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L'uomo che piantava gli alberi

QUELLI CHE PARLANO AGLI ALBERI30:50

Transcription

L'uomo che piantava gli alberi. Un racconto di Jean Giono.

Una quarantina circa di anni fa stavo facendo una lunga camminata tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quell'antica regione delle Alpi che penetra in Provenza. Si trattava, quando intrapresi la mia lunga passeggiata e quel deserto, di lande nude e monotone, tra 12 e 1300 m di altitudine. L'unica vegetazione che vi cresceva era la lavanda selvatica.

Attraversavo la regione per la sua massima larghezza e dopo tre giorni di marcia mi trovavo in mezzo a una desolazione senza pari. Mi accampai di fianco allo scheletro di un villaggio abbandonato. Non avevo più acqua dal giorno prima e avevo necessità di trovarne. Quell'agglomerato di case, benché in rovina, simile a un vecchio alveare, mi fece pensare che dovevano esserci stati una volta una fonte o un pozzo. C'era difatti una fonte, ma secca.

Le cinque o sei case senza tetto, corrose dal vento e dalla pioggia e la piccola cappella col campanile crollato, erano disposte come le case le cappelle dei villaggi abitati, ma la vita era scomparsa. Era una bella giornata di giugno, molto assolata, ma su quelle terre senza riparo e alte nel cielo, il vento soffiava con brutalità insopportabile. I suoi ruggiti nelle carcasse delle case erano quelli di una belva molestata durante il pasto. Dovetti riprendere la marcia.

5 ore più tardi non avevo ancora trovato acqua e nulla mi dava speranza di trovarne. dappertutto la stessa eredità, le stesse erbacce legnose. Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera in piedi. La presi per il tronco di un albero solitario. Ad ogni modo mi avvicinai. Era un pastore. Una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a lui.

Mi fece bere dalla sua borraccia e poco più tardi mi portò nel suo ovile, in una ondulazione del pianoro. Tirava su l'acqua, ottima, da un foro naturale, molto profondo, al di sopra del quale aveva installato un rudimentale verricello. L'uomo parlava poco, com'è nella natura dei solitari, ma lo si sentiva sicuro di sé e confidente in quella sicurezza. Era una presenza insolita in quella regione, spogliata di tutto. Non abitava in una capanna, ma in una vera casa di pietra. Ed era evidente come il suo lavoro personale avesse rappezzato la rovina che aveva trovato al suo arrivo. Il tetto era solido e stagno. Il vento che lo batteva faceva sulle tegole il rumore del mare sulla spiaggia. La casa era in ordine, il pavimento di legno spazzato, il fucile ingrassato, la minestra bolliva sul fuoco. Notai anche che l'uomo era rasato di fresco, che tutti i suoi bottoni erano solidamente cuciti, che i suoi vestiti erano rammendati con la cura minuziosa che rende i rammendi invisibili.

Divise con me la minestra. Quando gli offrì la borsa del tabacco, mi rispose che non fumava. Il suo cane silenzioso come lui era affettuoso senza bassezza. Era rimasto subito inteso che avrei passato la notte da lui. Il villaggio più vicino era più di un giorno e mezzo di cammino e oltretutto conoscevo perfettamente il carattere dei rariaggi di quella regione. Ce ne sono quattro o cinque sparsi lontani gli uni dagli altri sulle pendici di quelle cime, nei boschi di querce al fondo estremo delle strade carrozzabili. Sono abitati da boscaioli che producono carbone di legno. Sono posti dove si vive male. Le famiglie serrate l'una contro l'altra in quel clima di una rudezza eccessiva, d'estate, come d'inverno, esasperano il proprio egoismo sotto vuoto. L'ambizione irragionevole si sviluppa senza misura, nel desiderio di sfuggire a quei luoghi. Gli uomini portano il carbone in città con i camion e poi tornano. Le più solide qualità scricchiolano sotto quella perpetua doccia scozzese. Le donne covano rancori. C'è concorrenza su tutto, per la vendita del carbone, come per il Banco di Chiesa, per le virtù che lottano tra di loro, per glizi che lottano tra di loro e per il miscuglio generale dei vizi senza posa. Per sovrapù, il vento altrettanto senza posa, irrita i nervi. Ci sono epidemie di suicidi e numerosi casi di follia, quasi sempre assassina.

