📱

Get Our Mobile App

Take your business learning on the go!

Download on the App StoreGet it on Google Play

Partiamo dai fagioli (non sappiamo più cosa sia un ragionamento?)

Immanuelofficial1:04:11

Transcription

Buongiorno, faccio questo video con intento innanzitutto divulgativo. Quindi, cercherò di essere il più rigoroso possibile nella mia esposizione, ma per onestà lo dico anche che lo faccio proprio per sfogarmi del fatto che molto spesso mi ritrovo a leggere, da parte di persone che hanno un seguito enorme sui social – centinaia di migliaia di persone – cose che si aprono con “è il momento di fare un ragionamento”. Io vado a leggere e non c’è nessun ragionamento; c’è un insieme di affermazioni del tipo: “questa cosa è giusta, questa cosa è sbagliata, questa cosa è da cambiare”. Ben inteso, uno scritto, per aver valore, non è necessario che contenga ragionamenti; cioè, se vado a leggere un’enciclopedia, difficilmente troverò un ragionamento, ma mi colpisce il fatto che evidentemente tante persone, incluse quelle che poi mettono like, non sanno neanche che cosa sia un ragionamento.

Per sfogarmi del fatto che ormai molto spesso l’appello alla razionalità, l’appello alla logica in contrapposizione, magari all’ideologia o alla vuota retorica, è lui stesso vuota retorica. Questo perché chi parla non sa realmente che cosa sia la logica. Idem chi ascolta. La prima parte del video sarà necessaria per darvi dei rudimenti di base di ragionamento, senza i quali poi non potremmo capire i problemi che io vado a descrivere. Cioè, il punto è proprio questo: io non voglio che mi crediate, voglio darvi un minimo di strumenti. E in realtà, cioè parliamo… cioè, la logica è un ambito della filosofia enorme, però veramente un paio di indicazioni per poter poi verificare voi stessi la presenza dei problemi che io descrivo. Analizzerò dei testi, prendendo esempi concreti, utilizzando come criterio la popolarità, la diffusione, sia di autori conservatori che progressisti. Ben inteso, popolarità, successo commerciale non significa qualità. Infatti, pensate che vi leggerò, a un certo punto, un estratto del libro di Vannacci. Tuttavia, è inutile che io faccia un’analisi critica di questi testi se prima, appunto, non vi do questi strumenti di base. Per cui, inizieremo addirittura a parlare di fagioli. Davvero, se noi non partiamo dai fagioli, non possiamo poi pensare di dibattere di questioni sociopolitiche.

Esistono dei criteri precisi per identificare un ragionamento rispetto ad un altro tipo di contenuto; e, nel caso sia un ragionamento, e nel caso si capisca che cosa sta dicendo la persona – e vi assicuro che con gli intellettuali più famosi sui social non è affatto scontato – ci sono dei criteri poi per appurare la correttezza del ragionamento. È necessario conoscere questi criteri per veramente non affogare nel mare delle supercazzole, perché altrimenti si rischia anche di sentirsi stupidi quando si legge una frase del tipo: “dobbiamo fare con urgenza un ragionamento sulle molteplici problematiche del linguaggio che abitiamo”. Uno può pensare che non capisce perché è ignorante, quindi si deve mettere in ascolto. No, non capisce perché quella frase non ha senso compiuto, a causa del fatto che ogni singola parola è utilizzata a sproposito, a partire da “ragionamento”. Se poi non c’è nessun ragionamento, ma semplicemente una lunga lista di proposizioni assiomatiche… necessario aggiungo questo avviso dopo aver mostrato il video al mio compagno che, sebbene sia docente universitario, ne è rimasto tramortito. Per tutelarvi, potete considerare di spezzare la visione in blocchi, come suggerito in descrizione. Ricordate di restare idratati durante la visione e interrompete in caso di malore o eccessivo affaticamento.

La definizione di ragionamento, in realtà, è molto semplice: per ragionamento si intende un procedimento razionale che parte da una o più premesse e arriva ad una conclusione. Fine. Ci sono tanti modi di arrivare ad una conclusione, tanti tipi di pensiero: c’è il pensiero induttivo, il pensiero laterale divergente, di cui ora si inizia a parlare di più, e il pensiero logico. Ogni tipo di pensiero ha specifiche potenzialità e specifici limiti; noi facciamo un uso promiscuo di questi pensieri. Proprio in virtù delle loro potenzialità, idealmente dovremmo ogni volta essere consapevoli di che tipo di pensiero stiamo usando, per essere consapevoli dei problemi, degli errori che può generare quel tipo di pensiero. Sarebbe interessantissimo descriverli tutti, ma ai fini di questo ragionamento mi concentro sul pensiero logico, in virtù dei suoi specifici meriti. Qua però va chiarita un’altra cosa che la maggioranza delle persone non sa: che cosa vuol dire logico? O meglio, non ne conosce il significato primario, non per colpa loro, ma perché proprio il termine, negli anni, ha subito un’estensione semantica, per cui oggi vuole dire, nell’uso comune, soprattutto: ovvio, sensato. Ma il significato primario di logico – e questo lo troviamo comunque nei dizionari – è derivato da una corretta applicazione delle regole di inferenza della logica, che è una branca specifica della filosofia che cerca, appunto, di disciplinare il ragionamento. Da questo consegue che se non si conoscono queste regole di inferenza non si potrà stabilire, in maniera oggettiva, se qualcosa sia logico o meno. Oggi vedremo solo alcune di queste regole di inferenza, quelle necessarie per poi comprendere a fondo proprio la vastità delle puttanate che andrò a leggere nella seconda parte del video. Alcune di queste sono molto intuitive, come, vabbè, il principio di non contraddizione. Pensate che di questo principio si trova traccia anche prima di Aristotele; è stato uno dei primi che l’umanità ha, appunto, razionalizzato. Ma persino Platone, nei suoi scritti, commette diversi errori, soprattutto la cosiddetta negazione dell’antecedente e l’introduzione del conseguente. È l’errore che commettiamo se pensiamo che, dal momento che se piove il marciapiede si bagna, se il marciapiede è bagnato allora piove. Quando invece il marciapiede potrebbe essere bagnato perché qualcuno l’ha lavato o qualcuno ha gettato un secchio. Questo perché in un’implicazione, ossia una proposizione del tipo “se A allora B”, uno è l’antecedente, l’altro è il conseguente; non le posso scambiare di posto a mio piacere.

Facciamo altri esempi: le cose deterministiche, ovviamente, sono più semplici da capire, che è la ragione per cui, appunto, partirei da fagioli prima di occuparmi di politica. Se piove allora ci sono le nuvole: è vero. Perché se non ci fossero le nuvole allora non pioverebbe. Infatti, “se A allora B” equivale a dire “se non B allora non A”. Molto bene. “Se piove ci sono le nuvole” non è uguale a dire “se ci sono le nuvole allora piove”, perché potrebbe esserci nuvoloso ma magari non piove. Mentre noi tendiamo, appunto, a commettere questo errore, a pensare che la posizione di antecedente-conseguente siano in qualche modo interscambiabili, quando l’antecedente è condizione sufficiente al conseguente e il conseguente è condizione necessaria all’antecedente. Ora andiamo sui fagioli, che vi avevo già anticipato, e vediamo come questo errore si può infilare in modo subdolo nel fare una deduzione. Partiamo prima da un ragionamento corretto. Io vi dico che tutti i fagioli in un determinato sacchetto – mettiamo che l’abbia in mano – e vi dico: “tutti i fagioli qui dentro sono bianchi”. Affermo questa cosa. Dopodiché io vi dico che ho in mano un fagiolo e vi dico che il fagiolo viene dal sacchetto. Di che colore è il fagiolo? Bianco. Questa è una deduzione logica, e logica vuol dire che è stata dedotta attraverso una corretta applicazione delle regole di inferenza, che poi vediamo. Voi siete certi che il fagiolo è bianco.

