigrizia. E un giorno qualcuno mi stavo guardando, dice: "Qual è l'antidoto alla pigrizia?". "È lo sforzo". Ho detto: "Grazie, ok, ok". No, per l'antidoto alla pigrizia, lo sforzo. Ho detto: "E vabbè, che risolto tutto. Rimane nello stesso posto". No.
Poi un giorno, studiando un testo che si chiamano i 51 fattori mentali, la mente primaria, i 51 fattori mentali che abbiamo già spiegato qui, c'è stato un momento nel quale ho capito una cosa che mi ha cambiato la mia percezione, che è lo sforzo entusiastico, che mettere l'energia in qualcosa che è positivo, però non è facile, a sua volta deriva dall'aspirazione, alias desiderio.
Aspirazione, il desiderio verso qualcosa di buono viene chiamato aspirazione, però diciamo desiderio. Ossia, io metto energia in quello che voglio, non metto energia in quello che non voglio, per quanto io stia lì a dire che è bello, che è di qua, che è di là. Io metto energia in quello che voglio, l'aspirazione, ok?
Deriva a sua volta dalla fede. La fede vuol dire credere nell'esistenza, nelle qualità di qualcosa. Quello che avviene con la pubblicità. Se io c'ho un prodotto e voglio venderlo, se il prodotto rimane in magazzino chiuso, senza che nessuno lo conosca, venderò? No. Per vendere quel prodotto, io ho bisogno che le persone sviluppino desiderio verso quel prodotto, perché devono investire la loro energia, devono voler quel prodotto.
Per desiderare quel prodotto, devono conoscerlo. Ma non basta conoscerlo. Io devo fare in modo che le persone sappiano che il prodotto esiste, immagino, conoscano le qualità di quel prodotto, le caratteristiche, le loro funzioni, si immaginano con il prodotto, si permettono di sognare, dire: "Che bello sarebbe se avesse l'Aston Martin!". Non credo, però al di là di quello.
E quando io desidero qualcosa, metto energia verso quel qualcosa. Però come funziona? Ti faccio vedere una volta il mio prodotto e basta? O ti devo martellare dappertutto, farti vedere, sentire quella cosa in un modo consapevole, inconsapevole, diretto, indiretto, in tutte le salse possibili, perché piano piano uno lo vuole, non sa neanche il perché. È così che funziona, no? Ok.
Però la domanda è: la pubblicità funziona o non funziona? Se non funzionasse, non sarebbe una delle, una dei principali business del mondo, eh. Una delle società più ricche del mondo è diventata così tramite il potere della pubblicità. Perché? Perché va a intaccare esattamente il meccanismo della nostra mente, che è: quando io conosco qualcosa, io lo posso desiderare. Quando io lo desidero, io metto energia in quello.
Quel sogno di cui abbiamo parlato prima è come una pubblicità buddista, però dobbiamo ripeterla, dobbiamo andare lì, ripetere il sogno. L'immagine di Buddha in realtà è lì per ricordarci di quel sogno, è lì per farci vedere: "Guarda, io ce l'ho fatta, ce la puoi fare anche te". Il Buddha, un'immagine del Buddha, non è lì per farci una sorta di un Dio a cui andiamo a chiedere qualcosa.
È lì per dirci: "Guarda che raggiungere questo stato profondo di pace è possibile. Io ce l'ho fatta. Vieni qua che anche tu ce la puoi fare". Poi c'abbiamo tutti i nostri testimonials, che sono i vari maestri del lignaggio che hanno detto: "Io l'ho comprato e ce l'ho e mi è piaciuto". Sono le varie recensioni. "Ce l'hanno fatto tutti loro, ce la posso fare anch'io".
La vera difficoltà è che non si può comprare con i soldi, si deve comprare con uno sforzo, mettere energia in un cambio di condotta, eccetera, eccetera. Però dobbiamo ripeterci il sogno per fare in modo che diventi profondamente nostro. E purtroppo non basta ripeterlo tre volte, è una cosa che deve essere costantemente presente.
Perché sennò io mi sono già chiesto: "Perché certe compagnie, ok, senza voler fare pubblicità a nessuno, però mi chiedo, la Coca-Cola perché fa ancora pubblicità?". Perché se non sei lì costantemente, piano piano va via dalla mente. E se va via dalla mente, finisce il desiderio. Se finisce il desiderio, finisce l'energia che viene messa in quello.
Ed è per questo che noi ogni volta all'inizio cominciamo nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, prendendo rifugio fino all'illuminazione. L'illuminazione è questo sogno, poi chiamiamo i modi diversi, ma vuol dire raggiungere questo stato di pace. E dobbiamo costantemente ricordarcelo, connetterci, perché più crediamo nel sogno, più crediamo che noi possiamo raggiungerlo, più abbiamo passione verso la pace interiore, più metteremo energia nel percorso per raggiungerlo. Ci siamo, ok?
Per questo fatevi la pubblicità, mettiamo lì, ripetiamo, ripetiamo, ricordiamoci, ok? E qua apro e chiudo una parentesi veloce. Una delle difficoltà che abbiamo noi oggi qui a affrontare il percorso che Buddha ha trasmesso, gli insegnamenti buddisti, è che noi veniamo da una visione di mondo, da una base abbastanza diversa dalla base che c'era a quelli a cui Buddha ha trasmesso gli insegnamenti o a quelli a cui questi insegnamenti sono stati trasmessi dopo in Tibet.
Nella nostra base di visione di mondo, noi abbiamo una forte influenza delle religioni monoteistiche, di una visione capitalista, di una visione scientifica materialista, ossia della visione di Newton principalmente, ok? E quando noi andiamo ad ascoltare gli insegnamenti buddisti, la nostra tendenza è cercare di, per capire quello che riceviamo, paragonarlo con qualcosa che capiamo già.
Quindi a me mi ha già sentito dire: "Ah, ma Buddha è come Gesù o come Dio". Io ho un profondo rispetto verso Gesù, non sto qua, non c'è assolutamente, però è molto faticoso paragonare e dire: "È come questo, come quell'altro". Alla fine manca una mancanza di rispetto sia verso uno che verso l'altro.
Buddha è una persona che racconta di aver raggiunto uno stato profondo di pace e che condivide con i suoi discepoli, con le persone che intorno, come fare per raggiungere quello stato di pace. Questo era Buddha, ok? Ed è importante per noi vedere questo. Quindi uno dei punti fondamentali, centrali degli insegnamenti buddisti, che l'ho detto anche ieri, è la fiducia che ognuno di noi possa fare quello stesso percorso.
Perché Buddha in nessun momento ha detto: "Io sono qua per togliere te dalla tua sofferenza". Quello che Buddha disse è: "Io posso farti vedere cosa coltivare e cosa abbandonare, poi tocca a te farlo. Io non posso togliere la tua sofferenza così come si toglie lo sporco con l'acqua. Io non posso togliere le tue impronte negative, dei tuoi condizionamenti negativi come la rabbia, l'odio, l'ignoranza, eccetera, così come si toglie le macchie da un tessuto con l'acqua".
O meglio, la metafora è: "Io non posso togliere la tua sofferenza così come si toglie lo sporco con la scopa e non posso togliere i tuoi veleni mentali, i tuoi condizionamenti negativi così come si toglie lo sporco lavandolo con l'acqua da un tessuto. L'unica cosa che posso fare è farti vedere che cosa coltivare e che cosa abbandonare nella tua condotta fisica, verbale e mentale. Poi tocca a te farlo", ok?
Ed è su questo che si basa il Buddismo. Perciò, alla base e durante tutto il percorso, è fondamentale il sogno. Più forte è questo sogno, più ha senso questo insegnamento, questo percorso, questo sentiero. Perché un sentiero non ha senso se non c'è un luogo da raggiungere. Certe volte ci piace fare una passeggiata senza voler arrivare da nessuna parte, ma qua l'analogia è un percorso per raggiungere un luogo. Per quanto il percorso sia bello, è perché vogliamo raggiungere qualcosa, ok?
Quindi ricordiamoci del sogno, permettiamoci di sognare. Questo è il primo passo fondamentale. Il Lamrim, come abbiamo visto ieri, è il testo che ci porta verso questo sogno, è la mappa che ci porta verso questo sogno, che ci dice: "Guarda che è possibile. Guarda che ci sono dei passi specifici per fare".
Buddha ce li ha trasmessi in un modo estremamente chiaro, adattandosi alla realtà di ognuno. Ma quando noi oggi andiamo a vedere gli insegnamenti di Buddha nei suoi Sutra, sono molto ampi e facciamo fatica a coglierne l'essenza. Quindi dei maestri più vicini a noi, come Atisha, l'Amazon K, abbiamo poi Papon Deino fino ad arrivare a Magan Rino e così via, hanno fatto di apprendere questi insegnamenti, questo percorso e metterli in un modo semplice, accessibile per tutti noi, ok?
E questa mappa, che è la domanda che ho detto prima: "E quindi come faccio per raggiungere questo sogno?". Il "come fare passo a passo" è quello che viene spiegato in questi insegnamenti detti Lamrim o gli stadi del sentiero, ok? Questi insegnamenti vengono divisi in quattro parti, come abbiamo visto ieri.
