Transcription
Non è solo uno dei prodotti più di successo della storia italiana; è un design unico che ci portiamo letteralmente in giro per il mondo, che rivendichiamo con orgoglio. La moka Bialetti fa parte delle nostre vite, come è stata parte delle vite dei nostri genitori e dei nostri nonni. Ma come ha fatto quella che, a tutti gli effetti, è una comune caffettiera a diventare il simbolo di un popolo e, anche se vogliamo, il simbolo di un modo di vivere? E soprattutto, come ha fatto la Bialetti ad essere oggi un'azienda sull'orlo della bancarotta? Oggi raccontiamo la sua storia: un viaggio di enorme successo e inesorabile fallimento, una storia di idee geniali, di fughe rocambolesche, con protagonisti un padre, un figlio e un omino coi baffi.
La nostra storia comincia a Omegna, vicino al Lago d'Orta, all'inizio degli anni '30. Qui, in un piccolo giardino curato, una donna dai capelli raccolti sta stendendo il bucato. Accanto a lei c'è uno strano macchinario che sbuffa a vapore. Il marito, intanto, fissa la donna con un'espressione strana. La sua mente è come attraversata da un fulmine. Quell'uomo è Alfonso Bialetti, e quel pensiero cambierà per sempre la sua vita e un po' anche tutte le nostre.
Alfonso Bialetti nasce il 17 giugno 1888 a Montebuglio, in provincia di Novara. È un ragazzo come tanti. Fin da bambino si deve rimboccare le maniche per aiutare nell'attività di famiglia. Suo padre, Luigi, è un venditore ambulante di timbri a fuoco. Un'attività quasi scomparsa oggi, ma un tempo marchiare pelli e legnami poteva essere davvero una cosa molto richiesta. I Bialetti viaggiano molto, dal Piemonte fino ad arrivare alla Francia, dal Friuli all'Austria, fino in Germania. Un po' per interesse e un po' anche per necessità, Alfonso, fin da bambino, è ammaliato dal lavoro dell'artigiano: una persona capace di creare, di realizzare qualcosa che prima non c'era, qualcosa di utile, qualcosa che può cambiare la vita alle persone, ma anche qualcosa di bello da vedere, quasi un'opera d'arte.
Stanco di essere alle dipendenze del padre, decide di emigrare in Francia in cerca di fortuna, e proprio a Parigi trova lavoro come garzone in una fonderia. Siamo nel 1910, e Parigi, per un povero ragazzo italiano, è davvero un mondo a parte. L'arte e la poesia di cui è intrisa la capitale francese, nella Belle Époque, inebriano anche il giovane Alfonso, che scopre i grandi poeti, incontra per strada pittori e musicisti. C'è veramente ottimismo e fiducia verso il futuro. Alfonso ha poco più di 20 anni, e anche lui viene contagiato da questo sentimento. Lavora in una fonderia a conchiglia, vera avanguardia per l'epoca, e poi conosce anche una ragazza, ragazza con la quale si sposa e con la quale ha anche un figlio nel 1907.
Purtroppo, quelli sono anni tumultuosi e incerti. La situazione in Europa è tutt'altro che tranquilla, e con la guerra alle porte, il richiamo di casa diventa sempre più insistente nella mente del nostro giovane protagonista. I Bialetti, quindi, tornano in Italia, prendono casa a Torino, dove Alfonso trova lavoro in una giovanissima ma promettente azienda della città: la Fabbrica Italiana Automobili Torino, o più semplicemente Fiat. Purtroppo però, Torino non è Parigi; il clima è più freddo. Alfonso va al lavoro e poi torna di filato a casa, dove si immerge nei suoi libri di poesie, che legge ad alta voce alla moglie, che intanto si occupa del figlio appena nato. E mentre lui legge, l'ombra di una tragedia incombe sulle loro vite. Appena qualche mese dopo il loro trasferimento, sia la moglie sia il piccolo si ammalano di polmonite, una malattia che, per l'epoca, è spesso fatale. La morte della moglie e anche del figlio è un colpo durissimo per Alfonso. Quello che sembrava un sogno si è trasformato in un incubo, e non ha nemmeno le forze di presentarsi in officina alla Fiat, e dopo una settimana questa lo licenzia senza troppi complimenti.