Adesso vediamo un modo molto semplice, introduttivo, per ordinare il ragionamento. Perché si fa questo? In un ragionamento del genere non serve, chiaramente, lo facciamo a mente, ma è utile nei ragionamenti più complessi, soprattutto quando sono esposti, come quasi sempre nel cosiddetto linguaggio naturale, che è diverso da quello della logica proposizionale. Nel linguaggio naturale, oltre ad essere pieno di ambiguità, è lecito partire a volte dalla conclusione, poi c’è lo sviluppo del ragionamento e magari solo alla fine mi metti le premesse. Può essere invece utile, puoi invece mettere ordine nel ragionamento per proprio vedere lo svolgimento, per appurarne la correttezza. Ora trascrivo questo semplicissimo ragionamento sui fagioli, che leggiamo così: “tutti i fagioli nel sacchetto sono bianchi”. Questa è la prima premessa, che si definisce, in questo caso, premessa assiomatica. Abbiamo però un’altra premessa, che è: “il fagiolo viene dal sacchetto”. Il fagiolo che ho in mano. A noi sono sufficienti queste due premesse per arrivare alla conclusione. La linea nera significa “quindi”. Quando noi diciamo “quindi”, cioè… ciò vuol dire che il fagiolo è bianco. Noi siamo arrivati, in questo caso intuitivamente, alla risposta corretta applicando due regole di inferenza logica. La prima è la rimozione del quantificatore universale: se noi sappiamo che una cosa è vera per tutti gli elementi che costituiscono un gruppo, allora sarà vera anche per un singolo elemento di quel gruppo. Quindi, se so che un’implicazione è vera per tutti i fagioli, allora sarà vera anche per un singolo fagiolo. E qual è l’implicazione? Che se un fagiolo è nel sacchetto allora è bianco. Qui utilizziamo l’altra regola di inferenza, anche questa è molto intuitiva, che si chiama Modus Ponens: se noi sappiamo che è vera un’implicazione, “se A allora B”, io vi dico che, diciamo, succede A e voi sapete che succede B – che non è proprio che succede, che esiste A, esiste B… vabbè, qua poi diventano anche riflessioni ontologiche. Comunque, voi sapete che se A allora B, se viene dal sacchetto allora è per forza bianco. Questo semplicissimo esempio di ragionamento corretto è già utile però per spiegare in cosa consiste l’utilità della logica.

La logica ha tantissimi limiti, a partire dal fatto che, perlomeno la logica aristotelica, contempla solo due valori di verità: vero o falso. Nella vita tantissime cose non sono bianco e nere, non si riducono a vero-falso. Quindi, in molti ambiti della vita non potemmo utilizzare la logica, in primis per ciò che riguarda l’emotività umana, dove qui non vale il principio di non contraddizione. Siamo in grado di volere cose in contraddizione tra di loro ed essere contemporaneamente tristi e felici. Anzi, lì applicare la logica può anche causare dei danni, perché per trovarci una logica vai a sopprimere una parte di te stesso, una parte della tua emotività. Chiarito quindi che non si sta proponendo la logica come panacea di tutti i mali o come metodo di indagine superiore a tutti gli altri, ha però degli specifici meriti, primo fra tutti è che in un procedimento logico rigoroso, se io so che tutte le premesse sono vere e che la conclusione è stata derivata attraverso un uso corretto delle regole di inferenza logica, allora è per forza vera anche la conclusione. Questa è una consapevolezza potentissima da avere, che è la ragione che ha portato ad abusare del termine “logico”. Quando io dico “è logico”, sto dicendo: “beh, non te ne devo dare dimostrazione empirica, perché è per forza vero, perché deriva in maniera logica da qualcosa che sappiamo essere per forza vero”. Ci sono persino dei primi nobili che sono stati vinti con la deduzione logica, dove la conclusione non può essere osservata direttamente. Tuttavia, dal momento che noi sappiamo che sono vere le premesse ed esiste dimostrazione formale del fatto che la conclusione è stata derivata in modo logico, allora è per forza vera anche la conclusione.

Adesso vediamo invece un ragionamento simile, ma sbagliato, che contiene l’errore di cui ho parlato prima, ma è un po’ nascosto. Mettiamo che in questo caso io vi dica che tutti i fagioli nel sacchetto sono bianchi. Vi mostro un fagiolo: questo fagiolo è bianco. Da dove viene il fagiolo? Ora probabilmente ora siete allertati e capite che c’è un problema, ma ad intuito noi diremo che viene dal sacchetto, e invece no. Quella sarebbe una risposta illogica; nello specifico sarebbe una risposta derivata per induzione. L’ho menzionato prima, adesso non apro anche questo capitolo, però ve la posso spiegare così: se io ho in mano un sacchetto pieno di fagioli bianchi e vi faccio vedere un fagiolo bianco, da dove cazzo arriverà sto fagiolo? Probabilmente viene dal sacchetto. Quindi, ragionare così – perché è comunque un ragionamento, c’è utile nella vita – è una considerazione probabilistica, tuttavia non è necessariamente vero. Che era invece la potenza della logica: il discorso della pioggia. “Se piove allora la strada è bagnata, la strada è bagnata quindi piove”: è logicamente sbagliato, ma probabilmente è vero, perché di solito la strada si bagna quando piove. Questo è un buon momento però per inserire un concetto: non verificato non significa falsificato. Il fatto che io, con la deduzione logica, non riesca a dimostrare che la conclusione sostenuta da una persona non sia necessariamente vera, non implica poi che sia anche falsa. Questa distinzione è molto importante, e lo vedremo poi più avanti in certe posizioni sociali o politiche, quando, in virtù del fatto che un’idea non è falsificata, tu mi chiedi di prenderla per vera come se fosse un assioma. Ma questa è una cosa che io accetto solo se invece è anche verificata. Se tu comunque pretendi che quella cosa venga presa per vera, e allora la cosa non sarà più logica, ma ideologica.

Ultima parte della spiegazione dei fagioli. Grazie anche solo a chi è arrivato fin qui. Adesso vado a rappresentare, con un sistema di simboli, nel dettaglio come si esprime l’errore che ho descritto. Questi simboli fanno parte del cosiddetto linguaggio predicativo; è un linguaggio che è stato inventato nel Settecento proprio per favorire il ragionamento logico, con l’idea di liberarlo dalle ambiguità del linguaggio naturale. Per piacere, non spaventatevi perché sembra matematica, ma vi assicuro che questa cosa ci tornerà utile per più volte nel video. Ritornerò a vedere, proprio a visualizzare questa scritta. Questa roba che vediamo è la prima premessa assiomatica. Quando io ho detto “tutti i fagioli nel sacchetto sono bianchi”, il primo simbolo è il quantificatore universale e dice, cioè, che quanto io sto per affermare per la variabile x è vero per tutte le X. Quindi leggiamo: “per ogni x è vero che se x è un fagiolo e x è nel sacchetto” – in questo caso S denota la proprietà di essere nel sacchetto – “allora x è bianco”. La cuspide che vedete tra quel Fx e Sx è un connettivo di congiunzione, che significa che quella proposizione molecolare, quindi composta da due piccole proposizioni che sono “x è un fagiolo” e “x è nel sacchetto”, è vera solo se sono vere entrambe le cose. Quindi, io per poter arrivare poi al conseguente devo sapere che sono vere entrambe le cose. Quindi, se x è un fagiolo e x è nel sacchetto, allora sto affermando x anche la proprietà di essere bianco. Vedete ora, anche solo visivamente, che è diversa questa formula: si stanno spostando delle lettere. Qui starei dicendo che per ogni x, se x è un fagiolo e x è bianco, allora x è nel sacchetto. Ho quindi invertito il conseguente con un pezzo dell’antecedente, che, come vi ho già detto più volte, è un errore; non lo si può fare. Eppure quello che facciamo… se io vi dico che in questo sacchetto tutti i fagioli sono bianchi, questo fagiolo è bianco, quindi da dove viene? Dal sacchetto. Viene da rispondere così, ma così facendo avremmo proprio scazzato la comprensione della premessa. Benissimo, abbiamo finito questa straziante parte sui fagioli. Non preoccupatevi se risulta complessa, poco intuitiva, perché non è intuitiva. Anche chi insegna queste cose – io chiaramente non le insegno perché non è che abbia una formazione specialistica di questo tipo, ma le studio con passione – comunque fa fatica all’inizio, eh, sappiatelo. Anche se poi io adesso ne parlo così con disinvoltura, comunque all’inizio è difficile, proprio perché non è intuitivo. La mente umana è più induttiva che deduttiva. Bene, è solo alla luce di queste piccole nozioni di logica – sarebbero dei manuali così – che ora possiamo andare a leggere un testo del Generale Vannacci, il suo libro top-seller “Il mondo al contrario”. Non vi so dire a quante decine di migliaia di copie sia arrivato. Si apre con un ammonimento al lettore che vi leggo: “Se ne consiglia la lettura ad un pubblico adulto e maturo, in grado di comprendere gli argomenti proposti senza denaturarli, interpretarli parzialmente o faziosamente, compromettendone così la corretta espressione e l’originale significato”. Vi ho letto questo avviso perché io lo rispetterò, proprio prendendolo in parola nella prefazione. Lui dice una cosa con cui io sono molto d’accordo. Lui parla di una dissonante, fastidiosa tendenza generale che si discosta ampiamente da quello che percepiamo come sentire comune, come logica e razionalità. Vabbè, sul sentire comune io non mi esprimerei perché non so bene cosa voglia dire, ma sul resto sarei profondamente d’accordo con questo testo. Lui quindi intende dare risposta a questo bisogno di razionalità, a questo bisogno di logica.

