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Alessandro Barbero - Giovanna d'Arco

Alessandro Barbero Fan Channel1:09:14

Transcription

Buonasera. Loro sono felici e soddisfatti, hanno raggiunto il risultato. Io sono l'unico che deve ancora lavorare questa sera. Allora, la terza delle nostre donne, Giovanna d'Arco, su tre. La seconda santa, anche se non l'hanno fatta santa subito, come Caterina da Siena. L'ha fatta santa molto dopo. Comunque, due santi su tre, due mistiche su tre, due donne completamente fuori del comune, con una vita pazzesca e morte giovanissime, su tre. Non è che l'ho fatto apposta.

Il problema è che Giovanna d'Arco, tanto per cambiare, come Caterina da Siena, era la donna più conosciuta e più documentata del '300. Giovanna d'Arco è certamente la donna più conosciuta e più documentata della sua epoca, del '400. Tenete conto che è morta a 19 anni. Come mai sappiamo così tante cose su Giovanna d'Arco? Per cui io stasera posso parlarvene per un'ora. Beh, qualche cosa di scritto da lei ce l'abbiamo, ma pochissimo. Sapeva forse un po' leggere, ha dettato qualche lettera. Sono manifesti politici, in realtà lettere pubbliche di intervento. Non è questo il punto.

Se noi abbiamo più informazioni su Giovanna che su qualunque altra donna della sua epoca, è per il fatto che le hanno fatto due processi: uno da viva, al preciso scopo di ammazzarla legalmente, e poi uno vent'anni dopo, voluto dal re di Francia, per dimostrare che il primo processo era tutto sbagliato e che lei non era un'eretica, una criminale, ma al contrario, aveva ragione ed era con lei. Questi due processi contengono una quantità di informazioni. Voi direte: "Un processo? Certo, informazioni stravolte, interrogatori, risposte". Però, comunque, questi due processi contengono una quantità di informazioni su questa ragazza, diciamo pure su questa ragazzina, stupefacente.

Il processo che le hanno fatto gli inglesi, dopo averla catturata, ripeto, al preciso scopo di metterla a morte a qualunque costo, a costo di, come dire, forzare la procedura, commettere delle illegalità. Ebbene sì, era un processo politico dall'esito scontato, ma le forme bisognava rispettarle. Era un processo su cui, come dire, tutto il mondo stava a guardare. Questo processo, quindi, certe forme bisogna rispettarle. È un processo, il primo processo, il processo di condanna di Giovanna, è un processo che è durato quasi cinque mesi. Il collegio giudicante è arrivato a coinvolgere 131 fra prelati, dottori, teologi, professori universitari. Ogni parola pronunciata da Giovanna è stata trascritta, e lei spesso chiedeva di rivedere, di farsi rileggere la trascrizione, e più di una volta è intervenuta a correggere la trascrizione, la verbalizzazione di quello che lei aveva detto. E di questo processo sono state fatte parecchie copie, per cui noi abbiamo ampiamente gli atti, enormi.

Poi, vent'anni dopo, il re di Francia, che intanto ha vinto, il re di Francia per cui Giovanna si era battuta, il re di Francia vent'anni dopo fa fare un altro processo per annullare il primo. Infatti, il termine corretto è il processo di nullificazione. E per rifare il processo postumo di Giovanna, vanno a cercare tutti quelli che l'hanno conosciuta. Sono passati più di vent'anni, ma ce n'è ancora tanti che l'hanno conosciuta, e tutti testimoniano, ed è un testo strabiliante. Sono andati al villaggio a trovare le amiche d'infanzia. C'è l'amica d'infanzia che all'epoca era una ragazzina e che adesso è una donna matura e che si ricorda che quando Giovanna è partita dal paesino per andare a compiere il suo destino, lei, l'amica, è scoppiata a piangere perché Giovanna, che era la sua amichetta del cuore, se n'era andata senza salutarla. E c'è la testimonianza del nobile cavaliere, il quale ha combattuto insieme a Giovanna e si ricorda che quando la aiutava a vestire l'armatura, un'occhiatina a quei seni di ragazzina la dava, ed erano belli. Dice: "Non è neanche un cavaliere qualunque, il Duca di Alençon, che lo dice. Sì, sì, quando le allacciava la corazza, un'occhiatina la davo, ed erano belli quei seni. E quando lei si curava le ferite, le gambe le vedevamo tutti, erano belle gambe". Per dirvi cosa si può trovare in questi verbali di questi processi.

Dunque, di Giovanna sappiamo tante cose. Perfino, grossomodo, quando è nata. Grosso modo, non è ovvio per la gente del Medioevo, che non sapeva granché in che anno viveva e non stava tanto a contare gli anni. Giovanna, quando la processano nel 1431, dice di avere circa 19 anni. Si chiama, e noi la stiamo chiamando Giovanna d'Arco, Jeanne d'Arc. In realtà, è una è una stortura, è una stortura moderna, siamo noi che la chiamiamo così. All'epoca nessuno la chiama così, lei stessa non si chiama mai così. Lei è Janne, Janne la Pucelle. Dico apposta "la Pucelle", perché tradotto in italiano dovrebbe essere "la Pulzella". Ma io non so se voi siete d'accordo con me, in italiano "pulzella" è una parola ridicola, è una parola che sembra una parodia di quei film finto medievali, no? Ecco. Invece "la Pucelle", nel francese della sua epoca, non è una parola ridicola. Vuol dire la vergine, certo, ma la vergine in quanto è una ragazzina, una ragazzina che non è ancora in età di sposarsi. E dunque lei è Janne Janne la Pucelle. D'Arco era il cognome del padre, certo. Il padre si chiamava Jacques d'Arc, la mamma si chiamava Isabelle Romée. E al processo, Giovanna, non so neanche perché parla di quelli, a un certo punto viene fuori anche questo: "Dice, al mio paese le ragazze prendono il nome della mamma, il cognome della mamma". Su quelle cose che saltano fuori, uno meno se lo aspetta. Una società patriarcale, ovviamente, non è che al suo villaggio in Lorena fosse diverso. Eppure lì l'abitudine, i maschi prendono il cognome del padre, le femmine il cognome della mamma. Quindi lei, semmai, sarebbe stata "Janne la Romée". Ma appena se ne va dal villaggio, chi è che sa chi sono i d'Arc o i Romée? Non importa niente a nessuno. E Janne, Giovanna, e basta, la Pulzella. E la figlia di un contadino. E tutti sappiamo che parte del fascino di Giovanna è il fatto che è una ragazzina qualunque che viene dal nulla. In realtà, poi, diciamo che nell'immaginario popolare questa cosa è stata anche esasperata. La pastorella, non è mai stata pastorella neanche per idea. Comunque, la ragazzina che viene dagli strati più bassi della popolazione. Ecco, su questo bisogna stare un po' attenti. Certo, è figlio di contadini, sono contadini, ma i contadini non sono mica tutti uguali. Ci sono anche i contadini ricchi. Al suo paese, suo padre, un contadino ricco e uno che conta. Giovanna, per esempio, ha un cugino che è monaco. Ed essere monaco non vuol dire niente. Essere monaco è qualcosa, hai diritto di essere chiamato "Messire". Se sei monaco, sei uno che conta. E Giovanna ha un cugino monaco. E quando sarà col re, al comando degli eserciti, e dovrà scegliersi un confessore, farà venire il cugino monaco. Ha un parente parroco, ha diversi fratelli, i quali non la lasciano sola. Attenzione, Giovanna che parte per la sua missione pazzesca. Io parlo come lo sapeste tutti, lo sapete tutto loro. Io racconterò, ma Giovanna parte per andare dal re e aiutarlo a salvare la Francia contro gli inglesi, nel momento più buio della Guerra dei Cent'anni. Quando lei parte, dopo un po' arrivano anche i fratelli, perché la ragazza, non lasciamola mica sola. Arrivano i fratelli e combattono al suo fianco. Uno dei fratelli, Pierre, sarà catturato con lei. Poi Giovanna la tengono perché vogliono ammazzarla a tutti i costi. Il fratello lo lasciano dietro pagamento di riscatto, come si usa tra i cavalieri all'epoca, perché la guerra si fa per guadagnare e se fai un prigioniero, poi lo rilasci facendogli pagare un riscatto. Pierre sarà non solo riscattato, ma sarà fatto cavaliere dal re di Francia, diventerà un nobile signore. Giovanna, i parenti di Giovanna fondano una famiglia nobile. Certo, contadini di un villaggio sperduto, ma anche qui, attenzione, perché noi rischiamo di avere un errore di prospettiva, che i contadini medievali fossero della gente bestiale che non sapeva in che mondo viveva. Non è così. Al paese, al villaggio, si fa politica. Il papà di Giovanna è spesso sindaco del villaggio. E quando Giovanna è all'apice del successo ed è col re, il papà va a trovarla e torna a casa con l'esenzione dalle tasse per tutto il villaggio, perché al villaggio si fa politica e si fa anche la grande politica.