La prima parte è vedere le qualità di chi ha trasmesso questi insegnamenti. La seconda è vedere le qualità degli insegnamenti stessi. La terza è il modo corretto di ascoltare gli insegnamenti, l'approccio corretto da parte nostra verso questa mappa, verso questo percorso. Il quarto punto è il percorso vero e proprio, ok?
Quindi oggi ci troviamo alla parte di dover vedere qual è la modalità corretta di ascolto, qual è l'attitudine corretta di entrare in contatto con questo. Perché io posso prendere la mappa, no, e dire: "Wow, che bel percorso! Sarebbe bello!", e sviluppo fede nella mappa, dico: "Che mappa fatta bene!". Vado lì, la studio, la imparo, metto la mappa in una bella cornice, scelgo un posto importante a casa dove porla.
Ogni giorno quando passo rendo omaggio alla mappa, ma non prendo mai il di camminare, di intraprendere quel percorso che è lì dentro. Questa non è l'attitudine corretta. Un'attitudine peggio ancora è quella per dire: "Interessante questa mappa. Secondo me, tanti saranno interessati a una buona carriera, essere esperto nella mappa".
Quindi: "Guarda, visto che è una cosa che può interessare, faremo un centro di studio della mappa, no? Organizziamo i corsi per spiegare la mappa, facciamo questo, divento esperto, faccio la formazione per altri esperti della mappa, ma non mi interessa camminare, non intraprendo il sentiero". Questa è un'altra attitudine che non va.
Un'attitudine che non va è quella di trovarci davanti alla mappa e dire: "Che mappa è meravigliosa! Che sentiero meraviglioso! Per gli altri. Io non ce la farò mai". È un'altra attitudine che non va. Il modo in cui noi ci poniamo dinanzi agli insegnamenti agli inizi cambia totalmente ciò che noi andiamo a ricevere, come lo andiamo a vivere, ok?
È come quando incontriamo una persona: l'attitudine che abbiamo verso quella persona cambia totalmente come andremo a sentire quello che ci viene detto. Se io ho rispetto verso di te, fiducia in te, se do valore alla tua esperienza, al momento che abbiamo insieme, quello che mi dici prendo atto. Se non ti rispetto, ti giudico, arrivo già con un preconcetto, non sono presente mentalmente mentre mi stai parlando, riceverò poco più di nulla, ok?
Perciò la prima attitudine che viene qua, che è il terzo punto del Lamrim [Musica], è come quindi ascoltare gli insegnamenti che hanno queste caratteristiche. Entriamo in questo insieme un attimino, che ieri abbiamo visto la storia di Atisha. Ah, ieri volevo correggere, ho detto una cosa sbagliata perché stavo pensando a una cosa, poi è venuto fuori in un altro modo, poi ho detto: "Ma sarà come?", poi riflettendo era sbagliata.
Raccontando di Papon Dechenpo che scrisse il testo, che il commentario che abbiamo della Liberazione nel Palmo della Tua Mano, c'è stato un momento nella vita di Papon Carmo dove il capo politico in Tibet andò da Papon Carmo a cercare di convincerlo di agire diversamente riguardo certi aspetti dentro la parte spirituale che però politicamente sarebbero meglio se lui facesse diversamente.
E Papon Carmo gli rispose: "A lui tu prenditi cura della politica, a me la parte spirituale. Non vado a cambiare il mio sentiero perché sia politicamente meglio o non meglio", ok? Ieri ho detto che a un certo punto era stato offerto a Papon Carmo la possibilità di essere re. Questo era un errore, perché questo era un altro maestro che è avvenuto, però mi ero confuso, ok?
Solo per mettere chiarezza su questo. Fra le cose che ci sono nel Lamrim agli inizi c'è anche il modo corretto di insegnare il Dharma. E una delle cose importanti è la sincerità. Quindi io non, io da parte mia che mi trovo qua a condividere con voi, una delle cose che non va fatto è cercare di far capire che uno sa qualcosa che non sa, la mancanza di sincerità e così via. Per questo che mi sono accorto di un errore, giustamente andiamo a metterlo a posto, ok?
Ci siamo un attimino solo che io mi son preso l'impegno che avrei usato questo testo. Quindi i libri tibetani non hanno l'indice all'inizio, eccetera. Quindi quando si legge è molto interessante perché si legge un libro come questo. Quello che ho sempre fatto è che prima passo tutto il libro senza leggere i dettagli, segnalando semplicemente la struttura del libro, dei capitoli.
E uno prima legge i capitoli e i punti chiave, poi ritorni a leggere ogni parte. E io ho visto per esempio che oggi abbiamo tantissime di queste cose, di queste conoscenze, per esempio con l'intelligenza artificiale facilmente uno può arrivare praticamente a tantissima conoscenza. Ma il percorso di ricerca, il processo di dover capire la struttura, capire quella spiegazione nel contesto che dov'è, che cos'è, cambia totalmente il modo di farlo.
Quindi prendere il libro cartaceo, leggerlo piano piano, dover capire la struttura per poi dopo entrare nel contenuto, per me è una delle cose migliori, ok? Prendiamo il libro che abbiamo della Liberazione nel Palmo della Tua Mano, ok? E per leggere questo libro dovremo farlo unendo due parti: lo schema generale dell'opera che si trova verso la fine del libro, pagina 696, e poi dopo la parte di ogni spiegazione vera e propria, ok?
Oggi ci troviamo in pagina 91, il corretto modo di ascoltare e insegnare il Dharma. Un attimino solo, prendo anche in tibetano che preferisco questo, almeno c'ha l'indice, ok? 75. Quindi abbiamo qua, prima di tutto, il corretto modo di ascoltare e insegnare il Dharma che possiede queste due eccellenti qualità, ossia quelle di avere degli autori con le qualità e le qualità del Dharma stesso.
Questa parte è divisa in tre punti, che sarebbe: come ascoltare il Dharma, come insegnare il Dharma e ciò che va fatto sia da chi ascolta che da chi insegna. Questi tre passaggi. Cominciamo da "Come ascoltare il Dharma". Come ascoltare il Dharma, abbiamo: come riflettere sui benefici che derivano dall'ascolto del Dharma.
Poi abbiamo: come generare rispetto nei confronti del Dharma e di chi lo espone. Il modo effettivo di ascoltare gli insegnamenti, ok? Cominciamo dal primo. Prima di tutto, come riflettere sui benefici che derivano dall'ascolto del Dharma. La nostra mente è fatta che nel suo processo di trasformazione richiede di solito due, tre passaggi che Buddha ha descritto se vogliamo imparare qualunque cosa.
Il primo passaggio è acquisire informazione. Secondo passaggio: comprendere l'informazione. Terzo passaggio: familiarizzarsi con quell'informazione, ok? Se voglio essere bravo a fare il risotto alla milanese, prima cosa cosa devo fare? Acquisire informazione, vedendo, ascoltando. Ma se io divento esperto nella teoria del risotto, ma non l'ho mai fatto, non funziona.
Una volta che ho sentito come farlo, devo passare al secondo passo, che è togliermi i dubbi, non essere più una cosa che dico: "Sì, sai, quella persona ha detto che va fatto così, quell'altro ha detto cosa". No, deve essere una conoscenza mia. Perché sia una conoscenza mia, io devo riflettere, rivedere i miei dubbi finché ho una comprensione reale.
E anche quando io ho ascoltato come si fa il risotto, ho tolto i miei dubbi su come si fa il risotto, mi tocca farlo tante volte finché diventi buono, buono, ok? Che è il processo di familiarizzazione. Ma il primo passo per qualunque cosa è ascoltare. Ascoltare non riguarda unicamente il fatto di ascoltare con l'udito qualcuno che ci parla.
Ascoltare vuol dire leggere, vuol dire vedere, vuol dire acquisire informazione. E quello che accade è che più riusciamo ad ascoltare il Dharma, più riusciamo ad acquisire informazione riguardo questo sentiero, riguardo la nostra condotta, riguardo l'importanza dell'amore, della compassione, riguardo la corretta visione della realtà, eccetera, eccetera.
Più andiamo ad arricchirci internamente e più riusciamo a vedere la realtà tramite questo filtro, perché noi percepiamo la realtà tramite il nostro corpo, tramite la nostra mente. E la nostra mente è formata dalle esperienze che abbiamo vissuto, dei condizionamenti che abbiamo e delle informazioni che abbiamo ricevuto.
Perciò le informazioni che io acquisisco nello scorrere della mia vita vanno a determinare le scelte che vado a fare, vanno a determinare il modo in cui io mi relaziono con la realtà. Ed è tramite il processo di ricevere informazioni che possiamo espandere la nostra mente. Perciò ricordiamoci che non c'è nulla che io possa vedere, ascoltare, leggere e così via, che non vada a trasformarmi in qualche modo, non vada a influenzarmi.
Perciò, usando un'analogia, quello che mangio va a cambiare quello che il mio corpo riceve, i nutrienti che riceve, le tossine che riceve. Certi cibi sono più adatti alle necessità del mio corpo, altri cibi sono meno adatti alle necessità del mio corpo, mi fanno male, eccetera, eccetera. Quindi se voglio mantenere un certo stato fisico, devo mangiare di conseguenza, ok?