Ora vado a leggere il primo ragionamento che incontriamo, il primo nel primo capitolo, in cui lui introduce proprio il tema centrale. Questo per dire che non è che sono andato a cercare il peggio; prendo proprio il primo che lui ci propone, dopo aver fatto una serie di affermazioni che non contengono un ragionamento, ma di nuovo non è che ogni frase lo debba contenere. Arriva poi il primo ragionamento: “La parola normalità ha addirittura assunto un’accezione negativa, un significato esclusivo, ovvero che esclude tutto ciò che normale non può essere considerato, proprio perché se tutto dipende da me e solo da me, perché dovrei essere soggetto ai canoni di normalità e ai parametri del buon senso?” In realtà, io confido che anche senza dare un ordine più rigoroso a questo ragionamento voi capiate che qua non ha detto niente. Ora, senza alterare nulla delle sue parole – come il Generale ci ha chiesto di non fare – semplicemente vado a mettere ordine nel suo ragionamento, il cui significato di certo non può cambiare se semplicemente gli do un ordine più rigoroso alle proposizioni tra le due; al massimo dovrebbe migliorare. Rileggiamolo: “La parola normalità ha addirittura assunto un’accezione negativa”. Questa è la conclusione del ragionamento, come vi ho detto: in retorica si può fare, non c’è niente di male. Poi è vero che se si è abituati a ragionare in modo logico si tenderà ad un’espressione più lineare, in cui la conclusione verrà messa, pensate un po’, in conclusione, ma è corretto, è un artificio retorico. Poi elabora ulteriormente la conclusione dicendo: “un significato esclusivo, vero, che esclude tutto ciò che normale non può essere”. Però la conclusione è sempre questo: “La parola normalità ha addirittura assunto un’accezione negativa”. Dopodiché dice: “Proprio perché…” Ecco, nel linguaggio naturale, con questa formula spesso si intende proprio introdurre la spiegazione di come si è arrivati a quella conclusione, enunciando qui le premesse. Se io dico: “Eh, mi dispiace, non puoi mangiare qui perché è vietato”, la premessa del ragionamento è: “mangiare qui è vietato”, quindi “non puoi mangiare qui”. Quella è la conclusione. Ora leggiamo la premessa, che in realtà, come vedremo, è costituita da un’implicazione, quel famoso “se A allora B”, il cui antecedente è: “Tutto dipende da me e solo da me”. Attenzione, lui non è che stia affermando questo; al contrario, lui non pensa che sia così, sta però dicendo: “se noi partiamo da questa premessa, se è vero che tutto dipende solo da me, allora…” e poi ci conduce in un ragionamento. Anche qui l’impostazione è corretta. Iniziamo però, quindi, a scrivere la prima parte della premessa che lui ha utilizzato, che è: “Se tutto dipende da me e solo da me…” Qua però facciamo già una riflessione: da dove ha preso lui questa premessa? Chi è che dice: “Tutto dipende da me e solo da me”? Questa è una cosa che si fa, si fa spessissimo, eh. Fate attenzione: c’è qualcuno, per controbattere una posizione, dice: “Questi dicono che…”, e nessuno dice quella cosa lì. Questo è un caso eclatante, ma fra l’altro questo pensiero del “tutto dipende da me e solo da me” mi sembra più ascrivibile ad una forma di liberismo capitalista, tipo alla Margaret Thatcher. Tra le due io sono più preoccupato, in ambito progressista, di derive in cui si arriva a negare l’esistenza della responsabilità individuale. Insomma, non mi sembra che in ambito progressista si affermi: “Tutto dipende da me e solo da me”. Anzi, mi viene in mente che questa cosa qui è un ottimo modo per spiegare che cosa si intende per bias nella scienza. Si intende dire che anche ammesso che il metodo sia scientifico – e non sempre lo è – quindi anche ammesso che si tratti di un rigoroso processo di deduzione logica che ha utilizzato una corretta applicazione delle regole di inferenza logica, il valore di verità della conclusione comunque dipende dal valore di verità delle premesse. I bias si esprimono nella scelta delle premesse. Ma torniamo al testo di Vannacci, dove vi ho detto che la premessa è costituita da un’implicazione di cui per ora abbiamo però solo l’antecedente. Se A ci manca l’allora B, il conseguente. Qui è infilato in una domanda retorica; anche questo è consentito, però qua capite meglio quando dicevo che il linguaggio naturale può essere ambiguo e che richiede interpretazione. Una domanda retorica è una domanda con cui in realtà si sta facendo un’affermazione, cioè del tipo: “Ma perché dovrei lavorare a gratis?” Intendo dire: “non vedo ragioni per lavorare a gratis, non lavorerò a gratis”. Quindi questa non è una domanda, ma è una negazione. Questo è importante perché in un ragionamento noi non ci possiamo mettere una domanda, cioè quella ce la poniamo all’inizio, poiché una domanda non costituisce una proposizione logica, qualcosa di cui possa chiedermi se è vero o se è falso. Quindi ora non vado assolutamente a denaturare quello che ha detto, semplicemente lo riformulo in maniera più diretta. Comunque, ora leggiamo questa domanda retorica che contiene il conseguente. La domanda retorica è: “Perché dovrei essere soggetto ai canoni di normalità e ai parametri del buon senso?” Vi rileggo tutta sta premessa per come l’ha scritta lui, che è: “Se tutto dipende da me e solo da me, perché dovrei essere soggetto ai canoni di normalità e ai parametri di buon senso?” Ecco questa cosa. Ora la scriviamo nel ragionamento che stiamo descrivendo in questo modo. Ora abbiamo tutta la premessa, sia antecedente che conseguente. L’implicazione che costituisce la premessa che è: “Se tutto dipende da me e solo da me, allora non sarò soggetto ai canoni di normalità e buon senso”. Questa è la premessa da cui parte, e io non so bene che cosa voglia dire, cioè non solo non sono in grado di appurare il valore di verità di questa premessa, ma non ne capisco bene il senso. Cioè, non capisco bene il passaggio da antecedente e conseguente, perché se tutto dipende solo da me allora non sono soggetto ai canoni di normalità e buon senso… non capisco questo passaggio, però vabbè, lui afferma che questa è la premessa, da qui mi deriva direttamente la conclusione; non esplicita nessun passaggio, ci offre direttamente la conclusione. Adesso la leggiamo come abbiamo fatto prima. La riga nera vi ricordo che vuol dire “quindi”, cioè data questa premessa io arrivo a questa conclusione. Vi rileggo tutto insieme: “Se tutto dipende da me e solo da me, allora non sono soggetto ai canoni di normalità e buon senso, quindi la parola normalità ha assunto un’accezione negativa”. Già prima si capiva che non aveva detto niente, ma se noi andiamo a ristrutturare in modo lineare capiamo che veramente questo discorso non ha senso. È un ragionamento, è un ragionamento poiché ha forma di ragionamento, parte da delle premesse e arriva ad una conclusione. In questo caso non serve neanche che io tiri in ballo eh il linguaggio predicativo, poiché non sono neanche in grado di identificare uno specifico errore di logica, poiché non capiamo in che modo lui abbia derivato la conclusione. Se voi ora andate a rileggere o riascoltare quello che aveva scritto lui, si capiva che non stava dicendo niente di sostanza, ma non si capiva quanto fosse assurdo. Lo capiamo se semplicemente rimettiamo ordine nel suo ragionamento. Questo è il primo ragionamento che ci viene offerto dalla persona che nella prefazione si proponeva come l’araldo della logica, della razionalità in un mondo di vuota retorica; lui è l’alternativa. Ora, se io invece contravvengo alla sua richiesta di non interpretare e cerco di interpretare, forse riesco anche a capire che cosa lui ha cercato di fare, e credo che fosse un’applicazione di una regola di inferenza che si chiama Modus Tollens. Vi ho detto prima che “se A allora B” equivale a “se non B allora non A”. Per la precisione, in un’implicazione ho ribadito più volte che non posso spostare antecedente-conseguente a caso, però posso invertirli purché inverta anche il valore di verità. In questo caso avrei un “se A allora non B” che equivale a “se B allora non A”. Avevamo prima un esempio deterministico: se io dico “ehm, se il cielo è coperto dalle nuvole allora non vedo il sole”, è uguale a dire che “se vedo il sole allora il cielo non è coperto dalle nuvole”. Nel caso, quindi, lui forse cercava di fare questo. Andiamo a vedere il ragionamento: “Se tutto dipende da me e solo da me, allora non sono soggetto ai canoni di normalità e buon senso. Quindi, se sono soggetto ai canoni di normalità e buon senso, allora non tutto dipende da me e solo da me”. Dopodiché, nel linguaggio naturale si utilizza una formula retorica più efficace e quindi si arriva alla conclusione che io non vorrò essere soggetto ai canoni della normalità, del buon senso; li rifiuto perché così facendo negherei che allora tutto dipende da me e solo da me. Tale conclusione sarebbe una conclusione corretta nel senso di logica, nel senso di derivata correttamente dalla premessa che lui ha scelto, ma non significa vera, perché non sappiamo neanche che cosa voglia dire la premessa. Però lui non ha scritto questo, cioè sono io che gli ho corretto il ragionamento.