Il pastore, che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mise a esaminarle l'una dopo l'altra con grande attenzione, separandole buone dalle guaste. Io fumavo la pipa, gli proposi di aiutarlo, mi rispose che era affare suo. In effetti, vista la cura che metteva in quel lavoro, non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da 10. Così facendo eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire.

La società di quell'uomo dava pace. Gli domandai l'indomani il permesso di riposarmi per l'intera giornata da lui. Lo trovò del tutto naturale o più esattamente mi diede l'impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi era affatto necessario, ma ero intrigato e ne volevo sapere di più. Il pastore fece uscire il suo gregge e lo portò al pascolo. Prima di uscire bagnò in un secchio d'acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate. Notai che in guisa di bastone portava un'asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga 1,5. Feci mostra di voler fare una passeggiata di riposo e seguì una strada parallela alla sua.

Il pascolo delle bestie era in un avvallamento. Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Demetti che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione, ma niente affatto. Quella era la strada che doveva fare e mi invitò ad accompagnarlo se non avevo di meglio. Andava a 200 m da lì più a monte. Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopodiché turava di nuovo il buco. Piantava querce.

Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era, non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale o forse proprietà di gente che non se ne curava. Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le 100 ghiande con estrema cura. Dopo il pranzo di mezzogiorno ricominciò a scegliere le ghiande. Misi, credo, sufficiente insistenza nelle mie domande perché mi rispose: "Da 3 anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati 100.000. I 100.000 ne erano spuntati 20.000. Di quei 20.000 contava di perderne ancora la metà a causa dei roditori o di tutto quello che c'è di imprevedibile nei disegni della provvidenza. Restavano 10.000 querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c'era nulla."

Fu a quel momento che mi interessai dell'età di quell'uomo. Aveva evidentemente più di 50 anni. 55 mi disse lui si chiamava Elzéar Bouffier. Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita, aveva perso il figlio unico, poi la moglie. si era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza d'alberi. Aggiunse che non avendo altre occupazioni più importanti, si era risolto a rimediare a quello stato di cose.

La mia giovane età mi portava a immaginare l'avvenire in funzione di me stesso e di una qualcerta ricerca di felicità. Dissi che nel giro di 30 anni quelle 10.000 querce sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che se Dio gli avesse prestato vita nel giro di 30 anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle 10.000 sarebbero state come una goccia nel mare. Stava già studiando d'altra parte la riproduzione dei faggi e aveva accanto alla casa un vivaio generato dalle faggine. I soggetti che aveva protetto dalle pecore erano di grande bellezza. Pensava inoltre alle betulle per i terreni dove, mi diceva, una certa umidità dormiva a qualche metro dalla superficie del suolo.

Ci separammo il giorno dopo. L'anno seguente ci fu la guerra del 14 che mi impegnò per 5 anni. Un soldato di fanteria non poteva pensare agli alberi. Finita la guerra mi trovai con un'indennità di congedo minuscola, ma con il grande desiderio di respirare un poco d'aria pura. Senza idee preconcette, quindi, tranne quella, ripresi la strada di quelle contrade deserte. Il paese non era cambiato.

Tuttavia, oltre il villaggio abbandonato, scorsi in lontananza una specie di nebbia grigia che ricopriva le cime come un tappeto. Dalla vigilia m'ero rimesso a pensare a quel pastore che piantava gli alberi. 10.000 querce, mi dicevo, occupano davvero un grande spazio. Avevo visto morire troppa gente in 5 anni per non immaginarmi facilmente anche la morte di Elzéar Bouffier, tanto più che quando si ha 20 anni si considerano le persone di 50 come dei vecchi a cui resta soltanto da morire.

Non era morto, era anzi in ottima forma. Aveva cambiato mestiere. Gli erano rimaste solo quattro pecore, ma in cambio possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi. Non si era per nulla curato della guerra. aveva continuato imperturbabilmente a piantare. Le querce del 1910 avevano adesso 10 anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammotolito e poiché lui non parlava, passammo l'intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. misurava in tre tronconi 11 km nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall'anima di quell'uomo senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione. Aveva seguito la sua idea e i faggi che mi arrivavano alle spalle, sparsi a perdita d'occhio, ne erano la prova. Le querce erano fitte e avevano passato l'età in cui potevano essere alla mercè dei roditori. Quanto ai disegni della provvidenza stessa, per distruggere l'opera creata, avrebbe dovuto ormai ricorrere ai cicloni.