Alfonso vaga senza meta, il cuore in pezzi e un futuro rubato. L'unico conforto glielo danno i suoi poeti francesi e italiani, capaci di dar voce al suo dolore e lo aiutano a metabolizzare e, passo dopo passo, ad andare anche avanti. A Parigi ha imparato la fusione a conchiglia – vi ricordate la tecnica rivoluzionaria che permette, con un solo stampo, di fare tante copie dello stesso oggetto in metallo? Una tecnica molto richiesta all'epoca. Con un prestito del padre, Bialetti apre una piccola fonderia a Crusinallo di Omegna, sul Lago d'Orta, e incredibilmente gli affari cominciano a girare per il verso giusto, e il futuro, tutto di un tratto, si fa più sereno. Nel nuovo capannone arriva a produrre pistoni per automobili, carter per motociclette e pezzi meccanici di precisione. Tutto grazie ad un nuovo materiale che sta rivoluzionando il mercato: un materiale che sarà anche la genesi della sua grande fortuna, l'alluminio. Ma per questa grande fortuna dobbiamo ancora attendere qualche anno.
Passa notti intere in laboratorio, disegnando, provando e sbagliando. È come rinato, e ben presto la sua energia accoglie l'attenzione di una giovane donna del paese. Si tratta di Ada, una schietta ragazza, che lo vede vivere nel suo mondo fatto di versetti romantici e rumori metallici, e lo segue spesso in officina con la scusa di aiutarlo nelle sue attività. Un rapporto che ben presto sboccia in qualcosa di più. I due si sposano nel 1921. Alfonso crea, e Ada si occupa della contabilità e della famiglia. Una famiglia che si allarga molto velocemente: tre femmine e un maschio molto irrequieto, il piccolo Renato, il più ribelle, e che avrà un ruolo importante nella nostra storia. Ma, come sempre, ci torneremo tra poco.
L'obiettivo di Alfonso è quello di creare qualcosa per la sua comunità, e un giorno l'occasione si manifesta proprio sulla sua porta di casa. La Mototecnica Galloni gli propone di creare una motocicletta per il popolo. Alfonso è ammagliato da questa idea: vedere il suo nome, Bialetti, inciso sulla carrozzeria, incredibile! Accetta senza riserve, con enorme entusiasmo. Oddio, forse con troppo entusiasmo. Per costruire quella motocicletta, Bialetti rischia tutto. Si fa addirittura garante con la banca per i finanziamenti iniziali. Basta un solo imprevisto, e i Bialetti sono di nuovo sull'orlo del lastrico, e cosa mai potrebbe andare storto? Esattamente tutto quanto. La Mototecnica Galloni, ormai il suo unico cliente, incappa in guai finanziari e deve dichiarare bancarotta, e nel suo fallimento trascina anche la ditta di Alfonso, ormai incapace di reggere l'urto. È la fine. La famiglia Bialetti è senza un soldo, e Alfonso sprofonda di nuovo nell'apatia. Si concede un solo, unico lusso: bere il caffè al bar, un'abitudine che però si fa sempre più costosa e che non passa inosservata a sua moglie Ada, la contabile. "Finché non rimetti a posto gli affari, ti puoi scordare il caffè al bar," gli dice la moglie.
E Alfonso è di nuovo in crisi, e passa le giornate in giardino con un'espressione assente. Una mattina, il sole è alto, e Ada è in giardino che sta facendo il bucato con un'antenata della moderna lavatrice, la Lichius. L'acqua bolle in un grosso pentolone zincato, risalendo attraverso un tubo centrale prima di ricadere sui panni, portandosi con sé della cenere. Vi ricordate? È proprio da qui che è iniziata la nostra storia. Quella donna è Ada, e proprio guardando la Lichius viene folgorato da un'idea bizzarra, ma che potrebbe funzionare. Non è una moto, ma di sicuro è adatta a tutti gli italiani: una caffettiera. Voi direte: "Beh, una caffettiera, sai che gran bella idea". Sì, effettivamente la caffettiera esiste già. È la caffettiera napoletana. Sì, ma quella di Alfonso è veramente diversa. L'immagine della Lichius non l'abbandona mai. Quell'acqua che sale attraverso il tubo centrale, spinta dal vapore, che poi ridiscende sui panni: il principio deve essere lo stesso, ma tradurlo in una caffettiera richiede precisione assoluta. I primi prototipi sono alquanto rozzi: pezzi di alluminio modellati, saldature imperfette, proporzioni tutte da ripensare, traccia linee, calcola angoli, alla maniacale ricerca della forma perfetta. Deve essere stabile, ma anche elegante, pratica ma estetica. Su un pezzo di carta prende forma il disegno definitivo: un ottagono, otto facce che catturano la luce, che danno carattere senza comprometterne le funzionalità. La base deve essere abbastanza larga da garantire la stabilità sul fornello, ma non tanto da sprecare materiale. Il filtro deve trattenere la polvere del caffè, ma permettere all'acqua di passare. La camera di raccolta superiore, invece, deve essere proporzionata alla quantità d'acqua, e poi c'è il problema della pressione: troppa, e l'acqua schizza ovunque; troppo poca, e il caffè non esce. La bachelite nera, invece, per il manico e per il pomello, è una scelta obbligata. Deve resistere al calore senza scottare le dita.