Similmente, quello che io, la parola "ascolto" qua è le informazioni che acquisisco leggendo, vedendo, ascoltando e così via, sono il cibo per la mente. E ci sono certi cibi che ci fanno bene, altri che ci fanno male, altri che sono più facili da digerire, ma poi dopo non danno nulla più di tanto, altri che sono più...
Faticosi da digerire, ma vanno a nutrirci di più. E nello stesso modo in cui noi andiamo a scegliere il cibo sano da mangiare, dobbiamo scegliere il cibo della conoscenza, della mente sana, che ci porta a uno stato di equilibrio. Questo cibo sano per la mente viene chiamato Dharma, che non vuol dire che sia unicamente all'interno del buddismo; non sto dicendo quello. Sono quali sono le informazioni che possiamo acquisire che ci porteranno verso una vita più sana mentalmente, fisicamente, socialmente, nel rapporto con gli altri, ok? Ed è fondamentale questo. Perciò, ascoltare il Dharma vuol dire aprire la nostra mente per una via sana, per uno stile di vita più sano nel modo di pensare, nel modo di agire e così via, no?
Si dice anche che fra tutte le ricchezze che abbiamo, le nostre ricchezze interne – della nostra conoscenza, della nostra visione del mondo, delle nostre qualità interne – nessuno ce le può togliere. Questa è una ricchezza che andiamo ad acquisire che nessuno ce la può rubare; non c'è la crisi economica, non c'è nulla che ce lo possa togliere. Ci sono tante altre cose per cui mettiamo energia per acquisire che, più passa il tempo, più vanno a degenerarsi, diventano vecchie. Dobbiamo proteggerle, anche quello che impariamo. Ah, se non ce ne prendiamo cura, piano piano dimentichiamo. Questo è un altro argomento che fra un po' arriva. Però, fatto sta che poter ascoltare il Dharma è quello che ci apre la mente per espandere la nostra visione. Poi, dopo aver ascoltato, ci tocca comprendere, perché io non voglio che nessuno dica: "Ah, il Lama Michelle ha detto" o "il Lama Tsongkhapa ha detto", "Buddha Shakyamuni ha detto". Agli inizi va bene, ma dopo un po' io voglio che, se queste cose abbiano un senso per voi, diventino vostre. E non è per chi più quell'uno o quell'altro ha detto, è perché io ci credo profondamente.
L'esempio che viene dato è: se qualcuno viene e mi dice "Non toccare il fuoco perché ti bruci", nella fase dell'ascolto io credo: "Ah, non posso, non si può toccare il fuoco perché brucia". "Eh, ma perché no?" "Perché me l'ha detto il Lama". La fase successiva è dove vai ad analizzare, comprendere, provare. Vai lì, ti avvicini al fuoco, vedi che comincia a diventare caldo, tocchi un pochettino. "Ok, mi sono un po' bruciato". Dopo di quello, se qualcuno ti chiede "Perché toccare il fuoco brucia?", rispondi: "Ah, perché quando ti avvicini fa caldo, perché ho avuto la mia esperienza". Non è più perché qualcuno mi ha detto, è perché ho una mia certezza. Questo è quello dove dobbiamo arrivare, no?
Riflettevo ancora sulla frase di Lama Tsongkhapa che abbiamo letto ieri, dove Lama Tsongkhapa diceva le tre attitudini necessarie per affrontare questo sentiero: non avere pregiudizi, non essere attaccati a una tradizione piuttosto che un'altra, avere la forza mentale di voler comprendere e di saper discernere ciò che fa bene e ciò che fa male, quindi non seguire con fede cieca, e voler rendere la vita significativa, non voler vivere solo per una sopravvivenza confortevole. Queste sono le tre condizioni che Lama Tsongkhapa portava, no? E quindi l'aspetto è: non basta ascoltare, però l'ascolto è la porta che ci apre verso un sentiero. Ok? Ricordiamoci, ascolto vuol dire acquisire informazione, non vuol dire "sarò l'ascolto con l'udito", ok? I libri che leggo, le immagini che vedo, i video che vedo, gli insegnamenti diretti che ho, la presenza che ho con persone che mi trasmettono informazioni anche in un modo non verbale: tutto questo è acquisire informazione. Il secondo passo è la comprensione. Quello che noi stiamo facendo qua è un processo di ascolto e in parte di comprensione, perché facciamo anche una sorta di processo meditativo analitico congiunto, riflettendo sulle cose, cercando di fare un processo di analisi insieme. Una volta che abbiamo compreso, ci tocca familiarizzare con quegli aspetti affinché non siano più dei concetti, ma siano parti profonde della nostra realtà. Non basta capire l'amore, io devo essere amore, ok? Perciò, ascoltare il Dharma è importante, principalmente se voglio seguire un sentiero, devo capire quel sentiero, devo aprire la mia mente a questo, ok?
C'è qui un verso che viene detto nei raccolti dei Jataka di Ashvaghosha, che recita: "L'ascolto è la lampada che dissolve l'oscurità delle tenebre, è il migliore dei possedimenti, non posso rubarlo. È l'arma che sconfigge il nemico dell'ignoranza ed è il vostro miglior consigliere che vi insegna il corretto modo di agire. È un amico sicuro che non vi abbandonerà nella miseria, è una salutare medicina che vi libera dall'angoscia, è il migliore esercito che distrugge i vostri comportamenti negativi, è la fonte suprema della fama e della gloria incontrando nobili persone, un dono eccellente che compiace i saggi". Senza entrare nei dettagli adesso, perché qui c'è la descrizione dettagliata su ogni aspetto di questo, fatto sta che ascoltare, aprire la nostra mente a vedere le cose in un modo diverso, in un modo sano, è fondamentale per noi. Ed è per questo che io vi invito anche a una cosa importante: non smettiamo mai di studiare, non smettiamo mai di imparare, di aprire la nostra mente a nuove conoscenze. Perché purtroppo io vedo che molto spesso siamo cresciuti in un contesto in cui lo studio ha avuto una funzione specifica: "Io studio per andare all'università, per avere un lavoro, poi semmai devo fare degli aggiornamenti nel lavoro perché sono richiesti o perché ho bisogno per fare questo o quell'altro". Ma perdiamo, certe volte, l'aspetto dello studio, che è l'ascolto, come uno strumento per espandere la nostra visione.
Poi c'è un pericolo, nei tempi moderni, maggiore. Una volta ho avuto un amico – io ho perfettamente la sua faccia davanti a me, non mi ricordo il suo nome in questo momento – era un prete cattolico che viveva in Australia, australiano, che era professore all'università di fenomenologia. Abbiamo fatto un viaggio in Tibet, lui era insieme, abbiamo fatto tanta amicizia. E un giorno eravamo in Nepal, lui è venuto a trovarmi, era lì e parlando così, discutendo su che cosa era la fenomenologia, di qua, di là, eccetera eccetera, a un certo punto lui mi spiegò una cosa che non avevo mai capito. Lui disse: "Tu sai perché si studia tutto quello che si studia a scuola?" Ho detto: "Mai capito". "Quello che si studia a scuola non è perché tu debba avere quei concetti dentro di te. Negli anni in cui vai a scuola è dove ti viene insegnato ad imparare. Devi imparare ad imparare, creare la flessibilità della mente per poter acquisire nuove informazioni". E poi c'è un punto in più: più informazione ho, più apro la mia mente, più risorse ho per fare le mie scelte e avere il mio corretto discernimento. Il fatto che – questo aggiungo io, io di oggi – il fatto che io abbia nel palmo della mia mano non la liberazione, come Pabonkha Rinpoche ci ha dato, ma una sorgente inesauribile di informazioni, detto cellulare con Internet, non basta quando devo prendere decisioni, quando devo discernere se una cosa fa bene e non fa bene, se è così o non è così, quando mi trovo in momenti di dubbio, di incertezza e devo dire "Cosa seguo? È vero? Non è vero? Cosa faccio?". Nei momenti in cui dobbiamo prendere le decisioni nella vita, il nostro punto di riferimento è quello che abbiamo elaborato, digerito, portato nel nostro interno. Più è ampia la nostra conoscenza, più risorse abbiamo per elaborare, paragonare, capire, comprendere la realtà e prendere delle decisioni più coerenti. Più superficiale è la nostra conoscenza, quella acquisita al nostro interno, più manipolabili siamo. Chiaro? Quindi, ascoltare è fondamentale, aprire la nostra mente alla conoscenza. Per questo io vi prego: non smettiamo mai di studiare, qualunque sia l'argomento, perché quando smettiamo di studiare la nostra mente, tra virgolette, si dimentica, non è più allenata. A quel punto noi creiamo la nostra visione del mondo e rimaniamo chiusi all'interno di quella bolla che andiamo a fare e smettiamo di espanderla. Quindi vi invito veramente, se non tutti i giorni, ogni tanto – e ogni tanto vuol dire una volta alla settimana almeno – di andare e cercare di ascoltare, leggere, comprendere, acquisire informazioni su qualcosa che prima non sapevamo.
