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temporado. [Musica] [Musica] omrati [Musica] [Musica] [Musica] om sarwa [Musica] 바케구단게루게송단계단계마 [Musica] [Musica] 마케단게 징계로 [Musica] Muni [Risate] [Musica] [Musica] Махани сони [Musica] Махани단기라도 [Musica] [Musica] [Musica] 기진기남계바르 상계단속기남주파도다니수지기남기라 [Musica] [Musica] 상당기 [Musica] 전파도니수 nelud, nel sang prendo rifugio. Fino all'illuminazione, con la pratica della generosità e delle altre perfezioni, possa io ottenere lo stato di Buddha per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. [Musica] 나모하다 담게 Dento. Buonasera. Buonasera. Volevo cominciare oggi con un po' una condivisione, un racconto più che altro, un punto di riflessione di quest'ultima notte.
Mentre stavo per venire, stavo entrando qua, mi è venuto un sonno, una botta di sonno, e stavo lì pensando: "Perché sento così tanto sonno?". E mi son ricordato di questa notte dove ho dormito bene, però sono stato svegliato circa cinque volte dalla mia cagnolina che viene lì, mi dà di quelle zampate che ha bisogno di uscire. Però, per sue ragioni di salute, in questi periodi non può uscire in giardino, passare la notte fuori, perché per il freddo di qua, di là. E quindi ha la fissa che deve uscire di notte per vendermi da quelle zampate.
Mi alzo di notte, mi leva, cerco di fare tutto con gli occhi chiusi per poter tornare a letto e riuscire a dormire subito. Vado lì, scendo, mi vesto perché fa freddo, non devo prendere freddo di qua, di là. Scendo, apro la porta per lei, aspetto che faccia quello che deve fare, la richiamo, poi ritorno, eccetera, no? Più o meno cinque volte. Questa notte sono andato a dormire molto presto. La prima volta è stata verso mezzanotte, l'ultima alle 5:30.
Però, al di là, mentre dicevo questo, mi è venuta una riflessione, no? Che è quando noi aiutiamo qualcuno, quando noi facciamo qualcosa per qualcuno, molto spesso la parte di fatica o la quantità di fatica che abbiamo nel fare qualcosa per qualcuno riguarda quando noi usciamo dalla nostra propria zona di conforto. Quindi sentiamo una fatica, sentiamo un fastidio, eccetera. Tipo, a me mi piace dormire, quindi se sto dormendo e viene lì e prima sento il... poi dopo mi sveglio, ma non mi alzo e mi arriva la zampata dolce, eh! Non è non è proprio aggressiva, neanche così, è un po' fortina. Non è che sia la cosa più piacevole, no? Però dipende molto da quel momento lì quale è per noi la nostra priorità.
Perché quando noi ci troviamo dinanzi a qualcuno che non sta bene, in qualunque modo sia, essi, e che noi facciamo qualcosa per l'altro e ci permettiamo di vedere l'altro, ci permettiamo in qualche modo di dare importanza all'altro, c'è la fatica dello svegliarsi piuttosto che, ma non c'è sofferenza. C'è la stanchezza fisica, ma non la stanchezza mentale, emozionale. Non c'è quella cosa del "non dovrebbe essere così", "ma perché lo sto facendo?", "ma guarda come mi rompi le scatole", "ma questo non va bene". Quell'aspetto genera tanta fatica, tanto quanto la fisica, se non di più.
E quello che accade è che quando il malessere dell'altro, o meglio il nostro affrontare il malessere dell'altro, ci toglie dalla nostra zona di conforto, purtroppo, non sempre, ma ogni tanto, certe volte spesso, diventa oggetto di avversione. Quindi noi non vogliamo soffrire la base. Di base vogliamo star bene, non vogliamo soffrire e abbiamo delle procedure, se vogliamo così chiamarle, molto molto semplici e ormai abbastanza assodate, che è che quando abbiamo una... quando abbiamo una sensazione di piacere verso coloro e le situazioni, persone, esseri che noi colleghiamo con la nostra situazione di piacere, sensazione di piacere, sviluppiamo attrazione. Verso una... una sensazione di malessere, sofferenza, sviluppiamo avversione.
E che cosa c'è in comune fra queste due? Noi stessi. Il punto, il denominatore comune è l'io. Se fa bene all'io o se fa male all'io. Non c'entra l'altro. Quindi certe volte diciamo: "Come voglio bene, che bello, ti voglio bene, ti amo, voglio bene te o voglio bene quello che sento quando sto con te, quello che sento che tu mi dai", eccetera eccetera. Perché quando non mi fai più il bene di prima e non sento bene e comincio a sentire male nella tua presenza, ti voglio bene ugualmente? Spero di sì, però non è detto che avvenga. Ok?
E questo è quello che noi chiamiamo di solito l'amore egoista, dove io ti amo così come amo il cioccolato. Io prendo bene cura dei miei cioccolati. Non è che scelgo un posto bello nello scaffale per mettere il cioccolato che sia in un posto asciutto, la giusta temperatura, perché mi piace molto il cioccolato. Prendo bene cura del cioccolato quando lo mangio con rispetto, poi lo chiudo bene. Però quando noi amiamo il cioccolato, in fondo, che cosa stiamo dicendo noi stessi? Quando dico "io amo il cioccolato", è che quando mangio il cioccolato sto bene, mi piace. Non è che noi ci importiamo più di tanto col cioccolato, perché il giorno che il cioccolato non mi fa più bene, cambio gusto, non mi piace più, vedo che mi fa male, cosa faccio con tutti i cioccolati che ho tenuti lì nello scaffale? Trovo un'altra sistemazione o no? Perciò l'amore egoista è l'amore che abbiamo verso il cioccolato. E certe volte noi amiamo gli altri con questo modo.
Noi possiamo dire verso qualcuno: "Io ti amo perché non può..." Quando qualcuno... più che quando sento dire "ti amo, non posso vivere senza di te", dico: "Stammi lontano". Nel senso che stai proiettando la tua felicità su di me. Questo non funziona perché poi a un certo punto non riuscirai a star felice, di chi sarà la colpa? Mia, ovviamente. E non... non funziona. Perciò dico: "Stammi lontano", un po' una battuta, eh, non è che non è che deve essere proprio così. Però quello che succede è quando noi amiamo qualcuno, nella maggioranza delle volte, essendo ben sincero, è un insieme di sentimenti. C'è dell'amore egoista perché, diciamoci la verità, siamo egoisti o no? Siamo egoisti, ci teniamo alle nostre sensazioni, ci teniamo a quello che è "mio" ed è prioritario per noi. Ok?
Perciò quando io sono davanti a una persona, a me mi è già capitato di avere un profondo affetto verso qualcuno, di voler che quella persona stia bene veramente, eh? E amare quella persona, nel senso che io desidero profondamente la tua felicità, standandomi lontano, nel senso che l'interazione fra di noi ci fa male, non funziona. Questo non toglie il fatto che io voglio che tu sia felice, che tu stia bene e che farò il possibile nelle mie possibilità perché tu stia bene e sia felice. Però una cosa non toglie l'altra. Questo non toglie il fatto che allo stesso tempo vedo che la nostra interazione non funziona e quindi preferisco mantenere distanze.
Ci può succedere così come può succedere che abbiamo un sentimento a qualcuno di una attrazione perché sentiamo che la presenza, qualunque aspetto sia dell'altra persona, ci fa star bene. Però in fondo noi non ci preoccupiamo, non ci occupiamo, non ci interessiamo più che altro dell'altro veramente. Può succedere questo anche. E quando vediamo che abbiamo tutti e due i sentimenti, mi interesso dell'altro, sì, però anche ho attaccamento per l'altro, quindi ci sono tutte queste cose insieme che è normale. È importante piano piano vederle, riconoscere sia una che l'altra per poter scegliere quale dei due vogliamo nutrire.
E quando abbiamo un sentimento di affetto, di amore, più è profondo, più è sincero, più riusciamo anche a star vicino a qualcuno che ne ha bisogno senza sentire il sacrificio, senza sentire un senso di peso, di fatica, di dolore, nella gioia di poter fare, prendere cura, eccetera. Quindi posso svegliarmi cinque volte di notte, passare la giornata un po' così, senza il peso di dire: "Ah, ma guarda che fatica, ma guarda questo cane, ma chi me l'ha mai fatto fare? Ma perché è così? Ma perché cosà?". Eccetera eccetera eccetera. Perché poi gran parte della nostra fatica è mentale più che fisica.
Fatica fisica. Non ho dormito una notte, dormo un'altra, è finito lì, mi faccio il pisolino al pomeriggio. Adesso mentre torno ad Albagnano, dormo in macchina, poi dormo. Domani mattina alle 7:00 devo partire per Bergamo, però va bene, non fa niente, dormo in macchina anche lì. Però per fortuna non guido. Però quello che succede non mi tocca. Una volta guidavo sempre io, adesso non più.
Ehm, quello che succede è che quando invece noi sentiamo che la fatica dell'altro, la sofferenza dell'altro, comincia a toglierci dalla nostra zona di conforto, ok? La nostra tendenza molto spesso è quella di generare avversione verso l'altro. Ok? Quindi generiamo avversione, c'è una persona vicino a noi, questa persona si trova in un momento particolare di difficoltà, ha delle reazioni o delle cose che a noi non ci piacciono, che per noi sono faticose. Dentro di noi, se usciamo dalla zona di conforto, la nostra tendenza è di reagire con aggressività, con avversione di partenza. Non lo so, avete mai mandato qualcuno a quel paese mentalmente senza doverlo verbalizzare, dire "Ti voglio bene", però proprio... Ok?
