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Letteratura italiana - lez. 08 "La reazione degli Stilnovisti"

Maura De Gaetano43:49

Transcription

[Musica] Benvenuti a questa ottava lezione del corso sulla lirica italiana dei primi secoli. Questa lezione ha un titolo in apparenza per Firenze: la reazione degli stilnovisti. Bisogna stabilire che cos'è questa reazione, a chi reagiscono, a che cosa reagiscono questi stilnovisti.

Intanto siamo a Firenze. Finora ci siamo mossi su un territorio vasto, ma non avevamo mai parlato in maniera specifica di Firenze. E invece Firenze, nella storia della poesia italiana dei primi secoli, ha un ruolo assolutamente fondamentale. Parliamo di Firenze perché gli stilnovisti sono essenzialmente fiorentini, e parliamo di Firenze perché è lì che capiamo a che cosa e a chi gli stilnovisti reagiscono.

Abbiamo, nella lezione precedente, abbiamo visto Guittone e abbiamo detto che Guittone è stato un caposcuola, un grande caposcuola. Ha avuto un numero notevolissimo di seguaci, sia come poeta d'amore, ma sia anche come poeta anti-amoroso, la cosiddetta seconda maniera di Guittone. Beh, anche a Firenze ci sono seguaci di Guittone. Insomma, gli stilnovisti, il nemico, se lo trovano in casa, cioè lo hanno dentro le mura cittadine.

Ma vediamo un po', prima di parlare degli stilnovisti, questa situazione fiorentina. Quello che interessa soprattutto è vedere come, dentro a Firenze, anche presso poeti che non sono espressamente dei guittoniani, che non seguono da vicino le orme di Guittone, sia molto presente quella tematica di carattere morale e sostanzialmente anti-cortese, quella tematica a sfondo religioso che abbiamo visto caratterizza il Guittone della seconda maniera.

Prendiamo come esempio un poeta, poeta piuttosto prolifico, che ci ha lasciato un canzoniere molto consistente: Chiaro Davanzati. Ora, Chiaro Davanzati non è un guittoniano in senso stretto, eh. Chiaro Davanzati risente, sì, della lezione di Guittone, ma è anche vicino alla quella che noi abbiamo definito la corrente cortese. Insomma, è anche vicino a quei poeti che si rifanno ancora alla tradizione di Sicilia. Eppure, anche in un poeta come Chiaro Davanzati, che non è schierato su posizioni oltranziste, insomma, che non è un guittoniano fedele, noi troviamo dei testi lirici, come quello che esemplifica in maniera netta, decisa, a difesa della morale familiare e dell'istituzione del matrimonio.

Vediamo allora questa canzone, non tutta, ma alcuni, alcuni brani di questa canzone, e nei quali Chiaro espone queste sue concezioni. La canzone comincia costeggiando il tema tradizionale e tipico, per esempio, della poesia dei siciliani, dell'origine e dell'essenza dell'amore, da dove nasce e in che cosa consiste l'amore. Ma lo fa in modi e con concetti completamente diversi rispetto ai modi e ai concetti dei siciliani e dei cortesi in senso lato.

Leggiamo proprio l'inizio del testo di Chiaro: "Molti lungo tempo hanno l'amor novellato e divisato che amore è e da nascimento". Dice, dice che benché molti si siano chiesti, abbiano novellato, abbiano chiacchierato per lungo tempo dell'amore, che cosa sia l'amore, e in maniera distinta, divisato, in maniera distinta, in che, da dove esso nasca e che cosa esso sia, che amore è e dà Nascimento, non hanno però, prosegue il testo, non hanno però trovato le risposte giuste.

La risposta giusta la fornisce Chiaro stesso andando avanti, perché dice Chiaro, proseguendo nel suo testo: "L'amore è Cristo". Questa è la natura. Cos'è amore? L'amore è Cristo, e l'amore procede da Cristo. Dopo avere dato una risposta così forte dal punto di vista religioso, prosegue con una serie di insegnamenti, pro-insegnamenti di carattere morale.