Noi non sappiamo di fatto che cosa lui intendesse dire. Riponiamo però ora il best-seller del Generale Vannacci e vi leggo alcuni scritti dell’ultimo libro di Michela Murgia, “Dare la vita”, uscito purtroppo postumo. In questi paragrafi che ora vi leggo voglio che notate che invece qui non ci sono errori di ragionamento, perché non ci sono proprio dei ragionamenti, ma non è un problema perché non è che Murgia qui dichiari che questi sono dei ragionamenti. Quindi non c’è nessun problema. Il problema sta però nel fatto che moltissimi account molto seguiti che fanno divulgazione su tematica queer, LGBT qui plus invece no, li definiscono – sto leggendo proprio nel didascalia – dei ragionamenti lucidissimi. Quindi, chi ha scritto non capisce che lì non c’è nessun ragionamento. Io ora ve ne leggo un qualche estratto e provate a immaginare se voi potreste mai cercare di mettere in ordine, appunto, queste proposizioni, tali da costituire delle premesse e una conclusione. Non potete, perché non c’è appunto questo procedimento; sono semplicemente delle affermazioni di cose che lei ritiene essere vere.

Chi ascolta potrà al massimo chiedersi se ciò che Erma è vero o falso, ma non ragionare su come quella verità sia stata derivata, perché non lo sappiamo. Non necessariamente noi persone queer dobbiamo dirci gay, per esempio, o bisessuali, né trovare un'altra definizione permanente nello spettro della sessualità e dell'amore, né normativo né binario, per poter esistere nella soglia salvifica e sempre un po' selvatica della queerness. La nostra stessa esistenza è legata al rifiuto di qualsiasi definizione che non sia praticata attraverso la non-definizione, il dubbio, la domanda. Questo non significa vivere in negazione; significa invece accettare che l'indeterminatezza, quando è programmatica e vissuta in riflessiva condizione, sia essa stessa condizione di libertà. Oppure questo è un altro passaggio che ho visto molto condiviso: la logica del binarismo, specie in termini di genere, è ideale per sostenere questa idea, cimenti della persona umana. Ecco, tipo, io qui mi aspetterei un perché; cioè, lei ci spiega perché è arrivata a questa conclusione, e invece prosegue con le affermazioni. Riprendo: la logica del binarismo, specie in termini di genere, è ideale per sostenere questa idea, cimenti della persona umana, dove ciascuno ha un solo posto nel mondo. Ognuno ha una sola identità, sempre quella, e tutti sono rassicuranti e rassicurati, illusoriamente incollati a una e una sola immagine di sé. In tale cornice, ogni cambiamento è minaccia, ogni alternativa è destabilizzante, e ogni considerare una possibilità diversa è un tradimento del patto. Se analizzate con attenzione, notate che non ci sono delle premesse e una conclusione, quanto piuttosto una descrizione, direi io, di qualcosa che lei ritiene essere vero. Ci viene semplicemente detto che è così, punto. Questa è la verità.

Usciamo un attimo dai ragionamenti sulla logica ed esprimendo un parere personale – che poi sarebbe sempre bello se questo passaggio fosse dichiarato e consapevole – comunque questo tipo di letteratura a me non piace particolarmente, un po' per queste questioni puramente stilistiche. Forse perché davvero non comprendo appieno ogni singolo passaggio, ma ad esempio in questi testi a me sembra che il messaggio fosse sintetizzabile nel dire che la libertà sessuale si esprime anche nel rifiutare di farsi incasellare in dei ruoli; il resto mi sembra sempre questo concetto ripetuto. E poi io, in generale, preferisco leggere dei ragionamenti, proprio venire guidato dall'autore nei passaggi che il suo pensiero ha seguito. Fra l'altro, ritengo che questa sia stata la ragione per cui lei è stata sia molto amata che molto odiata. Io credo che il suo principale contributo intellettuale sia stato proprio nell'offrire nuove premesse da cui partire per arrivare a nuove conclusioni. Io più volte le ho sentito dire cose che non avevo mai sentito da nessuno, e guardate che è una cosa rarissima, eh, per un intellettuale; la maggior parte semplicemente ripete, ripete cose che ha sentito prima negli Stati Uniti e poi qui, senza essere realmente in grado di elaborare, di teorizzare. La stragrande maggioranza ripete a pappagallo. Ma robe che, se voi magari eravate già d'accordo con un'istanza progressista, dopo anni a sentire la stessa frase ripetuta tutti i giorni più volte, iniziate davvero ad accarezzare l'idea di tesserarti a Casa Pound se vi promettono di far cessare questo suono. Mentre per me lei molte volte ha portato prospettive inedite, e credo che sia stata amata proprio per queste nuove premesse che hanno consentito di arrivare a nuove conclusioni. Io credo che questa sia anche la stessa ragione per cui è stata molto odiata: perché queste nuove prospettive non sempre venivano presentate come nuove prospettive, ma a volte come dei fatti, con la richiesta di prendere per vere queste nuove premesse, derivate da lei sostanzialmente con l'intuito. Chiudo ora questa parentesi di valutazioni soggettive, perché fin qui però non c'è nessun problema: persone diverse hanno idee diverse e cercano cose diverse nella letteratura. E invece per me è un problema se account grossi, rappresentativi dei movimenti progressisti di cui faccio parte, pubblicano questi estratti definendoli ragionamenti lucidissimi, perché allora significa che in questi ambienti non siamo più in grado di riconoscere un ragionamento e quindi di capire quando invece non c'è. È una cosa questa che, pur condividendo tutte le istanze delle altre persone che fanno parte di questi movimenti, mi fa sentire spesso fuori posto, ma di questo ne parliamo un po' meglio più avanti. Ma ora torniamo in ambito conservatore.