Qua ci sono un po' di cose da fare. Prima cosa importantissima di cui abbiamo già parlato diverse volte è il fatto per noi di imparare a distinguere fra comportamenti, azioni e persona. Io non ho nessun problema di dire: "Questo comportamento mi fa schifo, questo modo di parlare non mi piace, quella cosa lì non son d'accordo", però tu non sei quel comportamento, tu hai quel comportamento e tu hai anche altri comportamenti che mi piacciono. Quindi cosa devo sentire? Però tu mi piaci o tu non mi piaci perché quella parte mi piace e quell'altra non mi piace? Tutti noi siamo fatti di tantissimi aspetti, anche contraddittori.
Quindi io ti voglio bene, veramente voglio che tu stia bene. Il fatto che io ti ami non toglie che quel comportamento lì a me mi fa male, non riesco a viverlo bene. Quindi desidero tanto che tu possa superare quel modo di agire, che quel comportamento è una cosa che a me non mi fa bene. Questo non toglie il fatto che io posso anche fare il mio sforzo per imparare ad affrontarlo meglio, perché alla fine dei conti tocca a noi fare quello che è nostro. E come tu ti comporti è un problema tuo, come io vivo il tuo comportamento è un problema mio. Non è che è un problema tuo nel senso "me ne frego". È un problema tuo nel senso che io non posso risolvere il tuo comportamento. Solo tu puoi risolvere. Io posso cercare di aiutare in qualche modo, però alla fine tocca a ognuno, no?
Però quando noi riusciamo dentro di noi a fare questa distinzione nella quale non andiamo a generalizzare sulla persona tramite un comportamento specifico, uno o più anche, perché la tendenza che abbiamo certe volte è quella di prendere un'attitudine, un'azione, un comportamento, mettere un'etichetta e generalizzare. Quindi diciamo: "Quella persona è... ah, quella persona è scortese, aggressiva, rompiscatole", ognuno mette le sue. Ma aspetta un attimo, com'è scortese? Ma ieri era gentile, eh. Sì, però non hai visto gli altri momenti. Ma è come se dico: "No, ma questa persona è gentile, no, ma adesso è scortese che non ha visto gli altri momenti". Ok?
È come l'esempio che ho fatto più volte con i bambini, quando si dice: "Che cosa fa di una persona un bugiardo?". Avete mai detto: "Qualcuno è un bugiardo"? Cosa determina che una persona sia una persona bugiarda? Qual è la parte di partenza? La bugia. Ok. Non c'è una domanda a trabocchetto qua. Molto semplice. Perché uno sia bugiardo deve mentire. Ok. Adesso viene la vera domanda. Quante volte deve mentire per essere bugiardo? Basta una, una ogni frase, eh, una bugia al giorno, una bugia ogni volta che sei in difficoltà, una bugia ogni volta che sarebbe meglio dire la verità, una bugia ogni volta che è scomodo dire la verità. Cosa fa di una persona un bugiardo? Quante volte deve mentire?
Se basta una volta, siamo tutti bugiardi, no? È una persona sincera, all'opposto di bugiardo, cosa ci vuole per essere sincera? Dire la verità. Quante volte deve dire la verità per essere una persona sincera? Sempre? Non esiste una persona sincera. C'è qualcuno qua che ha sempre detto la verità, assolutamente in qualunque situazione? Chi fa così di solito c'ha qualche tipo di autismo, qualcosa del genere. Ok? Però a quel punto non potremmo più dire: "Questa persona è sincera". Il mio punto di vista è che la realtà è che non esistono persone bugiarde e non esistono persone sincere. Esistono persone che dicono la verità e dicono bugie, che in certi contesti mentiscono e in altri contesti sono sincere. C'è chi è più sincero più spesso, c'è chi mentisce più spesso. Però non c'è una persona che è categoricamente bugiarda o sincera. E ci siamo su questo.
E questo ci porta al fatto che quando noi chiediamo: "Questa persona è...", praticamente non possiamo mettere nulla dopo. "Questa persona è buona", è sempre buona in qualunque situazione? Ogni tanto qualcosina un po' non buona ci può stare. Ok? "Quella persona è cattiva verso tutti e sempre". Non credo proprio, mai visto. Di solito anche le persone che fanno cose terribili c'hanno sempre qualcuno a cui hanno un certo tipo di affetto, amore, eccetera eccetera. Perciò non generalizzare la persona, non dire "questa persona è", ma invece cercare di giudicare le azioni.
Il punto cruciale qua è che quando io giudico la persona, l'attrazione e avversione che vado a generare va verso la persona. Quindi se tu sei una persona buona, ti voglio bene o attrazione verso di te. Se sei cattivo, ho avversione verso di te. Se sei buono, devo starti vicino. Se sei cattivo, devo starti lontano. Ok? Se invece di giudicare la persona io giudico le caratteristiche: "Questo modo di parlare è buono, quel modo di parlare è cattivo". L'attrazione e l'avversione va verso il comportamento. Ok?
E questo è già una cosa che in se stesso ci aiuta a non andare a generare conflitti e avversioni verso uno piuttosto che verso l'altro, ma allo stesso tempo anche di avere più coerenza con le persone che ci stanno vicine, perché una delle difficoltà è: "Ti voglio bene, sei il mio marito, la mia moglie, il mio amico, il mio padre, il mio figlio, sei qualcosa che fa parte della sfera del mio e alla categoria di chi devo voler bene, quindi ti voglio bene, fai parte di quello". E di solito cosa succede quando qualcuno a cui vogliamo bene ha un comportamento che noi non siamo d'accordo, ha un'attitudine che secondo noi è sbagliata, anche fortemente sbagliata?
Spesso cerchiamo di giustificarlo o cerchiamo in qualche modo di coprirlo e dire: "Ma sì, ma poverino, non è proprio così, ma guarda che è buono". Si vede questo nei commenti. Quando qualcuno ci fa un commento brutto su qualcuno che vogliamo bene, cerchiamo di giustificarlo. "No, guarda, sì, è vero che è così, però guarda che anche cos'ha, è anche buono. Guarda che non è proprio così". O cerchiamo di dire: "Sì, è vero che quella persona è aggressiva, ma tu hai visto l'infanzia che ha avuto?". "No". "Sì. Ah, guarda mio padre. Mio padre, guarda, è di un'aggressività, ma non hai conosciuto mio nonno? Povero, povero lui". Ok, quindi quando noi qualcuno è nella categoria di chi vogliamo bene e ha un comportamento che noi non condividiamo, spesso abbiamo la tendenza di giustificarlo, di andare a dire "no" o "è perché lui è una vittima". Andiamo a vittimizzare la persona o andiamo a cercare di compensare con qualcos'altro che c'era.
E invece quando ci troviamo al contrario, qualcuno a cui abbiamo avversione, che ci sta antipatico, qualcuno a cui abbiamo avversione e viene fuori che ha fatto una cosa bella, cosa facciamo? "Che bello! Rigioiamo, non fidarti. Guarda, alla superficie sembra così, però in fondo non è. Guarda che quella volta lì ha fatto quella cosa lì cattiva, non è proprio così. Sembra ma non è". Cerchiamo di sminuire quella qualità. Ok?
Io credo che questi due comportamenti nascono da una nostra difficoltà di poter mettere sullo stesso piatto, mettere insieme delle incoerenze nei comportamenti, proprio perché noi abbiamo la tendenza di relazionarci con l'immagine della persona, un'immagine idealizzata della persona e non dei contenuti. Noi non dobbiamo preoccuparci tanto dell'etichetta che c'è sopra, ma del contenuto che c'è dentro. E poter guardare qualcuno e dire: "Guarda, ti voglio il bene del mondo, hai questo aspetto e quell'altro che io ti seguirei e sono d'accordo e rigioisco e ti ammiro. Questo è quell'altro comportamento. Non mi piacciono e spero tanto che tu possa cambiarli". Non ho problemi di parlare di qualcuno che amo e vedere l'ombra di quella persona, perché solamente riconoscendo l'ombra che si può portare la luce. Ma allo stesso tempo qualcuno con cui c'è una difficoltà particolare non ci deve essere problemi di vedere la sua luce, di vedere lati positivi, perché una cosa non toglie l'altra. Ma noi possiamo scegliere con quale relazionarci, con quale vogliamo incrementare.
Perciò, tornando a dove da dove siamo partiti, quando nel rapporto con l'altro, l'altro si trova in un momento di difficoltà e questo nell'interagire con quello io esco dalla mia zona di conforto. Se riesco a non attribuire, diciamo, la mia uscita dalla zona di conforto alla persona, al cane, ma a una situazione, a una caratteristica. La mia avversione va verso quello. C'è una persona che agisce in un modo a causa di una malattia. Attribuisco quella mia uscita della zona di conforto alla malattia, quindi la mia avversione va verso cosa? La malattia. Quindi quello mi dà energia e forza per affrontare quella malattia e aiutarla. Se io generalizzo sulla persona, diventa ancora più faticoso aiutare quella persona, perché tu sei causa della mia sofferenza per il quanto che io ti voglio bene. E naturalmente quando l'altro è causa della nostra sofferenza a livello istintivo, noi vogliamo creare distanza.
Il problema che accade è che quando generiamo certi sentimenti e non riusciamo ad affrontarli in tempi brevi, la tendenza è che piano piano prendono mano e vanno costruendo qualcosa dentro. Vi racconto un'esperienza mia. Diversi anni fa ero ad Albagnano, dovevo venire a Milano e avevo preso un appuntamento con un amico, fatti tanti anni ormai per andare al cinema e lui era uno e ancora, però all'epoca andavamo al cinema una volta all'anno insieme e a lui piaceva vedere i film con lui lavora con la musica eccetera, voleva avere con l'audio giusto eccetera. Quindi c'era una sala cinematografica specifica, il cinema di Melzo e c'era lì e aveva tutta la fissa che una volta l'anno si andava lì, prendevamo l'appuntamento prima eccetera eccetera.