Vediamo: "Non este omo per vero se d'omo non è nato, né l'amore non este visirare se d'amor non bene. Amore proprio e vero non este di peccato e del peccato este voler tal donna che sposa non gliene e gli erranti si dicono che amore trarla di suo onore e l'un l'altro amadore ass so desiderando è appellat". Cos'è, ci dice Chiaro in questi versi? Vabbè, l'inizio non è che sia particolarmente profondo. E dice che, come non esiste un uomo che non sia nato da uomo, così non c'è un uomo se da uomo non è nato, così non vi è amore se non viene da amore. E sappiamo che amore è Cristo, ce l'ha detto, ce l'ha detto prima.

Il vero amore non è peccaminoso, non è, non è di peccato. Mentre è peccato desiderare una donna che non sia la propria sposa. "Del peccato este voler tal donna che sposa non gliene". Poi dice: "ci sono gli erranti", eh, persone che sbagliano, che dicono che privare la donna dell'onore è amore, e chiamano amanti coloro che desiderano ciò. Chi sono questi erranti che sostengono che è un atto onorevole, che è un atto amoroso privare una donna dell'onore? Questi erranti sono, ovviamente, i poeti e i teorici dell'amore cortese.

Come vedete, Chiaro esplicita la morale cristiana intorno al sacramento del matrimonio. La condanna dell'amore cortese viene pronunciata in nome dei principi della dottrina e dell'etica cristiana. Fin dalle origini, avevamo detto che fin dalle origini provenzali, l'amore cortese non ammetteva l'amore coniugale. Non ammetteva l'amore coniugale perché l'amore per i cortesi consisteva nel desiderare, ma un desiderio che non poteva essere ricambiato. Consisteva in questo paradosso. C'è un paradosso cortese: l'amore sì, è un istinto, ma è un istinto che non può trovare soddisfazione. E nel non trovare soddisfazione, produce quegli effetti di nobilitazione che a questo punto sappiamo. Ma non trovare soddisfazione significa che l'amore non può mai esistere all'interno dell'istituzione matrimoniale.

Tutto questo, ho citato solo un passo di Chiaro, ma avrei potuto citarvi passi anche di altri, di altri poeti, o altri passi ancora dello stesso Chiaro. Avveniva dentro a Firenze. Dunque, questa corrente anti-cortese aveva preso piede non solo in Toscana o in Emilia, ma anche dentro le mura stesse della città dove vivono i poeti che daranno vita allo Stil Novo.

A questo punto dobbiamo parlare finalmente di Stil Novo. Ma prima di incominciare a vedere chi sono, che cosa dicono gli stilnovisti, e questo ci impegnerà per un po' di tempo, ebbene, fare un breve riassunto in forma molto schematica di quanto abbiamo osservato nelle lezioni fino adesso. Brevemente e per punti.

Abbiamo detto che la lirica profana in volgare, la lirica non religiosa, la lirica profana in volgare, in un volgare italiano, noi si diffonde in ritardo rispetto al resto d'Europa. Abbiamo visto che nasce e si sviluppa nel Regno di Sicilia, e che è coltivata da poeti di origini non nobili, diciamo prevalentemente di origini non nobili, ma che però gravitano per vari motivi tutti quanti intorno alla corte più illustre che c'era in quel momento, che era la corte imperiale, l'aula imperiale o la Curia imperiale di Federico II.

Abbiamo anche visto che questi poeti sono molto selettivi, molto elitari. Selezionano rigorosamente le forme metriche, adottano uno stile molto contenuto, uno stile molto pulito. Sono selettivi anche per quanto riguarda i temi che trattano, talmente selettivi che l'unico argomento che per loro è poetabile, l'unico argomento di cui la poesia, secondo loro, si può occupare, è l'amore e nient'altro.