Una sera di fine estate, dopo l'ennesima modifica, Alfonso assembla quello che diventerà il prototipo definitivo. Le sue mani esperte avvitano la parte superiore alla base, e il filtro a forma di imbuto si incastra perfettamente. Versa l'acqua nella caldaia fino alla valvola di sicurezza, sistema il caffè macinato nel filtro, chiude e mette la caffettiera sul fornello. I minuti passano lenti, l'acqua si scalda, la pressione sale, all'improvviso eccolo: il rumore che diventerà il suono di casa per milioni di italiani. Un gorgoglio familiare. Il caffè inizia a salire, riempiendo la casa del suo aroma intenso e tremante. Alfonso versa il liquido in una tazza e lo porge alla moglie, Ada, che lo guarda un po' scettica, lo porta alle labbra e beve un sorso. È caffè. Due parole che sciolgono il cuore di Alfonso. Ha appena inventato la caffettiera più semplice e geniale della storia. E tutto perché non poteva andare al bar per il suo piccolo lusso quotidiano. Otto facce di alluminio lucente che cambieranno per sempre il modo di bere il caffè, ma comunque la strada per avere il successo commerciale è ancora molto lunga.
La caffettiera di Alfonso promette, fondamentalmente, di avere l'espresso esattamente come al bar, ma con la comodità di farlo a casa. Prima di allora, il caffè è un rituale pubblico, dominio esclusivo dei bar. In casa si usa la napoletana, però è complicata da usare e anche un po' lenta. Alfonso va personalmente alle fiere e ai mercati per vendere le sue caffettiere. Ne produce circa 1000 all'anno, ognuna fatta a mano e controllata personalmente. Per lui non è solo un prodotto, è una piccola opera d'arte, la sua opera d'arte, un prodotto che rimette in piedi anche la famiglia. Ma a proposito di famiglia, come detto, oltre ad Ada, quattro figli: tre femmine e un maschio. Quest'ultimo è veramente il più scalmanato, ma sarà anche l'unico a lavorare nell'officina insieme al padre, anche se con lui avrà sempre un rapporto molto, molto conflittuale.
Renato Bialetti, il giovane, è un uomo d'azione; vuole vendere e far conoscere la caffettiera a tutti. Alfonso, invece, è un artigiano, e violente discussioni scuotono la casa: troppo diversi per volere la pace, ma anche troppo uguali per abbassare lo sguardo. Le liti sono furiose, e un giorno Renato esce di casa sbattendo la porta per non fare più ritorno. Come vedremo, Renato Bialetti sarà una persona vulcanica che, quando ha un'idea in mente, la mette subito in pratica. Oggi, probabilmente, ancora prima di lanciarsi nel vendere le sue caffettiere, sia Alfonso che Renato forse avrebbero creato un sito web. Scommetto che tra di voi ci sono tantissimi, o tantissimi, che hanno un'idea e non vedono l'ora di lanciarla nel mondo. Beh, la prima cosa da fare è di solito creare un sito web. Ai tempi di Alfonso Bialetti non esistevano i siti web, e fino a qualche tempo fa c'era bisogno di un programmatore e di un web designer, mentre oggi ci basta una connessione internet, 4 minuti di tempo e anche un pizzico di intelligenza artificiale che non guasta mai. Hostinger, che è anche lo sponsor di questo video, vi può aiutare in tutte le vostre esigenze, anche se siete dei principianti assoluti, e lo fa offrendo un sacco di funzionalità tutte incluse nei loro piani, oltre ad un'assistenza 24/7. Ma facciamo un esempio: mettiamo che voi volete creare un sito web per la vostra attività. Basta andare su Hostinger, scegliere il dominio, il piano che fa il caso vostro (per esempio, il Website Builder Business, il piano che vi consiglio), inserire il codice sconto "storie di brand" per avere il 10% ulteriore su tutti i piani, e poi vi potete sbizzarrire. Scrivete quello che volete che ci sia nel vostro sito, e l'intelligenza artificiale ve lo crea. Poi, ovviamente, potete sistemare tutto come volete. Noi non lo possiamo sapere, ma io credo che sia Alfonso che Renato Bialetti sarebbero stati i primi a mettere su un bell'e-commerce. In 4 minuti, e oggi con strumenti potenti come Hostinger, è davvero alla portata di tutti.