Sono ad Albagnano e a un certo punto la Maganchen mi dice: "Guarda che c'è la mia nipote tibetana che deve andare a Milano, visto che tu stai andando la puoi portare insieme". Ho detto: "Con piacere, figuriamoci". Vado da lei e dico: "Guarda che sto andando a Milano, si esce, si parte a quest'ora. Però io oggi ho un appuntamento con un amico per andare al cinema, visto che a Melzo e lei doveva venire via Marco Polo, ho detto: "Andiamo insieme al cinema, ti offro io". È un film simpatico, non era niente di particolare. Poi dopo, se e dopo ti porto insieme, andiamo insieme via Marco Polo". "No, a me non mi piace il cinema". Ho detto: "Vabbè, non sarà mica una tortura, dai, ti sto dando il passaggio eccetera eccetera". E lascio. Finisce lì la storia pensando che era tutto bene.
A un certo punto arriva la Maganchen, mi dà uno sgrido di quelli fenomenali, come poche volte ho ricevuto nella vita, anche pubblico, davanti a tutti, erano tanti tibetani, in tibetano, e mi dice qualcosa come: "Vai avanti a nascondere la sporcizia di sotto il broccato", che è un modo tibetano per dire che prima o poi questo scoppia. In tibetano c'era un modo per dire abbastanza forte come cosa. Ho detto: "Ma cosa sta succedendo qua?". Ha detto: "No, hai detto che dovevi andare a Milano. La mia nipote non può più... non può andare perché tu devi andare al cinema e quindi lei non può andare con te". Ho detto: "Aspetta un attimo, no, no, no, no, va tutto bene. Io posso anche cancellare il cinema se è per quello, se c'è bisogno di portare lei". "No, no, non cancelli, ormai è così". Poi io testardo ho detto: "No, dobbiamo trovare a mettere tutto insieme. Chiamo mio amico, cambio orario del cinema, la porto prima a Milano, andiamo nella... nella dopo nella sessione successiva".
E sono rimasto a riflettere e ho compreso, non c'è voluto tanto per vedere che quello che la Maganchen ha fatto in quel momento, che è stato fondamentale, è stato colpire per fermare un processo sottile non appena avesse cominciato. Qual era questo processo? Maganchen era una delle persone più libere, aperte e senza tabù che ho conosciuto nella mia vita. Non c'era argomento su cui non si potesse parlare con chiunque, mai visto attitudine di pregiudizio verso uno, verso l'altro, su qualunque cosa. Ok? [Musica]
Ehm, quello che era successo è che quindi lui non aveva problemi che io andassi al cinema, ma figuriamoci, assolutamente zero problemi. Al contrario, accontento, se io stessi bene, eccetera. Però la Maganchen era una persona che era tutto il tempo della sua vita era costantemente dedicato agli altri, al dharma, a fare le cose in un modo gioioso, eccetera. Però stava sempre facendo, io un po' scherzavo, dicevo, era un po' una fregatura su certi versi perché sembrava che era tutto libero, tutto in joy, libero, senza tante regole, poi uno lavorava 24 su 24 ore, non si fermava mai, c'era sempre da fare qualcosa. Cosa un po' scherzando diceva una fregatura, in verità non era.
E mi sono accorto che lui essendo lì sempre dedicato a fare le cose per gli altri eccetera eccetera, io, errore mio, mi sentivo un po' in colpa nel fare qualcosa che era un andare al cinema, una qualcosa per me, di divertirmi un po' così. Lui non avesse mai imposto questo su di me e quindi non stavo nascondendo nulla, però non le stavo neanche dicendo. Non è che ho detto: "Guarda, vado al cinema". Non c'era neanche bisogno di dire da un certo punto di vista pratico, però c'era da parte qualche parte dentro di me un lieve senso di colpa e quindi un certo nascondere, una cosa molto molto sottile che lui l'ha beccata e lì fermato. E lì ho capito, ho capito: il problema non è che io vada al cinema, il problema è che io non mi senta a mio agio di condividere qualcosa e di dire apertamente perché da qualche parte sto generando un sentimento che non è sano.
E quando c'è un rapporto fra due persone, come avevamo fra di noi, che era molto puro, come una frequenza molto in sintonia, basta una piccola cosa fuori frequenza che si sente l'umore e quando c'è qualcosa che è perfettamente in frequenza, non appena comincia a uscire, quel fruscio lì devi sistemarlo subito, se no dopo un po' ti abitui a quel fruscio. E quando vedi, ormai hai preso una distanza diversa, ormai si creò una tale distanza che si fa molta fatica a sistemarlo dopo subito. Ci vuole molto più tempo per sistemarlo.
Io quella volta sono profondamente grato e anche fortunato da parte mia che quando ho ricevuto la sgridata non mi son messo sulla difensiva, perché la nostra tendenza è metterci sulla difensiva e lì dalla difensiva no, sorge il contrattacco e da quello viene l'avversione: "Ma perché mi hai detto questo? Ma io non ho fatto niente, ma guarda, pure davanti a altri avresti potuto dirmi quando ero da solo, ma cosa c'è di male? Qual è il problema di andare al cinema?". Avrei potuto da quello generare una cosa, avendo una profonda fiducia in lui che mi amasse. Perché la fiducia non è solo la fiducia "mi dice la verità". Questa è la fiducia più banale, importante, ma la fiducia più importante è "io mi fido che tu mi ami, che la mia felicità è importante per te e quindi tu farai le scelte, le azioni relative a me, pensando al mio benessere". E di questo io ho avuto sempre totale fiducia con la Maganchen.
Quindi quando lui mi ha sgridato, io ho avuto la fortuna di non mettermi sulla difensiva, ascoltare e vedere che cosa avevo da imparare in quello. E lì mi è venuto questa grande lezione che quando c'è qualcosina che sta andando un po' fuori sintonia, dobbiamo stare attenti subito a beccarla e a fermarla. E quello che accade è che quando siamo vicini a un'altra persona e a un certo punto noi andiamo a collegare nei nostri collegamenti interni un nostro stato di malessere, una nostra fuoriuscita dalla nostra zona di conforto con quell'altra persona, il nostro modo normale, naturale di reagire è: "Esco dalla zona di conforto. Chi è il colpevole? Avversione, distanza?". E lì abbiamo un conflitto. "Ti voglio bene, ma non voglio stare con te. Ti voglio bene, ma questa cosa non è". Comincio a generare avversione.
Una volta succede una situazione, sto male, genero una certa avversione, quella comincia a lavorare lì dentro, poi passa la situazione, passa quello, tutto bene. Dopo di un po' si ripete una situazione simile, un'altra volta fuori dalla zona di conforto e più facilmente generiamo quel sentimento di avversione e piano piano quello lavora, lavora, lavora, lavora finché un giorno siamo davanti all'altro e non riusciamo più a connetterci con quel sentimento di amore, di attrazione, di affetto, perché quella avversione ha preso e non sappiamo neanche evidenziare il perché, non sappiamo neanche dire: "Guarda, la ragione è questa piuttosto che quell'altra". È qualcosa che ha lavorato in modo subdolo piano piano da dietro. Non so se riuscite a riconoscere questo. Ed è delicato.
Questo succede dai genitori ai figli, dai figli ai genitori, succede nelle coppie. Succede nelle migliori famiglie, ok? Può succedere in qualunque ambito, anche nell'ambito guru-discepolo, può succedere in tantissimi ambiti. Questo in qualunque ambito di rapporto umano e in parte è normale, però spesso è meglio essere anormale. Perciò è importante per noi osservare questo e vedere che quando usciamo dalla zona di conforto, la vera ragione per la mia fuoriuscita dalla zona di conforto è la mia incapacità di gestire la situazione in un modo in cui io riesco a star bene.
E qua ci sono due cose importanti. Io mi accorgo che sono io che non riesco a star bene in quella situazione, però quindi non vado a incolpare te, ma vado a creare distanza finché non riesco a star bene in quella situazione. Non so se è chiaro questo. Quindi io non incolpo te, non genero odio, avversione verso di te. Tu sei nella tua situazione di difficoltà, con le tue storie, reagisci in un modo, hai dei comportamenti che io non riesco a viverli bene. Riconosco la mia limitazione in questo, cerco di reagire diversamente. Se riesco bene, se riesco a mantenere la neutralità meglio, se riesco a non lasciarmi trascinare dalla avversione meglio. Ma se vedo che è difficile, meglio creare un po' di distanza da certe situazioni, da certi contesti, perché ho ancora la mia debolezza e non riesco a non reagire in quel modo e non voglio lasciarmi trascinare da quei sentimenti e quei comportamenti. Ok?
Io personalmente ho sempre avuto un carattere con degli aspetti, diciamo così, nel mio vedere buoni e non buoni. E c'è un aspetto mio che è... c'è un brutto carattere che per esempio se c'è una situazione di un certo tipo di conflitto o di cose e tu hai un comportamento che io non riesco a viverlo bene, sto male e che per me faccio fatica, che soffro dinanzi a quello, la mia tendenza non è di litigare, non è di andare contro, io taglio ed è bruttissimo, per l'altro. È peggio ancora, perché l'altro quando c'è un litigio c'è ancora uno scambio di energia, no? Per fortuna ho fatto questo poche volte nella mia vita e non voglio ripeterlo perché è molto... è molto violento certe volte questo taglio, no? Però ci sono state situazioni in cui ho anche detto: "Ho detto, guarda che questo io non riesco a non star male dinanzi a questa situazione, questo comportamento. O cambiamo dinamica o io devo tagliare". Mi viene in mente un caso in cui ho dovuto tagliare per un certo tempo per poi dopo ricucire, rilegare, riconnettere e oggi sta tutto bene. Però ci sono modi diversi di reagire.