Ma il Lama Ganchen una volta mi ha dato una spiegazione. Ha detto: "Quando ho cominciato i miei studi, stai attento che ci sono due tipi di informazioni: ci sono quelle informazioni che quando acquisiamo ci aprono la mente per altre cose, espandono la nostra coscienza. È quel concetto che più so, più so di non sapere, ok? Perché? Perché il mio orizzonte si amplifica. Poi ci sono informazioni che finiscono in se stesse: cosa ha fatto quello, qual è il colore della mutanda di quell'altro, cosa fa a casa, che ne so, la vita dell'altro. Ci sono certi tipi di informazioni che, una volta acquisite, riempiono lo spazio e non ci portano a nient'altro. Quelle informazioni non servono, ok? Chiaro questo? Ok. Perciò, il primo punto che viene dato qui è: i benefici che derivano dall'ascoltare il Dharma è ampliare la nostra mente. Ed è fondamentale questo, ok?
Il secondo punto è come generare rispetto nei confronti del Dharma e di chi lo espone. Qui viene una citazione del Sutra di Ksitigarbha che dice: "Ascolta il Dharma con fiducia e rispetto, non sminuirlo e non denigrarlo. Fai offerte ai maestri di Dharma e sviluppa l'attitudine di considerarli come dei Buddha". Quello che accade qui è il seguente. Vado un attimino ancora qui, approfitto del testo, il testo dei livelli di Bodhisattva di Asanga. Vi ricordate che ieri abbiamo parlato di Asanga, no? Questi due maestri importanti, Asanga e Nagarjuna. In uno dei testi di Asanga spiega quali sono le attitudini e i comportamenti da seguire quando siamo lì ad ascoltare il Dharma e ci dice: "Dobbiamo scegliere il momento opportuno, dobbiamo avere la cortesia, il rispetto, essere liberi dalla collera, la motivazione di praticare ciò che si è appreso e ascoltare l'insegnamento senza presunzione". Il momento giusto vuol dire che anche quando andiamo a chiedere un insegnamento dobbiamo rispettare che ci siano le condizioni per poter ascoltare correttamente. Ok? Qualcuno ogni tanto mi dice: "Lama, ma io mi piace tanto sentire gli insegnamenti registrati mentre sto cucinando, mentre sto guidando, mentre sto facendo qualunque cosa". Benissimo, perché in qualche modo qualcosa entra. Ma non è il momento dell'ascolto. È molto diverso quando io creo spazio fisico, temporale e conseguentemente mentale per l'ascolto. Perché se io non vado a creare spazio per l'ascolto, se io cerco di ascoltare mentre sono di fretta perché devo fare questo, che devo fare quell'altro, mentre sto facendo una cosa e ho un'altra, la mente non acquisisce abbastanza. Quindi il momento è importante, che vuol dire creare il giusto spazio, il giusto contesto per poter acquisire bene informazione. Ok? E se noi vediamo anche nel nostro mondo occidentale, i luoghi che trasmettono la conoscenza quanto vengono originalmente trattati con rispetto? Tanto, no? Abbiamo le grandi università dove sono edifici imponenti, eccetera, perché? Per farci vedere l'importanza di ciò che viene trasmesso e quindi dinanzi a quello uno crea più rispetto verso quello che viene trasmesso, uno dedica il tempo per quello. Quindi la prima cosa è: cerchiamo di dare un tempo di qualità per l'ascolto. E non è una cosa solo dei nostri tempi moderni, perché Asanga già parlava di questo, ok?
Abbiamo quello che riguarda il fatto che noi dobbiamo avere un'attitudine, qui viene detta, di cortesia e rispetto, no? Un secondo solo, quello che riguarda questo, quello che viene tradotto qui come cortesia e rispetto sono molto simili, ma vuol dire: io devo avere un'attitudine esterna rispettosa verso gli insegnamenti. Per questo esiste il fatto, per esempio, no? Abbiamo qui l'abitudine di, quando stiamo per cominciare un insegnamento, di alzarsi quando chi insegna, trasmette, arriva. Questo perché? Non per la persona, ma per l'importanza di quello che siamo venuti qui a fare. Perché quando io mi alzo, quando entra qualcuno – se io sono in ufficio, se sono a casa, da qualunque parte sto facendo qualcosa ed entra un'altra persona e mi alzo – vuol dire: io prendo atto della tua presenza. Se non mi alzo, rimango lì a fare quello che sto facendo, vuol dire: la tua presenza non è così importante, non apro il mio spazio interiore per te. E quindi questo fa parte di quello che, tradotto qui come cortesia, vuol dire: quando andiamo ad ascoltare qualcosa che è importante per noi, dobbiamo renderci aperti e presenti per quello che andiamo a fare. Per questo l'importanza di avere una certa attitudine fisica, di trattare con rispetto. Il rispetto va trattato non solo verso il momento, verso l'azione e verso la persona, non tanto come persona, ma per quello che ci sta trasmettendo in quel momento. Perché io ho avuto un esempio mio personale: da bambino avevo un'attitudine molto spontanea, nessuno me l'ha mai spiegato in questo modo, ce l'avevo proprio in un modo spontaneo di mantenere certe formalità di rispetto verso i miei maestri, no? Quindi, per esempio, alzarsi nella loro presenza, non sedere nello stesso posto. Addirittura, quando uno dei miei maestri, che il Lama mi prendeva in giro, perché quando ricevevo una chiamata dal Lama Ganchen Rinpoche, che mi trovavo in India, avrei avuto 13-14 anni, qualcosa del genere, e non c'erano i cellulari, eccetera, io quando parlavo al telefono non riuscivo semplicemente a parlare così, io mi alzavo e mi inchinavo, no? E lui un po' prendendomi in giro diceva: "Ma non è qui davanti a te, cosa ti devi alzare e inchinare?". Però era come essere nella sua presenza, no? Poi una volta ero venuto a Milano, nella casa dove il Lama Ganchen viveva in Via Marco Polo, che era una mansarda dove la sua camera si poteva stare in piedi solo in mezzo alla stanza, perché di fianco scendeva. Lui dormiva su un tatami con un futon e molto spesso la gente intorno si sedeva per terra. Io ero piccolo, sembravano tanti ma erano pochissimi, il posto era microscopico. E un giorno arrivo lì e la stanza era piena di gente e lui era seduto nel letto, le persone intorno così, e io mi siedo fuori dalla porta nel corridoio perché la stanza era già piena. Lui dice: "No, no, no, vieni qua, siediti sul letto con me". Io dico: "No, no, no, no, no, no, siete qui, no, non è rispettoso qua". E lì mi sono messo nel conflitto: "Cos'è più una mancanza di rispetto maggiore? Non fare quello che mi sta dicendo o sedermi?". Gli ho detto: "Non fare quello che mi sta dicendo". Ok. Mi sono seduto lì nell'angolino del letto, in qualche modo anche abbastanza a disagio. Giorno dopo succede qualcosa di simile, dice: "Siedi qua". Io mi siedo lì, il disagio era in parte passato. Qualche giorno dopo, situazione simile, c'era posto davanti dove mi sono messo a sedere nel letto. E quello che mi sono accorto è che, uno, l'abitudine si crea facilmente, ma il vero problema per me in quel caso, che mi sono accorto per fortuna in quel momento che poi dopo ho ricambiato attitudine, non ho più fatto quello, mi sono ritornato a sedermi per terra, è perché ho visto che ha cominciato a muovere dentro di me qualcosa di molto, molto, molto sottile, ma dove cominciava un po' a prendere per scontato la presenza. Perché il fatto di mantenere un certo tipo di rispetto esterno in me ha sempre coltivato un'attitudine interna di dare valore. Quindi, se c'è un momento e io tratto quel momento con rispetto – quindi veniamo qua per ascoltare il Dharma, spegniamo i cellulari, non mettiamo in modalità aereo, lo spegniamo del tutto, arriviamo un attimino prima, cerchiamo di concentrarci – diamo valore al momento che stiamo vivendo, lo trattiamo con rispetto. Dentro di noi si dà valore e più io do valore, più riesco ad acquisire; meno valore do, la mente va da altre parti, eccetera eccetera. Il rispetto non serve a chi è rispettato, il rispetto serve a noi che rispettiamo. Io poi sono andato dal Lama Ganchen, che ero ragazzino, ho detto: "Rinpoche, tu non hai bisogno, ma io sì, lasciami fare queste formalità perché a me mi fanno bene". E qualcuno chiede: "Ma io quando entro nel tempio devo fare le prostrazioni? No, quando si cominciano gli insegnamenti devo fare le prostrazioni?". No, non devi, se capisci il perché e ti fa bene, perché è un atto di umiltà, è un momento in cui noi rendiamo omaggio. Non è a chi ci trasmette, noi rendiamo omaggio al Dharma stesso. Ci ricordiamo nel momento della prostrazione del nostro sogno, andiamo a rendere omaggio alla nostra propria capacità di poter raggiungere quel sogno. E diamo importanza al momento in cui ci troviamo. Ok? E tutto questo aiuta, crea le condizioni per poter acquisire al meglio quello che riceviamo. Perciò, ascoltare con rispetto, essere liberi dalla collera. Se io vado ad ascoltare gli insegnamenti mentre sono arrabbiato, funziona poco, perché la mente è presa da un'altra cosa, ok? E quindi questo richiede un'attitudine anche di una certa umiltà, che vuol dire: io sviluppo così tale gioia di poter essere lì a sentire gli insegnamenti del Dharma che le altre cose mi hanno meno importanza. Io da ragazzino, per esempio, tante volte sono andato a sentire insegnamenti in condizioni abbastanza faticose fisicamente. Quante volte che non ero a sentire insegnamenti, ne eravamo in troppi in uno spazio piccolo, uno seduto mezzo sopra l'altro, con le ginocchia uno sopra l'altro. Altre volte in Tibet che sono andato a sentire insegnamenti che faceva un freddo! Ma la gioia di essere lì toglie l'importanza di quelle altre cose. Se invece cominciamo a dare troppa importanza: "Eh, vedi, sono venuto qua, non ho trovato parcheggio, ma mi è costato questo, ma è di qua e di là, e c'ho questo e c'ho quello", cominciamo a creare altre condizioni interne che vanno a generare avversione. La nostra mente viene presa da questo. Questa è l'importanza, quella di ritornare alla gioia del perché siamo qui, riconnetterci col nostro sogno e liberarci da questo stato di avversione.
