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[Musica] Platone diceva che il comportamento umano scaturisce da tre fonti principali. Uno è il desiderio, l'altro è la conoscenza e la terza è l'emozione. E oggi parliamo dell'emozione, appunto.
Sapete voi che se cercate su internet ci sono miriadi di classificazioni, definizioni di emozioni? Pensate che si parte da una classificazione di quattro emozioni di base per arrivare a una classificazione con 27 tipi di emozioni. C'è una confusione nel mondo delle emozioni e questa confusione non aiuta alla gestione delle emozioni, che poi è la cosa più importante. E oggi cerchiamo di fare un po' di chiarezza su questo fronte qua, perché più le cose sono complicate, più possono essere affascinanti, ma sono poco gestibili.
Dovete sapere che se un qualcosa ci impedisce di essere pratici nell'utilizzarlo, è semplicemente una filosofia spicciola, una filosofia operativa. Deve essere qualcosa che ci permette di capire e fare su quello che noi utilizziamo e quello che possiamo prendere in mano e gestire.
Allora, prima di introdursi nel mondo delle emozioni da una prospettiva che, ovviamente, è quella da quale io derivo, che è la terapia breve e strategica, vi faccio una sorta di concettualizzazione delle emozioni, di come nel corso del tempo e nel corso della storia sono state vissute. Ci sono tre vie principali con cui l'essere umano ha provato a gestire le emozioni.
La prima via è quella romantica. La parte romantica è quella che è connotata dal fatto che le emozioni vanno vissute, bisogna lasciarsi trasportare dalle emozioni. Quindi sento qualcosa e quel qualcosa. Pensate che Omero nell'Iliade scrive: "l'eroe piange". E questo che cosa voleva significare? Che l'eroe era mosso dall'emozione e piangeva. Piangeva per il dolore, piangeva per il piacere. Quindi la via del lasciarsi trasportare, la via del lasciarsi guidare dalle emozioni che sento.
Aristotele direbbe che coloro che si fanno guidare dalle emozioni hanno uno stato primitivo. Pensate un po'. Quindi lo slancio passionale, lo slancio romantico, lo slancio del "lo sento, quindi lo faccio". E la contropartita è: "se non lo sento, non lo faccio". È uno stato animalesco, uno stato primitivo. Le emozioni, infatti, dove nascono? Nascono nella parte più antica della nostra mente, del cervello, quello che viene chiamato paleoencefalo, tutta quella struttura. Poi, non è che voglio tediare con neuroscienze, però tutta quella struttura primitiva che è l'amigdala, l'insula, il locus ceruleus, quindi tutto quello che sta sotto il sistema limbico. Nel momento in cui io sento qualcosa, parte più o meno quaggiù, ok? In questa parte più antica della mente. E questa pulsione prova ad essere imbrigliata dal ragionamento. Ovviamente, non ce la facciamo. E poi, quindi, abbiamo lo slancio, facciamo le cose. E quindi, siamo proprio degli animali, perché sapete che il paleoencefalo nostro è molto simile a quello degli animali. Quello che ci contraddistingue dagli esseri più primitivi, dagli esseri animali, è la neocorteccia, la corteccia cerebrale, quello che viene chiamato telencefalo, che è la sede del ragionamento.
Quindi Aristotele aveva ragione. Aristotele definisce l'uomo un animale razionale. Ci aveva visto lungo lui, perché ovviamente aveva visto che abbiamo questa doppia veste: la veste della dinamica in cui sento qualcosa e mi lascio andare, e una dinamica in cui provo a in qualche modo orientare questo slancio, questa sensazione. E la prima via è quella più "barbara": mi parte la sensazione, la sento e mi lascio guidare.
Trasportiamo questo approccio alle emozioni, alla gestione delle emozioni, sul pratico. Vi piace una persona? Sentite l'attrazione, sentite lo slancio e vi innamorate. Conoscete un'altra persona? Sentite un'attrazione, sentite uno slancio e che succede? Lasciate quella di prima, andate su quella seconda. Cioè, molto semplice, no? Ok. Poi conoscete una terza persona, vi piace la terza persona, sentite lo slancio, sentite l'emozione. Che succede? È l'autoinganno che noi siamo bravissimi a crearci. Eh, ma io lo sento, a questo giro è quello giusto.
Sapete la prima definizione di emozione in psicologia? Qual è? Stimolo interno o esterno di breve durata. Infatti, c'è una confusione incredibile, no? Gente che pensa di avere un'emozione quando in realtà ha un sentimento. È differente dalle emozioni. Devo alzarlo, sto cosa che è accaduto? No, no. Ok. Quindi pensate, no? C'è l'emozione è connotata da una breve durata, molto intensa da un punto di vista di sensazioni, ma di breve durata. Il sentimento è un'altra cosa, lo stato d'animo è un'altra cosa, la passione è un'altra cosa. Quindi la la prima via con cui l'essere umano ha provato a gestire le emozioni, che è quella "lo sento, mi lascio andare", ha dato poi, in realtà, anche origine a tanti scrittori, a tanti racconti interessanti.
L'Orlando Furioso, cosa cosa aveva fatto? L'Orlando Furioso, in preda all'ira, avete letto il racconto, accecato dall'ira, ha fatto una serie di cose che non doveva fare, un po' di stragi. E quindi questa gestione del lasciarsi andare in maniera totale a quello che sento, ok, ovviamente non è funzionale, proprio perché è di breve durata l'emozione. L'emozione cambia a seconda di una miriade di fattori, non è stabile. E quindi vuol dire che se chi ci guida è l'emozione, siamo entrati in una sorta di auto con un conducente pazzo. E tante persone ancora vivono così.
Pensate che una dinamica classica quando vediamo i pazienti è: "Dottore, ma io se non lo sento, come faccio a fare questa cosa?". E sapete qual è la risposta? È facendola che la senti. Quindi sono queste due dinamiche, no? Faccio una cosa perché la sento, ma facendo le cose si sentono le sensazioni o le emozioni.
Poi c'è la seconda via, che è completamente all'opposto, che è quella scientifica. Quindi ho visto che l'essere umano che si lascia trasportare, ok, dall'emozione, alla fine fracassa. Allora analizziamole le emozioni, cerchiamo di analizzarle nel dettaglio, in maniera scientifica. Guardiamo dov'è la sede, dove nasce l'emozione. Quindi l'emozione diventa il demone da combattere, perché ovviamente mi fa fare delle scelte sbagliate, mi fa orientare in maniera disfunzionale. Quindi la devo studiare per dominarla. E lì nascono proprio l'approccio scientifico al mondo delle emozioni, no? Analizza a livello proprio di struttura cerebrale, dove si attiva la zona 1, la zona 3, la zona 4, credendo poi che se io stimolo elettricamente un certo punto del cervello, creo l'emozione. Peccato che però non funziona così. E hanno, hanno fatto degli esperimenti sull'amore, hanno visto che quando una persona si innamora, c'è proprio una zona specifica del cervello che si attiva, ma se io stimolo in maniera esterna quella zona, il soggetto non si innamora. Mistero.
La seconda via è questa: devo dominare la parte più animalesca, più viscerale dell'essere umano. Quindi mi sposto tutto sulla ragione. La ragione, cante, ci ha fatto fortuna su questo, è ciò che muove l'essere umano. Se fosse così, non ci sarebbero problemi nel mondo, perché tutto sarebbe una scelta razionale, tutto sarebbe una scelta data da un ragionamento. Cioè, il ragionamento, se mi produce un risultato funzionale, è quello giusto. Se mi produce un risultato non corretto, vuol dire che il ragionamento è sbagliato. Lo rimetto in gioco. La critica della ragion pura, la critica della ragion pratica, alla fine è una sorta di iper-intellettualismo che non tiene conto che noi siamo sia quello, sia l'altro. Abbiamo la parte più profonda, più viscerale, e abbiamo una parte più razionale. E anche questo non funziona. Forse è peggio del primo, questo approccio.
