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[Applauso] traccerò prima un quadro del pensiero Greco su questo tema per poi concentrarmi su questo mito che è il più grande insieme al mito della caverna scritto da Platone.
Allora ricordiamo che la felicità in greco si dice eudaimonia, che alla lettera vorrebbe dire avere ottenuto un buon demone protettore, Eu Daimon, un buon demone. Allora uno è felice se la sorte ha voluto che fosse scelto da un buon demone, se non è scelto da un buon un demone ma da un cattivo demone è infelice e questa è stata la concezione che per secoli i greci hanno fatto propria.
Hanno cominciato I filosofi a corroder per poi far nascere L'idea giusta. Il primo è Eraclito, il quale scrive: "il demone dell'uomo è il suo carattere". E poi in maniera ancora più forte: "se la felicità consistesse nei piaceri del corpo dovremmo dire felici i buoi quando trovano da mangiare e ruminano". Guardate che sono pensieri che allora quando venivano detti erano considerati folli.
Democrito esplicita questo pensiero. Badate che Democrito è considerato presocratico ma vive anche dopo Socrate, quindi assorbe idee socratiche. In etica, "la felicità non consiste negli armenti e neppure nell'oro". In Grecia le le due ricchezze erano queste e quelle della terra: gli armenti e l'oro.
"Ecco l'anima, la psyché, è la dimora della sorte dell'uomo". Cioè la sorte dell'uomo. Decidi tu e nessun altro. È appunto questo concetto che si impone per opera di Socrate, il quale ha spiegato molto bene che l'uomo si costruisce temperando la sua anima con il logos. Dunque nella educazione e nella formazione dell'anima e dello Spirito dell'uomo e quindi nella filosofia come era inteso allora consiste la felicità.
Ricordo un particolare che la parola anima molti ancora oggi ma anche perone di un certo livello ritengono che sia un concetto Cristiano. È un errore, è un concetto Greco. È la più grande creazione dei greci. In Platone 2000 volte, 3000 volte in Plotino il concetto di psichica è proprio profondamente Greco. Il pensiero Cristiano dice un'altra cosa: la Risurrezione, che è diversa.
Allora l'educazione e la formazione dell'anima, se tu la plasmi nel modo giusto della psiche, ti dà la felicità. E vorrei dire un particolare che c'è qualche psicologo che dice che siamo ancora vittima di Platone, perché psicologia, psicoterapia, psicoanalisi, psico, cioè girano attorno a questo concetto che fondamentalmente è Greco e che soprattutto Platone poi ha posto.
Allora nel Gorgia, eh, c'è il passo più folgorante su questo. Polo dice a Socrate: "Ma allora tu Socrate, neppure del gran re, il gran re è il re di Persia che allora era il più potente in assoluto, così come fino all'800 era un Sar di Russia". Ecco. E dice che anche lui non è felice. E direi il vero, perché io non so come egli sia quanto a formazione interiore e quanta giustizia. Polo: "Ma come, tutta la felicità consiste in questo?" Socrate: "Secondo me sì". Polo: "Infatti io dico: chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice. E l'ingiusto e il malvagio è infelice".
E qui ci sarebbe molto da dire, ma dico solo un particolare che i mali della psiche, badate, nascono soprattutto nella civiltà del benessere e non ci sono nel terzo mondo. Allora dal benessere fisico e nasce il malessere psichico. Per quale motivo? Perché il benessere fisico dice: "hai bisogno di una serie di cose per il tuo fisico, ma di sfamarli". Eh, ma quando tu ti sei sfamato fisicamente, ecco nasce in te un'altra fame: la fame dello spirito. E questa è la più difficile da sfamare. È una tesi che costituisce poi un asse portante della Repubblica.
Ricordo che però anche Aristotele ha detto cose molto belle sulla felicità. E e il piacere di cui tutti parlano e è inteso in maniera impropria, perché i piaceri sono molti e di diverso tipo. I piaceri fisici, ma poi ci sono i piaceri dello spirito che sono quelli più alti. E la felicità consiste non nei piaceri fisici, ma in quelli spirituali, nella contemplazione del vero. Addirittura Dio, che ha la massima felicità, hauto contemplazione. Ma badate che la filosofia greca e che è molto grande.
Ricordo in particolare il detto di Martin Heidegger, il quale spiega molto bene che di solito le cose nascono piccole, poi crescono via via e diventano sempre più grandi. E per la filosofia è capitato il contrario, che è nata grande e poi casomai certe volte è rimpicciolita.