Poi abbiamo visto come questa lirica siciliana si espanda e conosca un grandissimo successo in Toscana. Un successo talmente grande che addirittura questa lirica viene tradotta dalla lingua siciliana originaria, viene tradotta in Toscana. E abbiamo visto come, fra Toscana ed Emilia, ma col baricentro in Toscana, cresca un impetuoso movimento poetico che adotta il toscano come sua lingua letteraria, come sua lingua poetica. Anche questi poeti toscani o emiliani non sono nobili, ma a differenza dei loro colleghi di Sicilia, dei loro colleghi del Regno di Sicilia, questi non nobili non vivono nemmeno presso le corti, vivono nel, dentro alle città comunali.

Abbiamo anche detto che l'insieme della produzione di questa generazione toscana, la generazione di mezzo, l'insieme della lirica amorosa di questa generazione di mezzo, può essere distinta in due correnti, due tendenze, due filoni. Uno che abbiamo chiamato cortese, e che sostanzialmente si riconnette ai modi della poesia siciliana, cioè una corrente di rimatori che ritiene che l'amore sia un valore e sia un sentimento che nobilita, e che adottano dal punto di vista stilistico un andamento piano, un andamento tendenzialmente semplice, non involuto, quello che con termine provenzale abbiamo chiamato il trobar leu.

E l'altro filone è invece quello guittoniano, rappresentato soprattutto da Guittone, per il quale invece l'amore non è un valore, ma è un fenomeno negativo e irrazionale. E abbiamo visto che cosa poi si sviluppa da questo, questo secondo filone: un vero e proprio sentimento anti-cortese. E abbiamo detto che è predominante una forma espressiva complessa e artificiosa nei loro testi, il cosiddetto trobar clus.

E infine, entrambe le due tendenze in cui abbiamo diviso la generazione di mezzo, sono caratterizzate da un aspetto che è comune, eh, e che consiste nella maggiore disponibilità che questi poeti dimostrano agli esperimenti metrici e formali, e soprattutto consiste in una grande apertura del ventaglio tematico. Cioè, in questa generazione, in Toscana, in questo periodo, la lirica non è più soltanto lirica amorosa, ma diventa lirica politica, moralistica, dottrinale, abbiamo detto poesia impegnata.

Prima di passare a parlare degli stilnovisti, desidero fermarmi ancora un poco proprio su questo punto, eh, questa, questo impegno della poesia di metà Duecento in Toscana, diciamo fra gli anni, gli anni fra il 1250 e il 1280. Questi anni la poesia è sempre attenta al tema amoroso, alle codificazioni amorose, ma mentre tratta d'amore, contemporaneamente, in genere gli stessi poeti parlano anche d'altro e producono una poesia, appunto, che è molto, che è immersa nella, nella realtà, che, che è immersa in una realtà anche drammatica, la realtà delle guerre, delle contese politiche, insomma, che vive anche di queste guerre, di queste contese e dà voce agli scontri ideologici, agli scontri politici, a veri e propri scontri di fazione. Quindi è una poesia molto varia, che è difficile ricondurre sotto una definizione di genere unitaria.

Ora, una poesia di questo tipo, diciamo pure impegnata, con un termine moderno, ma che rende bene, che rende bene l'idea, forse avrebbe potuto imprimere alla storia della poesia italiana futura, a venire, un forte carattere di, di realismo. Avrebbe potuto imprimere alla poesia italiana una forte presa sulla realtà. Ma non è stato così. Non è stato così. La poesia italiana, la lirica italiana, per parecchi secoli, invece, si è caratterizzata come poesia d'amore, prevalentemente poesia d'amore, e soprattutto si è caratterizzata come una produzione poetica distaccata, una produzione poetica chiusa dentro ai codici, una produzione poetica ripetitiva, molto ligia alla tradizione, una poesia poetica, una produzione poetica sostanzialmente, potremmo dire, disimpegnata, se intendiamo per impegno il coinvolgimento nella, nel vivo dello scontro politico e culturale e sociale. Insomma, per molti secoli in Italia abbiamo avuto una poesia, diciamolo pure, fortemente convenzionale.