Sapete perché? Perché se il primo mi fa fracassare, ma mi lascia andare, nel secondo uno non gode della passione, perché cerco di imbrigliare. Però è imbrigliato, non riesco a controllarla. Quando le parti del cervello iniziano a combattere una contro l'altra, quindi la parte più profonda inizia a combattere contro la parte più razionale, e la parte razionale prova a imbrigliare la sensazione, sapete chi vince alla fine? Vince sempre la parte sensoriale, vince sempre l'emozione. Questo è un riscontro pratico. Voi sapete benissimo che il vostro partner non è la persona giusta. Sapete razionalmente che lo dovreste lasciare. Sapete che vi fa soffrire. Lo sapete, ve l'hanno detto mille persone. Ma poi alla fine che succede? Ve lo tenete ancora lì, perché non ce la fate. Cosa vuol dire "non ce la faccio"? Vuol dire che c'è un qualcosa di emotivo, sensoriale, che non vi permette lo slancio. E quindi la ragione contro l'emozione perde. Addirittura.
Allora, ragione, quelli di prima: "Lasciamoci andare, male che vada c'era anche questo detto, no? Male che vada, ci siamo goduti un po' il viaggio". Questa seconda via è veramente la via dello scientismo, nemmeno della scienza. È la via di credere che si può controllare tutto, che si può tenere sotto controllo ogni singola dinamica, basta studiarla, basta analizzarla.
Sapete, è vero che se cambiate lo strumento con il quale voi osservate le cose, le cose cambiano. Se voi guardate una certa cosa con un tipo di cannocchiale e poi cambiate il cannocchiale, vedete altre cose. Lì c'è sempre la solita cosa, ma si vedono cose differenti. Quindi provare ad imbrigliare un qualcosa di profondo, intrinseco dell'essere umano, e provare a dominarlo, a controllarlo, a metterlo a soggiogare, non fa vincere nessuno, ci fa perdere sicuramente. Anche perché noi possiamo anche avere tutta la conoscenza sul mondo delle emozioni che vogliamo, ma alla fine, quando queste partono, che succede? Ci portano dove vogliono loro.
Allora nasce la terza via, anch'essa fallimentare, ve lo dico subito. La terza via è: "Facciamo come si dice qua in Toscana, ammiccino". La via della moderazione. Quindi non posso lasciarmi andare, perché se mi lascio andare, mi schianto contro un muro. Ho visto che non la posso dominare, perché non sono dominabile. Quindi me la concedo, ma un pochino. Proviamo un risvolto pratico di questa cosa qua. Nella dieta si può mangiare tutto, ma poco. Cioè, voi ci riuscite a mangiare tutto, ma pochino? No, è impossibile. Infatti, tutte le diete sono molto efficaci, ma sono poco efficienti. Cioè, funzionano tutte nel breve, ma nel lungo termine non funziona nessuna, perché è una privazione. Assaggio una certa cosa, prendo il gelato che non me lo posso mangiare così, me lo sono concesso, ho dato lo slancio all'emozione, però razionalmente l'ho contenuta.
Allora aveva ragione Sant'Agostino. Ho sempre quasi ragione Sant'Agostino, però in questo caso aveva colto nel segno. Meglio l'astinenza che la moderazione. Cioè, non volete cadere in una tentazione? Ecco, non fatevela. Non assaggiatela. Se l'assaggiate, ci cadete dentro, come sempre diceva Sant'Agostino. Quindi anche la via della moderazione, e della moderazione nella gestione delle emozioni, è una via fallimentare. È l'autoinganno di dire: "un po' sì, perché ce l'ho, però in maniera come dire, controllata". È la cosa peggiore.
Quindi, allora, è meglio controllarle tutte? Però non ci riesco. E allora si ritorna alla prima via, quella più "barbara", no? Quella in cui Aristotele ci considererebbe tutti esseri primitivi. Mi lascio andare, come fanno gli animali. Quando gli animali sentono una cosa, non è che ragionano, si slanciano su quella cosa lì. E lo slancio senza controllo vi fa vivere le emozioni talmente tanto intensamente, nel bello come nel brutto.
Pensate ad un cane. Faccio un esempio crudo, eh, ve lo dico subito. Pensate ad un cane da guardia. Entra un gatto nel suo territorio e lo uccide. Dopo averlo ucciso, che fa? Torna in casa e si siede in terra aspettando le coccole. Zero coscienza. Non gli cambia niente. In quel momento si è lasciato andare totalmente. Capite che è un dilemma nel quale non si viene, non se ne viene fuori. Se mi lascio andare totalmente, lo subisco. Se provo a dominarlo, a soggiogare la parte che fa più profonda di noi stessi, oltre a non farcela, chiaramente, ma se anche ci riuscissi, cosa succede? Diventate persone aride, diventate persone senza sensibilità, incapaci della relazione. Se ve la concedete un pochino, è la cosa più disfunzionale che potete fare, perché sarete sempre insoddisfatti. Mi controllo, quindi non è che me ne privo, ma me la faccio, mi concedo un pochino di rabbia. Ci sono persone che ragionano così, no? Un pochino, senza eccedere.
La via dell'essere a metà. Allora è meglio essere tutto da una parte. Da chi mi ha retto il buon Dante condannava aspramente chi rimaneva a metà nelle cose. Avete letto la Divina Commedia? Sì, gli ignavi erano considerati proprio i peggiori, perché erano un pochino di qua, ma anche un pochino di là. Quindi le tre vie con cui l'essere umano ha sempre, tutt'ora, provato a gestire se stesso, sono vie fallimentari.
E allora, come ne veniamo fuori da questo dilemma? C'è una quarta via. C'è una quarta via che potremmo dire è quella che più ci appartiene da un punto di vista strategico, che è la via di farsele amiche le emozioni e di utilizzarle. Quindi non si tratta di lasciarsi andare, non si tratta di soggiogare, non si tratta di lasciarli un pochino e poi controllare. Si tratta proprio di farsele amiche.
Uno studioso che mi ha fatto conoscere il professor Nardone, Daniel Dennett, che è uno studioso di Harvard, definisce le emozioni una competenza senza comprensione. Molto interessante. Una competenza senza la necessità di doverla comprendere. Allora, come facciamo noi ad essere così abili nel farsi amiche le proprie emozioni? Vuol dire che non sono più loro che guidano noi, non è più la ragione che guida le emozioni. È qualcosa di diverso.
L'analogia, ripresa da un libro del professor Nardone, che a sua volta è stata ripresa da un racconto cinese, è questa qua. Ogni notte l'essere umano va a letto con una tigre, e non saprà mai se la mattina questa tigre vorrà leccarlo o sbranarlo. Farsi amica la tigre, farsela amica la tigre, vuol dire imparare a cavalcarla. Vuol dire creare quel meccanismo di cui noi abbiamo il potere di creazione, per far sì che le emozioni si possano esprimere in una maniera funzionale, non più distruttiva, come lo slancio totale, non più imbrigliata solo dalla razionalità. A metà, la metà la lasciamo proprio da parte, che sappiamo che non funziona nulla a metà. È come dire: "Mi innamoro un pochino". O vi innamorate, o non vi innamorate. No, i tiepidi non funzionano. Ok.
Quindi, come facciamo a farci amiche le emozioni, per far sì che le emozioni creino quel la dinamica che ci aiuti a gestire la realtà, la propria vita, le proprie relazioni, il proprio mondo? Dobbiamo conoscerne i meccanismi, sia di attivazione, sia di disattivazione, di quando l'emozione diventa disfunzionale.
Allora, nella nostra esperienza, per semplificare, parliamo solamente di quattro tipologie di emozioni, dalle quali poi scaturiscono livelli differenti, o quando si mischiano, danno, creano delle emozioni di secondo livello, chiamiamole così. Ma quelle più profonde, quelle più viscerali, sono fondamentalmente quattro: che sono la paura, la rabbia, il dolore e il piacere. E anche qua, subito qualcuno potrebbe dire: "Ma come, tre negative e una positiva?". Anche questo è un falso, un falso mito. Non esistono emozioni positive o emozioni negative. Esistono le emozioni. E ora vediamo come, per esempio, la paura, che probabilmente è l'emozione più viscerale, più profonda. Se non sbaglio, era Platone, il quale diceva: "All'inizio di tutto c'è la paura, e alla fine di tutto c'è la paura". No, la paura più profonda che abbiamo è la paura dell'ignoto, perché non lo possiamo vedere. Quindi è come se fosse veramente la struttura primordiale.