Ah sì, vedete un cambio d'abito? Ce ne saranno diversi nel video, perché lo sto registrando a pezzi; ho bisogno sempre di farlo a mente fresca. Torniamo in ambito conservatore, e adesso, in realtà, anziché leggere, ascoltiamo uno dei discorsi più abominevoli che abbiamo sentito negli ultimi, ultimi anni dalla Camera dei Deputati. Il discorso ha comprensibilmente scandalizzato per le sue implicazioni morali; quando, per me, per mia sensibilità, sono molto peggio le implicazioni logiche, che invece ho visto rilevate da pochissime persone. Si tratta di un intervento di una ricercatrice di nome Varone, in cui a sostegno della tesi antiabortista lei affronta la questione del dell'aborto a seguito di uno stupro. Quindi, nel caso in cui una donna abbia concepito un figlio a seguito di un rapporto, rapporto non consensuale, ossia uno stupro – tra l'altro, una ricercatrice proprio di filosofia – sentiamo il discorso. Allora, il caso di stupro è un finto problema, è un finto dilemma morale, perché il dilemma morale per definizione prevede che in entrambi i casi, come la si faccia, la si faccia, si sbaglia; quello è il dilemma morale, per questo è un dilemma: come la fai, la fai, sbagli. Nel caso dello stupro non si tratta di un dilemma morale, si tratta di un caso delicato che è diverso, perché comunque in entrambi i casi non c'è uno che perde e l'altro che guadagna, perché il feto perde e la madre guadagna; questo in termini puramente logici, e non sto facendo un discorso, quindi questo è un ottimo momento per riportare una massima di Russell sulla logica, in cui lui diceva: "In logica non si sa quel di cui si parla, né se di quello di cui si parla sia vero". Ed è proprio così. Non è necessario saperlo per verificare la correttezza del ragionamento, e in alcuni casi c'è veramente da ringraziare che non si sa di che cosa si stia parlando, perché in questo caso possiamo proprio evitare di chiederci in che cosa consista il guadagno di una donna che abortisce dopo uno stupro. Analizziamo ora il ragionamento, di cui la prima parte che sentiamo è la frase: "In entrambi i casi non c'è uno che guadagna e uno che perde". Molte persone fanno fatica a sbrogliare questa frase. Anche perché, attenzione, questa è la conclusione del ragionamento, la conclusione a cui lei arriva da una premessa che dopo sentiamo: "In entrambi i casi non c'è uno che guadagna e uno che perde". Sta dicendo che in entrambi i casi – che sono sia nel caso in cui la madre abortisce sia nel caso in cui la madre non abortisce – verificare tanti altri casi che lei non cita sarebbero lunghi da elencare; cioè, si potrebbe dare il caso che entrambi guadagnino, che entrambi perdano, che né l'uno né l'altro né guadagna né perde, o una combinazione di questi casi; ad esempio, magari la madre guadagna e il feto né perde né guadagna. Non dobbiamo fare questo elenco, non serve, anche perché lei si limita ad affermare quali sono i casi che non si verificano, ossia i casi in cui l'uno guadagna e l'altro perde: "In entrambi i casi non c'è uno che perde e l'altro che guadagna". Dopodiché lei presenta la premessa dalla quale lei è arrivata a questa conclusione, con la canonica formula retorica del perché, e sentiamo qual è la premessa da cui lei parte: "Perché il feto perde e la madre guadagna". Confido che con la spiegazione che vi ho dato voi capiate già che nella premessa lei ha enunciato esattamente un caso che nella conclusione lei afferma che non si può verificare. Vi evidenzio proprio la parte che troviamo affermata nella premessa e poi negata nella conclusione: detta spiccia, si è contraddetta. Questo in termini puramente logici. La verifica la si fa nel modo che ora enuncio, e vi prego di nuovo di seguirmi perché è molto importante, di nuovo, sennò poi non capite. Una cosa a cui tengo particolarmente: una determinata conclusione, che qua possiamo definire una proposizione B, è logica conseguenza di una proposizione A se l'implicazione "se A allora B" è una tautologia. Che cos'è una tautologia? È una proposizione complessa, ossia composta da più proposizioni atomiche, che a prescindere dal valore di verità delle singole proposizioni risulta sempre vera. Discorso astratto, vi do subito un esempio concreto. Prendiamo da un'implicazione semplicissima, cioè la più semplice che possa esistere: "se A allora A". Vediamo che A rappresenta una proposizione molto semplice del tipo: "Io sono vivo". In questo caso avremmo: "se io sono vivo allora sono vivo". Infatti le tautologie nel linguaggio naturale spesso vengono definite "grazie al cazzo". Comunque, "se sono vivo allora sono vivo". Da questa implicazione posso trarre un ragionamento che nel linguaggio naturale avrebbe questa forma: "Io sono vivo, sapete perché sono vivo? Perché sono vivo!". Fila. Controlliamo ora che "se sono vivo allora sono vivo" è una tautologia, che, come vi ho detto, deve essere una proposizione che resta vera a prescindere dal valore di verità delle proposizioni che la contengono. Qui c'è una sola proposizione ripetuta, quindi dobbiamo controllare solo questa; di fatto abbiamo solo due casi possibili: il caso in cui è vero che io sono vivo – l'abbiamo già controllato: "se sono vivo allora sono vivo" – prendiamo invece il caso in cui la proposizione "Io sono vivo" è falsa, e che quindi diventerebbe "sono morto"; quindi l'implicazione la leggeremo come: "se sono morto allora sono morto". È ancora vera, a prescindere dal fatto che sia vero che sono vivo o sia falso che sono vivo: "se sono vivo allora sono vivo" resta vero. Quindi possiamo dire che "io sia vivo" è logica conseguenza del fatto che io sia vivo. Mettiamo che ora invece vi dica che "io sono vivo perché perché non sono morto". Ho detto esattamente la stessa cosa, ovviamente ho semplicemente messo una doppia negazione nel caso. La formalizzerà che si legge: "se è falso che non sono vivo", cioè "se falso che sono morto allora sono vivo". Continuo a dire la stessa cosa, però notate come questa formulazione ha già aggiunto una parvenza di complessità retorica; sembra che io stia dicendo qualcosa di un pelo più interessante, di sorprendente. Ecco, sappiate che tantissimi discorsi che sentiti fatti anche da personaggi considerati autorevoli in dibattiti importanti, come quello magari del sessismo, hanno esattamente questa forma: voi sentite un ragionamento che suona solido, perché è solido, questo è ineccepibile; la conclusione a cui arrivano è logica conseguenza della premessa, ma perché la conclusione è la premessa. Dopo ne analizziamo uno molto complesso, proprio di natura filosofica, che per questo spesso ingabbia le persone, ma alcuni invece veramente beceri che si può sentire, per fortuna, a bocca solo di alcune figure particolarmente radicalizzate, ma che, come al solito, insomma, essendo le più rumorose vanno poi a inquinare l'intero movimento. Però sentiamo ragionamenti di questo tipo: "Tutti i problemi della nostra società derivano dagli uomini, tutti quelli sociali". Quindi ovviamente il sessismo, ma anche quelli economici, quelli ecologici; non c'è una responsabilità condivisa tra i generi, non necessariamente 50 e 50, ma condivisa, no; dipende tutto dagli uomini. Si potrebbe dire che questo tipo di tesi sia profondamente sessista, ma qui si risponde che no, non si sta dicendo che ci sia una colpa intrinseca nell'essere maschi, un problema intrinseco biologico, ormonale, neurologico, quel che si vuole, di per sé. Anche gli uomini nascerebbero puri, ma al momento della nascita poi si ritrovano in questa cultura maschile tossica che poi, in maniera matematica, deterministica, andrà a determinare le loro azioni. Qui, come si fa in logica, si prendono per vere le premesse, e poi si chiede: anche prendendo per vero che davvero tutti i problemi dipendono dagli uomini, anche prendendo per vero che sì, di per sé insomma sarebbero anche puri, ma il problema è questa cultura maschile tossica in cui sono tutti immersi in ugual misura, e che li collega tutti anche quando non si si conoscono, come una sorta di mente alveare. La domanda è: ok, ma chi è che è responsabile di questa cattiva cultura maschile? Chi è che è responsabile di averla creata e perpetuata? La risposta qui è: gli uomini. Attenendoci alle premesse, avremmo solo due modi per trasformare il cerchio in una linea, cioè un ragionamento che almeno arrivi ad una conclusione che era diversa dalle premesse: o si afferma chiaramente che c'è effettivamente un problema congenito nell'essere maschi, una sorta di predisposizione innata alla violenza, all'abuso, alla sottomissione altrui, cosa che poi presumo però porterà a un ritorno del separatismo, perché se quella categoria è intrinsecamente pericolosa, al di là dell'educazione, sarà meglio non averci a che fare; oppure si cambia l'altra premessa, per cui non è vero che tutti i problemi, anche il sessismo, sono unicamente responsabilità degli uomini, ma si tratta invece di una responsabilità condivisa, non necessariamente 50 e 50, molto raramente lo è, ma comunque condivisa, cioè al punto che non ci può essere solo una parte che dice all'altra che cosa fare per risolvere il problema. Senza dire una di queste due cose, allora il discorso è destinato a restare un cerchio che si ripete senza effetti concreti. Ma questo, come ho detto, è veramente un esempio becero; cioè, magari fossero sempre così i ragionamenti circolari. Dopo ne vediamo uno più, più complesso, ma torniamo adesso alla conclusione a cui arriva questa ricercatrice di filosofia. Se io volessi controllare che la sua conclusione è logica conseguenza della sua premessa, dovrei quindi controllare se "se premessa allora conclusione" è una tautologia. In questo caso avrebbe cinque proposizioni atomiche: la madre abortisce, il feto, la madre guadagna, la madre perde, il feto guadagna, il feto perde. Dovrei quindi calcolare 2^5 casi, ma non serve, perché se anche trovo un solo caso in cui questa proposizione è falsa, allora non è una tautologia, quindi non si potrà dire che la conclusione a cui lei arriva è logica. Io ho calcolato solamente il caso che enuncia lei, il caso in cui è vero che la madre abortisce, è vero che la madre guadagna, è vero che il feto perde, è falso che la madre perde, è falso che il feto guadagna. Io ora qui non vi illustro come ho calcolato il valore di verità, ma si arriva al fatto che questa proposizione è falsa. Non lo illustro, per quanto mi piacerebbe tantissimo; a me piace tanto spiegare queste cose, mi piace vedere quando le persone lo capiscono, quindi mi limito a inveire contro gli insegnanti che spiegano queste cose dicendo: "Allora, per prima cosa si parte dalle parentesi interne, poi andate a vedere quali connettivi vi legano di più, poi andate a vedere le tavole della verità". Quindi spiegano questi concetti di filosofia come se fossero una lista di istruzioni tipo i mobili dell'Ikea. Pensate, questa credo che sia una cosa davvero utile da dire, che io, che ho un concetto intellettivo molto elevato che dovrebbe servire appunto giusto a questo, no, alla logica, perché si riferisce solo all'intelligenza logica; al liceo io avevo quattro in matematica, perché a causa dei miei DSA facevo fatica a memorizzare questa lista di istruzioni prive di qualsiasi valore semantico; era una roba: "Allora, prima prendi il numero sopra, poi metti il numero sotto, poi sposti a destra", e io mi, mi, mi confondevo, magari prendevo prima il numero sotto, tanto erano semplicemente istruzioni da ripetere bovinamente. Quando c'è una ragione del perché la negazione lega di più di un'implicazione, e sono ragioni filosofiche su cui da adulto mi sono proprio interrogato, non certo con l'obiettivo di di smentire Aristotele, però sorgeva a me la domanda: "Ma perché è così deterministica questa cosa? Non ci può essere un'alternativa?". E quindi mi sono messo a pensarci giorni e settimane, confrontandomi con persone che invece avevano, avevano già studiato queste cose. E lì mi ritrovavo a un certo punto, dopo giorni, con un gran mal di testa, perché arrivavo sempre a dei paradossi, e lì effettivamente capisci che è così perché può essere solo così: la logica è ciò che descrive, in un certo senso, la forma dell'essere. Vabbè, questo è un concetto molto astratto, però una volta che tu hai capito il perché nessuno te lo potrà mai più togliere; non hai più bisogno di andare a ricordarti, non hai più bisogno di andare a riguardare: è così, è una conoscenza che ti accompagnerà per sempre. Morale: conoscendo io le regole di inferenza che mi dicono che l'ultima implicazione di cui devo calcolare il valore di verità è questa, è questa che regge l'intera proposizione, scopro che questa proposizione è falsa. Ma concludo questo dicendomi un'altra cosa che io trovo molto bella: vi ho detto che una tautologia è tale se la proposizione presa in oggetto risulta sempre vera a prescindere dal valore di verità delle proposizioni atomiche che la costituiscono. Nel caso invece risulti sempre falsa, quella è una contraddizione; tornando all'esempio spiccio sarebbe: "sono morto perché sono morto", a prescindere dal fatto che io sia morto e sia vivo, arrivo sempre ad una contraddizione. Qualora invece a volte risulti vera, a volte risulti falsa, non potrò dire che è logica conseguenza della premessa, perché vi ripeto la logica è deterministica, quindi non potrò più dire che per logica io arrivo a quella conclusione. Ma sapete invece qual è proprio il nome tecnico di una proposizione che non è necessariamente vera o necessariamente falsa? Opinione.