E quindi, i poeti del Duecento non hanno impresso il questo marchio caratteristico sulla storia della nostra poesia. Ora, se è andata così, se poi la storia della nostra poesia ha proceduto lungo questa linea così diversa da quelle premesse, credo che le ragioni vadano individuate sul ruolo, ruolo importante, oserei dire decisivo, che sulla storia della nostra poesia hanno esercitato prima i poeti stilnovisti e poi Francesco Petrarca. Di Francesco Petrarca dovremmo parlare a lungo, e così parleremo anche degli stilnovisti.

Ma perché hanno esercitato questo ruolo così importante? In che cosa è consistito questo ruolo? È consistito essenzialmente in un richiamo all'ordine. Cioè, gli stilnovisti e Petrarca impongono in qualche modo delle regole, restringono lo spettro di ciò che è poetabile, richiamano a un modo di fare poesia che è esattamente il contrario di quello che i poeti toscani della generazione di mezzo stavano praticando. Prima gli stilnovisti e poi Petrarca impongono una specie di sigillo classicistico sulla nostra poesia, che è un sigillo che poi si manifesta nei fatti, nelle quegli aspetti ripetitivi, giocati tutti sulla variazione, nel rifiuto del nuovo, nel rifiuto dell'innovazione, che per molti secoli, ripeto, possiamo dire fino all'avvento del Romanticismo, ha caratterizzato la storia della poesia italiana.

Beh, chiudiamo adesso questa parentesi e ritorniamo allora al discorso a Firenze. Abbiamo visto che dentro Firenze, come dire, ci sono poeti anti-cortesi. Addirittura, sono, possono essere anti-cortesi anche poeti che non appartengono alla corrente strettamente guittoniana. Ed è a Firenze che vivono quelle, quegli amici che sono quasi tutti amici fra di loro, che noi chiamiamo stilnovisti. Sono fiorentini o comunque legati a Firenze e sono attivi, diciamo, negli ultimi decenni del Duecento e nei primi anni del Trecento, 1280-1310. Ma in realtà, sottolineerò, il periodo veramente importante è quello degli anni '80 e '90 del Duecento.

Stilnovisti. Abbiamo sempre usato questa parola finora, ma non è che loro, questi poeti, si definissero stilnovisti. Non, non è una definizione che hanno dato loro. Non hanno chiamato la loro poesia "Stil Novo". Siamo noi, noi moderni, che li abbiamo chiamati stilnovisti e abbiamo definito "Stil Novo" la loro poesia. L'abbiamo data noi la definizione, noi moderni. Ma ci siamo appoggiati sull'autorità di un grande stilnovista. Ci siamo appoggiati sull'autorità di Dante Alighieri. E Dante Alighieri, che ci ha dato questa definizione, ce l'ha fornita in un passo famoso della Commedia. Cioè, ce l'ha fornita quando Dante non era più stilnovista, aveva smesso da tempo non solo di essere poeta stilnovista, ma addirittura di essere poeta lirico, era tutto dedito ormai a un altro tipo di letteratura.

Ma è qui, nella Commedia, nel canto II del Purgatorio, che Dante ci fornisce questa definizione. Nel canto II del Purgatorio, il personaggio Dante incontra i golosi e fra i golosi incontra un poeta che noi abbiamo già nominato, incontra Bonagiunta Orbicciani. E abbiamo detto che Bonagiunta Orbicciani appartiene alla corrente cortese della generazione di mezzo, alla corrente che ancora mantiene saldi i capisaldi del codice cortese e dell'amore.

Ora, nel racconto che Dante fa di questo incontro immaginario, Bonagiunta riconosce Dante, riconosce Dante, Dante personaggio, e lo riconosce in quanto autore di una canzone che Bonagiunta cita: "Donne, ch'avete intelletto d'amore". "Donne, ch'avete intelletto d'amore" è una grande canzone amorosa che Dante aveva poi raccolto in quel libro a cui ho già accennato e su cui ritorneremo, quel libro fatto di prose e di poesie, che è la Vita Nova.