Suo malgrado, Renato Bialetti vive negli anni '40, e la sua strada verso il successo è ancora ricca di insidie. Ma partiamo, come al solito, dall'inizio. Renato Bialetti nasce nel 1923, e ormai lo abbiamo capito: è sempre stato molto diverso dal padre Alfonso. Segnato da una vita piena di alti e soprattutto di bassi, ha un animo d'artigiano ed artista, un aspirante poeta. A Renato, invece, i libri non interessano minimamente, e anche a scuola, durante le lezioni, il suo sguardo è costantemente rivolto verso la finestra, verso quel mondo ignoto e pieno di irresistibili tentazioni. Alfonso è convinto che Renato, suo figlio, sia pigro e senza voglia di sporcarsi le mani. Renato, però, vede il futuro, l'industria; preferisce vendere che costruire. Come spesso accade, ci pensa alla realtà, a mettere tutto nella giusta prospettiva.
Siamo nel 1942. Il secondo conflitto mondiale è al suo apice più sanguinoso, e Renato viene chiamato alle armi e viene trasferito a Torino, una città dove Renato comincia anche a scoprire la sua vera natura. Le cose, infatti, non è che gli vanno così male. Per sua fortuna, viene assegnato come attendente ad un capitano: un compito sicuro, lontano dal fronte, ed è quasi noioso. Il capitano vive con la moglie, e i due lo trattano veramente come un servo, un segretario. Lo mandano a fare le faccende domestiche, a fare la spesa. La moglie del capitano, in particolare, vuole che Renato vada a fare la spesa al mercato, che dista più di 10 km a piedi, per spendere un pochino meno. Renato, però, ha cose molto più importanti da fare che spendere ore a fare la spesa. Invece di andare al lontano mercato, compra gli alimentari nei negozi del centro città e integra la spesa in più con i soldi che gli manda suo padre, che è spaventato dalle sue lettere in cui racconta di essere braccato dal nemico. Renato, forse, vi può sembrare effettivamente un po' pigro e indolente, ma è proprio in questo momento di difficoltà che il suo incredibile talento imprenditoriale, piano piano, prende forma. Il suo piano è scaltro e molto rischioso. Finiti gli acquisti, investe tutto il tempo risparmiato girando per le botteghe di casalinghi della città, cercando di vendere la sua caffettiera che si era messo in valigia prima di partire.