La paura è quella che ci permette la sopravvivenza. È molto funzionale. La paura, quando voi state camminando e per caso scivolate e state per cadere in avanti, e mettete le mani in avanti, cos'è che ve le fa mettere in avanti? Ragionamento? Non avete avuto tempo di ragionare. Quindi avete avuto una percezione paleoencefalica della paura che vi ha fatto mettere in maniera istintiva le mani avanti. Quelle mani avanti vi salvano la faccia. La solita cosa. Se state guidando, vi attraversa un animale, o quello davanti a voi frena improvvisamente, fate la manovra con l'auto, quindi sterzate rapidamente o frenate, perché avete avuto paura.
Sapete uno dei limiti più grandi dell'essere umano moderno è quello di non avere paura delle cose. Qualche anno fa è nato in Russia questa questa sorta di, chiamiamolo sport, ma questa sorta di attività. C'erano schiere di ragazzi che andavano in periferia di Mosca, di San Pietroburgo, salivano su queste strutture fatiscenti che dovevano essere ancora costruite, e correvano sui tetti, o si lasciavano, si appendevano senza protezioni ad altezze incredibili. So se su YouTube ci sono anche un sacco di video di questi personaggi, questi ragazzi giovani che fanno salti mortali su delle, in maniera pericolosa, su dei tetti, ma proprio in degli spazi piccolissimi. Quella incoscienza non è coraggio. È quando la paura viene talmente tanto abbassata che non si sente più. Cos'è la percezione della paura? E la percezione della paura, se non c'è, non vi salva, perché il più delle volte noi ci salviamo la vita perché abbiamo paura di qualcosa.
Quindi vedete che è molto funzionale la paura. Ma se supera una certa soglia, la paura che cosa diventa? Blocco. Vi diventa un blocco. Diventa quello che vi impedisce di fare le cose. Quindi avete voglia, avete il desiderio di fare una certa cosa, non la fate perché avete timore che succedano delle cose. Avete il blocco che "se la faccio, poi non torno indietro". E allora lì, se accedete a quel livello lì della paura, la paura diventa disfunzionale e la vita diventa limitata, perché la paura vi può limitare.
E cosa succede quando un soggetto ha molta paura e la paura diventa un limite, non più una risorsa? Automaticamente, se temete una cosa, la evitate. Ho paura di fare una certa cosa, qualsiasi cosa sia, la evito. Evito di farla. Nel momento in cui evito di farla, immediatamente vi arrivano due sensazioni completamente contrastanti a livello proprio psicologico. La prima è di puro piacere. Quindi il piacere si introduce dentro la paura. Ho paura di parlare in pubblico, ho paura di dire quella cosa al mio partner, quella cosa al mio capo, oppure di prendere quella decisione. Non lo faccio e sto subito bene. Sono salvo, non l'ho fatta. Immediatamente vi arriva un secondo segnale, più doloroso. Se non siete state in grado di farla, ora non siete all'altezza. E quindi quando dovrete poi affrontarla, perché tanto dovrete riaffrontarla, vi sentirete, vi sentirete più capaci o meno capaci? Meno capaci. Oserei dire meno capaci. Avrete più paura. Avendo più paura, cosa vi verrà da fare? Lo evito di nuovo. E appena lo evitate, entra il piacere, sollievo, immediatamente.
Allora, proprio non sono in grado. È la costruzione magica dell'essere, del sentirsi incapace. La paura che vi limita, vi rende incapaci. E allora qual è il, questo il tipo di attivazione, no? Qual è la contromano per gestire la paura e farsela amica? Affrontare le paure. Le paure diventano amiche nel momento in cui noi le affrontiamo. Però bisogna trovare il modo di affrontarle, perché non si può chiedere a un soggetto di affrontarle tutte insieme, se veramente ha tanta paura.
E allora qua riprendiamo un vecchio detto degli indiani d'America: "Anche il bisonte più grande, se mangiato a piccoli pezzi, finisce". Vuol dire che se non posso affrontarla tutta insieme, perché non ce la faccio, la segmento in piccoli pezzettini e affronto un pezzettino. Affrontando un pezzettino, che succede? Un pezzettino piccolissimo, alcune volte addirittura può sembrare insignificante, ma nel momento in cui l'affronto e ce la faccio, qual è il segnale che vi arriva? È sempre di piacere. Ma vi arriva il segnale: "Ce l'ho fatta". E allora lì la paura sale di livello. È come se avesse un'evoluzione. La paura affrontata diventa una caratteristica che non è più emozione, diventa una caratteristica. Questa caratteristica si chiama coraggio.
E allora poi affronto un altro pezzettino, ce la faccio, e cosa si rafforza? Il coraggio. Tutte le paure affrontate vi trasmettono la sensazione di coraggio. E alla fine diventate. Non si nasce coraggiosi, si diventa coraggiosi. Il coraggioso è solamente una persona che ha paura e l'ha affrontata. Ah, ma te come fai a fare queste cose? Io non ci riuscirei mai. Chiaro, se non le provi a fare, non ci riuscirai mai. Se ci provi, puoi scoprire che ci riesci. Ma l'errore è passare sempre agli estremi, purtroppo. L'essere umano c'ha anche questo difetto di fabbricazione, tra i tanti: bianco e nero, e non si ricorda che tra il bianco e il nero c'è una serie di tonalità, sia di grigio, sia di colori.
Quindi, non riesco a fare tutto insieme. Faccio una piccola parte, che deve avere un significato per il soggetto. Quindi, quali sono le vostre paure? Ci pensate, le dividete in piccoli step pratici, e ogni giorno vi impegnate ad affrontare la più piccola paura in maniera pratica, operativa. Deve essere la cosa più semplice da fare. Non dovete fare salti particolari, ok? Piccole cose. E vedrete che una cosa porta ad un'altra cosa, che porta ad un'altra cosa, che porta ad un'altra cosa. E alla fine, la somma dei piccoli avanzamenti, dei gocce di coraggio, crea il coraggio. Come esattamente, in maniera isomorfa, crea il contrario: evito una piccola cosa, evito un'altra piccola cosa, un'altra piccola cosa. La somma dei piccoli evitamenti vi porta ad avere una paura limitante.
Quando la paura supera la soglia di disfunzionalità, si trasforma in qualcosa di peggio. Si può trasformare in panico. Il panico, gestito male, può evolvere in un'altra cosa ancora, che è il terrore. Capite che è questo la quarta via delle emozioni: capire il meccanismo di accensione e il meccanismo di gestione. Quindi non la evito, non mi lascio trasportare, non me la concedo pochino, ma faccio in modo di vedere come funziona e me la faccio amica. Faccio sì che le emozioni lavorino per noi. Per queste sono competenze, perché ci permettono di competere nella vita.
C'è però una condanna nel momento in cui voi diventate coraggiosi. Purtroppo, non ci rimaniamo. Non è una conquista in cui metto la bandierina e rimane lì, perché anche la persona più coraggiosa, se inizia a evitare di riaffrontare quello che teme, o chiede aiuto agli altri, o prova ad avere tutto sotto controllo, dopo un po' che succede? Torna indietro. Cioè, non si rimane stabili mai. Ogni giorno è di nuovo partire da zero, ma il livello da cui partiamo è differente. Quindi, come siamo bravi a evolverci, siamo bravissimi a fare cosa? A involvere totalmente. Ogni volta dobbiamo stare lì e provarci, ogni santissimo giorno. È una lotta continua, stancante, ma è l'unico modo che abbiamo.
Quindi pensate quanto è utile la paura. La paura è quella che ci permette di avere coraggio. Senza la paura, non avremmo la possibilità di realizzare i sogni. C'è questa bellissima frase, no, di San Giovanni Paolo II: "Non esiste speranza senza paura, come non esiste paura senza speranza". Se avete paura, non avete speranza, avete certezza, che è una cosa differente. Senza la paura, voi sareste certe delle cose. E invece, poiché l'ignoto è la cosa che temiamo di più, perché non lo possiamo vedere, perché non sappiamo cosa sarà il domani, l'unica cosa che possiamo avere è la speranza che il domani, o oltre, o quello che è, possa essere in un modo. Ma questa speranza nasce dal fatto che avete paura. Se non quella speranza, non ce l'avete. Speranza è deriva da "spes", da attendere verso. C'è una radice aramaica che è "spa", che è un'attenzione. La speranza è un'attenzione verso qualcosa. E cos'è che vi fa tendere? Come la tensione di un arco, cos'è che vi tira indietro la corda del vostro arco della speranza? È la paura.