Però io ho visto che quando c'è una situazione in cui non riesco, non riusciamo a non reagire male, la colpa non è dell'altro. L'altro sta vivendo la sua dinamica della sua vita nelle sue sofferenze, nelle sue rabbie, nelle sue tristezze, in quel che sia. Ma io c'ho le mie limitazioni e non riesco a non vivere male quella situazione. Per questo creo una certa distanza inizialmente interna, più che altro. Poi dove è necessario anche esterno, senza entrare possibilmente in un sentimento di rabbia, di avversione, di aggressività verso l'altro. Non so se è chiaro questo.
Particolarmente quando qualcuno che è vicino a noi soffre, è faticoso certe volte dare amore quando l'altro è in un momento di sofferenza ed è faticoso star vicino. Questo mi ricorda una frase che ho sentito una volta di Roberto Saviano che diceva qualcosa come: "Quando meno meritiamo di essere amati è quando più ne abbiamo bisogno". E quando noi vediamo la sofferenza dell'altro... Esiste un livello in cui io vedo la sofferenza. Esiste un altro livello in cui io vedo le cause della sofferenza e vedo anche le manifestazioni della sofferenza e cerco di vedere che è tutto connesso.
Per esempio, l'aggressività e la violenza. Dalla mia esperienza sono sempre manifestazioni di sofferenza. Una persona che sta bene, che è contenta, felice, rilassata, in pace, agisce con aggressività, con violenza, in un contesto sociale dove stiamo tutti bene, in pace, andiamo ad agire con violenza? La violenza è una sorta di, come posso dire, di ricerca disperata, di star bene, di far vedere al mondo qualcosa che non va bene dentro di sé, di cercare di affrontare un dolore che uno ha dentro di sé. Per questo che molto spesso succede che chi subisce certi tipi di violenza successivamente agisce similmente. Ok? In parte follia, però c'è una logica e vediamo questo sia a livello individuale che a livello collettivo. Ok?
Questo perché? Perché io in qualche modo devo affrontare quella mia sofferenza e trovo dei modi che non sono sani, ma reagisco dinanzi a quello. Quindi quando io vedo qualcuno che agisce con violenza, che agisce con aggressività, se riesco a andare oltre e vedere che dietro quelle parole, dietro quelle azioni, c'è della sofferenza e quanto vorrei che non fosse così. Ok. E questo è un'attitudine profonda di permetterci di accogliere l'altro vedendolo al di là della sua aggressività, della sua violenza, del suo comportamento malsano e vedendo il comportamento come una conseguenza di qualcosa di malata, di qualcosa di malsana che c'è più profonda. Ok?
Questo non vuol dire che rimango in prima fila a prendere gli schiaffi, ok? Ma vuol dire che io mi accolgo questo aspetto e cerco di dire: "Ok, voglio tanto che tu stia bene". Questo è un aspetto della compassione che è importante. Questo aspetto ci permette di avere compassione e di amare, che poi le due cose vanno insieme, anche quando l'altro si comporta in un modo che non sono d'accordo, anche quando l'altro si comporta in un modo che mi fa del male, che mi ferisce. Perché il più grande limite che noi abbiamo nell'amare l'altro è il nostro proprio egoismo. Se tu hai un comportamento che mi fa male, faccio fatica ad amarti. Perché? Perché mi devo proteggere? Perché riconosco in te la causa di mia sofferenza. Invece quando riesco a vedere che anche se hai un comportamento in fondo quello viene da una tua sofferenza, viene da un tuo disagio, vedo la tua fragilità, voglio che tu stia bene.
In poche parole è come se dovessi... se dovessi andare a cercare un colpevole. Vedo che il colpevole di quell'azione in cui soffro non sei te, ma sono i condizionamenti che tu hai e la sofferenza che hai di fondo. Non so se non so se è chiaro questo. E quello cambia. È come se, non so, se qualcuno viene e ci picchia con un bastone, no? A chi diamo la colpa? Chi è l'oggetto di avversione? Il bastone. Perché non è il bastone? Quello che ci ha toccato il braccio è stato il bastone. Cosa diremo? Se vado lì ti picchio col bastone, tutti arrabbiati, come dicono, arrabbiati col bastone. È stato il bastone. Picchiati. Cosa mi diresti? Eh no, non è la causa primaria il bastone.
Quindi ti arrabbi con chi? Con la mano, no, col braccio, con il corpo. Di solito ce l'abbiamo con la persona, ma la persona è la causa primaria di quell'azione di violenza o è la sua rabbia, il suo odio, la sua ignoranza, il suo egoismo, la sua sofferenza più profonda che la fa agire in quel modo? Quando noi riusciamo a cercare di vedere la causa primaria, da dove viene quell'azione che genera sofferenza, di solito va al di là della persona. Ok? E questo ci aiuta a riuscire ad amare e avere compassione in un livello un po' più maturo.
Perché io non sto parlando qui unicamente di situazioni estreme dove noi vediamo situazioni di profonda violenza, no? Cose assurde che purtroppo nel mondo ci sono e troppo, ma sto parlando anche e principalmente anche delle situazioni quotidiane che tutti noi abbiamo. Perché quando abbiamo un rapporto vicino, no, come da genitori a figli, figli a genitori, qualcuno una volta mi disse: "Ai lama, no, perché io non vorrei mai assolutamente far del male ai miei figli". Impossibile, così come un figlio non può non far del male ai suoi genitori, perché siamo ignoranti nella nostra interazione, anche senza volerlo. Prima o poi ci sarà un qualcosa che io andrò a dire, che andrò a fare o non andrò a fare o non andrò a dire quando si aspettasse che io avrei... Ci vuole nulla perché uno rimanga male, o no? Questo fa parte delle nostre interazioni. È normale questo.
Perciò quando noi viviamo la nostra realtà quotidiana, no? È un po' come per dire la grande difficoltà dell'armonia in un insieme di persone e anche questo quando questo insieme è uno più uno, eh, non è che un insieme partendo da due in più, è che l'armonia fra queste persone vuol dire l'armonia fra i veleni mentali di ognuno. Quando uno è calmo, l'altro nervoso. Quando uno è felice, l'altro è triste. Perciò è normale che ci sia gelosia, ci sia invidia, ci sia paura, c'è attaccamento, ci sono aspettative. Ed è normale che se voi siete rimasti male nel comportamento di qualcuno, vuol dire siete vivi. Siamo vivi, siamo qua insieme nel samsara cercando al meglio.
È come qualche giorno fa che ero lì ad Albagnano scendendo verso il centro, il tempio, incontro una persona parlando così di qua: "Come stai?". Eh, diceva: "No, sono qua, devo gestire un po' com'era che ha detto esattamente le parole, adesso non mi ricordo, però qualcosa del genere, eh, sono qua a gestire un po' le emozioni di uno, le emozioni dell'altro, relazionarmi con queste cose". Ho detto: "Ottimo, vuol dire che siamo vivi. Il giorno che non devi più gestire le emozioni di uno e dell'altro, vuol dire che siamo tutti morti, o no?". È così.
Perciò quando siamo dinanzi a qualcuno che è vicino a noi, che ha dei comportamenti consapevolmente e inconsapevolmente che noi viviamo male, che ci fanno uscire dalla nostra zona di conforto, che il punto poi alla fine dei conti è quello, cerchiamo di non proiettare quello sulla persona. Facciamo un lavoro di non cercare, di non permettere di andare a creare quelle avversioni, quelle tensioni sottili che vanno piano piano a permeare. E lì dove vediamo che accade, perché accade, è importante vederlo il quanto prima e pulirlo da noi verso l'altro. Ricordarci: "Ma guarda qua, io ho avversione di quello che sto vivendo, di questa situazione che non so gestire bene, ma io ti voglio bene". Dirlo, aiuta. Ok, però ricordiamoci anche dall'altra parte sembrano contraddittori, ma sono complementari.
Quando invece siamo in una situazione dove c'è un comportamento che noi non riusciamo a non vivere male, dobbiamo riconoscere quello, dire: "Guarda che quel comportamento lì a me non funziona, quindi quello non va bene, quel comportamento non riesco a viverlo bene, devo creare distanza dal comportamento". La difficoltà che noi abbiamo quando noi abbiamo una persona che ha comportamenti contraddittori. Contraddittori nel senso che alcuni comportamenti per cui abbiamo attrazione ci fanno bene e altri comportamenti a cui abbiamo avversione ci fanno male e sia in un caso che nell'altro generalizziamo sulla persona.
Quindi io non ho capito, ma tu sei buono o cattivo, perché lì sei cattivo e lì sei buono. Invece dobbiamo capire: "Guarda tu che cosa sei? Una persona con dei comportamenti che li vivo bene e dei comportamenti che li vivo male". Per questo di questi comportamenti non voglio ispirarmi e non voglio connettermi, ma io vedo che dietro questi comportamenti c'è una tua sofferenza, quindi cerco di accoglierti e ci sono dei comportamenti belli a cui ringrazio.
Io ho imparato queste cose in qualche modo alle prime volte. C'è stato una volta che ero andato a Borobudur con la Maganchen, ero ragazzino e ed era un periodo che stavo bene, proprio stavo proprio bene. E ho fatto questa preghiera, questa richiesta e ho detto: "Guarda, io vorrei tanto poter imparare di più ad affrontare delle difficoltà perché mi son detto: 'Come potrò mai aiutare qualcuno? Se la mia vita va sempre bene, come posso aiutare qualcuno che sta vivendo una certa difficoltà se io stesso non l'ho mai vissuta?'". E c'è bastato chiederlo. Poco tempo dopo è cominciato un processo di degenerazione abbastanza in declino, vivendo delle situazioni difficili, vivendo situazione di preconcetto, situazione di, come si dice, discriminazione, aggressività sottile, nascosta. Eh, devo dire che ho passato le mie.