Renato si rende conto che c'è solo una cosa che conta: essere convincenti. Non importa chi sei, ma chi credi di essere. Se pensi di essere qualcuno di importante, gli altri cominceranno a vederti così. Una strategia che vuole attuare anche con la moglie del capitano. Per fare colpo sulla donna, Renato inventa di essere di nobili origini, figlio di un grande industriale di casalinghi. La donna non ci casca, e per metterlo alle strette lo costringe ad accompagnarlo in un negozio di casalinghi della città, così per smascherare la sua bugia. Quello che però non sa è che è proprio qui che comincia il diabolico piano di Renato. Avendo conosciuto personalmente i commercianti nelle sue scappatoie precedenti, guida la signora tra mille finti prodotti Bialetti, decantandone le lodi e garantendo uno sconto alla signora. La moglie del capitano è effettivamente impressionata e deve ricredersi: quel ragazzo è davvero figlio di una ricca famiglia industriale. Ovviamente, come sappiamo, non è vero niente. Renato sta recitando. Tra l'altro, quel fantomatico sconto deve poi risarcirlo lui stesso ai commercianti. Il problema è che lui non ha contante per saldare questo piccolo debito, e quindi, colpo di genio, decide di regalare ai commercianti le caffettiere del padre; caffettiere che così finiscono in bella vista in molti negozi della città. È difficile capire se questa sia davvero stata una strategia pensata o solo il frutto di un fortuito concatenarsi di eventi, ma sta di fatto che le caffettiere conquistano la clientela, e i negozianti inviano ordini entusiasti all'officina Bialetti. Ordini che però rimangono nella cassetta della posta. È l'8 settembre 1943. La famiglia Bialetti e tutta l'Italia hanno veramente altro a cui pensare. L'Italia firma l'armistizio, e un gruppo di soldati tedeschi irrompe in casa del capitano dove vive Renato, e Renato viene preso e caricato su un treno. Destinazione: Prussia orientale, campo di lavoro. Renato è prigioniero e senza via di scampo.
La vita al campo è davvero terribile. Renato viene mandato a raccogliere patate nei campi della Lituania, e ha un solo pensiero in testa: scappare. Renato, però, si rende conto che nell'economia del campo ci sono degli spiragli di libertà che una mente sveglia e preparata può guadagnarsi. Non si è liberi, ma si può ancora pensare in modo libero, e se si è abbastanza convincenti, diventarlo. Per farlo, bisogna capire chi sia davanti, cosa vuole, e proporsi come la soluzione. Bialetti comincia, quindi, a fraternizzare con i propri carcerieri; masticando un po' di tedesco, racconta di un passato fantomatico da ferroviere, completamente inventato, ma è sufficientemente credibile per fargli guadagnare un posto più confortevole. Dal campo di patate passa all'ufficio di uno scambio ferroviario: almeno lì stava al caldo. Qui, sempre con il suo fare meticoloso e adorabile, Renato entra in simpatia con il capo stazione, a cui chiede il permesso di andare in città per fare dei rifornimenti di viveri. Durante il viaggio ne approfitta e va a fare visita anche al campo di prigionia degli angloamericani, con il quale, neanche a dirlo, stringe amicizia. Dal campo degli americani esce riempito di sigarette, caffè e cioccolata. Arrivato tra i tedeschi, comincia a trattare anche con loro. In cambio di un pacchetto di sigarette o di una stecca di cioccolato, chiede filoni di pane; poi torna dagli americani a contrattare l'affare inverso: in cambio di un filone di pane, altre sigarette, altri viveri. Ormai aveva trovato il modo, si era lanciato in un'attività commerciale. Il commercio e il baratto erano la sua strada per arrivare alla libertà. Bialetti regala al capostazione caffè e cioccolato in cambio di permessi, durante i quali prende contatto anche coi prigionieri russi che lavorano nei magazzini di vestiario; cedendo loro pane, sigarette, caffè e cioccolato, ottiene in cambio scarpe, stivali e altri indumenti. E con questa merce si reca in una fabbrica di zucchero dove lavorano gli italiani e si fa dare dello zucchero, che poi cede ai civili lituani in cambio di un abito e un cappotto, e senza rendersene conto era diventato un imprenditore. Aveva messo in piedi un traffico che faceva comodo a tutti, e nessuno aveva reale interesse a fermare tedeschi, americani e russi. Il suo aspetto è talmente autorevole che persino il comandante del lager, il luogo dove torna tutte le notti a dormire, comincia a trattarlo con tutto il rispetto che merita.