Bouffier mi mostrò dei mirabili boschetti di betulle che datavano a 5 anni prima, cioè al 1915, l'epoca in cui io combattevo a Verdun. Le aveva piantate in tutti i terreni dove sospettava a ragione che ci fosse umidità quasi a fior di terra. Erano tenere come delle adolescenti e molto decise. Il processo aveva l'aria d'altra parte di funzionare a catena. Lui non se ne curava, perseguiva ostinatamente il proprio compito, ma ridiscendendo al villaggio vidi scorrere dell'acqua in ruscelli che a memoria d'uomo erano sempre stati secchi. Era la più straordinaria forma di reazione che abbia mai avuto modo di vedere. Quei ruscelli avevano già portato dell'acqua in tempi molto antichi. Alcuni dei tristi villaggi di cui ho parlato all'inizio del mio racconto sorgevano su siti di antichi villaggi gallo-romani di cui restavano ancora vestigia, nelle quali gli archeologi avevano scavato trovando ami in posti dove nel 20o secolo si doveva far ricorso alle cisterne per avere un po' d'acqua. Anche il vento disperdeva certi semi. Con l'acqua erano riapparsi anche i salici, i giunchi, i brati, i giardini, i fiori e una certa ragione di vivere. Ma la trasformazione avveniva così lentamente che entrava nell'abitudine senza provocare stupore. I cacciatori che salivano in quelle solitudini, seguendo le lepri o i cinghiali, s'erano accorti del rigoglio di alberelli, ma l'avevano messo in conto alle malizie naturali della terra. Perciò nessuno disturbava l'opera di quell'uomo. Se l'avessero sospettato, l'avrebbero ostacolato. Era insospettabile. Chi avrebbe potuto immaginare nei villaggi e nelle amministrazioni una tale ostinazione nella più magnifica generosità?

A partire dal 1920 non ho mai lasciato passare più di un anno senza andare a trovare Elzéar Bouffier. Non l'ho mai visto cedere né dubitare. Nepure Dio solo sa di averlo messo alla prova. Non ho fatto il conto delle sue delusioni. È facile immaginarsi, tuttavia che per una simile riuscita sia stato necessario vincere le avversità. che per assicurare la vittoria di tanta passione sia stato necessario lottare contro lo sconforto. Per farsi un'idea più precisa di quell'eccezionale carattere, non bisogna dimenticare che operava in una solitudine totale, al punto che verso la fine della vita aveva perso del tutto l'abitudine a parlare o forse non ne vedeva la necessità.

Nel 1933 ricevette la visita di una guardia forestale sbalordita. Il funzionario gli intimò l'ordine di non accendere fuochi all'aperto per non mettere in pericolo la crescita di quella foresta naturale. Era la prima volta gli spiegò quell'uomo ingenuo che si vedeva una foresta spuntare da sola. Nel 1935 una vera e propria delegazione governativa venne a esaminare la foresta naturale. C'erano un pezzo grosso delle acque e foreste, un deputato, dei tecnici. fu deciso di fare qualcosa e fortunatamente non si fece nulla, tranne l'unica cosa utile, mettere la foresta sotto la tutela dello Stato e proibire che si venisse a farne carbone, perché era impossibile non restare soggiogati dalla bellezza di quei giovani alberi in piena salute. esercitò il proprio potere di seduzione persino sul deputato.

Un capitano forestale, mio amico, faceva parte della delegazione. Gli spiegai il mistero. Un giorno della settimana seguente andammo insieme a cercare Elzéar Bouffier. Lo trovammo in pieno lavoro a 20 km da dove aveva avuto luogo l'ispezione. Quel capitano forestale non era mio amico per nulla, conosceva il valore delle cose. Offrì le uova che avevo portato in regalo, dividemmo il nostro spuntino in tre e restammo qualche ora nella muta contemplazione del paesaggio.