Poi abbiamo, fondamentale, ascoltare con l'intento di mettere in pratica. Non è ascoltare perché voglio imparare qualcosa per diventare l'esperto in quell'argomento o semplicemente ascoltare per avere un momento. Nulla contro quello, ma è fondamentale: io ascolto perché lo voglio applicare su di me, ok? Poi adesso entreremo in più dettagli su questo. E poi c'è ascoltare gli insegnamenti senza presunzione, con un'attitudine di umiltà. Umiltà vuol dire apertura. Quando abbiamo umiltà, noi abbiamo naturalmente apertura verso quello che arriva. Se io vado ad ascoltare con un'attitudine di superiorità, io non ho apertura per quello che mi arriva, ok? E questo mi ricorda un aneddoto che mi ha colpito quando l'ho sentito la prima volta, che era di Lama Tsongkhapa. Lama Tsongkhapa un giorno stava dando degli insegnamenti dove l'argomento era la corretta visione della realtà. E venne un praticante che era già una persona – lasciate passare il termine – però che aveva già completato la carriera religiosa, un buon livello, quindi era un maestro già riconosciuto, importante, eccetera. Ed era venuto lui per venire a vedere: "Ma fammi vedere questo Lama Tsongkhapa, chi è?". Ok? E questo era Kedrup Je. Lui arriva – immaginiamo che qui arriva agli insegnamenti di Lama Tsongkhapa – qual è la prima attitudine di arroganza? "Dove mi metto?". No? Perché una delle cose che crea sofferenza dell'arroganza è non sapersi bene dove mettersi. "Ah, mi siedo qui, il posto, questo, quell'altro". Lui arriva, non trova il suo trono, si mette insieme sul trono con Lama Tsongkhapa, dice: "Tu sei un maestro, anch'io sono maestro, siamo alla pari. Sono venuto qua, ringrazia che sono venuto". Arriva lì, sale. Lama Tsongkhapa fa un po' tipo così, il trono era grande, si mette lì di fianco. E a un certo punto Lama Tsongkhapa va avanti. All'inizio si racconta che Kedrup Je era lì tutto un po' così e piano piano cambia proprio l'attitudine fisica, comincia a fare così, scende, fa tre prostrazioni, si siede lì e diventa uno dei più importanti discepoli di Lama Tsongkhapa, che è rappresentato quando abbiamo l'immagine di Lama Tsongkhapa. Sono due principali discepoli: quello quando guardiamo alla sinistra, Gyaltsab Rinpoche, che viene rappresentato con un volto più dolce, più anziano, e quando noi guardiamo alla destra c'è Kedrup Je, che è rappresentato con gli occhi un po' grandi, era uno non era arrabbiato ma era molto diretto, tosto in qualche modo. E questo era Kedrup Je, che sono quelli che poi hanno portato avanti principalmente diversi discepoli, no? Quindi questa aneddoto mi ricorda questa attitudine, no? Anche quelli, quindi quando andiamo a sentire o abbiamo un'attitudine come Kedrup Je di saper discernere veramente correttamente gli insegnamenti e la capacità di dire: "Ok, qua ho sbagliato, scendo". Ma quando noi andiamo da qualcosa sentendoci già superiori, essendo lì per dire: "Ma secondo me è così", "Ma di qua, di là", quando arriviamo con un'attitudine di arroganza, di superiorità, o perché la mia tradizione di appartenenza originale è migliore – per dire, io buddista vado a sentire qualcuno di un'altra tradizione spirituale e credo che la mia tradizione sia meglio della tua – non mi apro per ascoltare. È un'attitudine di arroganza, no? A me mi viene in mente una volta che ero in aereo insieme con il Lama Ganchen. Il Lama Ganchen era seduto davanti a me, di fianco c'era un signore che era russo. Il signore a un certo punto, con un inglese un po' così così, mi guarda e mi dice: "Voi vestiti così, cosa siete?". Io gli dico: "No, sai, siamo i Lama buddisti". Ha detto: "Vergognatevi! Che cosa brutta, che cosa, come siete egoisti!". E io lì mi ricordo, invece di mettermi sulla difensiva, ho chiesto a lui: "Spiegami meglio". Mi sono messo con curiosità. A me mi è sempre piaciuto essere davanti a persone che pensano in un modo molto diverso dal mio per poter proprio dialogare, se la persona ha una sua coerenza è bello. E quindi lì ho chiesto: "Spiegami meglio". E lui mi guardò e dice: "Vedi, voi mollate le parti difficili della vita per rimanere con la parte buona. Non volete avere una famiglia, lavorare, prendervi cura. Voglio vedere il sentiero spirituale mentre devi gestire i figli, la moglie, i problemi, il lavoro e tutto quello lì che voglio vedere, non che stiate lì alle spese degli altri a fare la vita, meditare. Siete molto egoisti". Ho detto: "Ha ragione, solo che nel caso di Ganchen, nel mio, non è proprio quello che accade. Perché, come Ganchen spesso mi ha ripetuto – io dico spesso, in realtà sono tre volte che mi ricordo bene – ha detto: 'Ricordati che noi siamo qua per servire'. Io fin d'oggi non ho mai avuto una vita che sono lì per i fatti miei e punto e basta. Altro che figli, moglie e tutto il resto! Il lavoro è costantemente una quantità di robe, di persone. Quando uno sta bene, l'altro sta male, quando non è una cosa, è un'altra. Altro che dover pagare le bollette di casa mia, ci sono le bollette del centro. Ok? Però quell'uomo lì aveva un punto, che è il punto quando uno cerca di seguire una via spirituale perché vuole scappare dalla vita mondana. E questa è un'attitudine sbagliata. E quindi il fatto di averlo potuto ascoltare con umiltà mi ha permesso di aprire la mia visione. Ok? Con quello che ha detto adesso, ho detto: 'Hai ragione, però nel mio caso non avviene così. Se fossi in questo modo, sono pienamente d'accordo con te'. Ok? Perciò, quello che voglio dire è che l'attitudine di umiltà è fondamentale per poter ricevere. E l'umiltà non riguarda solo – quindi l'opposto, l'arroganza – non riguarda solo 'io sono meglio di te', riguarda 'la mia cultura è meglio della tua', 'la mia religione è meglio della tua', 'io so più di te', eccetera eccetera. E quando arriviamo con quell'attitudine, l'arroganza crea un blocco, crea un muro e noi non siamo capaci di ricevere. E quello che vogliamo fare è acquisire, perché quando io mi trovo davanti a qualcuno che è diverso da me e io sono aperto, le possibilità che ho sono due: o cambio idea o vado a rafforzare quella che ho già. E tutti e due sono una buona cosa. Perciò, l'importanza che quando ad ascoltare il Dharma, un'attitudine di umiltà. Ok?