Pensate quanto è utile. Poi abbiamo un'altra emozione di base: il dolore. Uno direbbe: "Ma il dolore è solo disfunzionale?". Se noi non avessimo il dolore, ci romperemmo tutte le ossa ogni giorno, ci strapperemmo tutti i muscoli, non avremmo nessun limite. Il dolore ha una funzione fondamentale. Indica, soprattutto, due cose: la prima è che si sta superando la soglia di sopportazione. Quindi io sento male e capisco che sono al limite, quindi è un segnale di fermarsi. Il secondo messaggio è che avete superato la soglia e che vi siete rotti. Molto semplice. Ma se uno non sentisse male, continuerebbe a fare le cose quando è rotto e quindi continuerebbe a danneggiarsi.
Quindi è fondamentale sentire dolore, perché ci indica il limite, ma il limite sano. Quando è che diventa disfunzionale? E purtroppo, nel dolore, la società di oggi, ahimè, ci sguazza in maniera negativa, quando noi crediamo che per stare bene non si debba sentire male. Ve lo ripeto, eh. Sembra una patologia, ma è una cosa un po'. Noi crediamo nella società del benessere che per stare bene non debba sentire male. Sì, non c'è niente di più falso. Voi lo vedete, cioè, faccio un esempio, è una cosa quotidiana. Chi fa sport sa bene che non funziona così, perché quando uno fa sport, sente male, sente il muscolo che gli fa male, e immediatamente dopo che succede? Però sta meglio. È quel dolore sano. Se vi fanno una manipolazione per rimettervi a posto una contrattura, vi fanno male e subito dopo vi sentite meglio. Quindi ci sono dei dolori necessari.
E qual è il problema di oggi? Che non siamo più in grado di sopportare il dolore. Cioè, proprio lo evitiamo, come se fosse la cosa peggiore. E infatti, qual è l'uso massivo dell'essere umano da un punto di vista farmacologico? Gli antidolorifici. Siate sinceri, ma appena sentite un dolorino, ricorre la maggior parte delle persone, ricorre subito alla pastiglia. Non è più in grado di tenerselo il dolore. Il dolore è la febbre che attiva, sapete la funzione della febbre, no? È l'attivatore del sistema immunitario. Il dolore è la solita cosa, è l'attivatore di cosa? Della vostra resilienza. La resilienza è come il coraggio, non ci si nasce, si conquista. Ah, ma a te ti succedono mille cose e riesci in grado di sorreggerle tutte? Ver te, no, vuol dire che ho sofferto tanto, no? E ho rielaborato tutta quel tipo di sofferenza per far sì che io possa sopportare quello che accade.
Poi c'è questa bellissima frase che potrebbe essere anche un autoinganno, ma è un autoinganno talmente tanto bello che conviene averlo: che si dice che "Dio non vi metterà sulle spalle qualcosa di più pesante che le vostre spalle non siano in grado di sopportare". Ma se voi non vi allenate a sentire un po' di male, al primo la prima foglia che vi si appoggia sulle spalle, crollate. Quindi bisogna essere dei funamboli tra il sentire, imparare a gestire il dolore, ed evitare di diventare anestetizzati e non sentirlo più, perché sennò lì, di nuovo, come la paura, non la sento più e vado oltre il limite in maniera disfunzionale. Mi rompo.
Vi faccio un paio di esempi di come sia la paura, sia il dolore, superato talmente tanto, che è il paradosso, no? Perché per avere resilienza devo imparare a soffrire e gestirlo il dolore. Come per imparare a essere coraggioso devo imparare ad affrontare la paura. Ma anche lì, se supero dall'altra parte la soglia, quindi vado oltre il coraggio, vado oltre la capacità di resilienza, quindi divento iper-resiliente o iper-coraggioso, che poi è incosciente. Sapete cosa succede? Succede quello che accade negli sport estremi. Lo dico perché noi ci lavoriamo tanto, no? Anche con gli sportivi estremi. Non hanno più paura di niente, hanno una soglia del dolore talmente tanto bassa, nel senso che possono sopportare tutto, alta, insomma, dipende dalle prospettive, ok, che rischiano talmente tanto che poi ci restano secchi. Perché se come azzerato il limite, quindi gli estremi sono sempre patologici, diceva Nietzsche. Non sono in grado di sopportare niente, sono in grado di sopportare troppo. E questo anche nelle relazioni interpersonali. Se siete troppo resilienti, alla fine imparate ad accettare quello che non dovreste accettare. E anche questo è un limite che coincide con un sacco di forza, ma l'eccesso di forza è un limite.
Cosa diceva Omero? "Anche l'eroe piange". Allora, come si fa a gestire il dolore e renderlo solo amico? A differenza delle altre dinamiche di emozione che vedremo, dove c'è il meccanismo di sblocco, come nella paura, perché se io l'affronto, dopo un po' divento coraggioso, non mi fa più paura, diventa anche abbastanza rapido il processo. Nel dolore non c'è un processo di sblocco rapido. Il dolore ha solo una caratteristica: starci. E ci sono due modi per starci: uno è starci e lasciare che il tempo, si dice, faccia le sue le sue cose. L'altro è velocizzare il passaggio. Quindi bisogna soffrire volontariamente. C'è questo pensatore particolare armeno che diceva: "Solo il supersforzo vi renderà dei risultati". Cioè, io devo soffrire volontariamente per venirne fuori. Prima immaginate di dover attraversare un fiume o un lago. E il lago del dolore. Se nuotate piano piano, prima o poi lo attraversate, ma ci vuole del tempo. Se invece iniziate a nuotare forte, vi faranno molto più male le gambe, vi faranno molto più male i muscoli, soffrirete molto di più, ma prima.
Il professor Nardone utilizza sempre una frase ripresa da Cioran, questo scrittore nichilista rumeno veramente particolare, e ogni tanto ha dei guizzi di genialità incredibili. Uno di questi coincide con una frase che è questa: "Il coraggio che manca più è il coraggio di soffrire per cessare di soffrire". Pensate a un lutto. Muore una persona cara, siete devastati dal dolore. E per provare a gestirlo, provate a non pensarci, a riempire il tempo di azioni. Eh, allora qua ci salva il buddismo: "Pensare di non pensare". Pensare a ciò che non voglio pensare è come volersi distrarre volontariamente. Ora mi distraggo. Eh, se lo fate volontariamente, non ci riuscite. La distrazione non è volontaria. E allora cosa si fa? Ci diamo degli spazi nei quali soffriamo, come se fosse un appuntamento con questa emozione sacra, no? Mi do uno spazio ogni giorno dove piango tutte le lacrime, tocco il fondo, e poi risalgo ogni giorno. Questa è soffrire volontariamente. Questo vuol dire farselo amico il dolore.
Ma c'è un aspetto ancora più curioso del dolore. Il dolore verso qualcosa che non abbiamo più è l'unico legame che ci rimane verso quel qualcosa. Per esempio, noi in psicoterapia siamo molto attenti in questo. Se viene una persona, ripeto, faccio l'esempio che ha un lutto, se noi fossimo troppo efficaci nel togliere il dolore, gli togliamo la relazione che ha con quella persona. Perché ci sono dei momenti in cui l'unica relazione, l'unico contatto che rimane in certe fasi, è il dolore. E non va tolto, gli va lasciato, perché è l'attivazione del ricordo di quella persona. Ed è un dolore che vi salva, non è un dolore che vi ferisce, è un dolore che sana, non è un dolore che affossa.
Ma è il problema dell'iperprotezione genitoriale. Le nuove generazioni, purtroppo, hanno pochissima resilienza. Sto generalizzando, però in generale è così, perché hanno avuto genitori proprio iperprotettivi, ovvero hanno impedito di soffrire. C'è il mio caro Galimberti che lo descrive molto bene questa cosa, no? "Fatel soffrire, fateli sudare, metteteli in difficoltà".