E la cosa che mi ha aiutato molto è stato quella di fare la distinzione fra le cose che tu mi hai fatto bene. Io sono in profonda gratitudine e ti voglio bene e per questi comportamenti io creo una certa distanza. Poi c'è stata una cosa che è successa un giorno, una situazione più che una cosa che è successa un giorno, delle situazioni abbastanza difficili. Ehm, in realtà non c'è nulla da nascondere, però ogni volta che tocco questi argomenti non entro mai nei dettagli perché non ho mai reso che sia di beneficio per nessuno, che altro è quello.
E parlando con la Maganchen, la Maganchen mi disse una frase che mi colpì. Mi ha cambiato la mia prospettiva. Mi ha aiutato moltissimo. C'erano persone che avevano dei comportamenti che io vivevo molto male, comportamenti nel modo comune di vedere abbastanza brutti. Parlando con la Maganchen, la Maganchen mi disse: "Sai, loro non sono altro che una mucca portata via da un ladro. Diciamo che abbiamo le mucche". Ok? "E a un certo punto viene il ladro delle mucche", questo è un proverbio tibetano, "viene il ladro delle mucche, porta le mucche via. A chi dai la colpa? Alla mucca che è andata via?". Che il ladro non riesce a prendere le mucche in braccio. La mucca deve camminare per andare via, quindi non è che le porta a forza, chissà come, però la mucca va più o meno dove la portano. Quindi è una analogia per dire qualcuno che non ha la propria forza di volontà, ma si lascia trascinare da qualcuno che ha una forza maggiore.
Quando lui mi disse questo, queste persone erano trascinate da un contesto sociale che era più forte della loro forza di volontà e mi ha aiutato a vedere la loro debolezza all'interno di quello e quello mi ha pacificato tantissimo perché ho semplicemente detto: "Ok, mantengo una certa distanza visti questi comportamenti e mantengo la gratitudine verso quello che ho ricevuto". E sono in pace con voi.
Perciò la nostra vita è fatta di rapporti umani e dobbiamo stare attenti a non nascondere da noi stessi le ombre, vederle, accoglierle, curarle con affetto, con amore, anche se fa male, no? Certe volte quando c'è... è un po' come ancora da vedere, qua c'ho qualche giorno fa avevo in questo dito qua una piccola spina entrata, no? Alla fine era abbastanza lunga, quando l'ho tolta era quasi mezzo centimetro e faceva un male! Quindi avevo quella cosa lì qualche giorno col dito fermo. Per toglierlo ho fatto ancora più male. Ho dovuto andare lì con l'ago, tagliarlo, tagliare il puntino perché ormai era cresciuta la pelle sopra, non veniva più fuori di qua, di là, eccetera.
eccetera, finché non è venuta fuori quella cosa sottile sottile, però un po' lunga è venuta fuori, ah che sollievo! Certe volte noi abbiamo cose nascoste dentro di noi, abbiamo dei dolori, delle cose mai dette, delle cose mai dette neanche a noi stessi. Lasciamo stare il dirlo agli altri.
Perché, per esempio, abbiamo vissuto magari qualcosa di male e non abbiamo il coraggio di dirlo a noi stessi perché crediamo che se io riconosco che quello era male, vuol dire anche che sto giudicando male l'altro e non posso dire questo di quella persona, a me stesso. È chiaro questo? Invece, se non viene tirato fuori, il corpo prima o poi cerca di espellere quella cosa lì. Se io non togliessi quella spina che era entrata nel mio dito, oltre il fatto che non potevo più toccare niente col dito, noi sappiamo adattarci. Il corpo prima o poi cerca di buttarlo fuori, ok? Quindi si creerebbe lì un'infezione, il pus eccetera, per buttare fuori quella cosa.
Quando dentro di noi teniamo delle cose che abbiamo vissuto male, che certe volte non riusciamo neanche a dirlo a noi stessi, finché non viene data chiarezza, finché non viene messa fuori, troveremo i modi per manifestarlo. E certe volte sono delle infiammazioni, delle infezioni che vanno avanti, vanno avanti, vanno avanti e possono distruggere relazioni, possono distruggere varie situazioni quando in realtà è una spina che è lì dentro.
Perciò è importante per noi permetterci di vedere l'ombra, vedere l'ombra delle relazioni, vedere l'ombra nella nostra relazione con l'altro. Non dico la relazione di vedere l'ombra nell'altro, ma vedere l'ombra in me, io ho vissuto questo. Guarda che lì c'è un dolore, guarda che lì c'è qualcosa per cui io sono rimasto male. Non per incolpare l'altro, ma per permetterci di portare luce. E quando io riesco a vedere l'ombra, ma allo stesso tempo vedo anche la tua difficoltà, vedo la tua ombra e quindi accolgo anche te. E non ti incolpo dinanzi a quello. Questo naturalmente faccio fatica a metterlo in parole, ma c'è un processo di guarigione che ne viene fuori naturalmente.
Quindi il mio punto è: stiamo attenti a non coltivare delle tensioni, delle avversioni che piano piano sono cose piccole, però piano piano crescono finché non diventano cose grosse. E lì dove ci sono già, permettiamoci di vederle, di accoglierle con un certo affetto verso di noi e verso l'altro. Permetterci di lasciarlo andare, perché se c'è una cosa che non ci fa bene è portare avanti il rancore. Questo non fa bene a nessuno, ogni tanto c'è.
E io non parlo del rancore, non solamente di cose successe anni fa. Io parlo delle cose successe ieri sera, questa mattina, questo pomeriggio, settimana scorsa. Certe volte ho la sensazione che rimaniamo così aggrappati a delle cose che ci fanno male, no? È un po' come due analogie che mi ricordo a questo proposito.
Una volta ero a Pechino, il giorno del mio compleanno, era il primo anno che sono andato a studiare in Tibet e stavo aspettando i permessi che ci hanno voluto più tempo. Sono stato lì un bel po' a Pechino, che poi è una bella città, Pechino, ha tantissimi templi bellissimi eccetera, al di là di quello. Fatto sta che spesso mi portavano a cena in vari ristoranti cinesi, persone che conoscevano Laaganchen, i vari gen, mi portavano un giorno e non ce la facevo più con il cibo cinese. Buono, sotto tanti aspetti, però c'era un giorno che proprio non ce la facevo più. Era il mio compleanno. Io mi sono detto: "Guarda, mi sono fatto il programma che c'era". Al mattino andavo a vedere dei luoghi sacri che mi piacevano. C'è un parco che si chiama Bay High Park dove c'è uno stupa mandala di Yamantaka. Molto bello. Volevo andare lì, fare la giornata, tornare in albergo, ordinarmi una pizza e mangiarmi io la pizza dell'albergo. Ah, che bello, ero contento. Eh, all'epoca non c'era il problema del lattosio, o non lo sapevo, quindi ero felice nella mia ignoranza in quel senso, se ci fosse.
E fatto sta che vado per fare questo luogo sacro. Un mio amico mi aveva mandato la macchina con il suo autista e lui mi aveva detto il giorno prima: "Guarda, domani è il tuo compleanno, mi dispiace non posso portarti a cena perché ho una cena di lavoro". Ho detto: "Meglio per me, bene, grazie". Ok, grazie, però ti mando la macchina per fare il tuo pellegrinaggio, andare a camminare. Ok, finito. Esco lì, ero con calma, l'autista mi dice: "No, guarda, abbiamo fretta, dobbiamo andare". Ho detto: "Ma cosa c'è?" Mi dice: "Ciffan", che vuol dire mangiare. Cena. Ho detto: "No, no, no, no". "Sì, sì, sì, sì, c'è la cena". Ho detto: "Vabbè, io non parlavo tre parole di cinese, ok?" Mi porta in questo posto, arrivo, era un palazzo grande ed era una cosa stranissima. Era un ristorante fatto a piani dove al piano terra c'era un ristorante enorme con tantissima gente, molto popolare. Poi, man mano che salivi, diventava più chic, poi qualche piano sopra erano stanze con la sua cucina privata, cuochi privati, salotto per attesa e tavolo per cenare e mi porta in un posto così.
Rimango lì, non capisco niente, ero da solo, mi sono detto: "Ma sarà che il mio amico ha cambiato idea?" A un certo punto arrivano tre ragazzi cinesi, non parlavano una parola di inglese, ok? Eh, dopo 40 minuti cercando di parlare, capisco che loro erano amici del mio amico che, visto che lui non poteva portarmi a cena, ha mandato i suoi amici a portarmi a cena. Ok, mi trovo davanti nel tavolo il menù con le foto e a un certo punto uno di loro va lì e fa vedere questo. Ho detto: "Questo molto molto buono, odore non buono, ma molto molto buono". Vedevo anche il prezzo altissimo. Ho detto: "È maleducato non accettare quando ti offrono qualcosa in questi contesti". Va bene. Arriva questo piattino che era piccolo così con dei funghi. L'immagine mentale che mi è venuta, non appena mi hanno messo il piatto davanti, era di un piccolo stanzino pieno di scarpe puzzolenti, senza finestre. Rimango un po' stordito da quell'odore e penso tra me e me: "Qual è il modo più veloce di smettere di sentire questo odore? Mangiarlo". Quindi non ho fatto altro che mangiarlo il più velocemente possibile e chiedere di portare via il piatto perché i resti lì potevano ancora avere il loro odore. Vuoi di più? Assolutamente no.
E poi quello mi ha ricordato una cosa. Quando c'è qualcosa che ha un gusto cattivo, un odore cattivo, le scelte sono: o mangi? Ok. O sputi, ma se il problema è l'odore non tenerlo davanti, no?