Epicuro sentite cosa dice: "Nessuno mentre giovane tardi a filosofare, né mentre vecchio si stanchi di filosofare. Infatti, per acquistare la salute dell'anima nessuno è immaturo o troppo maturo. E chi dice che non è ancora venuta l'età del filosofare o che è già passata, è come se dicesse che non è ancora giunta l'ora di essere felici o che è già passata". È la più bella definizione del senso dell'antica filosofia greca, il cui scopo fondamentale era questo: trovare la verità e la felicità.
E oggi, purtroppo, la filosofia ha cambiato direzione. Siccome l'uomo non può non filosofare, nei momenti di crisi cerca scappatoie. E le scappatoie sono quelle che Habermas ha detto molto bene: "oggi la filosofia si limita a studiare il modo in cui l'uomo pensa e parla, ma non va più ai contenuti". Beh, non è che non va più ai contenuti, è che l'uomo di oggi è in una crisi tale che fatica a ritrovare i contenuti.
Allora la verità, devi trovare per essere felice. Oggi è molto contestata. Alcuni dicono che si parla di verità, ma non c'è la verità. E già Parmenide diceva che l'essere e il pensare sono la stessa cosa, concetto che poi è stato sviluppato in questo senso: l'essere e il vero coincidono. La verità è il corrispettivo nell'apparire dell'essere della cosa.
Aristotele ribadisce questo punto molto bene e spiega genialmente: "c'è proporzione fra essere e conoscibilità". Quad S, cioè per quanto riguarda l'uomo, cioè riguarda la cosa, e quad noos, per quanto riguarda l'uomo in sé. Le cose che hanno più essere sono le più vere e le più conoscibili per noi. Viceversa, sono più conoscibili quelle che hanno meno essere. Eh, tuttavia all'uomo, se fa filosofia, è possibile fare è questo: fare in modo che ciò che di per sé è più vero e più conoscibile sia più vero e più conoscibile anche per noi.
Ma eh, mi ha sorpreso molto Aristotele in un passo della Metafisica del libro secondo Alfa piccolo, che nell'800 era considerato non autentico perché non avevano capito che la Metafisica non è un libro, ma è un insieme di lezioni scritte da lui o anche da appunti degli allievi. E quindi hanno tutto il disordine che hanno gli appunti. E ogni parte della Metafisica è autentica. E nel secondo dice questo in maniera molto bella: "Poiché vi sono due tipi di difficoltà, la causa della difficoltà della ricerca della verità non sta nelle cose, ma in noi". Infatti, "come gli occhi dei pipistrelli si comportano nei confronti della luce del giorno, così anche l'intelligenza nella nostra anima si comporta nei confronti di quelle cose che per natura sono le più evidenti di tutte".
Guarda che un concetto meraviglioso! Cioè, non è la verità che non è visibile, sono i tuoi occhi che sono come quelli delle notto, che vedono più le tenebre che la luce. La verità è dunque sempre di fronte a noi e noi ne siamo quindi circondati e fasciati. È il nostro intelletto che deve abituarsi a vederla, così come i nostri occhi devono abituarsi a vedere la luce da cui siamo circondati.
E allora veniamo al grande mito di Er, che è veramente una delle più grandi rivoluzioni concettuali che la Grecia ha esperito. Nella Repubblica, Platone parla della reincarnazione delle anime dopo che hanno trascorso il ciclo di tempo in cui sono premiate o punite. Allora attenti bene che per Platone le anime sono di un numero limitato. Se il premio o la pena durasse in eterno, ad un certo punto di anime non ce ne sarebbero più e quindi occorre che si reincarnano.
Allora il conto che faceva, e diciamo, condizionato dalla mistica pitagorica, che dava al 10 la supremazia. Allora siccome la vita di un uomo dura intorno al massimo 100 anni, il premio sarà 10 volte 100 anni, cioè 1000. 1000 anni dopo 1000 anni le anime, e addirittura sentite cosa dice: 1000 per tutte, tranne quelle dei crimini grandissimi e insanabili, perché la punizione per questi dura più di 1000 anni. Stupendo, eh.
Trascorso questo periodo, le anime dunque ritornano incarnarsi. E nelle pagine mirabili finali della Repubblica, Platone narra. Tenete presente la cornice del mito e il contenuto veritativo che il mito dice. Allora qui Platone va proprio interpretato in modo giusto. Molti che non lo sanno, le prendono i miti e ritengono che siano veri in tutti i particolari. Per lui, e invece nel Fedone lo ha detto molto bene, che il mito è allusivo e credere che le cose siano come ti narro al mito è stolto. Il mito ti dice il succo del problema, ma il modo particolare in cui te li narra, questi sono della poesia, appunto, del mito.