Torniamo ora in ambito progressista, e vengo alla questione che avevo accennato prima. È una questione che, premetto, ho l'impressione che a volte mi faccia soffrire più di quanto meriterebbe, perché parliamo di questioni sostanzialmente astratte; sono convinto che ci siano problemi più seri, però è una cosa che mi dà fastidio, forse per mia sensibilità appunto nei confronti di questo tipo di errori: è la questione del linguaggio che crea la realtà. L'ho accennato brevemente nella mia intervista con Shy Break In Italy; nel caso trovate il video, un'intervista piuttosto lunga, ma il concetto è che sarebbe necessario un continuo aggiornamento del lessico, poiché le parole che usiamo influenzerebbero il nostro pensiero. Non si ritiene di dover dare dimostrazione di questa idea, poiché si ritiene logica conseguenza di qualcosa che è invece dimostrato, e se così fosse è vero che non servirebbe darne dimostrazione empirica, pratica. Torniamo alla questione dei fagioli, una cosa che avevo già accennato, ma ora la spiego ancora meglio. Vi avevo detto che se so che sono vere le premesse e la conclusione è logica, allora è vera anche la conclusione. Ragioniamoci bene: mettiamo che voi sappiate che in un sacchetto tutti i fagioli sono bianchi, o perché gli avete contati voi, o lo sapete tramite delega del sapere – si definisce così – o vi fidate di qualcuno in virtù del suo percorso di studi, delle sue certificazioni, che vi dice che effettivamente in quel sacchetto tutti i fagioli sono bianchi. Ecco, se voi sapete, quindi se siete certi che tutti i fagioli nel sacchetto sono bianchi, e se siete certi che nella mia mano c'è un fagiolo che io ho preso dal sacchetto, perché mi avete visto compiere l'atto o in altro modo, non vi serve più controllare di che colore è il fagiolo nella mia mano; non, non vi serve che io apra la mano, perché è per forza bianco, poiché tale conclusione è logica. Il ragionamento che si fa in questi casi, quindi, è: essendo osservato che quando cambia la società cambia anche la lingua, se cambia la lingua cambia anche la società. Che però, se preso così alla lettera, contiene proprio un errore di ragionamento. Ma vi faccio un altro esempio: pensiamo alla questione, ad esempio, delle professioni al femminile, eh, stupidamente contestate da chi non comprende che la lingua appunto evolve in questo modo. Le stesse persone che ora si indignano quando sentono dire "ministra" o "avvocata" sono persone che dicono tranquillamente "maestra", "professoressa", e che magari non sanno che qualche decennio fa – non serve andare troppo indietro – questi termini non esistevano. E non esistevano perché all'epoca, purtroppo, alle donne non era proprio consentito svolgere questo tipo di professioni. "Direttrice", "imprenditrice", tutti questi termini non esistevano, che non a caso descrivono posizioni di potere o di controllo, dell'indipendenza economica. Quando poi, grazie alle rivoluzioni femministe, anche alle donne è stato consentito svolgere lavori che andassero oltre al lavoro di cura, è venuto naturale iniziare a declinare quelle professioni al femminile. Questo perché la nostra lingua ha due generi, e a parte i termini che sono prettamente neutri, tipo "insegnante", a noi viene naturale declinarli. A me più volte è capitato di dire: "Che strano, ma vorrei usare il femminile in questo caso, non c'è", quindi si è iniziato a dire "professoressa", "dottoressa", "poetessa", la dove prima invece questi termini non esistevano. Allo stesso modo, dato che ora ci sono molte più donne che svolgono professioni di avvocato, di sindaco e di ministro, ora noi le definiamo "avvocate", "sindache", "ministre". È un'evoluzione naturale, e i lessicografi si limitano, però, insomma, dovrebbero, si limitano a riconoscere l'uso che la maggioranza dei parlanti fa di una parola, utilizzando anche indicatori precisi, come ad esempio il giornalismo, testi istituzionali. Bene, se vediamo che tante persone ora hanno iniziato a dire "ministra" per riferirsi ad una donna che fa la professione di ministro, allora in italiano è corretto dire "ministra". Che cos'è però che è cambiato negli ultimi anni? Che ora si cerca di velocizzare il più possibile questo processo, con l'idea che aiuterà le donne nelle loro professioni; cioè, dal fatto che se più donne fanno un mestiere, allora decliniamo la professione al femminile, si fa derivare che se decliniamo la professione al femminile più donne vorranno fare questo mestiere. Ma come ho detto prima, se davvero prendiamo alla lettera quello che ho appena affermato è un errore di ragionamento che abbiamo già visto più volte: abbiamo scambiato l'antecedente con il conseguente; abbiamo deciso che se piove la strada si bagna, allora se la strada si bagna vuol dire che piove, quando non è la stessa cosa. Dopodiché, il fatto che io vada dall'antecedente al conseguente non implica che io dal conseguente possa tornare all'antecedente. Nemmeno che questo sia falso, perché non dimostrato, non verificato, non significa falsificato; significa che è un'ipotesi. E infatti l'idea che le parole che usiamo o le convinzioni grammaticali della nostra lingua influenzino il nostro modo di vedere il mondo si definisce proprio ipotesi; è l'ipotesi Sapir-Whorf, è quella che si utilizza ad esempio per sostenere che il fatto che nella nostra lingua il "non marcato" sia maschile abbia degli impatti sulla nostra psicologia. Allora, tutte le lingue che non hanno il neutro, come l'italiano, hanno un genere che viene utilizzato come non marcato, cioè quando non sappiamo, o il genere misto; cioè, se io busso alla porta e dico: "C'è nessuno?", non sto chiedendo se ci sono solo uomini; quel "nessuno" è vuoto di genere, non marcato, perché non è il genere. Utilizzando l'ipotesi Sapir-Whorf, però, si sostiene che invece no, questo avrebbe un effetto sulla psicologia umana, ma è appunto un'ipotesi. In questo video probabilmente è la prima volta che uso questo termine, ma in realtà ho già citato lo stesso concetto quando ho parlato di proposizioni assiomatiche, da prendere per vere. Infatti, la terminologia concernente la logica cambia in base all'ambito, che sia scientifico, matematica, geometria, informatica, filosofia, ma il concetto di logico è sempre lo stesso. Ad esempio, in geometria, per ipotesi si intende una premessa assunta per vera a prescindere dalla verità fattuale, per indagarne le conseguenze. Se io in un teorema sento: "Se il triangolo ABC è equilatero, allora è anche equiangolo", l'ipotesi è: "Se il triangolo ABC è equilatero". Dopodiché, se io da questa ipotesi riesco a dedurre in modo logico la tesi, ossia che è anche equiangolo, allora io posso dire che ho dimostrato il teorema. Ma finché io dico semplicemente: "Se il triangolo BC è equilatero", che cosa ho detto? Niente, sicuramente non ho dimostrato nulla. Ecco, quando sentiamo dire: "Il linguaggio crea la realtà", stiamo sentendo un'ipotesi; è come se qualcuno dicesse: "Se il triangolo ABC è equilatero, ok?". E invece no, cioè non viene presentata come un'ipotesi, ma direttamente come un teorema dimostrato, quando manca tutto un pezzo. Quando quindi noi sentiamo affermato: "Il linguaggio crea la realtà", e chiediamo perché, e ci viene risposto: "Perché le parole che usiamo influenzano il pensiero", è un ragionamento circolare: la conclusione a cui si arriva è solamente la premessa riformulata. Il fatto che qualcosa che potrebbe essere vero, eh, perché potrebbe, venga invece automaticamente preso per vero. Io non esagero dicendovi che progressivamente negli anni mi ha fatto sentire solo, proprio negli ambienti che frequento, ma addirittura anche con conseguenze sociali. Immaginando che molte persone che guardano questo video siano progressiste, o addirittura facciano attivismo, e di conseguenza è probabile che siano arrivate ad affermare questa cosa con sicurezza, vi chiedo proprio di chiedervelo: come fate ad essere sicuri che il lessico che usiamo modifichi il pensiero? Lo influenzi? A parte il fatto che lo avete sentito negli ultimi anni centinaia, se non migliaia di volte, a parte il fatto che l'avete letto in qualche libro che come prova adduce altri libri, che se poi andate a leggere o adducono altri libri o rimandano all'ipotesi Sapir-Whorf, a parte questo, voi l'avete mai verificato? Avete visto davvero una persona con idee razziste che, se in qualche modo siete riuscite a persuadere a dire "nero" anziché "di colore", ha cambiato la propria visione, ha cambiato i propri bias? Oppure lo sapete tramite delega del sapere, conoscete studi replicati che hanno dimostrato questo effetto? Qua ve lo dico io: no, non esiste nessuno studio replicato che abbia dimostrato questa cosa. O è piuttosto qualcosa che a voi viene da pensare, vi sembra sensato che sia così; nel caso, va benissimo, ma vi ricordo che a noi viene da pensare che un fagiolo venga da un sacchetto solo perché bianco. Potrebbe essere vero, ma non è necessariamente vero; che è la ragione per cui si chiama ipotesi. Infatti, provate a chiedervi questo: come mai il fatto che questa sia definita un'ipotesi non modifica il vostro pensiero sul fatto che non sia un'ipotesi, ma sia un fatto? Mi sono ritrovato in contesti dedicati all'autismo in cui ho visto una madre che stava, fra l'altro anche piangendo, parlando delle difficoltà del figlio, che è stata interrotta perché nella sua condivisione a un certo punto ha detto che il figlio soffriva di autismo, che è una formulazione sicuramente sbagliata dal punto di vista...