Siamo nel pieno della Guerra dei Cent'anni. Sì, ho detto prima, nel momento più buio per i francesi. Sto prendendo posizione, inevitabilmente, mi sto schierando con Giovanna, per i francesi. È il momento più buio della Guerra dei Cent'anni. Hanno perso la grande battaglia di Azincourt. Il re inglese Enrico V è entrato a Parigi e si è fatto incoronare re di Francia, e una parte dei francesi stanno con lui. La Francia è spaccata. I Borgognoni stanno col re inglese. Al re legittimo di Francia, che non è ancora re, è solo il Delfino, il principe ereditario, rimane solo il sud della Francia. Il nord sta con gli inglesi, Parigi sta con gli inglesi, la Sorbona sta con gli inglesi, e il resto della Francia si spacca. Il paesino di Giovanna è in terra fedele al Delfino, ma nel paesino accanto sono Borgognoni, stanno con gli inglesi. E al processo, Giovanna ricorda che al suo paesino i ragazzi fanno a botte con quelli del paese vicino, perché "noi stiamo col Delfino, con Carlo, e quegli altri stanno con l'inglese, con Enrico". Giovanna, a un certo punto, a domanda al processo, dice: "Sì, al villaggio noi stavamo tutti col Delfino, tranne uno. C'era uno al mio paese che stava coi Borgognoni e con gli inglesi". E dice Giovanna: "Mi sarebbe piaciuto vederli tagliare la testa". Poi si ricorda che al processo, che stanno scrivendo tutto, cioè "se fosse piaciuto a Dio". Perché Giovanna, come vedremo al processo, sa essere molto attenta a quello che dice e a quello che verbalizzano. Dunque, non è che non sa niente, non è che perché uno è figlia di contadini non sa cosa succede al mondo. Lo sanno, e come. Sanno che la Francia è dilaniata dalla guerra civile e ognuno si schiera e prende parte.

Giovanna da bambina. Avete sentito raccontare di Caterina da Siena. Chi di voi c'era l'altro ieri? Ci sono due opzioni: è una bambina come tutti gli altri, o è una bambina un po' speciale, che già si capisce che c'è chi è che aveva già capito. È una bambina un po' speciale, che già si capisce chi sia qualcosa di strano in lei. Qui abbiamo il secondo processo, quello in cui interrogano, tanti anni dopo, la gente che l'ha conosciuta, la gente del paese. E lì tutti dicono: "Per carità, la memoria si modifica col tempo. Chi lo sa se quelle cose che dicono son vere, o se se le sono immaginate loro nel frattempo". Comunque, tutti dicono: "Giovanna, si vedeva che era diversa dagli altri. Andava sempre a messa. Ogni mese, ogni domenica, ogni messa da morto che c'era nel paese, lei mollava il lavoro, perché stava a casa a filare, come tutte le brave bambine. Mollava il lavoro e andava a messa. Si confessava il più possibile". Notate che la Chiesa all'epoca, che considerava la confessione un sacramento estremamente serio, diceva ai cristiani: "Ci si confessa una volta all'anno, a Pasqua. È obbligatorio confessarsi a Pasqua e basta". Così, perché non è una cosa da prendere sottogamba. Confessarsi più spesso non era visto di buon occhio. Giovanna si confessava tutti i momenti. E analizzando i testimoni del suo paese che raccontano questa cosa, viene fuori questa, questa cosa abbastanza interessante. Tutti quelli più anziani, quelli della generazione dei suoi genitori, dicono: "Che bambina meravigliosa fosse stata nostra figlia! Era così, via, era così buona, così religiosa. Avremmo voluto averla noi una figlia così". I suoi coetanei, non è che possono parlare di Giovanna, però sotto sotto, i suoi coetanei dicono: "Sì, però esagerava un po'. Tutto sommato, era sempre lì che voleva andare a messa invece di venire a giocare con noi. Quando si andava a ballare, lei non ci stava". E qualcuno di questa ragazzina, tutto sommato, al paese, qualcuno degli amici ne parlava anche male. La prendevano in giro: "La santarellina".

Quando la santarellina, a 12 e 13 anni, comincia a sentire le voci. Chi di voi c'è stato l'altro ieri sera? Mi diranno: "Queste donne del Medioevo sentiva in tutte le voci". No, ho cercato di dirlo all'inizio, non è quello il problema. È che quelle che sentivano le voci, noi le conosciamo perché di loro si è parlato. Giovanna comincia a sentire le voci, e la prima volta ebbe molta paura. E questa voce venne verso mezzogiorno d'estate, nel giardino di suo padre. Dalle testimonianze di Giovanna al processo, veniva da destra, dalla parte della chiesa, e insieme c'era una gran luce. Voi capite che è importante se veniva da sinistra, si poteva anche dubitare, tutto sommato, di questa voce che venisse davvero dalla sua e non da sotto. Invece veniva da destra, veniva dalla parte della chiesa. Giovanna ci pensa un attimo, ha paura subito, ma poi si convince che queste voci vengono da Dio. E queste voci le dicono all'inizio che deve fare la brava bambina, che deve andare spesso in chiesa. E poi cominciano a dirle che c'è qualcosa di più, che lei ha una missione, che deve andare in Francia. Il suo villaggio è proprio sul confine, in Lorena, al confine con il ducato di Borgogna. La Francia è dietro, più indietro. Il territorio controllato dal Delfino è ancora più lontano. Lei deve andare dal Delfino per salvare la Francia. A 12 o 13 anni non se ne parla neanche. Ma quando comincia ad averne 15 o 16, Giovanna ci prova, perché le voci continuano ad esserci. Al processo dirà, a un certo punto, che lei le sente tutti i giorni le voci. E a un certo punto ci prova. In un paesino lì vicino c'è una guarnigione francese al comando di un capitano del Delfino. E lei scappa di casa, va fin lì, va dal capitano e gli dice: "Dio mi ha mandato per salvare la Francia".