Allora, ma torniamo al canto del Purgatorio. Bonagiunta riconosce Dante, Dante pellegrino, il Dante personaggio, e lo apostrofa, gli rivolge il discorso con queste parole: "Ma dimmi, veggi'io qui colui che fore trasse le nove rime, cominciando: Donne ch'avete intelletto d'amore?". Eh, si rivolge a Dante e gli dice: "Ma dimmi, io qui vedo proprio quell'uomo, colui che ha inaugurato un nuovo modo di fare poesia, le nove rime, le rime nuove, un modo nuovo di scrivere, e lo ha inaugurato con la canzone 'Donne ch'avete intelletto d'amore'".

Dante gli risponde e gli risponde in questo modo: "I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando". Dopo avere sentito questa battuta di Dante personaggio, allora Bonagiunta esclama: "O frate, issa veggio, disseli, il nodo che 'l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo ch'io odo".

Dante, Dante aveva risposto a Bonagiunta: "I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando". Ora ci torneremo su questa risposta di Dante, ma in sostanza che cosa gli ha detto Dante? Ha detto: "Io sono un poeta che scrive ispirato da Amore. Amore spira, e io noto. Amore detta, e io trascrivo. Amore è un dettatore". Quindi le parole che il poeta Dante scrive, e sta, sta parlando di sé stesso in quanto poeta lirico, in quanto autore della canzone lirica "Donne ch'avete intelletto d'amore", quindi Dante sta parlando di un se stesso passato, di quando era giovane ed era stilnovista, dice: "il poeta non è altro che un trascrittore, un trascrittore di parole che sono dettate direttamente da Amore", insomma, da un principio superiore che è esterno a lui. Questo gli risponde Dante.

E a questa risposta Bonagiunta dice: "Issa veggio, ora adesso, nel sentire queste tue parole, io capisco, anzi vedo materialmente il nodo che ha trattenuto il Notaro, Guittone e me al di qua del dolce stil novo". Il Notaro Giacomo da Lentini, il caposcuola della lirica siciliana. Guittone, sappiamo chi è, Guittone caposcuola della corrente anti-cortese, diciamo così. E me, Bonagiunta, esponente invece della corrente cortese. Ci sono dentro tutti, tutti quanti, tutta la poesia precedente allo Stil Novo è qui considerata. Tutti costoro sono rimasti al di qua. Manca qualcuno in questa, in questo quadretto di Bonagiunta? Manca Guinizelli. E manca per un motivo molto semplice: sappiamo che Dante vede in Guinizelli il padre, il precursore proprio di quei poeti che hanno scoperto il dolce Stil Novo.

Quindi, la poesia nuova, le nove rime, è contrapposta da Dante a tutta la poesia precedente. E questa nuova poesia, se stiamo alla definizione che abbiamo qui, che cos'è caratterizzata? È caratterizzata da due cose: uno, l'ispirazione amorosa, abbiamo visto, no? Amore che spira e il poeta che nota. E la dolcezza, la dulcedo. Questo stile è nuovo perché è dolce. E dolcezza significa soavità, lievità. È un'indicazione di tipo stilistico, di tipo formale. In provenzale avrebbero detto uno stile leu, cioè il contrario dello stile clus, del trobar clus. Quindi uno stile piano, comprensibile, scorrevole. Questa è, questo è il, la definizione di Dante sulla base della quale noi parliamo correntemente di dolce stil novo e di stilnovisti.

Ma chi sono i poeti del nuovo stile? Chi sono questi, chi sono questi stilnovisti? Beh, in primo luogo, Dante stesso. Dante, il Dante giovane, comincia come poeta cortese tradizionale, quindi molto, che segue strettamente il codice cortese, ma poi ha una svolta. E le rime amorose di Dante per Beatrice, quelle stesse rime che lui, in gran parte, poi non tutte, ma in gran parte, raccoglierà nella Vita Nova, sono una delle testimonianze più alte dello Stil Novo. Dante è uno dei, dei capiscuola dello, dello Stil Novo.