Clinico, poiché non è che si possa soffrire di un funzionamento mentale ed è infelice per quel che trasmette. Però si è ritenuto che in quel momento correggerla fosse più importante che consentirle di raccontarsi. C'è stata proprio un'inversione delle priorità: il linguaggio, ormai investito della responsabilità di creare la realtà, era più importante di ciò che stavamo osservando nella realtà.

Oppure in contesti ludici, magari in associazioni LGBT, ma in cui si facevano giochi da tavolo in cui l'incontro veniva aperto con "Buongiorno a tutto tut tut". Ricordiamo che è importante perché il linguaggio crea la realtà. Questo perché le parole che usiamo modificano la nostra percezione del mondo. E Dio, cosa sta succedendo? Perché le persone intorno a me stanno iniziando tutte a ripetere queste cose? Avendolo patito molto, io so il momento esatto a ritroso, in realtà. Ripensandoci, in cui è cambiato qualcosa nel 2017. Io vivevo a San Francisco in quei giorni e, per la prima volta, ho visto condivisi, non indignati ma con approvazione, post di personaggi considerati autorevoli che hanno iniziato a fare quello che noi abbiamo sempre contestato ai conservatori. Si è iniziato a combattere le categorie anziché a combattere le idee; oltretutto, riducendo poi l'identità e il pensiero di quelle categorie ad un'unica caratteristica delle persone che costituivano la categoria, che era esattamente la cosa che abbiamo sempre combattuto noi, così come abbiamo sempre combattuto il dogmatismo. Ci venivano date argomentazioni indimostrabili: "Se la Bibbia lo dice così, lo devi prendere per vero". E io ho iniziato a vedere persone che facevano esattamente la stessa cosa, per poi diffondersi. Questa cosa, a macchia d'olio in realtà, in tutti gli ambiti, arrivando a spiegarsi qualsiasi fenomeno sociale non solo con matrice culturale, ma addirittura una specifica matrice culturale, anche su cose gravi come la violenza, gli omicidi. Davvero tutto ciò che ha da dirci oggi la psicologia, la psichiatria, l'antropologia, la sociologia, la filosofia, la criminologia, si riduce tutto ad un'unica spiegazione culturale da applicare a tutti i reati di una certa tipologia.

E nel caso è una è solo un'opinione, un'ipotesi da indagare, o è un fatto? Nel caso allora però deve essere dimostrato o derivato in modo logico da qualcosa che sappiamo essere vero. Fra l'altro, mi viene in mente ora che in quel passaggio che avevo letto di Michela Murgia, lei a un certo punto diceva che dobbiamo rifiutare qualsiasi pratica che non sia basata sul dubbio. E qui, quindi, perché non si possono avere dei dubbi? E sì, che ho detto prima che il principio di non contraddizione era noto addirittura prima di Aristotele. E questo ha proprio iniziato a farmi sentire solo, anche perché ho iniziato a provare disagio nello stare in certi ambienti di cui comunque condivido tutti gli obiettivi politici.

A proposito dei quali ora devo invece riscontrare che l'agenda progressista si è fermata. Perché i conservatori, non particolarmente preoccupati dal potere della parola di influenzare la realtà, hanno preso il potere. Cioè, negli ultimi anni le destre hanno preso il potere, l'hanno consolidato e usano il potere per agire sulla realtà, per modificarla in concreto: potere economico, politico, culturale. Dato che adesso controllano le scuole, questo non induce ad una messa in discussione del fatto che forse non è il caso di basare la propria azione politica su cose che non sappiamo neanche se sono vere.

Chiudo questa ennesima parentesi personale, perché sono stato onesto. Eh, ve l'ho detto all'inizio del video che volevo anche sfogarmi e mi limito a dire questo. Facciamo così: che se ora, anziché leggere l'ennesimo post in cui si dice "Ecco le parole giuste da usare per questo argomento, perché le parole determinano il pensiero", iniziassi a leggere cose del tipo "Io, per parlare di questo argomento, preferisco queste formulazioni, le trovo più efficaci perché seguono argomentazioni tra cui non ci deve essere 'il linguaggio crea la realtà', perché quella è di nuovo l'ipotesi a monte. Date queste argomentazioni, secondo me, forse porteranno anche qualcuno a vedere le cose diversamente". Ecco, se iniziassi a leggere più spesso questi, forse inizierò magari a sentirmi meno solo.