L'altra analogia era in viaggio in Tibet, ci fermiamo in un villaggio, diverse persone e a un certo punto c'erano la gente del posto, contadini e molto carini, portavano qualcosa perché nella cultura tibetana originariamente non vai mai da qualcuno con le mani vuote. Quindi hanno regalato a noi che eravamo lì, erano contenti di vederci, ci regalavano quello che avevano e fra questo c'erano i loro formaggi e c'è un formaggio che lo portano tipo collana, anche dei cubetti bianchi duri come la pietra che di solito si mette a cucinare, sta lì una giornata intera a cucinare, ok? E poi sono ancora duri, però dopo cucinato danno il gusto alla zuppa eccetera eccetera. Ok? Ci sono alcuni molto molto bianchi che volendo si rompono anche, sempre duri, ma non sono questi. Questi cubetti di pietra li regalano sempre e dopo un po' passano delle ore in viaggio in pullman e vedo delle persone con qualcosa in bocca, no? Che per educazione hanno preso il formaggio, grazie, e non si sentivano di sputarlo ed era troppo grosso per ingoiare, no? Sarà un pezzo così. Io sono andato da loro, ho detto: "Guardate, se vi piace tenetevelo in bocca, ma se non vi piace meglio toglierlo perché sennò arriverete in Italia, partiamo nel prossimo viaggio, ed è ancora lì".
Perciò da questo mi viene in mente una cosa. Quando c'è qualcosa che non ci piace, un brutto gusto in bocca, o si ingoia o si sputa, ma non si tiene in bocca. No, ogni tanto io vedo situazioni dove c'è una persona che fa fatica con qualcuno al lavoro, poi se lo porta a casa, se lo porta a letto, va a fare le vacanze insieme. Non sto dicendo che si è sposato, non è quello. Stai lì a cena a parlare di quella persona, va lì a letto ancora a parlare, a pensare perché quello lì è in mezzo alle vacanze. Ma tu non sai quella persona lì, ma lascialo stare, gli fischieranno le orecchie, non lo so, ma lascialo stare. Ok?
Quando noi ci ricordiamo qualcosa che non ci piace, il nostro corpo reagisce quasi come se fossimo davanti a quello. Quando c'è una situazione che per noi è spiacevole, che non ci piace, eccetera, l'affrontiamo al meglio quando siamo lì e poi mettiamo l'energia su qualcos'altro, da qualche altra parte, senza far finta a noi stessi che quella cosa non c'è. Ossia, dobbiamo accogliere le nostre ombre, vedere le nostre ferite per poterle curare, ma allo stesso tempo non stare lì a ripeterle e rinforzarle. Ok?
Per questo il relazionarsi fra di noi e mantenere un rapporto sano è una vera arte, non è una cosa facile, non è una cosa ovvia, però il rapporto più difficile è quello di noi con noi stessi e lì non c'è dove scappare, anche se ci proviamo, eh, ci proviamo a scappare da noi stessi con la televisione, con i filmati, con i media sociali, con i piaceri sensoriali, con l'alcool, con la droga, con il sesso, con tante cose. Uno cerca di scappare da se stesso, cerca di scappare dalle proprie emozioni, dai propri sentimenti, no?
Questo mi ricorda una monaca occidentale, Getsum Palmo, oggi conosciuta in questo modo. Lei da giovane ragazzina aveva vent'anni, diventò buddista negli anni '60, andò in India, lunga storia breve, fece un ritiro di meditazione di 12 anni in una caverna da sola. Ok? Ehm, un giorno dopo tutto questo, qualcuno le chiede: "Ma stare così tanto tempo da soli in una caverna non è un modo per scappare dal mondo?" No, ti isoli, stai da solo, senza vedere nessuno, in mezzo alle montagne, non è che stai cercando di scappare da qualcosa? E lei diceva: "Guarda, in realtà è il contrario. Quando sei da solo con te stesso non hai più dove puntare il dito. Agli inizi stai un po' male per una cosa, cerchi il colpevole, dopo un po' stai male, cerchi il colpevole, dopo un po' tu sei da solo. Il giorno che ti svegli storto a chi vuoi dare la colpa? Sei da solo. Il giorno che non c'è, sei da solo. E lei diceva che quello di cui si era accorta è che molto spesso nella vita di tutti i giorni il creare tante cose da fare è un modo per scappare da se stessi. Noi molto spesso scappiamo dai nostri sentimenti, dalle nostre paure, dalle nostre invidie, da quello che sentiamo, stando occupati con tante cose da fare.
Quindi la tendenza di non voler affrontare la nostra propria realtà, i nostri propri dolori, le nostre proprie ferite, è una cosa per cui si cercano i modi per scappare da quello che ogni tanto va bene. Il fatto di ogni tanto fare delle cose che ci piacciono, che ti fanno rilassare un po', che uno non pensa, quella va benissimo, ma è importante per noi essere sinceri con noi stessi e affrontarci. E per affrontarci dobbiamo in qualche modo accoglierci con affetto, facendo la stessa cosa di cui abbiamo parlato prima, che è non giudicare la persona, ma le azioni, le scelte. E ricordiamoci che se noi non riusciamo ad accogliere noi stessi, non riusciremo mai ad accogliere l'altro.
Quindi questo lavoro di guardare verso di noi, di vedere le nostre ombre, vedere le nostre ferite, vedere le stupidate che abbiamo fatto e che magari facciamo ancora, vedere i nostri propri condizionamenti negativi senza permetterci di entrare in una dinamica di colpa. Perché il punto qui non è puntare il dito e dire dov'è il colpevole, il punto è vedere l'ombra, vedere la ferita, per poter intraprendere un percorso di guarigione. E uno dei primi passi per un processo di guarigione è avere una buona diagnosi e per quello dobbiamo ascoltare i sintomi. I sintomi sono come degli allarmi che suonano, ma se io ho dei sintomi e costantemente li metto sotto il tappeto, cerco di zittirli, non vedrò qual è la dinamica malata, non vedrò qual è la malattia. Perciò cerchiamo di non entrare in una dinamica di colpa perché non c'è il colpevole, non c'è da puntare il dito, c'è da accogliere le nostre dinamiche malsane per cercare di non ripeterle e per mettere l'energia nella parte opposta che piano piano ci fa uscire da quello.
E qui ci sono alcune situazioni in cui la nostra, come posso dire, la nostra ragione è abbastanza forte e ci sono situazioni in cui no. Mi vengono in mente due miei momenti. Un momento in cui per fortuna è durato poco perché è stata una delle cose più spaventose che abbia mai vissuto. Spaventose. Non so neanche se è il modo giusto di dirlo, eh, brutte, spaventose, che è stato un periodo durato circa 6 mesi in cui ho perso un certo controllo che ho sempre avuto da bambino e da bambino ho sempre avuto questa cosa di avere molta coerenza fra quello che sento e quello che penso e se anche se ho un sentimento per una cosa dico no, sì, no, controllo di me stesso. C'è stato un periodo breve, 12 anni fa, 10-12 anni fa più o meno, in cui dicevo: "Non devo fare questo" e lo facevo e rimanevo così. È come se fossero due persone in una. "Ma come funziona questo?" mi chiedevo a me stesso, ero un po' non ero abituato, perché vedevo che allo stesso tempo che sapevo che quella cosa andava fatta non la facevo o che quella cosa non andava fatta la facevo. Se sono qui e dico: "Non devo bere l'acqua"? No, no, lo so che non devo bere l'acqua, no, l'acqua assolutamente non è da bere. Mi piace, cioè, la sto bevendo, la bevo, però non è da bere. Ok. E quel periodo, che non so quanti mesi, massimo 6 mesi, anche meno, magari tre, non mi ricordo di preciso il tempo esatto, io ho una memoria temporale molto scarsa, è stato importantissimo perché mi ha fatto vedere qualcosa che prima non conoscevo. Ed è quando abbiamo un'emozione forte a un punto tale che la ragione può dire quello che vuole, che però non ha nessun potere. E questo di solito avviene di due tipologie: attrazione e avversione. Possiamo avere dell'avversione verso qualcuno o qualcosa, per quanto diciamo "Non devo allontanare il bicchiere", non riusciamo a non allontanarlo e possiamo avere delle attrazioni che per quanto diciamo "Lascia stare il bicchiere lì dov'è", non riusciamo a non prenderlo. Ok?
Quello che ho imparato per me stesso è stato permettere di vedere e non giustificare quello che accade. Quindi vedo il mio desiderio, vedo la mia avversione, vedo i miei sentimenti che mi spingono verso un certo tipo di azione che, anche se io so che non è una cosa sana, lo vedo e non vado a vittimizzarmi perché mi sono accorto che la tendenza che abbiamo all'inizio è quando abbiamo un comportamento che noi stessi sappiamo che non è giusto, però ci vittimizziamo. Io so che non dovrei fare così, eh. Ma come posso farlo? Guarda quello che mi è successo, guarda quello che fa l'altro, guarda dove mi trovo. Ma mica è colpa mia, è colpa tua.
Non so, mi viene in mente l'altro giorno, non mi ricordo neanche esattamente il contesto ad Albagnano, stavo parlando che tutti erano benvenuti in gompa eccetera eccetera ed è venuta fuori la storia di come uno si veste, no? Ho detto, noi al centro non abbiamo un dress code, come si dice in italiano, un codice di abbigliamento e ed è successo che qualcuno qualche volta è venuto vestito in un modo che qualcuno credesse che non stesse bene. Una delle poche volte che sono andato lì dopo ho sgridato, ho detto: "Mai più". Ma non c'era mica la regola: "Tu vestito così non puoi entrare". Abbiamo delle regole della nostra società in generale. È successo una volta che una ragazza si è tolta tutti i vestiti in mezzo al gompa. C'era qui un maestro che si chiamava Gesen Avanera. Stava insegnando, c'erano una ventina, una trentina di persone. Una ragazza poi ha avuto qualche suo momento di difficoltà, qualcosa, è andata un po' fuori, ha avuto un surto di qualcosa, era in fondo a tutti, si è tolta tutti i vestiti, si è messa a fare le prostrazioni totalmente nuda e hanno visto la faccia di Gescera che piano piano sbiadiva e non sapeva bene cosa fare e poi qualcuno ha visto, si è accorto, l'hanno accolta, l'hanno aiutata e ok. Ma l'esempio che facevo, se qualcuno si veste in un modo, no, io gli ho fatto l'esempio della minigonna, il problema non è di chi si mette la minigonna, il problema è di quello che non riesce a non guardare dove devi guardare, che è verso il lama e sta lì a guardare le gambe della ragazza, quello è il problema. Non so se è chiaro questo. Ok?
