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la conoscenza dell'altro

anna pagani9:20

Transcription

Tra spagnoli e indiani è stato scontro o incontro tra civiltà? Sappiamo che gli spagnoli hanno conquistato, hanno sottomesso e hanno anche sterminato, quindi si parla soprattutto di scontro. Ma come hanno comunicato tra loro spagnoli e indiani? Come hanno riconosciuto la diversità? Dalla lettura di ciò che è stato scritto all'epoca dai testimoni che hanno vissuto quel momento, possiamo riconoscere, purtroppo, un pregiudizio. E il pregiudizio sottintende scontro.

Vediamo prima di tutto, facciamo una breve lettura di Gonzalo de Oviedo. Gonzalo de Oviedo lasciò la Spagna per il Nuovo Mondo nel 1514, dopo aver ottenuto la carica di sovrintendente reale alla fusione dell'oro. Poi ebbe altri numerosi incarichi militari. Oviedo viaggiò moltissimo nel continente americano e poi cominciò anche a scrivere. Fu talmente riconosciuto da essergli conferito il titolo onorifico di cronista della Spagna. Poi scrisse anche una storia monumentale, quindi ebbe piuttosto peso nella cultura della sua epoca. I suoi scritti sono però permeati da questo pregiudizio morale e un violento disprezzo.

Quindi un pregiudizio di questo tipo. Leggo soltanto questo pezzettino estrapolato dalle tristemente celebri pagine dedicate alla vita sessuale degli indigeni, considerati depravati e corrotti. "Di case ore del matrimonio che osavano questo atto che per noi cristiani teniamo per sacramento, come si possa dire essere appresso questi indiani o un sacrilegio, che anzi si deve credere che il demonio costoro congiunga, perché molti ne avevano mogli due e più, e capi indigeni tre o quattro e quante ne volevano. E un capo indigeno, Goacanagari, aveva certe mogli con le quali si congiungeva nel modo che vogliono fare le vipere." Questo brano, queste righe non hanno bisogno di commento.

Andiamo a leggere un'altra testimonianza di un'altra personalità importante, un umanista spagnolo, Juan Ginés de Sepúlveda. Anche lui, però, scrive fortemente guidato da un pregiudizio di superiorità. Riprende l'idea aristotelica della teoria della schiavitù naturale, cioè che esistono gli schiavi in modo naturale. E Sepúlveda scrive un dialogo tra Demófilo e Leopoldo II, personalità razionali, molto ragionevoli, ma uno ha sempre ragione, è destinato ad avere sempre ragione, e l'altro sempre torto. E Demófilo rappresenta colui che ha sempre ragione. Questo, in questo dialogo, lo storico, lo storico Pubken Buck, definisce la requisitoria più radicale che fosse mai stata scritta a favore dell'inferiorità degli indiani d'America. Infatti, Demófilo considera l'indiano d'America una creatura, si legge testualmente, di un'innata debolezza mentale e costumi barbari e disumani. Quindi non è, questi barbari non sono neanche messi in quello umano. Ecco il forte pregiudizio di superiorità. Lo schiavo naturale, quindi, non possiede una libertà personale. Soltanto col passare del tempo, riconosce Sepúlveda, ossia quando gli spagnoli sono stati capaci di trasmettere loro dei buoni costumi e li hanno convertiti alla religione cristiana, allora soltanto in quel momento sarà possibile, dice, trattarli con maggiore libertà e confidenza.

Passiamo a vedere una terza testimonianza, quella di Bartolomé de las Casas. Bartolomé de las Casas è stato, era un domenicano spagnolo che fu il primo ecclesiastico a prendere gli ordini nel Nuovo Mondo e divenne il primo vescovo delle Americhe, nel Messico. Scrive moltissimo, scrive anche, per esempio, a Carlo V per denunciare le responsabilità dei conquistatori nell'orribile, nell'orribile genocidio, per condannare la riduzione in schiavitù che perpetravano contro gli indiani. Quindi è sicuramente una voce molto differente rispetto alle prime due che abbiamo appena ascoltato. E che cosa dice Las Casas degli indiani? Dice che sono gente poverissima, che non possiede, non vuole possedere beni temporali e per questo non è superba, non è ambiziosa, né avida. La loro intelligenza è limpida, sgombra e viva. Sono capaci e docili ad ogni dottrina, adattissimi ad accogliere la nostra santa fede cattolica e anzi sono la gente più adatta, ciò che Dio creò nel mondo.

Colpisce, quindi, il fatto che Las Casas sia indotto a descrivere gli indiani in termini quasi interamente negativi o privati, cioè sono senza difetti, non sono questo, non sono quello. E oltretutto, anche in altri punti della dell'opera di Las Casas, Las Casas descrive gli indiani soprattutto nel loro stato psicologico, quindi sono buoni, tranquilli, pacifici, pazienti. Ecco, come era anche solito fare Colombo. E quindi, in realtà, bisogna ammettere che il ritratto degli indiani che si ricava dalle opere di Las Casas è molto più povero di quello che ci ha lasciato Sepúlveda. Oltretutto, Las Casas non è in grado, non è stato in grado, almeno, di riconoscere le diversità tra gli stessi indiani, pur avendo viaggiato molto. Gli indiani sono tutti così, senza differenze. Ecco, allora, che per questo motivo è stato scritto all'inizio che, vertendo meno di Las Casas, anche Bartolomé de las Casas fu guidato da un pregiudizio, un pregiudizio di uguaglianza. E quindi, anche in questo caso, si può parlare di scontro con con gli indiani.

Allora andiamo alla conclusione. Scontro, incontro. Il problema, quindi, che c'è stato all'epoca, ma che possiamo riscontrare anche in altre epoche, in altre occasioni, in ogni occasione in cui due civiltà si incontrano e si scontrano. Possiamo anche attualizzare ad oggi, dove le civiltà sono globalizzate. Il problema è nella comunicazione. Imporre o proporre la propria cultura. Non esiste solo un'alternativa: giustificare le guerre coloniali in nome della superiorità della civiltà occidentale o, dalla parte opposta, rifiutare ogni interazione con lo straniero in nome della propria identità. La comunicazione deve essere non violenta. Occorre proporre la propria civiltà. Questo tipo di comunicazione esiste ed è un valore che occorre difendere.