Allora terminato il viaggio di millenario, e le anime si ritrovano su una pianura dove devono decidere loro il destino. I paradigmi delle vite, dice Platone, stanno nel grembo della Moire, la Cloto, figlia di necessità. Ma essi, guardate che qui è molto bello, non vengono imposti all'uomo, ma proposti alle anime. E la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse. Quindi tu non ti trovi il destino imposto, sei tu che lo scegli.
L'uomo, guardate qui c'è un concetto, io credo uno dei più profondi. Guardate che Platone, che il mio filosofo preferito, oggi è il filosofo di tutti più venduto, più richiesto nell'Occidente, quindi questo dice già molto quanti anni dopo. Allora l'uomo non è libero di scegliere la vita, perché tu ti trovi la vita, ma è libero di scegliere come vivere moralmente. Quindi tu ti trovi la vita data, però il modo con cui tu devi gestire questa vita non ti è dato, sei tu che te lo dai. E questo è direi uno dei passi più forti in assoluto scritti con la pura ragione.
Sentite, raccontò Er che come giunsero in quel luogo dovettero presentarsi alla Cloto. Qui un interprete del dio, per prima cosa, le dispose in ordine. E dopo aver raccolto dalle ginocchia di Lachesi le sorte e i paradigmi delle vite, montato su un palco rialzato, parlò in questo modo: "Parola della Vergine Cloto, figlia di Necessità, anime cadute! Eccovi giunte all'inizio di un altro ciclo di vita mortale. In quanto si conclude con la morte, non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone".
Ecco, questa è la rivoluzione più totale. E pensate a un greco che si sente dire il contrario di quello che gli era sempre stato detto: "tu sei scelto da un demone, hai una una vita in conformità al demone che ti ha scelto". Platone dice: "no, è vero il contrario, non è il demone che sceglie te, ma sei tu che scegli il tuo demone".
"Il primo estratto sceglierà per primo la vita alla quale è tenuto poi di necessità. E una volta che tu hai scelto il paradigma di vita, tu vivi secondo quel paradigma". E qui c'è la frase più bella. Sentite: "La virtù non ha padroni, ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà, quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il Dio non ha colpa". Anche questa frase finale è il contrario di quello che dicevano i greci comuni. Beh, ma in fondo è Dio che mi costringe a far questo.
Detto questo, il profeta di Lachesi getta i numeri per stabilire l'ordine. Attenti, eh. Allora le anime sono un certo numero, i paradigmi di vita molti di più. Però l'ordine con cui vanno a scegliere la vita è imposto. Ecco, e il numero viene gettato e quello che cade vicino all'anima, ecco, è determinante. Badate che questo ha poi una sua verità, perché non sei tu che scegli di nascere in quel momento, da quei genitori, in quel posto. Quello ti è imposto. E però è da te, per te e da te che dipende come imposto lì, e tu plasmi la tua vita e la svolgi.
Quindi il profeta sul p i paradigmi e anche animali, perché va bene in numero molto superiore a quelle delle anime presenti. Il primo cui tocca la scelta, quindi a disposizione tutte le possibilità di vita. L'ultimo ne ha di meno, però ne ha molto ugualmente.
Allora sentite la bellezza di questa frase: "Anche chi capita per ultimo, purché scelga con giudizio, con filosofia e viva coerentemente a questa scelta, può aspettarsi di avere una vita soddisfacente e per nulla malvagia. Pertanto, chi sceglie per primo non sottovaluti la scelta, né si perda d'animo. Chi sceglie per ultimo, e una volta che la vita scelta diventa irreversibile". Ma è qui il punto, eh. Il primo che sceglie, sceglie malissimo, perché guarda qual è la vita che io preferisco: il tiranno che ha tutti questi beni. Guarda poi, guarda bene, e vede che dentro ci sono cose terribili. E ma ha scelto, eh.
Dice: "Pertanto, se uno giungendo nel nostro mondo si dedica alla sana filosofia e nel sorteggio non capita fra gli ultimi a scegliere, ma anche in questo caso gli può andar bene". Ecco, trova il modo di vivere bene qui e il modo di andare oltre.
Allora dice: "Ecco Glaucone, in quale modo si è salvato il mito e non è andato perduto ed è eterno". Ma qui c'è un altro punto che di solito viene trascurato e in molti manuali addirittura saltato completamente, che invece è fondamentale. Il mito e implica anche un'anamnesi capovolta. L'anamnesi è un ricordo dell'altro mondo quando tu nasci. Ma qui Platone ammette che anche nell'aldilà c'è una forma di anamnesi di quello che hai imparato dell'al di qua. E che cosa hai imparato dell'al di qua? Come venendo, dunque, in particolare l'anima ricorda ciò che le ha insegnato, attenti, eh, l'esperienza del dolore e della sofferenza. E soprattutto ha imparato quali dolori e quali sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate e che quindi vanno evitate.