Passiamo al piacere, finalmente, quella buona. Ecco, è una delle peggiori. Il piacere è forse la peggiore. Sapete che se killer cede per piacere, il problema è sempre il primo. Il problema è sempre il primo. Una volta che rompo quell'argine, trovo il piacere di fare quella cosa lì. Le cose più efferate dell'essere umano si basano sul piacere. Vi dico una cosa disgustosa, sì, basata sul piacere: il vomito. Quindi le persone che mangiano e vomitano, che è una patologia molto conosciuta, no, la sindrome da vomiting, si basa sul piacere, sul piacere di farsi un'abbuffata e poi vomitare. Pensate, dice: "Sì, ma razionalmente fa schifo". Sì, certo. Ma dentro la patologia, il meccanismo di mantenimento del problema è la sensazione del piacere di mangiare e vomitare. Infatti, la manovra è molto semplice: dobbiamo trasformare in disgusto, in dolore, il piacere. Come facciamo? Non si tratta di convincere la persona a dire: "No, non smetti perché ti fa male". No, consigli da parrucchiere, non è questo, ok? Così, con tutto il rispetto, ma ok, cioè, perché tante volte sono tante persone, ma smetti di farlo perché... Sì, ma fosse così semplice.
Siamo nella fase due della seconda via, cioè razionalmente controllo le dinamiche. Invece non è così. Diciamo: continua a mangiare e vomitare, però anziché vomitare subito, vomita dopo un'ora. Gli creiamo uno spazio temporale. Ve la sto semplificando. E che succede? Se la persona mangia e vomita dopo un'ora, non è più piacevole, perché non è più piacevole. Anche perché semplicemente si è creato il meccanismo di digestione e quindi la sensazione che manteneva il problema viene combattuta da un'altra sensazione, da un'altra emozione.
Gli slanci amorosi, le passioni non controllate sulla base del piacere. Quanti problemi hanno creato nella vita? Pensate ai presidenti Clinton, eccetera. Per un momentaneo momento di piacere, cosa è successo? Ricordate.
L'essere umano cade su quel tipo di piacere non controllato. Pensate il cibo. Il cibo è la gratificazione più semplice che l'essere umano può trovare. Ho una giornata no, ho avuto una giornata pessima, stressante, eccetera. Qual è l'attivazione di compensazione più facile? Aprire il frigorifero e mangiarsi qualcosa. Primo messaggio: sto meglio. Secondo messaggio: vi sentite in colpa. E per compensare il senso di colpa, che fate? Mangiante di nuovo. È un circolo senza fine. C'è un piacere che porta il dolore, che viene ricompensato con altro piacere, che riporta un dolore sempre più grande.
E allora, come lo gestiamo il piacere per farselo amico? Guardate, il piacere è molto importante. Sempre il buon Sant'Agostino diceva: "Non si può vivere senza il piacere". Platone identificava che l'atto di conoscere e fare le cose doveva avere una parte di amore, una tensione erotica, la chiama Platone, ma non con l'erotismo inteso in maniera "barbara", no?
Sapete, no? Concetto di amore nel Simposio di Platone. L'avete mai letto? Poi, ripeto, il concetto di amore nel Simposio di Platone, tramite la bocca di Aristofane, ne parla come il fatto che prima l'essere umano era una sorta di unione quasi mostruosa, no? Poi si separano grazie agli dei. Queste due zone, no, la zona maschile e femminile. Ok, perché era troppo potente. Gli dei la separano. E allora ognuno di noi vaga alla ricerca della propria metà. Nasce da lì, eh. E allora è molto interessante, perché dice tutta l'evoluzione, l'eros, che è l'attenzione verso qualcosa, ricerca questo qualcosa, e fin quando non lo incontra, ha la tensione. Nel momento in cui lo incontra, lo riceve, sta meglio, e poi è rondan ad avere un'altra tensione.
E allora, quando è che c'è l'evoluzione di questo tipo di amore? Quando Eros si trasforma in Agape. Quando Eros capisce che non deve ricevere, ma si deve donare. È l'unico modo per venirne fuori. E infatti, qual è uno dei piaceri più grandi che abbiamo? Il piacere di far piacere agli altri. Preparare una cosa per l'altro, che vediamo che gli fa piacere, ci rende un piacere immenso. Quando i genitori fanno i regali ai figli, li vedono sorridere, eh, brillare gli occhi, ma che pensate che le facciano per i figli? Lo fanno per loro stessi, perché vedendo il proprio figlio così felice, sono felice loro. È un atto di egoismo sanissimo. Aiutare gli altri vi rende felici. Vedere che avete salvato una persona vi rende felici. Quindi, paradossalmente, lo fate per l'altro, ma lo fate per voi. È una dinamica di gestione del piacere molto funzionale.
Oltre al fatto, il piacere è anche più semplice. Lo stare bene con una persona, il passare una bella serata, il momento di svago, che è una base di piacere, vi ricarica, vi rigenera. Quindi, come lo gestiamo il piacere? Se ce ne priviamo, ne veniamo travolti, diventa uno tsunami. Se ce lo concediamo troppo, non ci può funzionare. Il cibo, ad esempio, no? Se vi avete voglia di mangiare una certa cosa e vi sforzate a non mangiarla in maniera volontaria, l'unica cosa di cui avrete voglia qual è? È quella cosa di cui vi state privando. Se io vi dicessi in maniera obbligatoria: "Da ora in poi, non potete più mangiare la pizza". L'unica cosa che volete mangiare quasi istantaneamente è la pizza.
Ma se vi lasciate travolgere dal piacere, quindi mangiate o fate tutto quello che semplicemente vi dà piacere, chi è che guida? Chi è il piacere che vi guida? E quindi siete nella prima via, vi andate a schiantare. Quindi chi si concede troppo il piacere, se lo deve concedere in maniera volontaria, in momenti e spazi delicati, perché un piacere imposto cos'è? Un piacere imposto è un dovere, e un dovere non è più un piacere.
Faccio l'esempio dell'alimentazione perché è quello più semplice, però si potrebbe applicare su tutto. Le persone che hanno una dinamica di alimentazione non controllata, non gli funziona nessuna dieta. E allora noi abbiamo quello che viene chiamato la dieta paradossale. Gli diciamo: "Puoi mangiare tutto quello che vuoi, quanto vuoi, senza limiti, solamente in tre momenti: colazione, pranzo e cena". In quei tre momenti puoi mangiare tutto quello che vuoi, quanto vuoi, senza limiti. Vuoi mangiare Nutella senza sosta? Te la mangi colazione, pranzo e cena, non fuori. E cosa succede? Dopo un po', una persona che si concede in maniera volontaria tutto quello che vuole, perde il desiderio, perde l'attenzione verso quella cosa, perché se la può concedere.
Voi avete la voglia di ottenere le cose perché non ce l'avete, non perché ce l'avete. Qual è il miglior modo per annientare una persona? È evitare che desideri qualcosa. E come si fa a evitare che che desideri qualcosa? Gli si dà tutto. Se voi date tutto, la persona non desidera più niente e si spegne. Cioè, noi ci muoviamo per quello che ci manca, non per quello che abbiamo. Quello che abbiamo ci serve a cercare di realizzare quello che non abbiamo. Ma molto semplice, lo vedete molto bene. Volete comprarvi una casa? Dovete avere dei soldi. Fin quando non avete quei soldi, dovete lavorare. Quindi la tensione nel voler comprare la casa vi fa fare delle cose. Le persone più depresse, e ve lo posso garantire, sono quelli che hanno un sacco di soldi, non hanno più desideri, perché a livello economico si possono comprare tutto, tutto possono realizzare, tutto quello che è materiale. E se non hanno un ancoraggio che non è comprabile con i soldi, non sanno più come divertirsi. Si inventano cose inenarrabili, ma veramente, ve potrei raccontare un paio che sono veramente fuori schema. Ma una volta che l'hanno fatto, immediatamente: "E ora che faccio?".