Ancora una volta, come nel caso di Caterina, noi potremmo dire: "Beh, questa gente del Medioevo era pronta a credere a queste cose. Chissà come avrà reagito il capitano del Delfino". Reagisce esattamente come farebbe oggi un capitano dei Carabinieri, se gli arrivasse una ragazzina che dice: "Sono scappata di casa perché devo andare a salvare il paese". Capitano dei Carabinieri, telefono alla famiglia dicendo: "Venite a riprenderla e controllatela da un po' di più". Il capitano del Delfino chiama la famiglia e dice: "Riportatela a casa, datele due ceffoni e non voglio più sentirne parlare di queste scene". La riportano a casa. Giovanna continua a fremere. I familiari si spaventano. Qui c'è un punto in cui non reagiscono esattamente come reagiremmo noi, un punto in cui ci aiuta a capire come ragionava questa gente. La mamma, a un certo punto, racconta Giovanna la seguente cosa. Le dice: "Sì, la prima volta che sei scappata di casa e che poi si capiva che eri pronta a scappare di nuovo, e scappare dal punto di vista del papà e dei fratelli, per far cosa? Per andare dal capitano, dai soldati". Per scappare con i soldati. Sì, sanno loro che c'è la missione divina. Agli occhi del padre, dei fratelli, questa è l'ennesima ragazzina che vuole scappare di casa per andare coi soldati. Tenete conto che la Francia vive nella guerra da anni, che l'abitudine alla guerra, al passaggio dei soldati, è anche l'emozione, l'eccitazione. Passaggio dei soldati, chissà dove vanno poi. Ecco, di ragazze che scappano con i soldati ce ne sono tante. E come finiscono? Finiscono tutte a fare la prostituta. E per il padre, per i fratelli, quella è la prospettiva. E la mamma dice a Giovanna: "Guarda che allora io li ho sentiti, tuo padre e i tuoi fratelli. Loro non sapevano che io stavo ascoltando dall'altra parte. Loro parlavano e dicevano: 'Questa qui finirà che scappa coi soldati e finisce come finisce, e il nostro onore sarà perduto, disonora la famiglia. È meglio affogarla nello stagno'". E il papà e i fratelli, per un momento, si son detti: "Guardala, affoghiamola nello stagno e così non se ne parla più e il nostro onore sarà salvo".

Qui io apro una piccola parentesi. Mi sono chiesto a lungo se aprirla, perché ci perdo cinque minuti, mi gioco cinque dei miei minuti, ma la apro lo stesso, perché a me, in passato, mi è capitato di trovarla nei documenti una vicenda di questo tipo. Io una volta ho trovato nell'archivio di Aosta un processo del '300 che parla precisamente di questo. C'è una famiglia di contadini ricchi, agiati, padroni di bestiame, e c'hanno una ragazza di famiglia, e una sorella che ruba e ruba e non si riesce a impedire. Noi oggi diremmo: "Malata". Che ruba. Ne ha rubato già diverse volte. La giustizia dell'epoca è sbrigativa. Il ladro, la prima volta lo bastoni, la seconda volta gli taglia un'orecchia, così, così la gente lo vede e sa che è un pregiudicato. Alla ragazza gliel'hanno già fatto, le ha già tagliato un orecchio una volta, e lei continua a rubare. Ci capiamo? E non sto parlando di Giovanna d'Arco, sto parlando di questa storia che io ho trovato a un certo punto nell'archivio di Aosta, e che richiama molto da vicino quello che il papà e i fratelli di Giovanna, a un certo punto, ha pensato di fare. In questo documento valdostano si legge che i fratelli della ragazza si dicono: "Ci disonora, mandiamola fuori dal paese, portiamola dall'altra parte delle montagne e che si vada con Dio". Il padre e i fratelli lo decidono. I fratelli la portano via. Salgono, si arrampicano su verso il Gran San Bernardo. Immaginate questa camminata tutto il giorno. Quando arriva al Gran San Bernardo, o quasi subito sotto, nel vallone di Vertosan, i fratelli si dicono: "Questa qui, la sorella, arriverà di là e ricomincerà a rubare. E chiederanno chi è, si saprà che è nostra sorella, la rimanderanno di qua, la faranno impiccare i signori del paese, e noi saremo disonorati. Affoghiamola nel lago". C'è il laghetto sotto il Gran San Bernardo. E loro prendono la sorella e la affogano nel lago. E noi abbiamo il processo. I signori del paese, che si sono trovati molto in difficoltà in questo caso, e hanno chiesto consiglio. Molti nobili della Val d'Aosta sono venuti a dare il loro consiglio, e alla fine ha deciso: "Sì, sì, li hanno condannati a pagare una grossa multa e basta, perché credevano di far bene". Questo per dire che queste cose succedevano, e Giovanna ci è andata vicina.

E Giovanna, però, è sempre lì. Il papà, i fratelli non si risolvono questo passo estremo. Lei è sempre in casa che freme. Lei stessa, a un certo punto, al processo dirà: "È venuto un momento che non ce la facevo più a sopportare. Mi sembrava che il tempo non passasse mai". Dice Giovanna, sono riportate nel processo, alla terza persona, le sue dichiarazioni: "Il tempo le sembrava interminabile come a una donna incinta". E cito questo di nuovo, perché Giovanna, come Caterina da Siena, di cui abbiamo parlato, è una che non è mai stata incinta, che è morta vergine. Però è chiaro che anche per lei, la cultura che lei ha assorbito da bambina è questa. La cultura delle donne è innanzi tutto questo: la gravidanza, essere incinta, il parto. Queste sono le cose che tutte loro conoscono. Anche chi non li ha conosciuti direttamente, come Giovanna, le viene naturale usare queste immagini. "Ero lì che non ce la facevo più, che contavo i giorni come come una donna incinta". E finalmente scappa di nuovo di casa. E stavolta le va bene. Stavolta il capitano del Delfino, le dice: "Delfino, mi capite, l'aspirante re di Francia. Il re d'Inghilterra si è fatto incoronare re di Francia. C'è il legittimo re francese, che però non è stato ancora incoronato, perciò lo chiamano ancora il Delfino, l'erede". Il capitano del Delfino, stavolta, quando si vede arrivare questa ragazzina, che a quel punto ha 17 anni, decide di darle fiducia e di mandarla dal Delfino.

E qui ci vuole una piccola spiegazione di contesto. Giovanna non è la prima che arriva dicendo che lei ha sentito le voci e che Dio vuole salvare il regno di Francia. Perché se fosse stata la prima, se fosse stato un fenomeno unico, chi lo sa come avrebbero reagito. Invece non è così. In questa società, capita con una certa frequenza che ci sia qualcuno che si sente portatore di un messaggio divino. In questa Francia sprofondata nella guerra civile e nell'occupazione straniera, capita con una certa frequenza. Una certa frequenza vuol dire una volta all'anno, una volta in due-tre anni, una volta ogni cinque anni, però è già successo. Arrivano le persone che hanno le visioni, uomini e soprattutto donne, donne e soprattutto ragazzine, povere, di solito analfabete, contadine. Arrivano e dicono: "Dio mi ha parlato, Dio mi manda dal re, dal Delfino, per salvare la Francia". E bene o male, tutti hanno l'idea che potrebbero anche essere vere queste cose. Qualche anno prima dell'avventura di Giovanna, l'Università di Parigi, in un momento particolarmente cupo per il regno, ha pubblicato addirittura un appello pubblico, una circolare. L'Università di Parigi invitava, cito: "Le persone pie che conducono vita buona e hanno il dono della profezia", le invitava a manifestarsi per la salvezza del regno. Dunque, ci si aspetta che possa accadere una cosa del genere.