Nel 1945, finalmente, la guerra finisce, e Renato è impaziente di arrivare a Omegna, dove ora lo aspetta la sua sfida più grande: strappare le redini della Bialetti a suo padre Alfonso. Gli affari dell'officina, in realtà, vanno abbastanza bene, ma Renato, a differenza di suo padre, vuole portare la caffettiera in ogni casa. Prende la sua 126 e comincia a battere tutti i negozi di Lombardia e Piemonte. Alla fine del 1946, Renato Bialetti vende 12.000 caffettiere. L'anno dopo sono ben 36.000, e nel 1948 le vendite salgono a 100.000 pezzi. Un successo, ma per il nostro protagonista non è abbastanza, e c'è anche un piccolo ma grande problema da risolvere: più i numeri si alzano, più c'è la probabilità che qualcuno noti la sua caffettiera e ne copi la forma e il funzionamento. Il suo obiettivo è creare un'industria e far lavorare gli altri al posto suo. Chiede soldi veramente a tutti: banche, familiari, fornitori. Prima cosa, rileva il capannone dove suo padre pagava l'affitto, e i sette operai dell'officina diventano, in un anno, 40, e poi addirittura 200. Ma l'ingrandimento della produzione non basta. Per conquistare l'attenzione delle persone, c'è bisogno di spazio, di slogan e, ovviamente, di tanta, tantissima pubblicità. Inoltre, Renato capisce che per entrare nella testa degli italiani la caffettiera Bialetti non deve essere semplicemente una caffettiera; ha bisogno di un nome proprio. Per essere immediatamente riconoscibile in mezzo a tutte le altre, aveva bisogno di un nome inconfondibile. Serve qualcosa di breve, esotico, che richiami il caffè, ma anche la sua estrema facilità di utilizzo. È nata la Moka Express Bialetti. Ma perché la Moka si chiama Moka? Il termine "moka" richiama una varietà di caffè che si coltiva nello Yemen. La leggenda narra che capre e cammelli, dopo aver mangiato queste bacche, acquistino vigore, mentre il nome "Express" è legato al fatto che con la moka Bialetti potevi gustare un caffè espresso a casa, come al bar.
Bialetti investe la bellezza di 400 milioni di lire in pubblicità, una cifra considerevole per quegli anni. Ed è proprio il nostro vulcanico Renato a creare i primi slogan pubblicitari. Addirittura organizza una vera e propria fiera del caffè, in cui all'entrata fa installare un'enorme moka dalla quale zampilla del finto caffè: una cosa davvero rivoluzionaria per l'epoca. Le richieste aumentano ad un livello tale che le vecchie attrezzature di Alfonso per la produzione di caffettiere non bastano più. Serve avere dei macchinari nuovi, e per farlo servono molti soldi. Sotto lo sguardo molto preoccupato di suo padre, Renato si indebita sempre di più con le banche, ipotecando tutto: la casa, l'officina, addirittura la sua macchina, tutto. E le cose, amici miei, si mettono male. La Bialetti produce più di quanto riesce a smaltire, e Renato deve trovare un modo veloce ed efficace per sbarazzarsi di tutte le sue moke, e la risposta la trova un'altra volta guardandosi intorno. Siamo nel 1957, e una scatola sta entrando nelle case degli italiani: un marchingegno che può far arrivare un messaggio pubblicitario a tutti contemporaneamente, può arrivare dentro la vita delle persone. Stiamo parlando, ovviamente, della televisione. Renato prende così contatti con la RAI e viene a conoscere che di lì a poche settimane sarebbe andato in onda un programma in cui le aziende avrebbero potuto parlare dei propri prodotti a seguito di un breve sketch. Siamo nel 1957, e sta per…
Andare in onda il Carosello. Il Carosello è una delle iniziative più interessanti legate alla storia della pubblicità, non solo nel nostro paese. Scrivete nei commenti “Carosello” se volete un video dedicato a questa pazza avventura tutta italiana.
Certo, però per andare su Carosello serve un personaggio, diciamo una mascotte. Il nostro baffuto protagonista, Renato, si precipita così a Modena per conoscere un fumettista che si sta specializzando in questi brevi cartoni animati pubblicitari. Il suo nome: Paul Campani, un personaggio che, come vedremo, è estremamente rilevante per la nostra storia.
Quando arriva nel suo ufficio, Renato è una furia e ha una richiesta molto chiara: vuole fare una pubblicità per la moka e gli serve una mascotte; vuole essere ricordato. Paul Campani, con la sua matita ancora in mano, è sorpreso da quel personaggio così eccentrico: capelli nerissimi, vestito impettito e con un panciotto abbottonato fino al mento, un grosso naso abbellito da dei foltissimi baffi neri. Campani, guardandolo lisciarsi i baffi e guardarsi in giro con uno sguardo quasi annoiato, non può fare a meno di sorridere. Il personaggio che stava cercando era lì, davanti ai suoi occhi.