La costa che avevamo percorso era coperta ad alberi che andavano da 6 a 8 m di altezza. Mi ricordavo l'aspetto di quelle terre nel 1913. Il deserto, il lavoro calmo e regolare, l'aria viva d'altura, la frugalità e soprattutto la serenità dell'anima avevano conferito a quel vecchio una salute quasi solenne. Era un atleta di Dio. Mi domandavo quanti altri ettari avrebbe coperto d'alberi. Prima di partire il mio amico azzardò soltanto qualche suggerimento a proposito di certe essenze alle quali il terreno sembrava adattarsi. Non insistette. Per la semplice ragione mi spiegò poi che quel signore ne sa più di me. Dopo un'ora di cammino, dopo che l'idea aveva progredito in lui, aggiunse: "Ne sa più di tutti, ha trovato un bel modo di essere felice." È grazie a quel capitano che non solo la foresta, ma anche la felicità di quell'uomo furono protette.

L'opera corse un grave rischio solo durante la guerra del 1939. Poiché le automobili andavano allora col gasogeno, non c'era mai abbastanza legna. Cominciarono a tagliare le querce del 1910, ma l'area talmente lontana da tutte le reti stradali che l'impresa si rivelò fallimentare dal punto di vista finanziario. Fu abbandonata. Il pastore non aveva visto nulla, era a 30 km di distanza e continuava pacificamente il proprio lavoro, ignorando la guerra del 39, come aveva ignorato quella del 14.

Ho visto Elzéar Bouffier per l'ultima volta nel giugno del 1945. Aveva 87 anni. Avevo ripreso la strada del deserto, ma adesso, nonostante la rovina in cui la guerra aveva lasciato il paese, c'era una corriera che faceva servizio tra la valle della Durance e la montagna. Misi sul conto di quel mezzo di trasporto relativamente rapido il fatto che non riconoscessi più i luoghi delle mie prime passeggiate. Ebbi bisogno del nome di un villaggio per concludere che invece mi trovavo proprio in quella zona un tempo in rovina e desolata. La corriera mi depositò a Vergons. Nel 1913 quella frazione di una dozzina di case contava tre abitanti. Erano dei selvaggi, si odiavano, venivano di caccia con le trappole. La loro condizione era senza speranza. Ora tutto era cambiato, l'aria stessa, invece delle bufere secche e brutali che mi avevano accolto un tempo, soffiava una brezza docile carica di odori. Un rumore simile a quello dell'acqua veniva dalla cima delle montagne. Era il vento nella foresta. Infine, cosa più sorprendente, udì il vero rumore dell'acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana. L'acqua vi era abbondante e ciò che soprattutto li commosse. Vidi che vicino a essa avevano piantato un tiglio, simbolo incontestabile di una resurrezione. In generale Vergons portava i segni di un lavoro per la cui impresa era necessaria la speranza. La speranza era dunque tornata. Avevano sgomberato le rovine, abbattuto i muri crollati. Le case nuove intonacate di fresco erano circondate da orti in cui crescevano mescolati ma allineati, verdure e fiori, cavoli e rose, porri e bocche di leone, sedani e anemoni. Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare.

Da lì proseguìi a piedi. La guerra da cui eravamo appena usciti non aveva consentito il rifiorire completo della vita, ma Lazzaro era ormai uscito dalla tomba. Sulle pendici più basse della montagna vedevo i campicelli di orzo e segale in erba. In fondo alle strette vallate qualche prateria verdeggiava.

Sono bastati gli 8 anni che ci separano da quell'epoca perché tutta la zona risplenda di salute e felicità. Dove nel 1913 avevo visto solo rovine, sorgono ora fattorie pulite, ben intonacate, che denotano una vita lieta e comoda. Le vecchie fonti, alimentate dalle piogge e le nevi che la foresta ritiene hanno ripreso a scorrere. Al lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane lasciano debordare l'acqua su tappeti di menta. I villaggi si sono ricostruiti poco a poco. Una popolazione venuta dalle pianure, dove la terra costa cara, si è stabilita qui, portando gioventù, movimento, spirito d'avventura. Si incontrano per le strade uomini e donne ben nutriti, ragazzi e ragazze che sanno ridere e hanno ripreso il gusto per le feste campestri. Se si conta la vecchia popolazione irriconoscibile da quando vive nell'armonia e i nuovi venuti, più di 10.000 persone devono la loro felicità a Elzéar Bouffier.

Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma se metto in conto quanto c'è voluto di costanza nella grandezza d'animo e d'accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l'anima mi si riempie di un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un'opera degna di Dio.

Elzéar Bouffier è morto serenamente nel 1947 all'ospizio di Banon.