La seconda volta che Giovanna va alla fortezza, vivo culo al capitano del Delfino. Il capitano del Delfino, stavolta, ha sentito parlare di lei, perché sono anni che lei sta a casa a smaniare, e nella zona ormai lo sanno tutti che lei ha le visioni e sente le voci. Ormai la conoscono. E stavolta il capitano decide di rischiare di mandarla dal Delfino. Non è una decisione da poco. Le compra un cavallo, le regala una spada. Giovanna ha una condizione precisa: lei andrà, ma siccome va non soltanto per annunciare una profezia, ce ne sono state altre che annunciavano la profezia, lei va dal Delfino per dirgli: "Dio mi ha detto di guidare i tuoi eserciti e sconfiggere gli stranieri e cacciarli dalla Francia". E queste cose non si fanno se si è vestita da donna. Quindi Giovanna parte dicendo: "Io ci vado vestita da uomo". E gli abitanti del villaggio si tassano e le comprano un vestito da uomo. E lei si taglia i capelli a scodella, che è la moda maschile dell'epoca, si taglia i capelli da uomo, si veste da uomo, sale sul cavallo che le ha comprato il capitano, e parte per raggiungere il Delfino nella Valle della Loira. Undici giorni di viaggio con una scorta di uomini d'arme forniti dal capitano del Delfino, che si è preso a questo punto la responsabilità di mandarla avanti. Questa qui arriva dal Delfino. Un testimone dirà poi al processo: "Aveva i capelli corti e un berretto di lana, ed era vestita da uomo, ma un vestito molto semplice. Gli hanno comprato i contadini del suo paese". Arriva dal Delfino.

Di nuovo, quanto è diverso quel mondo dal nostro, e quanto è uguale. È molto diverso. Il Delfino la riceve. Lei dice che deve parlare da sola con lui. È come se fosse il re per i francesi legittimisti, per i francesi leali. Il Delfino, lei dice: "Devo parlargli da sola". E il Delfino, il re, la riceve da sola, e lei gli spiega che è stata mandata da Dio. Poi, l'ho già sentito, non per annunciare, per farlo. Gli inglesi stanno assediando Orléans. È una città cruciale, perché se gli inglesi prendono Orléans, avranno accesso, passeranno la Loira, avranno accesso alla Francia del sud, potranno invadere i territori ancora sotto il controllo francese. Questo assedio di Orléans è cruciale. Giovanna, che vive a 300 chilometri di distanza, lo sa che c'è questo assedio, ne ha sentito parlare. E lei dice al Delfino: "Non ho niente da annunciare, io sono stata mandata per comandare il tuo esercito e andare a cacciare gli inglesi, togliere l'assedio di Orléans, e poi portarti a Reims, che è la città dove per tradizione il re di Francia vengono incoronati, e farti incoronare re di Francia". Un mondo, vi dicevo, diverso dal nostro. Il Delfino la riceve in privato e la ascolta. Un mondo molto simile al nostro. Il Delfino, per prima cosa, pensa: "Ecco, un'altra matta scatenata. Come faccio a liberarmi di lei? E soprattutto, se le do retta, che figura ci faccio?". Questo viene fuori molto chiaramente, che il Delfino, a un certo punto, ne parla con i suoi consiglieri, e dice: "E se poi si rivela tutta una truffa, tutto il mondo riderà di noi. Però non è detto che non sia vero, non è detto che non sia una vera profetessa". Come si fa a saperlo? Si convoca una commissione. Si convoca una commissione di esperti, di teologi, di giuristi, di consiglieri del re, di politici, i quali, per un mese, interrogano Giovanna e le esaminano. En passant, siccome lei dice: "Ho fatto voto di verginità", e così via, si fa anche un esame di verginità, anzi due. Già che ci sono, commissioni di dame di corte che la esaminano per verificare che effettivamente è vergine come lei dice. E i teologi la esaminano, la analizzano e discutono con lei. Le chiedono di tutto. Uno dei teologi le chiede: "Queste voci che tu senti, ma in che lingua parlano?". Purtroppo, il teologo è uno del meridione, parla con un fortissimo accento meridionale. Giovanna gli risponde: "Parlando in francese, molto meglio di voi".

Commissione verifica che è sincera, che è buona, che è pia, che è umile, che è devota. La commissione verifica una serie di altre cose abbastanza significative per noi. Ne abbiamo già parlato tanto parlando di Caterina da Siena, quindi non mi fermo troppo, però bisogna saperlo che Giovanna, da questo punto di vista, cammina sulla stessa strada di Caterina da Siena. Non mangia niente. La commissione lo testa, lo verbalizza. Mangia al massimo due volte al giorno, e spesso solo un pezzo di pane. Era stupefacente quanto mangiava poco. Testimonierà poi uno che l'ha conosciuta bene al processo. Seconda cosa: non ha le mestruazioni. A 17 anni, sarebbe già ora. Lei sarà perché non mangia niente, non le ha. E su questa cosa, di nuovo, i teologi sono colpiti, sono interessati, perché è carica di valenze simboliche questa faccenda. Non ha mestruazioni, come la Madonna, probabilmente. Però i teologi dell'epoca su questo sono spaccati. Maria le aveva, le aveva? Non è un dogma, si può discutere. Ed è una roba abbastanza interessante, se uno pensa che Maria sia stata davvero la madre di Dio, e che Dio si è incarnato, gli è venuto in mezzo agli uomini tramite lei. È una faccenda piuttosto interessante dal loro punto di vista di allora. E i teologi si spaccano. I teologi francescani dicono: "No, Maria non le aveva le mestruazioni, era talmente perfetta, nata senza peccato". Non è ancora un dogma l'Immacolata Concezione all'epoca, che non le aveva. I teologi domenicani dicono: "Sì, sì, le aveva Maria, perché lei era donna pienamente, quindi le aveva". Anche qui sono andato fuori del seminato, ma il fatto che Giovanna non le avesse, per gli uomini che lei esaminavano, tutti maschi, evocava tutto questo genere di questioni. Questo dobbiamo saperlo. Alla fine, la commissione conclude che Giovanna è sincera, e che forse è davvero Dio che la manda. Vale la pena di rischiare.

Nella discussione con questa commissione, di cui egualmente abbiamo i verbali, conosciamo molto bene, la pena di sottolineare un aspetto di Giovanna. Giovanna, l'abbiamo detto, è, o forse no, lo dico adesso, è analfabeta. Poi impara un po' a firmare, ma sostanzialmente è analfabeta. E ha una grande sicurezza che le è data dalle sue visioni, dalle voci che le parlano, e che le permette di sentirsi superiore a tutti questi intellettuali maschi, che con i loro tavoli carichi di libri vanno a cercare nei libri le domande e le risposte. Giovanna, a verbale, a un certo punto, quando qualcuno le dice: "Ma non si è mai sentito che Dio mandi una ragazza per comandare gli eserciti e vincere le guerre", Giovanna risponde: "Il Signore ha un libro che nessun chierico ha mai letto, per quanto sia istruito". E un'altra volta, quando la commissione continua a dirle che, insomma, questa cosa è poco credibile, Giovanna dice: "Nei libri del Signore ci sono più cose che nei vostri". E i libri del Signore, appunto, è lei che li conosce, perché il Signore a lei parla, è lei che incarna questa missione. Dunque, la conclusione: "Proviamoci". Immediatamente si mette in movimento una complessa macchina politica e militare per vedere se Giovanna effettivamente è la carta vincente. Parte la propaganda. Si fanno riscoprire le profezie. Come per incanto, saltano fuori le profezie: "Una ragazzina proveniente dalla Lorena salverà il regno di Francia". In realtà, circolava già. Lo stesso Giovanna l'ha letto, è probabilmente quello l'ha anche motivata. Quindi escono gli opuscoli, i trattati, gli instant book, le profezie, la salvatrice del regno, il regno salvato da una ragazza, da una Pucelle.