Io ho lavorato con un imprenditore che a novembre, tutti i novembre, tutti gli anni, era disperato, ma disperato veramente, cioè, non è, era proprio disperato, perché non sapeva cosa fare. Il prossimo anno, l'anno dopo, cosa mi invento? Non sapeva più cosa fare. Cioè, non dava più soddisfazione comprarsi la casa, comprarsi lo yacht, comprarsi la macchina. Poteva. Quindi aveva perso l'attenzione alla lotta. Per questo è una cosa strategica. È tendere verso quello che non si può realizzare. Te la ripeto: la cosa più strategica che esista è tendere, quindi avere un desiderio verso qualcosa che non si può ottenere. Non si può ottenere quello che se si può comprare, si può ottenere. Quindi non fa parte della cosa materiale. E quindi sono cose che vanno conquistate, che ci vengono donate, eccetera, eccetera. Ok, l'oltre, per esempio, una di queste cose qua, no? Avere l'attenzione verso una certa cosa che non è comprabile è una di quei desideri che vi tiene in vita tutta la vita, fino al momento in cui scoprirete se avete avuto la pensione giusta o se è stato tutto un neo inganno. Ok, ma intanto c'è l'attivazione perché vi manca. È il vuoto che tiene in piedi il pieno, non è mai il pieno che tiene in piedi il vuoto. Una coppa è utile quando è vuota. Quindi il valore di questa tazza non è questo, è questo di qui dentro che ha valore, è il vuoto che c'ha il contenitore, non è il contenitore stesso.
La rabbia, ultima. Eh, la rabbia è una delle cose più importanti che abbiamo, perché la rabbia ci permette di combattere, ci permette di attivarci, ci permette, è una delle, è l'emozione più energizzante che abbiamo. Voglio realizzare una cosa e la devo realizzare. È un'attivazione di rabbia. Quando uno sportivo fa l'ultima, non ce la fa più, perché il muscolo ha cedimento, deve fare l'ultimo chilometro nella maratona, deve fare l'ultimo scatto. Ma pensate che lo fa perché è in forma? Lo fa per un atto di rabbia. E quel tipo di rabbia vi permette di fare la performance superiore. L'animale combatte perché in quel momento sente la rabbia. Voi potete realizzare una certa cosa perché avete una tensione rabbiosa.
Verso quella cosa lì. Questa è la gestione funzionale. Chiaro che quando poi la rabbia si trasforma in ira funesta, no, diventate tutti Orlando, ok? O la rabbia diventa un veleno che vi ingoiate quotidianamente perché non la fate esplodere, allora lì diventa un problema. Infatti, le gestioni disfunzionali della rabbia quali sono? Esplodo distruggendo tutto. Esempio classico: un partner, o un genitore, o un amico. Non si controlla e vi dice di tutti i colori, no? Poi che succede? Poi vi chiede anche scusa. Però, però, intanto vi ha colpito e il livido rimane. Oppure uno se lo tiene dentro, se lo tiene dentro, se lo tiene dentro. Invece che esplodere, che fa? Implode. E allora apriamo il campo alle somatizzazioni, a un sacco di problemini, eccetera. Ok, non ce n'è una meglio o peggio dell'altra.
Quindi, la rabbia è una forza, la rabbia è una potenza. E come tutte le potenze e tutte le forze, se vengono lasciate libere, possono essere distruttive. Se vengono canalizzate, non solo non distruggono più, ma cosa fanno? Rigenerano, aiutano, creano. È il famoso esempio del di Yu il Grande, no? Questo fiume giallo in Cina, gigantesco, che esonda, distruggeva tutte le piantagioni. Provarono a costruire dighe gigantesche, ma la forza dell'acqua era sempre più potente di qualsiasi diga. Quindi, cosa fece Yu il Grande? Atto di genialità: anziché imbrigliare quella forza in una diga, costruì dei solchi in mezzo alla terra, in modo tale che quando il fiume esonda, l'acqua si canalizza in questi solchi e non solo non distruggeva più niente, ma l'acqua che circonda, che andava a giro per i solchi, diventava l'acqua che poi utilizzavano i contadini per bagnare e irrigare i campi. Quindi, la rabbia va canalizzata, non va repressa e non va fatta esplodere a caso.
Un buon modo quando uno è troppo rabbioso non è fare sport, come dicono tanti. Eh, lo dico subito, ahimè, purtroppo, un po' depotenziata, ma è momentaneo. Quindi funziona solo se voi vi distruggete nello sport, cioè arrivate a un momento in cui siete talmente tanto stanchi, in cui il corpo vi dice "ho bisogno di rigenerarmi" e quindi mette per sopravvivenza da parte la rabbia e allora poi dormite. Però vuol dire che ogni volta che siete arrabbiati vi dovete infliggere un allenamento mortale. Sennò, molto semplice: se voi la scrivete, la rabbia, questa si canalizza. La scrittura è un ottimo esempio. Quindi, o la canalizzate con una scrittura, o la canalizzate in un'attività dove voi realizzate qualcosa. Quindi, quella rabbia diventa trasformativa in relazione a qualcosa di funzionale. Quindi, avete visto che, e questo è il modo per farsi un amico, un'amica.
Quindi, avete visto che in realtà, nelle quattro strutture di base dalle quali poi emergono tutte le altre, noi abbiamo sempre una doppia visione: l'emozione che ci distrugge, l'emozione che ci salva. Noi stiamo lì nel mezzo e abbiamo il potere più grande, abbiamo una libertà: saperla gestire. Che non è controllarla. L'emozione non si controlla. La tigre non la controlli, però la puoi educare. La puoi educare per far sì che diventi amica. Alcune volte creerà un pizzico normale, fa parte del gioco. Ma è quello il segreto: riconoscere che è semplicemente una forza, una potenza. L'emozione è una potenza che noi abbiamo, che ci è stata donata come meccanismo, no, di, come dire, arsenale. Dipende dove spariamo, come imbracciamo quest'arma, questa potenza, e come la gestiamo. Ed è in noi questa capacità. Dobbiamo un po' conoscerlo.
Quindi, ci sono fortunatamente delle scuole che aiutano a fare questo. Ci sono delle pratiche che aiutano a fare questo. Quindi, non è solo un esercizio intellettuale, ve lo dico subito. Se fosse una gestione delle emozioni a livello intellettuale, quindi di volontà, sarebbe tutto facilissimo. Pensate che la volontà contro l'emozione, cioè, è pari a zero. Volontariamente rimango calmo quando sono arrabbiato. Se, se voi volontariamente rimanete immobili quando siete arrabbiati, si vede da lontano che siete arrabbiati perché siete tutti tesi, ok? O se siete impauriti rispetto a una certa cosa. No, no, ma ora mi controllo, eh. Ora divento coraggioso. Si vede da lontano che siete impauriti. Quindi, non è reprimere mai, non è pensare di dominarlo con la volontà, che è un atto cognitivo, un atto razionale, ma trovare il modo di "surfere" le onde dell'emozione. E l'equilibrio consiste proprio in questo, in questa oscillazione. L'equilibrio non è mai statico, è sempre un'oscillazione da una parte all'altra, mai nel mezzo, fermi. Ogni tanto mi lasci andare con una certa cosa per poi recuperarne il controllo dall'altra parte. E allora, in questa dinamica qua, con tutti gli errori che faremo, con tutti gli scivoloni che faremo, con tutte le cadute che faremo, rimarremo in una dinamica di equilibrio emotivo, emozionale.
Quindi, se vi arrabbiate con qualcuno, fate bene, ma potreste fare male. Se avete paura di qualcosa, fate bene, però potreste fare male. Se vi lasciate un certo tipo di piacere, potreste fare bene e eccetera, eccetera. Ora, non voglio fare troppo Gorgia, sapete, Gorgia il sofista, che parlava della morale situazionale, no? Non sono così estremo che ogni momento la sua morale e quindi la morale cambia a seconda della situazione. Ma la gestione delle emozioni sì, perché se c'è un momento in cui voi vi dovete arrabbiare, voi dovete arrabbiare anche in maniera pesante, se, se la situazione è necessaria e lo richiede. Com'è giusto avere anche un certo tipo di paura. L'importante è saper vedere i meccanismi nei quali si attivano queste cose e come renderci amica la tigre. Questo è il vero segreto: trovare il proprio equilibrio.