Il prossimo punto viene chiamato il modo effettivo di ascoltare gli insegnamenti, che è diviso in due parti: eliminare i tre difetti che impediscono di diventare un degno ricettacolo degli insegnamenti e coltivare i sei riconoscimenti o i sei discernimenti. L'ascolto. I primi tre, il primo punto: eliminare i tre difetti. I tre difetti che impediscono di diventare un degno ricettacolo degli insegnamenti, in tibetano, quali sono? Immaginiamo che gli insegnamenti che riceviamo siano come dell'acqua pura che viene versata su di noi. Noi siamo un contenitore, come un vaso. Ok? Il primo difetto è quando il vaso è capovolto. Se il vaso è capovolto, non importa quanta acqua io ci metta, quanta roba rimane dentro? Niente. Quand'è che siamo come un vaso capovolto? Quando stiamo dormendo, fisicamente siamo lì ma mentalmente non ci siamo. E quando siamo mentalmente distratti, quante volte non ci è capitato di star parlando con qualcuno, a un certo punto accorgersi che siamo lì: "Cosa hai detto? Ripeti", o no? Perciò, il primo punto vuol dire essere presenti nel momento presente, essere con la mente lì dove si trova il corpo. Perché se io non sono con la mente lì dove si trova il corpo, la mia mente starà a pensare adesso al pranzo, starà a pensare alla politica, starà a pensare a cosa è successo ieri, a cosa voglio. Questo sta a girare fra i nostri oggetti di attaccamento, desiderio e avversione e non è qui. Non essendo qui, non acquisisce quello che arriva qui, ok? E poi l'altro esempio è quando uno dorme a tutti gli effetti, ok? Anche se è per pochi, esiste quello che viene chiamato il sonno yogico. Io poco tempo fa ho visto una descrizione del sonno yogico in un – era un'intervista che parlava di un meditatore, di uno yogi indiano negli anni '60-'70, qualcosa del genere – che in America hanno fatto tantissimi esperimenti e uno degli esperimenti è che gli mettevano tutte le cose per vedere le attività cerebrali, eccetera. Lui si induceva in uno stato profondo di sonno in cui si vedeva che stava in un sonno profondo, russava, e quando si svegliava da quel sonno profondo si ricordava tutto quello che era stato detto nella stanza. E lui diceva: "Questo è il sonno yogico, che è il sonno in cui il cervello si riposa, ma la mente è attenta". E io con il Lama Ganchen ho visto questo tante volte, no? Certe volte era anche strano, perché lui non è che spiegava: "Guarda, non preoccuparti, c'è il sonno yogico", mai detto. Ma quello che succedeva è che andavi a parlargli e a un certo punto eri lì che stavi parlando con lui, a un certo punto vedevi che faceva così, chiudeva gli occhi, si curvava un po', cominciava a russare. A un certo punto, le prime volte, smettevo di parlare perché era un argomento importante, non è che stavo parlando, dico, a chissà che cosa. Apriva gli occhi e diceva: "No, no, continua". Ok, continuavo. Quando finivo di esporre – perché ricordiamoci, il modo orientale di parlare non è come il ping-pong dell'Occidente che dico "Ripeti", dico "No, io prendo tutto il mio, quello che ho da dire, lo elaboro completamente, te lo consegno, tu mi consegni la tua risposta", e di solito non c'è una riconsegna, finisce così, ok? È molto diverso. Noi abbiamo quel modo che, mentre uno sta parlando, vogliamo già rispondere, questo modo ping-pong, ok? Il modo orientale non è quello. E quindi ero lì che dovevo esporre tutte le cose per poi dopo avere la risposta. E quando finivo, lui apriva gli occhi, diceva: "Ok", e mi dava tutta la risposta, completamente consapevole di ogni cosa che avevo detto, no? Se qualcuno qui ha il sonno yogico durante gli insegnamenti, dorma pure, altrimenti cerchiamo di stare svegli, ok? Questo è il primo contenitore quando è capovolto che dobbiamo evitarlo a tutti gli effetti. Come si fa per evitare questo? Prima di tutto, è simile, no? Mi viene in mente, pochi giorni fa sono andato a fare un trattamento con una medica cinese. La medica però disse: "Non arrivare da me non riposato, perché? Perché tu possa ricevere al meglio quello che ho da offrire per il mio trattamento, devi essere riposato e aver mangiato bene". No? Quando uno viene per gli insegnamenti, se arriva dopo aver fatto mille cose, stressato, eccetera eccetera, è più difficile che abbia la presenza nel momento presente. Quindi se uno comincia già prima, cerca di dormire bene la notte prima, cerca di cominciare già con calma la giornata, di creare lo spazio per essere lì presente. E facendo in questo modo è più facile evitare il primo contenitore difettoso, ok?
Il secondo contenitore difettoso, qui, viene detto essere simile a un contenitore sporco. E quando siamo presenti nel momento presente, ma cosa succede se metto un po' di arsenico dentro il vaso? Metto del veleno. Non importa quanto pura sia l'acqua, diventa tutta veleno. Questo vuol dire quando andiamo ad ascoltare ma siamo lì con preconcetti, siamo lì con rabbia, con invidia, con gelosia, con arroganza, eccetera, e noi andiamo a inquinare quello che riceviamo da quelle emozioni negative. Quante volte non è successo che andiamo ad ascoltare qualcuno che ci parla, ma nel nostro ascolto c'è del rancore? Lo ascoltiamo tramite il rancore, andiamo a inquinare ogni cosa che ci viene detto con il nostro rancore. O se c'è della gelosia, o se c'è dell'invidia, o della rabbia e così via, andiamo a inquinare qualunque cosa ci arrivi con quello. Quindi è importante, come minimo, cercare di arrivare all'ascolto con uno stato emotivo neutro. Se non c'è gratitudine, rispetto, amore, eccetera, che va a aumentare il livello di attenzione, eccetera, almeno non con invidia, gelosia, arroganza, attaccamento, rancore, eccetera. Perché se arriviamo con gli stati emotivi squilibrati, andremo a inquinare quello con quegli stati emotivi. Ci siamo? Poi, quando gli stati emotivi ci sono, è meglio ascoltare il Dharma che non ascoltarli, però per poter ascoltare bene dovremmo anche avere un'attitudine corretta interna. E il terzo, che viene qui tradotto come "evitare di essere simile a un contenitore bucato". Immaginiamo che siamo lì, come una posizione giusta, siamo belli, puliti, arriva l'acqua, ma siamo pieni di buchi. Questo è quando ci siamo ma non abbiamo la capacità di ritenere il contenuto di quello che riceviamo, perché non siamo presenti abbastanza, perché la nostra memoria non è molto buona. Io fin d'oggi non ho conosciuto quasi nessuno che abbia un vaso senza buchi. Tutti noi, man mano che piano piano perdiamo, più piccoli sono i buchi, meglio è. Quindi, come evitiamo questo? Uno, cercando di avere presenza, dando importanza a quello che siamo e portando consapevolezza e presenza al momento presente, perché difficilmente ci ricorderemo quello che non abbiamo capito, no? È come io, per esempio, spesso dico che non mi ricordo i nomi, ma la vera ragione per la quale io non mi ricordo i nomi è perché non gli do mai attenzione quando li ascolto o quando li leggo. E quindi ho capito questo, cerco di dare più importanza, faccio un po' fatica. Però non mi ricorderò qualcosa che non ho capito bene, quindi più ho presenza, più ricordo. Poi dobbiamo prendere note, fare riassunti, riascoltare. Il terzo contenitore difettoso non riguarda solo il momento dell'ascolto, riguarda anche il dopo. È il compiere delle azioni che ci aiutino a ritenere dentro di noi quel contenuto. In realtà, il miglior modo per poter contenere l'acqua che riceviamo è usarla per andare ad annaffiare i semi e i germogli che abbiamo dentro di noi. Questo è quando metto in pratica ciò che imparo, ok? E qui c'è un altro passo importante che è stata la mia esperienza. Quando noi studiamo la filosofia buddista nel modo tradizionale, c'è il momento dell'ascolto, che vai a fare le lezioni, e poi c'è il momento del dibattito, che è un momento in cui metti in dubbio quello che hai imparato, ti metti a discutere con gli altri per poter comprenderlo. Gli argomenti che ho fatto tanto dibattito, uno non se li dimentica più. Gli argomenti che ho ricevuto, gli insegnamenti che erano chiarissimi nel momento, ma che non ho fatto il dibattito e che non li ho messi in pratica, piano piano vanno via. Poi per fortuna, quando uno riprende, spesso in qualche modo diventa più facile perché l'hai già ascoltato una volta. Però se noi non andiamo a passare dall'ascolto alla comprensione e se non utilizziamo quella conoscenza, piano piano la perdiamo, ok? Quindi questi sono i tre contenitori difettosi. Oltre che i tre contenitori difettosi, vediamo adesso brevemente – semmai dopo pranzo possiamo riprendere – le sei consapevolezze con le quali ascoltare. I tre contenitori difettosi sono chiari, no?