Devo ricordare che l'approfondimento di questo punto lo devo a dei colloqui che ho avuto con il più grande filosofo del secolo scorso dell'ermeneutica, Hans Georg Gadamer. Il quale, nella prima intervista che gli ho fatto, gli ho domandato come mai nel suo libro Teoretico di Ermeneutica delle pagine stupende sulla sofferenza. Allora nell'intervista m'ha dato una bella risposta, ma non era esattamente quella che io gli avevo chiesto. M'ha detto: "l'è un problema molto importante, i giovani non vogliono più soffrire e talvolta si drogano per questo e non hanno capito una cosa fondamentale, che la sofferenza plasma ed è un punto dell'esperienza che li fa crescere. E questo è quello che dobbiamo insegnare ai giovani".
E poi a tavola mi ha detto: "la verità, anche lì, non ho capito di colpo". M'ha detto che lui a 20 anni aveva avuto una poliomielite ed era rimasto completamente paralizzato. E siccome la cosa non era diffusa, la sua fama comincia a 60 anni col capolavoro che è una delle più grandi opere del Novecento. Ma la fama è venuta in quel momento a lui. E, e attenti bene, allora io dopo sono andato dagli allievi, ho detto: "ma m'ha detto quello, io ho capito male? Non ho capito benissimo?". Ma dico: "ma ecco". Allora ha cominciato giorno per giorno, giorno fare un passo e poi anche il tennis, piccolo, insomma, si è ricostruito cellula per cellula. È morto a 103 anni, ma proprio perché si è ricostruito.
E, ma poi, e dalla biografia, o altre due cose: che il padre lo ha avversato terribilmente. "Tu sei un fallito filosofo". Ma lui era professore di medicina all'università, quindi che il figlio facesse il filosofo era pura follia. E lui non ha ceduto, è andato avanti. E poi un'ultima, e l'ultima anche è terribile: aveva un fratello handicappato e andava sempre a trovarlo. Dal momento in cui è diventato famosissimo, il fratello non ha più voluto riceverlo. Pensate. Quindi la sofferenza. E più in più, poi questo, però non ho i documenti, è morto in un periodo in cui in Germania si imponeva che tutte queste persone venissero eliminate. Non credo che gli sia toccato, comunque qualcuno pensa anche questo.
Allora voi capite che un uomo che ha vissuto esattamente questo, tra l'altro aveva un amore degli italiani e per fine eccessivo, anche perché diceva che i professori, i ragazzi di liceo qui lo capivano molto meglio che in Germania. Certo, in Germania non c'è filosofia dei licei, quindi, e andava continuamente a Napoli. Insomma, era, dice che quando veniva in Italia gli sembrava di entrare in un tempio addirittura della filosofia.
Bene, allora la sofferenza. Ecco, qui l'ha capito benissimo Platone. E in che senso? Ulisse è l'ultimo, quindi ha meno paradigmi. Ma che cosa vuole Ulisse? Ulisse vuole una vita che non gli dia tutti quei dolori che gli ha dato la sua vita. Anche qui devo dire che, Ulisse è presentato infinite volte e non ho mai trovato un libro che approfondisca questo aspetto e che ho cercato di approfondire. E ho trovato centinaia di riferimenti alla sofferenza.
Senta, le leggo solo tre versi: "Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme e Omero, che evaco e che distrusse la rocca di e di molti uomini vide, eccetera eccetera. Molti dolori patì sul mare dell'animo suo per salvare la propria vita e dei compagni". E ulteriormente si dice: "fu il più sfortunato di tutti i mortali". Ma son chiari questi versi, eppure, dico, ripeto, son quasi mai evidenziati. "Nessuno degli eroi faticò quanto faticò Odisseo". Ulisse stesso poi dice di sé: "Neanche nel giro di un intero anno saprei facilmente dirti i dolori dell'animo mio, quanti ne ho sofferti per volontà degli dei". In particolare, però, ecco.