L'altro, l'altro caposcuola è Guido Cavalcanti. Guido Cavalcanti, che Dante nella Vita Nova chiama "il primo dei miei amici". E infatti, la Vita Nova è proprio dedicata a Cavalcanti, sostanzialmente. Lo Stil Novo è composto da Dante e da Guido Cavalcanti, più un terzo che vedremo. Cioè, c'erano anche altri nomi, ma sono questi due quelli che contano, quelli che fanno la scuola, quelli che danno il senso della nuova, della nuova maniera.

Beh, Cavalcanti, Cavalcanti era un poco più anziano di Dante. E a differenza di Dante, che non veniva da una grande famiglia, Guido Cavalcanti invece veniva da una famiglia ricca e potente, una delle famiglie più in vista, più in vista di Firenze. E Cavalcanti era un personaggio, quindi, che godeva in Firenze di una notevole reputazione. Aveva compiuto studi filosofici, studi filosofici anche approfonditi, era entrato sicuramente in, in contatto anche con ambienti averroisti, e questo poi gli aveva anche procurato la fama di eretico, di essere in odore di eresia.

E Guido Cavalcanti, essendo un Cavalcanti, cioè un esponente di una delle grandi famiglie di Firenze, non poteva essere estraneo alla contesa politica fiorentina. E, e quindi anche a lui capitò di andare in esilio, fu esiliato a seguito di una delle tante lotte interne a Firenze nel 1300. E il caso volle che nella magistratura che lo condannò all'esilio sedesse proprio il suo amico Dante. E Cavalcanti nel 1300 fu mandato in esilio, andò a Sarzana, e poi morì in quello stesso anno.

Ci ha lasciato un canzoniere che ha molte facce. Cavalcanti, ci sono, sono rime di corrispondenza, persino rime di tono burlesco, e soprattutto ci sono rime in cui manifesta un'esperienza d'amore dolorosa, quasi devastante. Infatti, Guido, a differenza di Dante, non pensa che l'amore sia un'avventura positiva, ma ritiene che l'amore sia un'esperienza tragica che confina quasi con la morte. Cioè, Guido ha una concezione pessimistica dell'amore. Questo, però, non gli impedisce di essere stilnovista. Quindi, vediamo che lo stilnovismo non è legato ai contenuti, al modo in cui viene concepito l'amore. Ciò che fonda l'unità del gruppo è altro. Poi vedremo in cosa consiste questo altro che fonda l'unità del gruppo.

Un cenno lo merita una grande canzone di Guido, una canzone dottrinale: "Donna me prega". Perché è una canzone, sotto certi aspetti, prodigiosa. È un prodigio di difficoltà formale, di difficoltà concettuale. Pensate che quasi tutti i versi di questa canzone sono spezzati da una o addirittura due rime interne. E in questa canzone Guido parla dell'amore, cioè si pone una serie di domande sull'amore, o meglio, finge che una donna gli ponga una serie di domande sull'amore: Dove risiede amore? Chi lo crea? Qual è la sua potenza? Qual è l'essenza di amore? Come si muove? Perché genera piacere, eccetera? Può essere visto corporalmente amore?

Ora, un metro così complicato, così costrittivo, con queste, con queste rime, e contemporaneamente l'uso di concetti altrettanto complicati dal punto di vista filosofico, portano a formulazioni di questo tipo. Ne leggiamo soltanto un pezzetto, in modo che voi capiate la complessità di questa canzone: "L'essere è quando lo volere tanto coltra misura è di natura torna, poi non s'adorna di riposo mai. Move cangiando color, riso in pianto e la figura con paura storna". Cosa vuol dire? Dice: "La, la, l'essenza, l'essere dell'amore è desiderio che eccede il limite naturale. Lo volere è tanto coltra misura di natura torna, che cede il limite di natura e non trova mai quiete, non si adorna di riposo mai. Altera chi gli è soggetto facendogli cambiare colore, convertendo il riso in pianto, stravolge con la paura le fattezze dell'amante". Insomma, vi ho letto solo questi pochi versi perché abbiate un'idea delle capacità tecniche anche di questo grande poeta che è Cavalcanti.