Mi viene in mente che, fra l'altro, c'è un altro ambito che ho citato in cui viene nuovamente utilizzata la logica, e con termini diversi, ma non necessariamente. Io, prima, parlando dell'ipotesi in ambito della geometria, ho detto che la si definisce una premessa che la si assume a prescindere dalla verità fattuale. C'è un altro ambito in cui questo concetto è molto importante, che è quello giudiziario, in cui distinguiamo la verità fattuale dalla verità processuale. Possiamo vedere un processo giudiziario, cioè inteso proprio ciò che avviene in un tribunale, come una liturgia laica dove, attraverso una serie di formule (questo termine qui ricorre), si fa esistere lo stato di diritto, che è un concetto astratto che produce un risultato astratto che è la verità processuale. Tale verità deve essere dedotta attraverso il ragionamento logico e non il ragionamento induttivo. Facciamo subito un esempio chiaro, così ci capiamo: l'anno scorso Kevin Spacey è stato prosciolto, non mi ricordo se da una o comunque più accuse che erano state proprio formalizzate di molestia o forse anche stupro, non ricordo. Comunque, parliamo di accuse pesanti. Ossia, date le premesse a disposizione, che sono limitate, non si è riusciti a dimostrare la colpevolezza. A me ha dato fastidio sia leggere tante persone che hanno iniziato a dire "Ecco, l'avevo detto io, le accuse erano infondate", che le persone che hanno iniziato a dire "Ecco, il sistema è malato". Entrambe queste cose potrebbero essere vere, ma non abbiamo gli elementi per affermare nessuna di queste due cose. Partiamo dal perché è assurda la prima cosa, cioè il dire "Ecco, l'avevo detto io che era innocente". Ritorniamo a ciò che ho appena detto: la verità processuale non corrisponde necessariamente alla verità fattuale. Anzi, commentiamo un attimo. Io ho perso il conto di veramente quante accuse di molestie, abusi sessuali, comportamenti inappropriati sul posto di lavoro Kevin Spacey abbia collezionato in decenni di carriera. È estremamente improbabile che tutte queste persone si siano inventate tutto, fra l'altro neanche conoscendosi tra loro, il che mi induce, appunto per induzione, a pensare che Kevin Spacey sia un molestatore, sia una persona con cui è meglio non avere a che fare. Non potrei formalizzare questa cosa, perché poi verrei denunciato per diffamazione, ma posso senz'altro pensarla e agire di conseguenza, al punto che se io fossi un produttore cinematografico me ne guarderei molto bene dall'assumere, perché avrei paura di come lui si possa comportare in presenza delle altre persone. Tuttavia, in ambito giudiziario, la conclusione a cui si arriva in questo caso, chiamata sentenza, non può essere derivata per induzione, ma per deduzione (ossia, riutilizziamo questo termine): la colpevolezza deve essere dimostrata, ripetiamo ancora una volta, non verificata. Non dimostrata non significa falsificata, e della ragione per cui verità processuale e verità fattuale possono non coincidere. Poi ci sono casi in cui si riesce a dimostrare l'innocenza, in quel caso addirittura si falsifica l'accusa, ma nello stato di diritto non si è tenuti a farlo. Dopodiché, così come prima ho parlato di bias nella scienza, anche qui parliamo comunque di un processo che è astratto, ma che viene fatto esistere da esseri umani, in quanto tali fallibili, con i loro bias, pregiudizi e interessi personali. Quindi questa è una direzione a cui tendere, è il principio astratto. Chiaramente, poi, nell'applicazione pratica l'essere umano può fallire. Qualora si volesse mettere in discussione la validità di una sentenza, ciò che si mette in discussione è proprio l'elemento umano, le decisioni arbitrarie o il modo in cui sono state scelte le premesse. Questa è una cosa molto importante, eh, perché ci sarà stato un momento in cui si è deciso cosa costituiva una premessa e cosa no. L'unica cosa che non possiamo mai fare è però mettere in discussione che la conclusione debba venir derivata con il ragionamento logico, chiedendo invece di utilizzare il ragionamento induttivo, quello per cui se ci sono tanti elementi che mi fanno pensare che sia così, e allora va detto che così. Per la precisione, non possiamo farlo se vogliamo vivere in uno stato di diritto; in un totalitarismo sì, si può usare anche l'induzione. Per farvi un esempio tragicamente reale, quello che sta facendo Israele: ufficialmente loro dicono che vogliono solo colpire i terroristi di Hamas, cosa su cui, aprendo una parentesi personale, sarei anche d'accordo, e però loro dicono questo mentre radono al suolo intere città. Non serve più dimostrare la colpevolezza, lì si fanno andar bene l'induzione. Questo è chiaramente un esempio catastrofico, ma senza arrivare a queste estreme conseguenze, se ritorniamo ai fraintendimenti che ci sono in ambito giudiziario da parte di chi non conosce l'ambito, e vediamo ancora una volta come il non capire alcuni rudimenti proprio del ragionamento logico poi determini a catena tantissimi problemi sociali.

Vi faccio un altro esempio di questioni che a me gettano nello sconforto poiché non ci si rende conto che manca la logica. Qualche mese fa è stato scritto un articolo che ha avuto, purtroppo, grande rilievo dove, su Vanity Fair (vabbè, nota rivista di criminologia), una scrittrice ha incontrato un assassino, un femminicida, e che cosa ha fatto? Per dire che cosa ha fatto, dobbiamo di nuovo tornare ai fagioli. Quando vi ho mostrato questa scritta vi avevo detto che qui c'è scritto che per ogni fagiolo, se è nel sacchetto, allora è bianco, e vi ho detto che io in qualsiasi momento posso rimuovere il quantificatore universale, è una regola di inferenza logica. Se io so che qualcosa è vera per tutti gli elementi di un gruppo, e allora è vera anche per un singolo elemento di quel gruppo. Che cos'è che non posso fare però? E passare dall'esistenza (che vuol dire almeno uno) all'universale. Questo è un passaggio che non posso fare. Cioè, non è che se io da un sacchetto tiro fuori un fagiolo, vedo che è bianco, allora posso dire che sono tutti bianchi. Dopodiché, se ne tiro fuori un altro, un altro, inizio fuori a tirarne manciate e sono tutti bianchi (non in maggioranza, eh, tutti bianchi). Certo che a quel punto posso ipotizzare e dire "Ma non è che in questo sacchetto sono tutti bianchi?". Certo che lo posso ipotizzare, ma si chiama appunto un'ipotesi, nello specifico sarebbe derivata per induzione. Ecco cosa fa questa scrittrice: trova una variabile che ha la proprietà U (la proprietà di essere uomo) e ha anche la proprietà A (la proprietà di essere un assassino, un femminicida) e quella di… ora questo non so bene cosa voglia dire, ma insomma, di pensare proprio come un femminicida. E da questo lei arriva alla conclusione che allora, per ogni variabile X, se ha la proprietà di essere uomo, allora ha anche la proprietà A (la proprietà di pensare come un femminicida), che è appunto un grave errore di ragionamento. Ma la cosa ancora più assurda è che questo errore di ragionamento viene definito dimostrazione. Proprio il passaggio in cui si legge: "Ho tentato una cosa molto complessa: indagare i sentimenti, i pensieri e i comportamenti di Michele in tutta la fase precedente, contemporanea e successiva" (vabbè, non sappiamo come abbia condotto questa indagine al femminicidio) per dimostrare (e questa è la parola: è dimostrare) che il modo in cui pensa un femminicida è il modo in cui pensano il tuo ex, tuo padre e tuo fratello. Cioè, viene definita dimostrazione. Io ho spiegato prima che cos'è una dimostrazione: quello che è proprio un errore di ragionamento. Però capite adesso perché nel momento in cui il generale Vannacci dichiara di voler rispondere al bisogno collettivo di razionalità e di logica, lui poi mi va prima in classifica e ci resterà non sappiamo per quante settimane, senza poi soddisfare questo bisogno di logica, perché non ha bisogno di soddisfarlo, in quanto poi chi legge non è neanche in grado di capire se c'è logica o meno in quello che dice, perché non sa che cosa sia la logica in questo contesto. La scelta tra il libro del generale (che mi costituisce un'implicazione di partenza, prendendo antecedente e conseguente non si sa da dove, non ce lo spiega, non ci dimostra nulla) e il libro della scrittrice che, per spiegarci come risolvere il problema della violenza di genere, mi aggiunge nei suoi ragionamenti quantificatori universali a piacere (cioè, tipo nelle ricette quando leggete "salare a piacere"), la scelta tra i due libri viene fatta unicamente in funzione della conclusione a cui i loro ragionamenti arrivano, da quanto mi piace. Se io odio le minoranze, in particolare sessuali o etniche, compro un libro che arriva alla conclusione che io faccio bene ad odiarle. Sì, con la culata che non stiamo dicendo che queste persone abbiano dei problemi in sé: il problema è la cultura che loro creano e diffondono. Allo stesso modo, se me stanno sul cazzo gli uomini, compro un libro della scrittrice che arriva alla conclusione che io faccio bene ad odiare gli uomini, sempre con questa paraculata che vabbè non è un problema intrinseco, è un problema della cultura in cui sono immersi, ma di cui in realtà sono responsabili, senza poi neanche riuscire a capire come quella conclusione sia stata derivata, perché poi il lettore innanzitutto non riesce neanche a capire quando c'è il ragionamento e quando non c'è, e moltissime volte proprio non c'è, semplicemente la persona sostiene di aver visto delle verità e le diffonde. Pure quando c'è, non ci si rende conto che è circolare. Ma infatti, guardate che tutti questi libri che arrivano alla conclusione che voi fate bene ad odiare una certa categoria, in realtà quella era proprio la premessa sulla base del quale il libro è stato scritto. Pure anche quando il ragionamento non è circolare, quindi arriva a una conclusione che non sia la premessa, si ha difficoltà a capire gli errori che vengono commessi in questo ragionamento, che oltretutto viene solitamente presentato con mera finalità retorica come logico.

Ma vabbè, per concludere invece con qualcosa di positivo, condivido una riflessione, un'immagine che secondo me aiuta molto bene a capire sia l'importanza della logica che i suoi limiti, e perché a tante persone, a tanti, non piaccia. Io definisco la logica come lo scheletro del ragionamento. È chiaro che non basta lo scheletro per dire di trovarsi di fronte ad un essere vivente. Anzi, qua vediamo proprio della morte: spoglio, è sterile e fa anche un po' paura, nel senso che è una materia difficile che non si ha voglia di studiare. E poi sopra questo scheletro ci mettiamo invece poi le argomentazioni, ma anche il sentimento, la condivisione personale, le intuizioni personali. Ci sono intere rivoluzioni che sono partite da un'intuizione di cui poi però è stata dimostrata la validità, e in generale tutto ciò che nella vita non possiamo ridurre ad una dicotomia vero e falso, perché esistono le sfumature, perché è più complesso di così. Queste cose, nella mia metafora, sarebbero rappresentate dagli organi, la carne, il sangue, la pelle, tutte le cose che vediamo, che tocchiamo, di cui discutiamo: la sostanza. È qui che finalmente vediamo della vita. Tuttavia, senza lo scheletro, il ragionamento non sta in piedi.