Quando noi abbiamo delle nostre dinamiche malsane, anche se sappiamo che sono malsane, incolpiamo la ragazza che si è messa la minigonna, no? È come purtroppo qualcosa che io so di persone che hanno subito questo, che hanno subito una violenza sessuale e che a un certo punto, quando questo è venuto alla luce, anche a livelli di legge eccetera eccetera, gli viene chiesto: "Ma com'era vestita?" Ok? Perché si fa in modo che quel comportamento è come se la persona che ha avuto un comportamento sbagliato, anche sapendo che il comportamento è sbagliato, si vada a vittimizzare cercando un colpevole in altro modo. Ok?
Perciò, sto facendo degli esempi un po' come se fosse una caricatura, un esempio un po' all'estremo che è più facile da capire perché è ovvio che se c'è una violenza la persona che agisce in quel modo violento non è vittima dell'altra perché era vestita in questo modo piuttosto che quell'altro, non è quello. Quello che succede però è che nello stesso modo, a livello molto minore, più sottile, quando noi vediamo di avere un comportamento che ci accorgiamo che non va bene, certe volte cerchiamo di vittimizzarci, cerchiamo di incolpare il mondo o l'altro perché ci stiamo comportando in quel modo. "Eh, lo so che non dovrei essere così, però guarda come ti stai comportando". "Non dovrei fare così, ma guarda quell'altra situazione com'è". E quello che accade è che quando noi ci vittimizziamo dinanzi a un nostro comportamento malsano, la nostra tendenza è di toglierci la responsabilità di noi stessi e quindi non mettere più lo sforzo per cambiare quella condotta.
Quindi, se io ho un comportamento di violenza sessuale e vado a incolpare la ragazza che era vestita in un modo piuttosto che in un altro, il punto non è che io devo rivedere la mia condotta, la mia incapacità di gestire il mio desiderio e i miei impulsi. Io devo assicurare che nessuno più si vesta in quel modo. Ci siamo, su altri livelli facciamo lo stesso. Perché quando riconosciamo che abbiamo una condotta malsana, perché la cosa interessante è che la persona che agisce con violenza in questo caso non sta dicendo che quell'azione sia giusta. Sta dicendo che "ah, io ero una vittima, io non potevo non agire in quel modo vista la situazione in cui mi trovavo". E quindi si deve agire sulla situazione e non sulla condotta. Quando noi invece andiamo ad ammettere, non vittimizzarci di ciò che ho sbagliato, sì, perché non riesco a gestire i miei impulsi, perché ho un certo tipo di desiderio che non riesco a trattenermi. Mi dispiace, ho sbagliato, quindi devo mettere sforzo nell'imparare ad agire in un modo diverso, nell'affrontare le mie proprie ombre e non nell'incolpare l'altro. E questo riguarda tantissimi livelli nella vita di tutti noi.
Quindi uno dei punti fondamentali è: cerchiamo di non vittimizzarci e allo stesso tempo neanche, come posso dire questo, vittimizzarci da noi stessi. Quando ci mettiamo con un senso di colpa siamo un po' la vittima di noi stessi e anche questo non funziona. E qui rientra un'altra dinamica stranissima che è: "Mi sento in colpa per aver fatto questo, quindi devo soffrire. Però quando ho sofferto abbastanza sono a posto". No, che se ne frega se soffri o non soffri. Non è quello il punto. Il punto è che devi smettere di agire in quel modo. "No, ma io ho pagato il conto per quello che ho fatto, quindi lo posso ripetere". Sembra due amici che una volta erano nella piazza lì, a, come si dice, la Piazza Rossa che c'è a Mosca. Questi anni '94, qualcosa del genere. A un certo punto due italiani hanno avuto una discussione con un ragazzo russo lì di qualcosa, si sono alzati le mani e uno di questi ha dato un pugno in faccia a quel ragazzo russo. Viene la polizia, 50 dollari di multa per un pugno. "Ah, sì", gli ha dato un altro, ha pagato 100. Ok, non è così che funziona la vita. Non è che "ah, ho sofferto tot per aver fatto quella cosa sbagliata, ho già sofferto, quindi lo ripeto", no?
Il punto è: ho un comportamento che riconosco che è malsano, riconosco che il mio comportamento ha delle sue radici, prendo coraggio di guardarmi negli occhi, di vedere la radice di quel comportamento e di fare un lavoro per non ripetere quel comportamento. Quello sì. E non devo punirmi o soffrire perché la punizione non serve. E questo è qualcosa che comincia da noi con noi stessi, però viviamo un po' nella cultura della colpa, no? Fa parte. Perciò se noi riusciamo ad accogliere noi stessi, a non entrare in un modo in cui andiamo a sentirci in colpa, ma riusciamo a vedere la nostra ombra, vedere i nostri comportamenti malsani, dal modo di agire fisicamente al modo di parlare, arrivando fino al modo di pensare. Conosco quali sono i miei comportamenti che non sono buoni, che sono malsani, accolgo senza incolparmi e dico: "Che bello che vedo, devo stare attento a non nutrire questa attitudine, devo cercare di agire in un modo diverso. Mettere energia in quello". Ripeterò quella stupidata? Sicuramente sì. Speriamo di no, però probabilmente sì. Quando la ripeto, accolgo ancora perché l'ho ripetuta perché ho un'abitudine e non sono così forte da un giorno all'altro e poi piano piano vado a cambiare il comportamento. Se io vado a vittimizzarmi e incolpare l'altro, non metto la forza nel cambiare quel comportamento. Ok?
E questa è una delle chiavi nella vita, che è quella di rivedere quello che stiamo facendo. Rivedere gradualmente perché naturalmente facciamo delle cose che non funzionano. Io ho visto, per esempio, delle volte che ho avuto dei modi di parlare o dei modi di fare che non avevo nessuna intenzione di far del male a nessuno, zero. Però ho visto che quel modo di comportarmi non era sano nei confronti dell'altro. L'altro rimaneva male, quindi mi dispiace, devo imparare ad agire diversamente perché non sono da solo nella vita. Quindi: "Ah, ma non volevo farti del male", cosa c'entra? Grazie che non volevi farmi del male, però me l'hai fatto. Quindi cerchi, meno male che non volevi farmi del male, però visto che dobbiamo interagire, cerchiamo di imparare uno con l'altro quali sono i modi per poter aiutarci e non farci del male. E fa parte da parte nostra di adattarci l'uno all'altro, di adattarci agli altri, perché io, questa è una cosa che ho imparato non tantissimi anni fa, che c'è stato un periodo in cui io credevo: "Ho una buona motivazione, vado avanti. Punto. Chi piace piace, chi non piace non piace", che da un lato va bene. Quando hai chiarezza su quello che stai facendo, vai avanti. Però quando entriamo nelle interazioni con gli altri è importante capire che noi dobbiamo adattarci all'altro e al di là del fatto che io pensi che sia giusto e che la mia motivazione sia buona, io devo cercare di agire nel modo che sia più sano per te, per me e per l'insieme. Ok?
Cosa c'entra tutto questo con la mia cagnolina che mi ha dato le zampate la notte scorsa, con Dana? C'entra con il fatto che noi riceviamo zampate durante la vita da persone a cui vogliamo bene, che ci portano fuori dalla nostra zona di comfort e se riusciamo ad accogliere l'altro riusciamo a non generare avversione. Se riusciamo a vedere il momento dell'altro, riusciamo a non generare avversione, non creare queste tensioni interne che piano piano aumentano. Aspettare il momento dell'altro che possa finire quella fase che sta vivendo, quel processo che sta passando. Perciò, come ci siamo detti, le relazioni sono come un'arte, non è per niente facile. Io ho già visto in tutte le salse, in tutti i contesti. Ogni tanto si dice: "No, perché noi italiani o perché di qua o perché di là", guarda tutte le culture che ho visto in tutti i contesti, dai monasteri nel Tibet al Brasile piuttosto che qualunque posto, è sempre una cosa delicata e complessa le relazioni fra le persone. E questo per me è uno dei punti fondamentali in cui dobbiamo mettere la nostra energia nel cercare di relazionarci in un modo sano da parte nostra. Poi quello che l'altro fa è un discorso suo. Noi non possiamo condizionare la nostra amicizia, il nostro amore, il nostro rispetto, il nostro affetto sul comportamento dell'altro.
Questo l'ho imparato con la Magance. Lui, per esempio, una volta che dava la sua amicizia a qualcuno e la adattava a un'infinità di persone, come l'altro si comportasse, a lui non importava, era suo amico. Una volta c'è stata una persona in questo gompa qui in mezzo a tutti, l'ha mandato a quel paese con le peggiori parole. Qualche tempo dopo è tornata quella persona e lui l'ha accolta con lo stesso amore e affetto, come sempre. E non era falso. Ho visto situazioni abbastanza estreme, anche più estreme di questo, in India, eccetera, e l'ho sempre visto dire: "Io ho dato a te la mia amicizia, se tu dai a me la tua è un problema tuo". Una volta una giornalista gli chiese alla Magance: "Come mai hai così tanti amici?" Ed era vero, perché io scherzavo un po' dicendo: "Rimpo c'è con i suoi 1500 amici intimi" perché tutti avevano la sensazione di essere intimi con lui. Aveva questa capacità di accogliere ognuno e tutti si sentivano vicini e intimi. Era una cosa e quindi era un po' complicato perché tutti si sentivano nel diritto di avere un certo tipo di intimità e non so come, ma lui gestiva. E quando una giornalista ha chiesto: "Ma come mai hai così tanti amici?" E lui ha detto: "Perché io mi relaziono con le qualità di ognuno e non con i loro difetti". Ed era vero. Ok. E aveva, ma oltre a questo non metteva, non aveva un contratto di amicizie dove c'erano tante clausole che riguardavano l'altro. La clausola principale del suo contratto di amicizia è: "Se io ti amo meno, come tu ti comporti o meno è un problema tuo, non mio".