E al tempo stesso, noi dobbiamo immaginare, anche se nessuno ce lo dice, che le abbiano insegnato a portare l'armatura, che non è uno scherzo andare a cavallo con l'armatura, a combattere. Perché tutte queste cose Giovanna alla fine le saprà fare. Lo dicono tutti, ma non so cosa, si improvvisano. Anzi, appare incredibile che in poche settimane gliel'abbiano insegnato. Ma devono per forza averglielo insegnato. E la preparano. È una ragazzina di 17 anni, e voi mi capite. La preparano a comandare l'esercito in guerra. Le danno uno scudiero, un paggio, come un nobile. Il re le fa fabbricare un'armatura. Noi abbiamo i conti dell'armaiolo. Carissima, un'armatura da principe. Le regalano dei cavalli, perché un comandante in guerra non ha un cavallo solo, ne ha tanti. Le testimonianze sono concordi: Giovanna cavalca sul suo grande cavallo nero da battaglia, in armatura, a testa scoperta, con un'ascia in mano. E portava l'armatura con tanta scioltezza, come se non avesse fatto altro in tutta la vita. Come abbiano fatto, non ostante.

E il re le assegna uno stemma. E la figlia del sindaco di Domrémy, il quale intanto è arrivato per farsi fare l'esenzione fiscale per tutto il villaggio, e già che c'era, ma comunque è una contadina. Non importa, nobilitata. Il re la nobilita, le assegna uno stemma: due gigli d'oro in campo azzurro, e sono i gigli di Francia. E lo stemma del re è in mezzo ai gigli d'oro una spada levata che regge una corona. Non potrebbe essere più chiaro di così. La corona di Francia, in quel momento, si regge sulla spada di Giovanna. Al processo, i giudici al servizio degli inglesi cercheranno di incastrarla su questo stemma: "Che vanità portare uno stemma del genere, uno stemma degno di un re!". Giovanna dirà: "Io non l'ho mai portato". I suoi fratelli, però, sì, i fratelli lo portano, eccome.

E a questo punto Giovanna entra in azione. Al comando dell'esercito, marcia su Orléans, e scrive la prima delle sue cinque o sei lettere pubbliche. La lettera agli inglesi, 22 marzo 1429. È una lettera di una sicurezza di sé terrificante. Sono trenta righe. Il pronome "io" figura sei volte. Il sostantivo "la Pulzella", come soggetto, "la Pulzella farà questo, farà quello", figura sette volte. Ve ne leggo due squarci: "Re d'Inghilterra, il re d'Inghilterra in quel momento un bambino, Enrico VI, scusate, quindi c'è un reggente, il Duca di Bedford. Re d'Inghilterra, e voi, Duca di Bedford, che vi dite reggente del regno di Francia, restituite alla Pulzella, che è mandata qui da Dio, il re del cielo, le chiavi di tutte le città che avete preso e violentato in Francia. E voi, arcieri, mercenari, nobili e altri, che assediate la città di Orléans, andatevene nel vostro paese per ordine di Dio. E se non lo fate, aspettatevi notizie della Pulzella, che fra poco verrà vedervi con vostro grande danno. Re d'Inghilterra, se non fate così, io sono capo di guerra, e in qualunque luogo raggiungerò i vostri uomini in Francia, li farò andar lì, che vogliano o che non vogliano, e se non vogliono obbedire, li farò ammazzare tutti. Io sono qui mandata da Dio, il re del cielo, il mio corpo al posto del suo, per buttarli fuori da tutta la Francia". Gli inglesi che assediano Orléans ricevono questa lettera e rispondono che la bruceranno, perché "solo una e che se ne torni a guardare le vacche".

Giovanna attacca. Al processo si discuterà: Giovanna dice: "Io la spada mai usata, mai versato sangue". Alcuni testimoni contraddicono: "La spada certamente la impugnava, se abbia colpito qualcuno, no, non è detto. Certamente la spada impugnava, è certamente attaccava alla testa delle truppe". Non sono le grandi battaglie in campo aperto, c'è l'assedio di Orléans, le fortificazioni, le trincee. Si tratta di scalare dei baluardi, dei bastioni, mentre piovono i quadrelli delle balestre, piovono le pietre, l'olio bollente. Di arrampicarsi sulle scale. Tutti l'hanno vista Giovanna, con la spada o con lo stendardo in pugno, che si arrampica sulle scale e conduce l'assalto. Complessivamente, in pochi mesi, è ferita quattro volte. La prima volta è ferita perché calpesta un tribolo. Cos'è un tribolo? Fuori dalle trincee si buttano triangoli di ferro con le punte da tutte le parti, in modo che chi passa lì, testa. La prima volta lei pesta un tribolo, si fa male al piede. Seconda volta, la ferisce un quadrello di balestra alla spalla. Un'altra volta la ferisce una pietra che le viene addosso. La quarta volta, e non so più dove, alla coscia, credo. Insomma, combatte, combatte e vince, e stravince. Va ad Orléans, uno dopo l'altro prende tutti i bastioni, le trincee degli inglesi che assediavano Orléans. Orléans è libera. Giovanna entra in città col Delfino tra festeggiamenti memorabili. Gli inglesi preparano un esercito per venire alla riscossa. Giovanna va ad affrontarlo, li sconfigge nella battaglia di Patay, del 18 giugno del '29. Lì sbaraglia in campo aperto. A questo punto, gli inglesi sono in piena rotta. La scena è pronta perché il Delfino possa fare quello che non ha avuto il coraggio di fare per anni: spingersi fino a Reims, la città sacra delle incoronazioni, e farsi incoronare re di Francia. Il 16 luglio, Giovanna entra a Reims con lo stendardo in pugno, accanto al Delfino, e nel Duomo della cattedrale gotica di Reims viene incoronato Carlo VII, re di Francia. Tre mesi: maggio, giugno, luglio. In tre mesi, Giovanna ha vinto la Guerra dei Cent'anni. Diciamo pure che sarà ancora lunga, ma ha completamente cambiato l'andamento della guerra e ha trasformato il Delfino, che era il candidato perdente, nel candidato vincente e nel vero re di Francia.

Su Giovanna, in questi mesi, non abbiamo tantissime testimonianze. Ce n'è qualcuna che ci dice che lei, anche in questo contesto, non è che fraternizza troppo con i maschi. È lei, ha delle donne con sé, cameriere, dame di compagnia, sta con loro, dorme con loro. Però sa anche stare con gli uomini d'arme e con loro scherza, pacche sulle spalle. Sono venuti i suoi fratelli, perché lei è una ragazza onesta, ci sono i fratelli, e quindi non è che si può spettegolare su questa ragazzina che sta coi soldati. C'è la famiglia che la controlla. Lei, poi, è abbastanza ossessionata da queste cose. Ci sono testimonianze che ci dicono: "C'era una cosa che lei non reggeva: il fatto che al campo, coi soldati, è sempre pieno di prostitute". E lei queste prostitute che stavano coi soldati, non le reggeva proprio. E più d'uno si ricorda di averla vista che correva dietro alle prostitute con la spada per cacciarle dall'accampamento.