Ma c'è anche un altro Cavalcanti. Noi leggeremo un sonetto nella prossima, nella prossima lezione, che ci dà la misura di un Cavalcanti diverso da questo, il Cavalcanti che noi consideriamo più propriamente stilnovista.

Dicevo, c'è anche un terzo, un terzo nome che va tenuto in considerazione, ed è il nome di Cino da Pistoia. Quindi, non un fiorentino, ma comunque strettamente legato sia con Dante che con Cavalcanti. Cino da Pistoia è più giovane di questi, e infatti morirà nel 1337, quindi notevolmente più giovane sia di Guido, che muore nel 1300, sia di Dante, che morirà nel 1321. E in fondo, ci ha lasciato anche un canzoniere molto ampio di testi, un canzoniere che riassume in qualche modo quelli che sono i caratteri distintivi della scuola, del movimento stilnovista, appunto: uno stile dolce, piano, in qualche misura cantabile, con una lingua molto selettiva, e un canzoniere, soprattutto, che ha l'amore come tema quasi esclusivo.

Cino non fu soltanto poeta. Cino da Pistoia fu anche uno dei più grandi giuristi del suo tempo. Ha insegnato a Siena, a Perugia, a Napoli, e ha scritto opere importanti in materia di diritto. Cavalcanti era un grande intellettuale che sapeva di filosofia. Dante era un grande intellettuale che sapeva di filosofia, anche Dante di molto altro. Cioè, questi poeti, questi stilnovisti, cominciamo a vedere, non sono semplicemente dei poeti come tutti, come sempre nel Medioevo, sono persone che si dilettano di poesia. Ma la differenza grossa rispetto agli altri dilettanti di poesia è che questi hanno uno spessore culturale che gli altri non avevano. In fondo, il poeta più colto della generazione precedente è Guittone d'Arezzo, ma Guittone d'Arezzo era colto nel senso che conosceva la retorica, ma non aveva le competenze filosofiche di un Guido Cavalcanti o di un Dante Alighieri. No, gli altri poeti, certo, erano molti, erano laureati, molti erano avvocati, molti erano notai, quindi erano poeti colti, ma di una cultura pratica, di una cultura che si manifestava nell'esercizio di un mestiere, di un mestiere intellettuale. Con Dante, con Guido Cavalcanti, il poeta si viene invece a identificare con il grande intellettuale.

Possiamo aggiungere anche qualche altro nome a questi che non sono i fiorentini: Lapo Gianni e Dino Frescobaldi. Ma in sostanza, quando parliamo di Stil Novo, noi ci riferiamo a Guido Cavalcanti, a Dante Alighieri e a Cino da Pistoia. Come vedete, ci riferiamo a un gruppo numericamente molto ristretto. Vedremo che non sono soltanto numericamente pochi, ma sono anche molto coesi. Eh, è un gruppo coeso, unito, eh, ed è un gruppo che è fortemente polemico, cioè che non ha paura di esporsi anche in polemiche feroci, ma polemiche di tipo letterario, fortemente polemico nei confronti di chi non appartiene al gruppo, di chi non appartiene alla cerchia ristretta. Soprattutto, hanno tutti un grande nemico: il loro, il loro obiettivo polemico costante, obiettivo polemico che Dante manterrà per tutta la vita, anche quando ormai per lui si era chiusa da tempo la stagione stilnovistica, è Guittone d'Arezzo con i suoi seguaci.

Questa è una storia che vedremo nella prossima lezione, quando il discorso entrerà nel merito della poesia, non soltanto della poetica dei poeti stilnovisti. Vi invito ad approfondire i temi trattati con i materiali che trovate sul sito internet e vi do appuntamento alla prossima lezione.

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