E io ho visto questo tantissime tantissime volte ed è una grande lezione perché nella nostra vita tutte le persone a cui vogliamo bene prima o poi faranno delle cose che non ci piacciono, prima o poi avranno dei comportamenti che non viviamo bene, che ci fanno soffrire in mezzo a questo. È normalissimo questo o no? E quando noi mettiamo la clausola di contratto per l'amicizia: "Perché io sia tuo amico, tu devi comportarti nel modo come io voglio che tu ti comporti, fare tutto quello che fa bene e non puoi fare questo, quello, quello, quell'altro", ci vuole nulla perché quel contratto non regge più. Io do la mia amicizia a te, ti voglio bene. Se tu non vuoi essere mio amico, è una tua scelta che io rispetto proprio perché ti voglio bene. Se vuoi creare una certa distanza è una scelta tua. Se hai un comportamento che non è sano fra di noi e io non riesco a vivere bene, prendo una certa distanza, ma ti voglio bene.
E questo ci porta anche al fatto che in fondo l'unica persona che ha il potere di togliere l'amore, di non permetterci di amare qualcuno, siamo noi stessi. L'unica persona che ha il potere di farci sentire rabbia, odio, rancore verso qualcuno siamo noi stessi, nessun altro. Però noi certe volte diamo questo potere ad altri quando il vero potere è nostro. Ok?
Perciò, ritornando al punto di partenza, stiamo attenti a non creare piccole tensioni, piccole avversioni che piano piano si vanno ad aumentare nel tempo, nei confronti delle persone con cui viviamo, dei familiari, al lavoro, ovunque sia. Qualcuno una volta mi disse: "Non è vero, con chiunque, ma con te questo non sarebbe mai successo. Non mi conosci bene abbastanza". Io non credo di essere una persona facile con cui vivere. Ho le mie fisse, ho le mie storie, ognuno ha le sue, no? E questo vuol dire che è normale, dobbiamo accogliere le differenze di ognuno e non stare lì a proiettare, a puntare il dito. In altre parole, più riusciamo a relazionarci con la persona, con tutte le sue sfumature e accoglierla e meno proiettiamo sull'altro un'immagine idealizzata di quello che dovrebbe essere, meglio rimane la nostra relazione, meno conflitti abbiamo.
Qualcuno mi direbbe: "Sì, ma è faticoso, eh, la vita è faticosa, i rapporti umani sono faticosi o no?" Sennò deve fare come un amico che non era neanche segreto questo suo comportamento. Lui era un campione mondiale di surf e quando ne abbiamo parlato aveva intorno ai suoi 50 anni. Lui ha detto in modo molto trasparente: "Guarda, a me piace innamorarmi, a me non piace la parte dopo". Mi piace innamorarmi. Io lo dico questo apertamente alle ragazze con cui mi relaziono. Mi piace il periodo del flirting, di avere quella cosa, di innamorarmi, poi quando passa quello chiudiamo, andiamo a un'altra. Ok? Ha fatto anni così. Poi una ragazza è rimasta incinta, è cambiato il discorso, però anche per lui a un certo punto aveva un bisogno diverso, no?
Però la verità è che nelle relazioni ogni fase ha una sua bellezza e non è possibile relazionarsi con qualcuno solo in uno stato di innamoramento, chiunque sia questa persona, perché prima o poi la persona ha dei comportamenti che noi non ci aspettiamo. Prima o poi la natura del desiderio è l'insoddisfazione, cambia qualcosa e dobbiamo in qualche modo imparare a coltivare bene le relazioni, a tenerle in vita in un modo sano. Il modo sano vuol dire: vedo la tua ombra e vedo la tua luce e scelgo di relazionarmi con la luce e aiutarti ad affrontare l'ombra. E lì dove non riesco ad aiutarti ad affrontare l'ombra, l'ombra è tua e spero che tu possa affrontarla, ma non me la prendo addosso a me. Perché questo porta un ultimo punto.
Certe volte ci troviamo dinanzi a persone a cui vogliamo tanto bene, ma che stanno male. Credo che sia già capitato a tutti, no? Cosa facciamo? Offriamo il meglio nella consapevolezza che ognuno vive la sua vita, che ognuno segue i suoi processi, porta avanti quello che porta avanti nel meglio delle sue capacità e ognuno ha i suoi tempi. Quindi io ci sono per te con tutto il mio essere, ma senza l'arroganza di doverti risolvere la vita, senza la pretesa di poter risolvere la tua vita e senza l'aspettativa di quello che tu dovresti già essere o dovresti già aver capito o dovresti già aver fatto. Io posso dirmi quello che vorrei che tu fossi, ma non posso dirmi, non dovrei dirmi quello che tu dovresti essere. È chiara la differenza? Io vorrei che tu fossi una persona calma, equilibrata, gentile, eccetera. Invece in questo momento sei una persona nervosa, ansiosa, eccetera eccetera. Io mantengo il fatto di fare il meglio per aiutarti a essere una persona calma, equilibrata, gentile, eccetera eccetera. Ma non impongo su di te di doverlo già essere. Sono qui fianco a fianco per dare il mio supporto, per accoglierti per quello che sei con tutti i tuoi aspetti, perché il fatto che tu abbia un lato d'ombra non vuol dire che non abbia un lato di luce. Vedo la tua luce, gioisco di questo, vedo la tua ombra e sono qui fianco a fianco a te per aiutarti su questo, senza mettere su di me il peso di doverti far cambiare, di doverti far aiutare a uscire da questo, fare quell'altro, perché metterci addosso il peso di quello è molto molto pesante. Come per dire, c'è una persona che è malata, io farò di tutto per aiutarti nel tuo processo di guarigione, ma non impongo su di te che devi essere già guarita e non impongo su di me che sono io che ti devo guarire. Ok?
La cosa bella è che quando riusciamo in mezzo a tutte queste relazioni, queste persone, a trovare delle modalità sane, equilibrate, poi stiamo bene. Al di là del fatto che la situazione sia facile o difficile, possiamo mantenere un nostro equilibrio, no? Io spesso stesso ho passato tante situazioni in cui se uno mi chiede: "Ma come stai?" Io sto bene, poi se devo farti la lista dei problemi è lunga, ma sto bene. Non nel senso che tutto è perfetto, nel senso che in quel momento riesco a relazionarmi con tutto in un modo che mantengo il mio equilibrio e sto bene e questo per me è una delle chiavi importanti. E uno dei punti cruciali sono le relazioni. Quindi tanto amore, poche aspettative, giudichiamo gli aspetti, non le persone, a partire da noi stessi con noi stessi. Ok?
E quando usciamo dalla zona di comfort cerchiamo di chiederci qual è la causa primaria della nostra uscita dalla zona di comfort. È il bastone, è la mano. Ok? Come questa notte, chi è la causa dell'uscita dalla mia zona di comfort? È la zampa? Eh, l'ansimare davanti all'orecchio. Qual è la causa primaria? È la cagnolina, Dana, o è la sua ansia, il suo bisogno di uscire, che la porta è chiusa, che magari deriva da uno stato di malattia. Qual è la causa primaria di quello? Quando riesci a vedere la causa un po' al di là dell'essere che hai davanti? Non hai più problemi con l'essere e questo cambia tantissimo. Ok? Magari cerchi di dare meno acqua di notte per voler fare meno pipì di notte. Cerchi modi per aiutare l'altro ad affrontare le proprie cose. No, io a Dana adesso ogni tanto si dà della melatonina la sera. Ok. Che cerca di aiutare l'altro nel suo processo, ma dove il problema non è l'altro, il problema è la difficoltà che l'altro sta affrontando, che cerchiamo di aiutare. Quindi chi è che non mi ha permesso di dormire questa notte? È Dana o è l'ansia che Dana ha, l'insonnia che ha eccetera? Troppa acqua che beve, che ne so io, che poi, visto che non ci parliamo proprio con le parole, capire del tutto è un po' più faticoso, ma la causa è più, è oltre. Ok? E quindi cosa faccio? Vedo che c'è un malessere, andiamo dal veterinario, cerchiamo qualcosa, troviamo una soluzione, facciamo qualcosa per affrontare quello e non andiamo contro l'essere. Questo vale per tutti, di noi con noi stessi e di noi con gli altri. Ok, facciamo le nostre dediche.
Poi volevo ricordare che settimana prossima non sarò qui, ok? Sarò nell'altro continente, eh, farò un breve viaggio in Canada e poi torno. E Canada, Stati Uniti, 4 giorni, poi torno. Per quello mercoledì prossimo non ci sono, parto martedì 25, torno il 29, sabato, qualcosa del genere. Ok, questo è mai dire mai. Avevo detto che non volevo più viaggiare quest'anno. Comunque sia, facciamo le dediche. [Musica] [Musica] Sadagine. [Musica] [Musica] [Musica] All'alba o al tramonto, di notte o durante il giorno, possano i tre gioielli concederci le loro benedizioni, possano aiutarci ad ottenere tutte le realizzazioni e cospargere il sentiero della nostra. Buona serata a tutti. Grazie. Grazie.