Paul Campani realizza l’omino coi baffi e comincia a comparire in tutte le pubblicità Bialetti, prima sui manifesti, ma poi viene anche inciso sulle stesse moke. La mascotte è lui, Renato stesso, l’omino coi baffi, un omino che irrompe contemporaneamente in tutte le case degli italiani, instillando un’immagine, un ricordo che si traduce in un bisogno e poi in un acquisto.
Ma come fate a sapere che è proprio una caffettiera Moka Express? E non potevate saperlo? No, no, perché sembra facile. Sembra facile. Ma da oggi è facile. Sì, sì, perché da oggi sopra le caffettiere Moka Express ci sono io. Io, proprio io. Sono io.
La Moka Express diventa un’istituzione e finalmente anche le casse della Bialetti possono risollevarsi. Renato aveva ragione anche su un altro aspetto. Con il successo, anche altre aziende copiano il design della moka e, appena il nostro protagonista se ne accorge, comincia a produrre delle moke senza la scritta Bialetti, senza omino e anche di una qualità un pochino più scadente. Queste brutte copie a basso prezzo invadono il mercato, rafforzando ancora di più l’immagine della Bialetti, l’unica vera moka. Quello che sembrava un autosabotaggio, invece, diventa una incredibile manovra di marketing e quell’immagine di Moka vera Bialetti, beh, continua ancora oggi.
A dirla tutta, la moka non fa un caffè qualitativamente buono e di questo ne era consapevole anche lo stesso Renato, che incaricò uno dei suoi ingegneri per trovare un modo per migliorare il gusto del caffè. La Bialetti lancia quindi sul mercato la Moka Express con Tecno Cream, ma in realtà questa moka è un vero disastro. Il motivo? Beh, ve lo spiego in uno short che potete vedere alla fine di questo video; quindi, quando finisce, rimanete ancora un attimo che ve lo spiego.
L’azienda Bialetti cresce sempre di più, diventando un punto di riferimento per l’industria italiana. La moka addirittura finisce al MoMA di New York e quelle forme, quel rumore, quell’aroma non sono solo sinonimo di una pausa rigenerante, ma per milioni di italiani, e non solo, sono il sinonimo di casa.
Ad oggi, circa il 90% delle famiglie italiane possiede una moka e a cavallo del 2000 l’azienda redige un piano molto dettagliato di ulteriore espansione. L’ampliamento del marchio si doveva strutturare e concretizzare nell’acquisizione di nuovi marchi e nell’apertura di monomarca, ma in realtà, amici miei, qualcosa è andato storto: una crisi mondiale, una pandemia e concorrenti sempre più agguerriti si sono uniti al cambiamento delle abitudini dei consumatori, più orientati forse anche ad altri modi di bere il caffè. Oggi Bialetti è attraversata dalla crisi più nera ed è recentemente passata nelle mani di un fondo con sede ad Hong Kong: un pezzo della nostra storia imprenditoriale che forse non sta veramente per scomparire, ma che ha perso parte della sua anima originale.
E i nostri protagonisti? Che fine hanno fatto? Alfonso Bialetti, il poeta maledetto, assisterà al grande successo del figlio morendo nel 1970, mentre Renato, il suo opposto, morirà nel 2016 a 93 anni, dopo una vita passata a rincorrere la sua libertà. Ma forse, in fondo, i due non erano poi così diversi: entrambi sognatori a modo loro. Uno sognava la perfezione artistica, l’altro il successo commerciale. Uno voleva creare bellezza, l’altro voleva conquistare il mondo. Sicuramente erano entrambi un po’ così, romanticamente testardi. E pensare che tutto è nato da una semplice intuizione, da un’idea pazza.
E oggi, quando sentiamo il gorgoglio della moka così rassicurante, forse sentiremo anche l’eco di due sognatori. Spero che questo viaggio alla scoperta di un’icona del design italiano vi sia piaciuto. In descrizione trovate tutti i link per approfondire e anche il nostro podcast “Storie di brand”, pieno di storie di brand. Ma adesso rimanete sintonizzati per il prossimo video, che vi racconto perché la moka con Tecno Cream non ha avuto successo. Per oggi è davvero tutto. Un abbraccio e un saluto dal vostro Max Corona.