Le sei consapevolezze. Le sei consapevolezze, qui Pabonkha Rinpoche ce le descrive in un modo leggermente diverso da quelle che di solito io applico, perciò spiegheremo tutte e due, ok? Che vengono chiamate "coltivare sei riconoscimenti" o "i sei discernimenti che favoriscono l'ascolto". Primo: vedere se stesso come il paziente malato. Secondo: considerare il Dharma come la medicina. Terzo: riconoscere che chi ci insegna, il maestro, è come il medico esperto. Quarto: riconoscere che praticare intensamente il Dharma curerà la malattia. Anche il quarto punto viene descritto: "È mettendo in pratica e prendendo la medicina che si guarisce, è mettendo in pratica l'insegnamento che si guarisce". Quinto e il sesto, qui, è descritto in un modo diverso. Prima vediamo che il quinto è credere nella possibilità di guarire e il sesto la consapevolezza che il processo di guarigione è graduale e lungo e non immediato. Ok? Qui ci sono due punti diversi. Il punto quinto dice: "Riconoscere che il maestro è un essere puro come il Tathagata, come Buddha". Desiderare che il Dharma si preservi a lungo. Poi vedremo brevemente questi punti. Anche vediamo il primo punto: se vado da un medico, perché vado dal medico? Se il medico mi sta simpatico, una bella persona – non so, avete mai visto un medico bello, bella? Ci sta – ma è un medico a cui sia piacevole stare nella presenza di quel medico? A me mi è capitato e a un certo punto dice: "Vado dal medico perché ah, è così bello!". Ma cosa voglio? Io voglio essere nella presenza del medico? O magari diciamo che mi piace tanto lo studio medico perché ho fatto amicizia con le persone che frequentano quel posto, mi piace, mi piace l'ambiente, no? E questo mi fa ricordare un'amica, una discepola in Brasile che è diventata dentista perché alla sua origine a lei piaceva tantissimo andare dal dentista e quindi lei appositamente non lavava i denti per poter andare spesso dal dentista perché gli piaceva tanto andare dal dentista. Questi sono casi strani, ok? Togliendo questi casi strani, di solito uno va dal medico perché? Perché è malato. E il primo, la prima condizione necessaria perché il medico possa aiutare qualcuno a guarire è che quel qualcuno sia consapevole di essere malato. Io ho già visto medici bravissimi cercare di aiutare qualcuno a guarire da una malattia che la persona non ritiene di avere. Questo è quello che succede con la dipendenza, per esempio, certe droghe. Se una persona dice: "No, no, io non sono malato, non ho bisogno di aiuto", non funziona, ok? Perciò la prima consapevolezza nell'ascoltare il Dharma è di vedere se stessi come un paziente. È come se andassimo dal Buddha come il medico e dicessimo: "Guarda, Buddha, sono qua. Quali sono i tuoi sintomi? Perché sei qui?". "Eh, sai, un ciclo costante di un'insoddisfazione che va e che viene, un'ansia che è presente, ci sono internamente dentro di me dei sentimenti di rabbia, di rancore, non trovo veramente uno stato di pace duraturo. Vorrei tanto star bene, ma non riesco del tutto. Come farlo?". Buddha ci dice: "Sei malato, si chiama ossessione all'autogrip, dell'ignoranza. Per fortuna c'è cura". Cosa sarebbe andare ad ascoltare il Dharma non vedendo se stessi come il paziente? Come uno che va dal medico perché vuole imparare la medicina. "Io non voglio curare me, io voglio conoscere la medicina per poter fare carriera o per, sia, per aiutare gli altri, ma non perché io ritengo di dover guarire". L'approccio è totalmente diverso, ok? Noi non siamo qua per diventare esperti nel Buddismo, non siamo qua per fare carriera religiosa. Nulla contro gli esperti nel Buddismo, nulla contro chi fa carriera religiosa, assolutamente nulla, ma non è il perché siamo qui, non è il contesto, non è quello. Siamo qui per voler crescere interiormente, per voler affrontare noi stessi e superare le nostre proprie ombre per poter raggiungere quel sogno di cui abbiamo parlato prima. Quindi io devo ascoltare gli insegnamenti vedendo che quello serve per me più che altro. Quindi vedo me stesso come il paziente, vedo gli insegnamenti stessi come la medicina e chi dà gli insegnamenti come il medico. Ricordiamoci che non esiste nessun medico o guaritore che ci possa guarire se noi siamo malati e affidiamo il nostro processo di guarigione in mano al medico. Siamo fregati! Che cosa può fare il medico, guaritore, chiamiamo come vogliamo, in qualunque contesto sia? Egli può applicare dei trattamenti, può darci delle medicine, può darci consigli su come la nostra condotta di vita, il nostro stile di vita. Ma se noi non cambiamo lo stile di vita, non smettiamo di fare le cose che ci fanno ammalare, non prendiamo correttamente le medicine, ci può guarire o no? No, ok? Il medico, l'unica cosa che può fare anche con i trattamenti, è interagire con noi in un modo che ci permetta di guarirci. Il corpo che si guarisce è la mente che si guarisce. Io non ho mai visto nessuno – e guarda che ho conosciuto persone con bellissime capacità di guarire sia nell'ambito medico che nella guarigione degli aspetti energetici, ho già visto tantissime cose fra quelle molto strane e quelle molto comuni – ma non ho mai visto una persona che avesse la capacità a tutti gli effetti di se stesso di guarire l'altro. La capacità di interagire, di creare delle condizioni, interagire fisicamente, energeticamente, mentalmente, emozionalmente, interagire con l'altro per creare le condizioni perché l'altro si possa guarire. Perché chi guarisce è il corpo che si guarisce, è la mente che si guarisce. Il compito di un guaritore, di un medico, è quello di interagire per aiutare quel processo di guarigione. Perciò, quando vado dal medico, io non vado a mettere in mano al medico il mio percorso di guarigione. Io mi affido al medico per guidarmi nel percorso che io devo fare, ok? Cosa succede se vado dal medico, ho tanta fiducia in quel medico, è bravissimo, mi piace tanto, pure simpatico, carino, bello bello? Vado lì, mi sento bene quando sono lì, riconosco di essere malato, ok? Ho fiducia nella medicina, dico: "Questa medicina è meravigliosa". Ricevo la prescrizione, compro le medicine, le metto sull'altare e ogni giorno dico: "Che bella medicina ho! Come sono fortunato!". Qualche effetto placebo farà, ma il processo di guarigione avviene prendendo la medicina, seguendo il percorso di guarigione. Ci siamo? Similmente, io ho la consapevolezza che sono come il paziente perché ho le mie proprie ombre da affrontare. Sono davanti a chi mi trasmette il Dharma, che è come il medico, che io non affido il mio sentiero nelle sue mani. Io mi affido che mi guidi correttamente affinché io possa camminare. Gli insegnamenti che ricevo sono come la medicina che devo mettere in pratica, altrimenti non guarirò. Queste sono le prime quattro consapevolezze, chiaro, no? La quinta consapevolezza è quella di dire: "Io posso guarire, ho fiducia che potrò guarire", quella nel guardare dice: "Ok, sono venuto qua, mi fido di te come medico, mi fido della medicina, sono malato, so che devo prendere la medicina perché ho anche fiducia che posso guarire". E la sesta consapevolezza, visto che è una malattia cronica, non si guarisce da un giorno all'altro, il percorso è graduale e lungo, ok? Quindi, quando ascoltiamo il Dharma, deve essere un'attitudine che riguarda noi stessi, poi per essere anche di servizio agli altri, ma io per aiutare gli altri a guarire da una malattia devo prima guarire me stesso. Perciò ho i miei condizionamenti che voglio cambiare, ho le mie ombre che devo superare e quindi vedo chi mi trasmette il Dharma come il medico, vedo gli insegnamenti come la medicina e il prendere la medicina che è il mettere in pratica gli insegnamenti. Ok? Qui Pabonkha Rinpoche, e ho fiducia nel poter guarire e so che è un processo lungo e graduale, perché questa malattia non è che una malattia che, che ne so, mi sono rotto il braccio – non so neanche se questo sia una malattia, secondo me no, è un infortunio – ma quando una persona per esempio ha un...
Problema cronico al fegato. Quanto tempo ci vuole per guarire? Ci vuole un cambio di abitudine di vita, modo di mangiare. Emozionalmente vanno fatti dei cambiamenti, poi vanno prese delle medicine a lungo termine per poter cambiare quello. Quando è una malattia cronica di tanto tempo, poi, più la malattia è cronica, più tempo, più tempo ci vuole anche per revertire quella situazione.
No, è vero che noi oggi viviamo in un'epoca dove vogliamo il risultato immediato. Per quello certi sistemi medici, per esempio quello tibetano, anche se in Italia non è presente, non sono di grande successo nei tempi moderni, perché sono, per esempio, ci sono cure meravigliose per il fegato, per i reni, ma cominci a percepire un risultato almeno sei mesi dopo aver preso quelle cose tutti i giorni e devi mantenere quel trattamento per un anno, due anni, e poi dopo ha degli effetti meravigliosi. Ma chi ha la pazienza di farlo? Ormai noi vogliamo quella pillola che mettiamo, l'orologio ha fatto effetto, no? Ok. Perciò, in certi casi può funzionare, in altri casi no. Di solito le cose che funzionano immediate sono per affrontare il sintomo, non la malattia, ok?
Che no, che ieri ho letto un libro per bambini molto carino che si chiamava "Il buco", qualcosa del genere. Ed è questo, sai, questi libri con tanti disegni, poche parole, no, in ogni pagina. E c'era il disegno di questa bambina che a un certo punto si accorge di avere un buco in mezzo a lei e si accorge di avere questo buco. E questo buco è il buco dove sente paura, ansia, comincia a sentire quella sensazione interna di un vuoto interno e comincia a cercare i modi per tappare il buco. E lì ci sono i disegnini del cellulare, il cibo, tante cose esterne per cercare di tappare il buco, no, che noi facciamo. E comunque non riusciva, per quanto metteva roba lì, il buco c'era sempre.
E nella storia, andando avanti, a un certo punto la bambina si diventa esaurita, che non sa più come riempire il buco, cade per terra, entra in un collasso totale. A un certo punto senti una voce da lontano che dice: "Cerchi dentro di te", no? E la bambina comincia a cercare e vedi che dentro di sé c'erano delle cose bellissime con le quali quel buco piano piano si chiude, diventa più piccolo, no? Adesso, senza entrare a raccontarvi tutta la storia del libro, fatto sta che la nostra tendenza molto spesso non è guarire la malattia, ma è cercare di eliminare i sintomi.