E intanto le folle arrivano, le folle festanti che vogliono vedere il miracolo, come diceva Christine de Pizan, per chi c'era ieri sera, "l'onore del nostro sesso". Le folle sono in giro, che vogliono baciarle la mano. Al processo, i giudici glielo diranno: "Ti sei fatto baciare la mano, è vana gloria". Che vogliono toccarle l'abito e farsi battezzare da lei, i loro bambini, che gli faccia da madrina. Lei li battezza. Se sono bambini, li fa chiamare Giovanna. Se son maschili, fa chiamare Carlo, come il re. E poi ai mac... Poco tempo che ci resta. E si sarebbe ancora tante cose da dire.

E poi cosa succede? Succede che tutto va a finire male, molto rapidamente. Che il Delfino, diventato re Carlo VII, decide che ha già ottenuto tutto quello che poteva sperare di ottenere, che più di così è impossibile, e che questa matta che continua a scalpitare per continuare la guerra, comincia ad essere un fastidio. Durante l'inverno '29-'30, stanno fermi, non fanno niente. Giovanna scalpita. Provano a prendere Parigi, che è alleata degli inglesi, non ci riescono. E il primo scacco di Giovanna è all'assalto delle mura di Parigi, e Giovanna è ferita per la quarta volta. Poi pausa invernale. In primavera si ricomincia. Il Delfino non ci crede tanto. Giovanna si vanno a scontrare con i Borgognoni, i soliti maledetti Borgognoni traditori, che sono alleati degli inglesi, a Compiègne. E fuori della città c'è una scaramuccia. Giovanna si trova sola con qualcuno dei suoi cavalieri, la tagliano fuori, la catturano i Borgognoni, alleati degli inglesi. Giovanna è presa. Gli altri che sono con lei, compreso suo fratello, lo dicevo prima, pagano un riscatto e tornano a casa, come si usa allora, secondo le regole della guerra cavalleresca, che ovviamente è fatta per guadagnare soldi, e quindi i prigionieri pagano e tornano a casa. Giovanna no. Giovanna è troppo preziosa. Gli inglesi la vogliono. Non la prendono gli inglesi, la prendono i Borgognoni. Giovanna rimane prigioniera da maggio, quando l'ha presa, fino all'autunno, prigioniera del Duca, del Conte di Lussemburgo, che è un vassallo del Duca di Borgogna, prigioniera in un suo castello, insieme con le donne della famiglia, trattata benissimo. Una volta cerca di scappare dalla finestra, si rompe una gamba, devono curarla. Però va tutto bene, in apparenza. Ma gli inglesi sono lì che insistono perché la vogliono. E finalmente, verso la fine dell'anno 1430, gli inglesi si mettono d'accordo coi Borgognoni e si fanno consegnare Giovanna. E decidono di processarla. Non osano farla andare a Parigi, troppo pericoloso. La fanno andare in Normandia, che è la zona vicino all'Inghilterra, dove gli inglesi sono più forti. C'è il lungo viaggio di Giovanna prigioniera fino a Rouen, capitale della Normandia, con le folle di gente che continuano a venire a vederla, specialmente donne. Ci viene detto che vogliono vedere, dice un testimone al processo, "questa meraviglia del loro sesso", sono le stesse parole di Christine, che abbiamo citato ieri. Fine del '30, Giovanna arriva a Rouen.

3 gennaio 1431. Il re d'Inghilterra pubblica una legge, un manifesto, in cui dichiara: "Enrico, per grazia di Dio, re di Francia e d'Inghilterra, eccetera eccetera. È notorio che da un po' di tempo una donna che si fa chiamare Giovanna la Pulzella, lasciando l'abito di sesso femminile, cosa contro la legge divina, abominevole a Dio, svergognata e proibita da ogni legge, vestita, abbigliata e armata in abito d'uomo, ha esercitato delitti crudeli di omicidio e ha dato a intendere alla gente semplice, per sedurla e ingannarla, che lei era mandata da Dio e che aveva conoscenza dei suoi divini segreti. Perciò, continua il re d'Inghilterra, noi abbiamo intenzione di processarla per questi suoi crimini, per aver fatto credere che lei è mandata da Dio, per aver fatto credere che Dio parla con la sua voce, e per essersi vestita da uomo, che è la dimostrazione che lei disprezza ogni legge naturale, divina, della Chiesa e così via. Perciò la consegneremo", dice, "alla Chiesa, perché sia processata". Poi c'è questa piccola frase finale: "Se per caso dovesse succedere che in questo processo non venga condannata, nostra intenzione di riaverla e riprenderla, perché comunque non la lasceranno andare". Dopodiché la consegnano alla Chiesa. Però, perché l'idea è che è la Chiesa che deve, secondo le regole, processare Giovanna. Quale Chiesa? Quella fedele agli inglesi, naturalmente.

E qui comincia la storia straordinaria del processo, che io dovrò abbreviare, ma un pochettino ve lo devo raccontare, perché il processo di Giovanna è un momento straordinario. Gli inglesi trovano l'uomo giusto per processare Giovanna: Cauchon, un vescovo di Beauvais, dove è la diocesi dove Giovanna è stata catturata. Perché qui si fanno le cose corrette e legali. Un vescovo qualunque non può mica giudicarla, deve essere o il vescovo dove lei abita e lì va a sapere, oppure il vescovo dove ha commesso il reato. È stata catturata in armi da uomo in diocesi di Beauvais, perciò sarà il vescovo di Beauvais a giudicarla. Caso vuole che costui, un vescovo di Beauvais, sia un amicissimo degli inglesi, un politicante famoso, strettamente legato al regime degli occupanti. Quindi, con l'incarico preciso di...

Farla finita con Giovanna, ma con un processo legale, perché tutto il mondo sta a vedere cosa succede. Di cose, la dobbiamo processare. Va a sapere, non è mica così chiaro. Si è vestita da uomo. Si, va beh, bisogna trovare l'argomento per processarla.

Il processo inizia con una serie di interrogatori di testimoni e raccolta di materiali, con cui il vescovo di Beauvais e una squadra di teologi raccolgono informazioni su Giovanna. Finalmente, dopo un mese, il 19 febbraio, decidono che sul loro tavolo ci sono sufficienti informazioni. Ha davvero preteso di essere una profetessa mandata da Dio, eccetera, eccetera, eccetera. Ce n'è abbastanza perché l'inquisizione se ne interessi. Questione finora non entrata niente in questo. È e la chiesa, il vescovo. Mi rendo conto che per chi non è del mestiere sembra assottigliarsi, ma un conto è il vescovo che governa la sua chiesa locale, è un conto è il tribunale dell'inquisizione.

Ma la vogliono processare per eresia, perché se ti vesti da uomo e sei una donna, vuol dire che non accetti l'insegnamento della chiesa che dice alle donne di vestirsi da donna, e quindi sei un'eretica, oltre che per tutte le altre cose. Dunque, si farà un processo per eresia. Per fare un processo per eresia ci vuole un inquisitore. Così si rivolge all'inquisitore di Francia, che è filo-inglese, per invitarlo a prender parte al processo. L'inquisitore di Francia fa sapere che gli dispiace molto, ma lui è un altro processo molto importante, non ha assolutamente tempo, non può partecipare a questo processo.

Cosa? Si rivolge al vice inquisitore di Francia, che è titolare per la diocesi di Roma, dove si terrà il processo. Il vice inquisitore titolare per Juan fa sapere che si, lui è titolare per Roma, il reato è avvenuto nella diocesi di Beauvais, quindi in realtà non sarebbe mica lui quello che è veramente responsabile per questa cosa. Quindi lui, senza autorizzazione superiore, in questo processo non vuole averci niente a che fare.