Quindi, ripeto, ci sono testi di riferimento. Uno molto interessante, molto carino e anche molto di lettura molto piacevole, si chiama "Emozioni: Istruzioni per l'uso", scritto da Giorgio Ardone, il professore. E ci sono anche tanti tipi di pratiche. Per esempio, un'arte marziale fatta bene è un ottimo, è un ottimo elemento di gestione delle proprie emozioni, di autocontrollo, perché ve le fa vivere, ma non ve le fa, non vi fa uscire dal limite della gestione. L'altro, per esempio, può essere in fase iniziale la meditazione. Le meditazioni in fase iniziale, poi quando lo fate un po' di più, vedete che è tutta un'altra cosa. Però, in fase iniziale, può servire a questa cosa qua, perché ovviamente vi attiva delle modalità di gestione di sé stessi che non sono né razionali né totalmente pulsionali. E quindi ritorniamo al buon Aristotele, che ci aveva visto bene dicendo che siamo degli animali razionali. Il segreto è come connettere queste due parti.
Detto questo, visto che avevo detto che c'è anche una confusione tra emozione e sentimento, vi do l'ultima definizione della serata. L'emozione, come abbiamo già anticipato, ha veramente una durata molto intensa e di breve, è una struttura di breve durata e molto intensa. Il sentimento è qualcosa che ci portiamo più a lungo termine. Infatti, l'amore non è un'emozione, la gioia non è un'emozione. È il piacere emozione. Il piacere può dar vita alla gioia, non dà vita sempre all'amore. Il piacere, lo dico subito, ok, molto più complesso. E quindi, l'altro punto importante che vorrei passarvi e poi andiamo in chiusura è che dovremmo avere dei sentimenti che non ci spaventano, dove dentro abbiamo la capacità di gestire le emozioni. E quindi vi lascio con una frase del poeta Gibran: "Se guardi in cielo e fissi una stella, se senti dei brividi sotto la pelle, non coprirti. Non cercare calore. Non è freddo, è solo amore." Grazie. Se avete il coraggio di fare domande, posso chiedere. Sì.
[Musica]
Prima, e quando parlavi del dolore e la causa del lutto, ti hai detto che eh era sano che rimanesse con quel dolore lì per un po'. Sì. Eh, non mi è rimasta chiara la parte sana di quello, no? Quando, allora, quando ci strappano qualcuno che eh per noi è importante, ci sono proprio delle fasi, no? Ok. Ma c'è un momento in cui, e non è nelle prime fasi, è più una fase intermedia, diciamo così, dove c'è ancora il dolore, non è più così pungente da impedirci di fare le cose, di vivere, però c'è ancora quella cosa lì. Ecco, lì bisogna stare attenti a non toglierselo tutto subito, perché quel tipo di dolore è la relazione che abbiamo con quella persona che non c'è più. E quindi, anche soprattutto in ambito terapeutico, ci bisogna stare molto attenti. Bisogna fargli proprio vedere che quel dolore è fondamentale averlo. Tra l'altro, è il paradosso, perché se vivete così, poi dopo, in maniera veloce, probabilmente lo sentite meno perché lo normalizzate. Però è quello, ci manca quel tipo di presenza la cui assenza è riempita dalla sensazione del dolore. Se io tolgo anche quello, non ho costruito una nuova presenza che non è solo dolore, ma è una presenza di tipo diverso. È quello il concetto. Noi, quando noi, eh, abbiamo qualcuno e poi non ce l'abbiamo più, ci abbiamo una mancanza. Quella mancanza noi automaticamente la riempiamo con qualcosa. È solitamente un'emozione, ok? Poi ovviamente viene rielaborata, viene modulata, ma c'è un momento in cui quel dolore ha un tipo di funzione specifica di mantenimento di una presenza che non c'è più. Quindi, se io lo tolgo quando non ho costruito altro sotto, poi è un problema. È quello. Grazie. Però qui è un uso sapiente terapeutico. Però qua siete nel nel centro più specializzato per queste situazioni, quindi insomma, siete molto esperti qua su questo. Grazie.
Sì, avevo capito. Perché anche gli animali hanno, diciamo, emozione, no? Queste quattro emozioni, più o meno così. Qual è la differenza, poi alla fine, la sintesi che abbiamo capito che nell'umano il sentimento, che è una cosa molto chiaramente superiore agli animali? Secondo voi psicologi, qual è questa differenza? E perché esiste questa differenza? Cioè, perché non siamo, cioè, nel senso che anche l'animale non può arrivare a un sentimento? A me non sembra di aver detto che gli animali non hanno sentimenti. No, non lo so. Io avevo che loro sono, diciamo, sono primitivi, sono, diciamo, che da un punto di vista, da un punto di vista, secondo me, è una cosa molto più frivola. Secondo lei, giustamente. Quindi, diciamo che da un punto di vista tecnico, noi siamo molto simili agli animali come funzionamento, perché il nostro paleencefalo più o meno coincide con quello degli animali. Ok? Poi, sì, per il linguaggio. No, no, il paleencefalo non c'entra niente con il linguaggio. Il linguaggio è dato dal telencefalo, che è la corteccia cerebrale, che è la. Ed è per questo che noi abbiamo una capacità evolutiva maggiore degli animali, non di sopravvivenza, di evoluzione, perché grazie al telencefalo, quindi alla corteccia cerebrale, noi siamo in grado di decodificare un suono che è una parola e dargli un significato. E io volevo... Ok, quindi, però lì entriamo proprio nella dinamica, no? Cioè, noi abbiamo questa parte più profonda che è quella che sento, e poi abbiamo una parte che ci permette il ragionamento. Quindi, cercare di arginare la sensazione con il ragionamento non ci si fa proprio, impossibile. Pensate che è stato ormai ampiamente dimostrato che anche i processi di decisione sono su base emotiva. Cioè, non esistono tecniche di decision-making, sono tutte finte, perché tutte le tecniche di come scegliere una cosa rispetto a un'altra si basano su ragionamenti razionali, quindi funzionano su carta. Però poi, quando arriva a decidere, l'ultima istanza è sempre una sensazione. Il paradosso è che se voi fate un ragionamento e poi decidete grazie al ragionamento, è perché quel ragionamento vi ha prodotto una sensazione di tranquillità. E questo è il paradosso, ok? Quindi, noi ci muoviamo sempre per sensazioni. Seneca questo lo diceva molto bene nella serenità, cioè l'essere umano si muove perché vengono mosse le proprie, le sue sensazioni. Quindi, questo funzioniamo uguale agli animali. Se non ci fosse la parte di sviluppo evolutivo del telencefalo, ovviamente ci comporteremo come gli animali. Quindi, sento, mi muovo, mangio, dormo, mi riproduco, finisce lì. Uccido una persona e dopo è come se non, non succedesse niente, no? Quindi, sono, siamo fatti in maniera sbagliata, diciamo, siamo imperfetti. Quindi, questo equilibrio che è difficile da trovare, proprio il sentire l'emozione, il vivere la forza, l'amica, ma entrare in quest'altra parte qua, no, più di coscienza, più di ragionamento, più di raziocinio. Gli animali hanno sentimenti? Cioè, la, quello che prova, per esempio, un cane nei confronti del proprio umano, non è istantaneo, è di lunga durata, anzi, ok, molto più di noi. Però il sentimento contempla anche un tipo di ragionamento. Questo è vero. Lei ha ragione in questo, ok? Contempla anche un tipo di ragionamento, però ce l'hanno anche gli animali, non è filtrato dal ragionamento, però ce l'hanno. Sì, io do molta importanza al P perché c'è tra umano e un cane, un gatto, per esempio, fa all'uomo un milione d'anni e non riesce a, magari c'ha 30-40 così modi di espressione. Noi abbiamo un milione, abbiamo a un certo momento sviluppati nel tempo come un computer, no? Vedo. È chiaro che il nostro sentimento è incredibilmente più, più evoluto, più in questo senso. Dicevo, per questo ho detto la parola, perché tra animali e noi c'è questa grande, grande. Certo, le fa coincidere il sentimento con il ragionamento, forse è questo linguisticamente che io non avevo capito la sfumatura. Ok, certo, certo. In questo senso qua, la base proprio, certo, rimangono con istinto di sopravvivenza, con anche magari un istinto di, di difendersi, di procreare, di tutto, come noi. Però tutto incredibilmente più evoluto, più come che io sono musicista, vedo come una grande sinfonia che. Sì, eh, sì. Canto di Dio, però attraverso questo facciamo. Grazie. Il punto è proprio questo, no? Cioè, il paleencefalo, sintetizzando, serve a sopravvivere. Ma se vogliamo evolvere, abbiamo bisogno di qualche cosa che ci permetta di fare connessioni. Sant'Agostino diceva che abbiamo due tipi di coscienza: la prima è quella personale, che si raggiunge studiando, ragionando, eccetera, però è sempre limitata. Per avere un tipo di conoscenza superiore, qualcuno ce la deve donare, cioè la conoscenza assoluta, in qualche modo ci deve dare delle gocce di conoscenza superiore. No, siamo nati il sesto giorno, quindi siamo perfetti. Grazie.