Noi cerchiamo di eliminare i sintomi della rabbia, i sintomi dell'invidia, i sintomi della gelosia, i sintomi dei conflitti, i sintomi dell'arroganza, ossia la sensazione interna di malessere, di disconnessione, di ansia, di paura, eccetera. Cerchiamo di affrontare i sintomi nella maggioranza delle volte con delle cose che non fanno altro che fermare il sintomo momentaneamente, ma non di risolvere la malattia. Quindi, la nostra attitudine nell'ascoltare il Dharma non è di voler fermare il sintomo, ma di voler guarire la malattia. Ed è abbandonando le cause della malattia, intraprendendo il processo di guarigione, che uno guarisce, altrimenti no. Ed è un processo lungo e graduale, perché la nostra malattia non è di ieri, è cronica, di vite, vite. Ok, però è possibile guarire.
Ultimo punto, per concludere questo, Papon Kimpo ci definisce i punti, il quinto e il sesto punto, come riconoscere che la propria guida spirituale è un essere puro, come i Tathagata, come i Buddha, e desiderare che il Dharma si preservi a lungo. Brevemente si racconta che Buddha Shakyamuni a un certo punto si è chiesto a lui: "Come faranno i tuoi, le persone in futuro che ti vorranno seguire quando tu non ci sarai?". E si racconta che Buddha rispose dicendo: "Io sarò presente, perché coloro che vorranno seguire il sentiero che io ho trasmesso, tramite coloro che lo trasmetteranno". Ok.
Il fatto che noi abbiamo una linea ininterrotta di trasmissione è uno dei punti fondamentali in questo. Quando noi andiamo ad ascoltare il Dharma, l'attitudine corretta non è quella solo di pensare alla persona che abbiamo davanti, ma a tutta la linea di trasmissione tramite la quale quello arriva a noi. Quindi, io non mi trovo solamente davanti al mio maestro, a quella persona che mi insegna. C'è lui o lei e dietro ci sono tutti coloro tramite i quali quegli insegnamenti gradualmente sono arrivati, partendo da Buddha Shakyamuni. Quindi, l'attitudine è come se io mi trovassi davanti a Buddha stesso, no?
E mi ricordo una volta che sono andato in Italia, c'era una situazione conflittuale, adesso senza entrare nei dettagli, e nell'ambito più ampio, diciamo così, della società buddista, chiamiamo così, dell'istituzione, e dovevo cercare di creare chiarezza, eccetera. E sono andato a parlare in Italia con un maestro Zen, comparato con diverse persone, no? E con chi? Questo stiamo parlando dell'anno '97, '98, '99, uno di quegli anni lì. Ed ero andato a trovare il maestro Tating Guareschi. E quando sono andato a trovarlo, una delle cose che lui mi disse, uno che mi ha ricevuto benissimo, c'è stata una bellissima connessione, un profondo rispetto verso di lui anche. E una delle cose che lui mi disse fu: "Ma nella nostra tradizione buddista, in generale, quando ti trovi davanti al tuo maestro, ti trovi davanti a Buddha, quindi non si mette in discussione quella, l'attitudine corretta", no?
Ed è interessante vedere che la tradizione Zen dice che quando ti trovi davanti al maestro, ti trovi davanti al Buddha. Poi la tradizione Zen certe volte c'è un modo più diretto di dire le cose, no? Una tradizione tibetana dice: "Quando vai ad ascoltare il Dharma, devi riconoscere e vedere chi ti trasmette come se fosse nella presenza del Buddha". Una delle ragioni di questo è perché c'è una linea di trasmissione. Io, in realtà, il mio compito che io cerco di eseguire al meglio delle mie capacità, non è quello di trasmettere a voi qualcosa che mi sono inventato, qualcosa di mio. Io non faccio altro che un ambasciatore che prendo quello che a me mi è stato dato, che io custodisco come qualcosa di molto prezioso, e cerco di offrirvi. Siate anche a riceverlo.
Questo è il compito. Però quello che io vi offro non è qualcosa di mio, è qualcosa che io ho ricevuto, ho custodito, ho fatto mio, però che a mia volta io ho ricevuto dai miei maestri, che a loro volta hanno ricevuto dai loro maestri, fino ad arrivare a Buddha Shakyamuni. È come per dire, se noi prendessimo un oggetto fisico, un libro fisico, e io ti regalo questo libro che a me mi è stato regalato dal mio maestro, e così viene fino ad arrivare a Buddha Shakyamuni. Quindi, in qualche modo, da chi ricevo quel libro? Da Buddha Shakyamuni stesso, no?
Similmente, quello che io ho da offrire, da condividere, qui ci sono all'interno le mie interpretazioni, c'è il mio modo di capirlo, c'è il mio modo di sperimentarlo, però c'è la coerenza con gli insegnamenti così come li ho ricevuti, che c'è la coerenza di come loro li hanno ricevuti e così via fino ad arrivare a Buddha Shakyamuni. E quindi noi, una delle consapevolezze è: mi trovo davanti a chi mi trasmette il Dharma come se mi trovassi davanti a Buddha Shakyamuni stesso. Ok.
E la sesta consapevolezza che viene citata qua è la consapevolezza di avere la volontà che il Dharma possa durare. Quindi, è la consapevolezza di desiderare che il Dharma si preservi a lungo ed è la consapevolezza di dire anche cosa è necessario perché una visione di mondo rimanga per le generazioni future. Cosa ci vuole? Libri, più o meno. Faccio un esempio molto diretto: qualcuno qua avrà letto il manuale di Epitteto, qualcuno no, tanti. Ok. Testo meraviglioso degli stoici greci. Ok. Bellissimo testo, potete leggere Seneca, bellissimo. Ok.
Questo testo, quel testo di Epitteto, è veramente meraviglioso. Quando l'ho letto io, mi sono connesso profondamente. Perché? Perché io ho un mio lignaggio diretto di insegnamenti che ho ricevuto a cui risuona. Ma la difficoltà che io ho visto, per esempio, con gli insegnamenti stoici, che sono bellissimi su tanti aspetti, è che ho avuto la percezione, chiedendo anche in giro, che un lignaggio vivo manchi. Una cosa è che prendo un libro di Seneca e lo vado a leggere, un'altra cosa è che io ricevo la spiegazione di quei concetti da qualcuno che li ha ricevuti, li ha messi in pratica e vive secondo quei concetti, e che me li trasmette, che a sua volta li ha ricevuti da qualcuno che ha fatto lo stesso fino ad arrivare a Seneca stesso. Quello ha un potere totalmente diverso.
E c'è un altro aspetto interessante: più persone mettono in atto una visione di mondo, più facile diventa agli altri prendere quella stessa visione di mondo. Poi qua potremmo passare delle ore a parlare di questo. Quindi, quando io vado a seguire gli insegnamenti del Dharma, due delle consapevolezze che Papon Karmo qua aggiunge è: ascolto gli insegnamenti come se stessi nella presenza di Buddha, e anche se io non riuscirò da subito a mettere tutto in pratica, il fatto che io li conosca e li custodisca dentro di me è una delle possibilità perché questi insegnamenti continuino nel tempo e possano anche arrivare verso gli altri. Uno, perché se io li custodisco in me, quella conoscenza la posso condividere con gli altri. E due, perché quando io ho una conoscenza e quando ancora di più la metto in pratica, volendo o meno, io sto creando le condizioni perché altri possano fare lo stesso. È un po' quello che abbiamo detto ieri, che quando io cambio la mia cultura, io sto cambiando la cultura generale. Ok.
Quindi, quando ascoltiamo il Dharma, cerchiamo di mantenere queste consapevolezze. Con questo chiudiamo per questa sessione. Facciamo le nostre dediche. Nam Tin. [Applauso] [Musica] All'alba o al tramonto, di notte o durante il giorno, possano i tre gioielli concederci le loro benedizioni. Possano aiutarci a ottenere tutte le realizzazioni e a percorrere tutti i sentieri. May the [unintelligible] grant us blessings. May help us achieve all realizations and [unintelligible] all the path.
Visto che oggi uno dei punti che poi affronteremo dopo è il modo corretto di ascoltare, che abbiamo cominciato a vedere, ci sono dei consigli, delle modalità anche a livello formale, per dire, no? E ci sono due modalità diverse quando ci sono gli insegnamenti: uno che alla fine uno possa andare a salutare chi ha dato gli insegnamenti, e uno che chi trasmette gli insegnamenti esce per primo e uno esce con calma. Ok. Oggi è il compleanno di mia mamma, devo andare a pranzo da lei. Ok. Perciò, in questo senso, adesso quello che noi facciamo, recitiamo la preghiera della Mazon K, ci alziamo tutti, io esco e poi dopo con calma. Si dice che quando finiscono gli insegnamenti uno non deve uscire di fretta, perché è come quando vai in un posto che ti piace tanto, stai bene, non vuoi andare via subito. Quindi, c'è in qualche modo quella cosa di uscire con calma per la bellezza e l'importanza di quel momento, viene detto. Ok. Mi. [Applauso] [Applauso] Ter. [Applauso] Di. Wu. Du. Malu. [Risate] Jce Kanke. Buon appetito a tutti. Poi oggi, alla fine della sessione finale, facciamo che tutti quelli che vogliono possono passare per un saluto. Ok.