Con Jean Fréme, finalmente, si rivolge l'inquisitore in capo, ottiene l'autorizzazione perché il suo vice faccia parte del tribunale. Finalmente, senza che nessuno ne abbia voglia, l'inquisizione accetta malvolentieri di gestire questo processo, che tutti sanno benissimo che è un processo politico. Tutti sanno benissimo che gli inglesi hanno già deciso come deve andare a finire, e nessuno ha tanta voglia di sporcarsi le mani con questo processo. È talmente complicata la cosa che con Jean e il vice inquisitore hanno bisogno di un sacco di consigli. Come vi dicevo all'inizio, alla fine di quei cinque mesi avranno convocato 131 tra professori universitari, teologi, canonici, eccetera, per consigliarli. Molti di questi fanno poi sapere, in seguito al processo successivo di nullificazione, che loro non ci volevano mica andare, perché l'hanno capito benissimo che questo processo era una cosa storta e che farlo lì, con i soldati inglesi fuori che pattugliavano, non andava bene.

E tuttavia, han dovuto, han dovuto accettare. Qualcuno non accetta, qualcuno se ne va, gli corrono dietro, lo minacciano. Ci sono tutta una serie di scene di gente che rifiuta di partecipare a questo processo e con la forza li costringono a sedere in tribunale. È un processo in cui Giovanna non ha un avvocato, e questo, purtroppo, tocca dirlo, è legale, perché nei processi di inquisizione l'imputato non ha diritto a un avvocato. Del resto, è tardissimo. Piccola digressione, è anche normale, perché il processo di inquisizione mira una cosa sola: a far dire all'imputato, "Avete ragione, mi ero sbagliato, mi pento". Se l'imputato dice, "Avete ragione, mi pento", l'inquisizione non lo può più bruciare. E lo scopo è quello. Quando bruci qualcuno, è perché hai fallito. Lo scopo è di convincerlo a pentirsi, a riconoscere che la chiesa ha sempre ragione. E quindi si capisce anche che non ci sia bisogno di avvocato. Sei tu che devi dire, "Sì, hai ragione, mi pento, ho cambiato idea".

Dunque, Giovanna non ha avvocato, ma a parte questo, le cose si fanno con l'estrema legalità. Si verbalizza tutto, la convocano e cominciano le sedute pubbliche in cui interrogano Giovanna. A dire il vero, c'è un errore di procedura. Magari vi annoio, ma per noi storici sono quelle cose cruciali da andare a vedere. Vogliono far le cose così per bene. In realtà, c'è un errore di procedura colossale, perché all'inizio di un processo per inquisizione bisogna notificare all'accusato i capi d'accusa. Lì non li hanno ancora i capi d'accusa, vogliono prima interrogarla e vedere se ri-, vedere se riescono a incastrarla, farle dire qualcosa di grosso e su quello accusarla. È illegale, lo fanno lo stesso.

Quando Giovanna, nella prima seduta nella cappella del castello di Rouen, si presenta ai suoi giudici, per prima cosa le dicono: "Devi giurare sul Vangelo che dirai la verità". È illegale, perché senza capo d'accusa non si può chiedere all'accusato di giurare che dirà la verità. Qui comincia, la faccio breve, una storia che ha lasciato stupefatti tutti gli analisti di questo processo, perché sembra quasi che Giovanna conosca il diritto canonico e che si difenda sulla base delle irregolarità che commettono i suoi giudici. Quando le chiedono di giurare sul Vangelo che dirà la verità, è come se Giovanna sapesse che non hanno il diritto di chiederglielo, e lei risponde: "Ma io non lo so mica cosa mi chiederete, come faccio a giurarvi che dirò la verità? Potreste chiedermi delle cose che non voglio dirvi, potreste chiedermi delle cose che mi ha rivelato Dio nelle visioni e mi ha proibito di rivelare, e io non posso spergiurare a Dio per giurare a voi. Potreste chiedermi delle cose che il mio re mi ha detto in segreto ordinandomi di non rivelarle a nessuno. Io giuro, se proprio volete, che se mi interrogate in questioni di fede, sulle mie credenze, dirò la verità. Su tutto il resto, mi riservo di mentire ai giudici".

Dopo innumerevoli discussioni, accettano questo giuramento, perché non si può fare diversamente, non si può obbligarla a giurare. E già che c'è, con le chiede di giurare che non cercherà di scappare. Come pensate che abbia risposto? Non giura. Risultato: durante tutto il processo, Giovanna in cella dorme incatenata e con cinque guardie nella cella che la controllano. Notate che è sempre vestita da uomo, perché cercano di convincerla a vestirsi da donna e lei tiene duro e non si veste da donna. Ci sono delle schermaglie straordinarie. A un certo punto le dicono: "Se ti vesti da donna, ti facciamo sentire messa, perché come accusata per eresia non hai diritto di sentire messa". Giovanna dice: "Ma io non voglio vestirmi da donna, però certo che sentire messa. Però patti chiari, non è che mi devo vestire da donna e restare per sempre vestita da donna. Di come mi vestirei, quella hanno". Allora: "No, però se mi fate fare un vestito da donna, prometto che se mi mandate a messa me lo metto per l'occasione". I giudici accettano, le mandano il sarto in cella a prenderne le misure per vestirla da donna. Il sarto, per i gusti di Giovanna, la tocca un po' troppo per prendere le misure. Risultato: Giovanna e gli molla un ceffone. Il sarto sparisce, non se ne parla più del vestito da donna.

Il processo va avanti. Non posso fare tanti esempi, ma è importante sottolineare questa cosa. Tanti testimoni ci diranno: "Era pazzesco come questa ragazzina teneva testa ai suoi giudici, ne sapeva più di loro, sapeva sfuggire alle trappole". Molti dicono: "È chiaro che i giudici volevano incastrarla, le facevano le domande apposta per vedere se lei diceva l'eresia, e lei se la cavava sempre". Un esempio tanto per capire la mentalità contorta di questa gente con cui ci confrontiamo. Le dicono: "Senti un po', sei in stato di grazia?". È una fregatura, perché se dicessi "sono in stato di grazia", è come fai a saperlo? Vanagloria, e il diavolo ti fa credere. "Se in stato di grazia?". Giovanna risponde: "È difficile rispondere a una domanda così. Dirò questo: se solo in stato di grazia, spero che Dio mi ci mantenga. Se non lo sono, spero che Dio mi ci metta". Sorridono in un pubblico di teologi dell'epoca, che sono nati e cresciuti con queste cose. Sono tutti stupefatti: "Come diavolo fa la ragazzina saper rispondere così, evitare la trappola in cui i teologi consumati hanno cercato di farla cadere più di una volta?".

Quando le leggono i verbali, lei dice: "Ma non ho mica detto quello". E c'è almeno un'occasione in cui viene verbalizzato che lei, alla lettura dei verbali, dice: "Non ho detto quello". Pubblico: "Cosa ho detto?". È il pubblico che dice: "Hai ragione, non hai detto quello che hai scritto lì". E li costringe a cambiare il verbale. Dopodiché, va tutto molto bene. Vogliono fare le cose per bene, formalmente corrette, ma la vogliono condannare, perché il governo inglese ha già fatto capire chiaramente che i giudici non usciranno di lì se non l'avranno condannata.

Finalmente arrivano a formulare i capi d'accusa. Giovanna è fortemente sospetta di essere una strega, un falso profeta, di aver evocato gli spiriti maligni, e queste previsioni vengono: irrispettosa della chiesa, provocatrice di guerra, assetata di sangue, indecente al punto di abbandonare la modestia del suo sesso per vestirsi e armarsi come un uomo, contro la legge divina e naturale, e contro gli insegnamenti della chiesa. Ed è fortemente sospetta di eresia.