Ce ne sono altre domande? Altri dubbi? Ora vi sentite più addolorati dopo questa serata? Più arrabbiati? Più impauriti? Più piacevolmente? Cioè, ok. Allora, a parte gli scherzi, eh, il mondo delle emozioni è un mondo ancora sconosciuto, nonostante ci siano veramente tantissimi studi, tantissimi testi di riferimento in letteratura. Ne trovate, vi ripeto, di tutti i tipi, da una marea di classificazioni, da quelle più, eh, particolari, diamoli un termine così, a quelle un pochino più comprovate, a quelle più utilizzate, no? La famosa struttura dei cinque, le cinque emozioni di Ekman, del riconoscimento, ovviamente, delle microespressioni facciali. Ce ne sono una marea, ok? Però, in ogni caso, tutte le classificazioni che noi possiamo fare, che cosa sono? Sono dei riduttori di complessità di un mondo complesso che probabilmente non è possibile accedervi e comprenderlo totalmente. E qua, e quindi qua mi sento di dirvi di utilizzare un'antica metafora che noi utilizzavamo anni fa al centro di terapia strategica per spiegare proprio il processo: un marinaio non conosce le profondità del mare, ma se conosce bene la propria barca, può attraversare qualsiasi oceano. E questo è un po' l'utilizzo strategico che noi possiamo avere delle emozioni. Hanno degli abissi per noi inesplorati, e forse è impossibile capirli. Ma, ma nonostante che sia impossibile capire il tutto, possiamo viverci nel tutto. Grazie.
Fermi, fermi. Avevamo una domanda. Mi ha sciupato il finale. Me ne invento una. Ma la preghiera in quale ambito si può collocare? Perché a volte, per questo punto, non so più che parole usare: dominare, condurre, o allontanare, o qualcosa alle emozioni. [Musica] Funziona. Allora, com'è che metti insieme preghiera ed emozioni? Non mi è chiaro questo. Se non riesco a risponderti, le metto insieme perché certi stati d'animo io riesco a, eh, cambiarli pregando. Ok, ok. Allora, eh, forse non sono la persona più idonea a rispondere a una domanda del genere, però, però, in fase iniziale, credo che possa essere utile. State male, ok? Quindi avete un'emozione che vi fa stare male. Prego e sto meglio. Quindi la preghiera ha una funzione quasi terapeutica e e va benissimo. In fase iniziale, probabilmente, in fase un pochino di, come dire, costruzione di profondità, allora la preghiera non è più un cambiamento di stato d'animo, non è più un cambiamento emotivo, diventa una chiave di accesso, no? Che poi, è chiaro, quando si accede a certe cose, ti cambiano anche gli stati d'animo come effetto collaterale. Però, ecco, e credo che siano proprio meccanismi da, cioè, da non confondere come mezzi di gestione. Perché se noi confondiamo il mezzo che ci permette di raggiungere una cosa, ok, poiché ce ne fa raggiungere un'altra, non abbiamo capito il mezzo. Cioè, come dire, io prendo il treno. Il treno mi serve per arrivare a Milano, però dentro il treno cosa trovo? Calore, perché magari il riscaldamento funziona, e trovo anche il bar, metà metà treno che mi dà la colazione. Quindi, se io prendo il treno per scaldarmi e fare colazione, non sto, non sto utilizzando quel mezzo per come è nato, nonostante io ci faccia, possa fare colazione e riscaldarmi. Quindi, dipende sempre come noi utilizziamo quel mezzo. Cioè, qual è il fine di quel mezzo? È chiaro? Il problema è che dentro quei mezzi ci si possono trovare tante sfumature che all'inizio, ripeto, va bene. Però, forse è bene sempre avere chiaro in mente che, però, mentre io faccio colazione e mi riscaldo, questo mi porta a Milano. Quindi, ogni tanto ci faccio colazione, ogni tanto mi riscaldo, ma perché voglio arrivare a destinazione. Abbiamo un'altra domanda. Succede. Scende. [Risate] Vi dà pensare quello che dicevi che diventa una, potrebbe, rischia, c'è rischio una soluzione per non sentire, eh, eh. Queste sono riflessioni molto, molto interessanti, perché dovremmo avere, quanto tempo avete? Perché ovviamente si può diventare rifugio, può diventare nettamente un rifugio, ma non credo sia tanto sbagliato. Cioè, alla fine, ripeto, il perché nasce una cosa in fase iniziale ha poco senso. Dipende sempre come si arriva alla fine. Anche perché, cioè, ripeto, voi avete fatto delle scelte nella vostra vita non perché avete ponderato bene in fase iniziale che dovevate fare questa scelta per ottenere questa cosa, perché avete avuto un bisogno. Se fate una scelta di iniziare un percorso, fare una preghiera, eccetera, perché siete inquieti, va bene. L'inquietudine vi salva la vita. L'inquietudine, recito Sant'Agostino, ma perché mi viene lui in ok, come bisogno. Eh, direi di sì. Partiamo dalle Confessioni, che ok. Sant'Agostino dice che uno dei richiami di Dio è l'inquietudine. La persona inquieta, che non è mai soddisfatta, nonostante possa ottenere un sacco di cose, rimane inquieta, è perché ha sete di qualcosa di diverso. E quindi, se l'inquietudine, che può essere semplicemente un bisogno umano o addirittura un tuo limite in quella fase di vita, ti fa accedere a un certo mondo, era perché per farti accedere a quel mondo, te avevi bisogno di un certo tipo di richiamo che era quella cosa lì. Quindi, divento un rifugio in fase iniziale, va bene. Dipende poi come evolve. Cioè, non conta mai il perché si fa una cosa in fase iniziale. Dipende cosa quel tipo di percorso, quel tipo di attivazione ci fa diventare. È quello il punto. Certo, mica penserete che le persone che fanno scelte anche radicali è perché hanno avuto la vocazione in fase iniziale, hanno avuto chiaro tutto fin dall'inizio. Probabilmente perché avevano delle paure, dei bisogni, delle emozioni non gestite, dei problemi. Eh, ma senza quei problemi non arrivavano a quel punto lì. E se non arrivavano a quel punto lì, non avrebbero realizzato certe cose. Il perché venite chiamate certe cose conta poco. Conta molto di più, una volta che siete sul treno, diventare capotreno di quel treno. Quindi, ci monti perché hai freddo e poi diventi qualche altra cosa standoci dentro. Quello conta, non perché. Ci sono altre domande? Vi sento attoniti. Bene, allora, visto che sono le 22:40, eh, mi avevano detto di parlare poco. Ho detto: "Parlerò ancora meno". E invece è andata lunga. Allora, visto che comunque è mercoledì e sento che avete sonno, vi lascio con un'ultima riflessione che è un po' anche, ah, penso ci fosse un'altra domanda a fine. No, det. Andiamo poi sincrono. Ogni volta vado in chiusura, facciamo. Vi lascio con l'ultima riflessione: se avete paura a fare una cosa, se avete timore nel cercare di realizzare una certa cosa, se vi viene il dubbio se siete in grado o no di fare una certa cosa, fate la scelta più saggia. Fatela. Così capirete due cose: la prima, scoprite che probabilmente eravate in grado di farla. La seconda, se scoprite che non, non eravate in grado di farla, vi fa imparare che quello è un limite che o dovete superare in altro modo o che non va superato. Quindi, se siete indecisi tra fare e non fare, fate sempre male che vada. Imparerete qualcosa. [Applauso] Grazie.