A questo punto, cosa succede? Mi devo richiamare, sto finendo, e sia chiaro, tardissimo. Mi devo richiamare alla procedura di un processo per inquisizione. Lo scopo del processo, formalmente, è che lei dica: "Avete ragione, ho sbagliato, mi pento, mi sottometto". Questo è lo scopo di ogni processo. I giudici hanno il fiato degli inglesi sul collo. Gli inglesi le hanno già detto: "Guarda che se ne hai lasciati andare, ce la riprendiamo noi e le vostre carriere sono finite e avrete tutti moltissimi guai". Sarà lasciata andare. Però i giudici stanno facendo un processo in cui il loro scopo è di convincerla a abiurare. Come si dice? È dunque le presentano un'alternativa chiara: deve sottomettersi alla chiesa, deve ammettere di aver avuto torto, deve ammettere che le sue visioni erano false, deve ammettere che vestendosi da uomo ha disprezzato gli insegnamenti della chiesa.

A questo punto, per la prima volta nel verbale, la storia di questo lungo processo, si parla di una cosa. E magari non vi è venuta in mente, ma magari sì, che di solito quando si parla di processi di inquisizione, viene in mente a tutti la tortura. Non l'hanno mai torturata finora. Giovanna. Ne parlano in questo momento, quando si tratta di dirle: "Guarda che devi firmare questa abiura, altrimenti finisci male. Guarda che devi ammettere che devi confessare di aver sbagliato". Secondo la procedura, la portano nella stanza della tortura e le fanno vedere gli strumenti di tortura. Procedura lo richiede ufficialmente, glieli fai vedere, poi lo lascio una notte a pensarci su per vedere cosa decide.

Giovanna tiene duro, non vuole firmare. A questo punto, si riunisce una commissione ristretta. Quanti sono? 6, 12, 15? 15 dei giudici, fra teologi, professori della Sorbona, per decidere: è il caso di andare oltre e torturarla o no? Su 15, solo tre dicono che secondo loro sarebbe il caso di torturarla. Gli altri, per un motivo o per l'altro, dicono che non è il caso. Notate che la cosa non è così semplice, perché se voi avete presente la situazione, i veri nemici di Giovanna, gli inglesi, cosa vogliono? Vogliono che lei accetti di firmare, che abiuri, no? Quindi, c'è anche il caso che quelli che volevano torturarla fossero quelli che speravano che questa deficiente si salvasse ammettendo di aver sbagliato, parlo interpretando il loro pensiero. Si capisce. E c'è anche il caso che quelli che hanno detto "no, non torturiamo la" sono quelli che hanno una gran fretta di poterla mandare al rogo come colpevole impenitente. A sapere, noi non possiamo più entrare nelle loro anime adesso, sono morti tutti da un sacco di tempo.

Comunque, fatto sta che non la torturano. Continuano a insistere: "Firma questa misura". E qui, guarda, mise tutto scritto. Lei non firma. La portano sulla piazza, dove c'è già un rogo pronto, e su questa piazza, con il rogo pronto, le fanno ascoltare il sermone di un teologo che denuncia tutti i suoi errori, e le rileggono questa pergamena dove già scritto tutto. Lei confessa che si è sbagliata, che le sue visioni venivano dal diavolo, non da Dio, che lei era un falso profeta, e soprattutto che d'ora in poi non vestirà mai più abiti maschili, che è la cosa su cui insistono più che su tutte. E noi siamo liberi di pensare se è perché sono maschi paranoici o è perché sono teologi sottili e han capito che quella è la cosa con cui la fregheranno. Le fanno leggere questa cosa. Giovanna dice: "No, no, no". Dice: "Guarda che il rogo è pronto, c'è la folla, c'è il cordone di soldati inglesi, ci sono le autorità inglesi sul palco, tutti che aspettano di vedere che lei rifiuta di firmare per accendere il rogo". Un certo punto dice: "Va bene, d'accordo, firmo. Chissenefrega. Firma. Datemi la penna, firmo".

Nel momento in cui prende la penna, gli inglesi cominciano a rumoreggiare, i soldati inglesi cominciano a protestare, dire: "Una farsa, non è vero, ci prende tutti in giro, è una vergogna". Le autorità inglesi se ne vanno dal palco protestando furibonde, minacciando i giudici di fargliela vedere che non sono riusciti a incastrarla. Giovanna firma. C'è un testimone, uno dei tre medici che hanno assistito Giovanna durante il processo, perché ci sono tre medici che l'assistono per poter certificare che nessuno l'ha toccata, che non le hanno torto un capello, e che tutto quello che lei ha detto, l'ha detto di sua spontanea volontà. Uno di questi medici più tardi dirà: "Lei ha firmato perché le hanno promesso che la liberavano se firmava". Va a sapere, è una testimonianza, noi non sappiamo se ci si può credere o no. Fatto sta che lei firma. Ha firmato.

E a questo punto le leggono la sua condanna. Siccome ha firmato, non può essere messa a morte, quindi avrà la vita salva, ma sono talmente gravi le sue colpe che sarà tenuta in carcere a vita. E il 24 maggio 1431, stavolta le danno gli abiti da donna, e lei se li mette e va in carcere. E poi succede qualcosa su cui chiude rapidissimamente, ma su cui nessuno sa la verità. Giovanna è vestita da donna in carcere. Qualcuno poi dirà: "Vestita da donna era dura stare in carcere". I carcerieri, è venuto uno, l'ha minacciata di violentarla. Insomma, com'è come non è, in cella Giovanna trova degli abiti maschili, o forse li chiede, non lo sappiamo. Comunque, fatto sta che due giorni dopo, in carcere, è di nuovo vestita da uomo. Dopo avere firmato l'abiura, in cui riconosceva che vestirsi da uomo voleva dire offendere la chiesa e che lei non l'avrebbe mai più fatto. Due giorni dopo è di nuovo vestita da uomo.

Le autorità inglesi, appena lo sanno, si fregano le mani. "La temiamo, Giovanna è finita, Giovanna è in trappola". È successo il 24, la condanna. Il 26 la ritrovano vestita da uomo. Il 29 il tribunale si riunisce di nuovo e la condanna a morte come ricaduta nella sua colpa. Il 30 la portano al rogo. Riceve la confessione, la comunione. Altra stranezza procedurale totale, perché l'eretico ricaduto, che quindi ha insultato la chiesa, non dovrebbe ricevere la confessione, la comunione. A lei, invece, la danno. La portano al rogo. Molti dei giudici si sentono male e si dicono: "Stiamo facendo l'errore della nostra vita, ci stiamo perdendo". La folla piange. Giovanna sale al rogo. È un rogo enorme, molto più alto del solito. La grande pira. L'accendono. Giovanna muore quasi subito, soffocata, perché con una grande pira, il calore, la mancanza di ossigeno che si sviluppano, la fanno fuori immediatamente. Spengono il rogo, la fanno vedere bene che è morta, fanno vedere bene che è una donna, perché a qualcuno dubitava anche di quello. Poi riaccendono il rogo e la bruciano e disperdono le ceneri.

Qualche giorno dopo, il boia che ha gestito tutta l'operazione si confessa col suo confessore, un frate domenicano, e gli dice: "Io lo so che mi sono dannato facendo questa esecuzione". Che qui sarebbe bellissimo se io potessi dirvi che in quello stesso anno 1431 nasceva da qualche parte una ragazza di cui val la pena di parlare e che domani sera ve la racconterò. E invece non è così. Per quest'anno è finita. Grazie, all'anno prossimo. [Applauso]