Allora cosa fa nella sua scelta? Ecco, ripeto, sceglie la vita di un uomo qualunque, non di un uomo che ha avventure di tutti i tipi, no, la vita di un uomo semplice. Sentite: "L'anima di Ulisse, a cui la sorte aveva riservato l'ultimo di posti, si avviò alla scelta, lasciando da parte ogni desiderio di gloria, memore della sofferenza della vita precedente". Sembrerebbe non scritta da Platone, addirittura, eh. "Si aggirò pertanto a lungo alla ricerca della vita di un uomo qualunque, un uomo qualunque senza preoccupazione". E la trovò, "faticata, relegata e trascurata da tutti gli altri". Non appena la scorsa, la prese di buon grado, dicendo che non avrebbe fatto altra scelta, neppure se fosse stata sorteggiata per prima". Meraviglioso, che è un testo platonico che che non appare, ma di grande applauso a questo, che ogni volta che lo leggi, trovi qualcosa di nuovo, di nuovo.
Allora la vita di un uomo qualunque. E qui mi viene in mente una bellissima frase di Ettore Schmitz, che è questa: dice: "Siamo noi i ladri che portiamo via noi stessi la cosa più importante". Qual è la cosa più importante? È questa: che chiunque nasca in questa vita, qualunque sorte gli tocca, ha le possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice. Ma è lui che poi butta via questo, vuole di più, non si accontenta di questo o di quest'altro. Badate che qui Platone è veramente una cosa è l'altro mondo.
Allora dopo che tu hai scelto, le parche stabiliscono che non puoi più tornare indietro, eh. E allora, ecco Glaucone, "in quale modo si è salvato il mito e non è andato perduto? Esso può salvare anche noi". Beh, a questo punto uno mi può dire: "Ma sì, dai, ha un mito, un mito di Platone, ma cosa vuoi dire?". Bene, la sorpresa è che gli psicologi hanno ripreso quest'idea, almeno uno, James Hillman, molto, un paio d'anni fa, e nel suo libro Il codice dell'anima, riprende pari pari il mito di Platone, dicendo che è una verità. Dice: "Il racconto di Platone sull'anima che sceglie il proprio destino è scortata fin dal sua nascita da un daimon. È appunto questo mito, un mito che non è mai accaduto, ma può sempre accadere perché è eterno. E c'è da prima, da prima dell'inizio della tua stessa vita, sei tu che scegli quello che vuoi essere. Ciascuno di noi incarna l'idea di se stesso, e questa forma, questa idea, questa immagine non tollera di vacazioni".
Hillman prende poi da Platone qualche altro bel concetto di cose oggi dimenticate, cioè l'importanza della bellezza. Oggi la bellezza è una delle dei concetti più dissacrati, come quello dell'amore. Scrive Hillman: "La bellezza in se stessa è una cura per il malessere della psiche. La psicologia deve trovare la strada verso la bellezza per non morire". Stupendo. E non ve lo sareste aspettati che la psicologia riprendesse proprio quel mito.
Cosa manca in Hillman, va detto, eh. Tutti i meriti per avere riproposto il mito. Manca la scelta della virtù come libertà suprema dell'uomo. La virtù non ha padroni. Su questo non entra. E come fai a scegliere questo? Qual è la cosa più importante che tu devi capire? Platone lo diceva molto bene: è l'idea del bene. Quando tu hai capito cos'è il bene, è il bene è l'armonia degli opposti. Ecco, è la giusta misura. Dio, la misura suprema di tutte le cose. Tu, se riesci a imporre misura a tutta, a tutte le le situazioni che non sono mai ordinate, ma disordinate, cioè sai imporre ordine al disordine, beh, è l'idea del bene. E sei felice qui, e sei felice anche nell'aldilà, perché l'aldilà è la verifica di quello che c'è di qua.
Allora concludiamo. Trovate che questi testi, e per cui qualche paio di decenni fa ho dovuto lottare perché li volevano togliere dai licei. Ma che cosa insegniamo nei licei? Platone, basta, non dice niente all'uomo d'oggi. Beh, direi che invece, poi purtroppo, molti libri, uomo di oggi, dicono molto poco all'uomo d'oggi. E sono questi miti e queste verità ultimative che un genio dell'umanità come Platone ha trovato e ripropone.
Far filosofia è esattamente questo, ragazzi. Non dovete mai, comunque, aspettarvi dalla filosofia una verità ultimativa, definitiva, perché l'uomo è un omo viator, un uomo per strada. E quindi, per definizione, ogni volta, in ogni situazione, deve guardare con gli occhi di quel momento. Quindi alla verità assoluta da solo non può mai pervenire. E però la grandezza della filosofia, Platone lo diceva proprio questa, non è Sofia, ma filosofia, ricerca della verità. Ecco, allora far filosofia vuol dire non trovare la verità, ma ricercarla. Questo è il compito dell'uomo, la sua ricchezza e la sua sorte, di non finire se non con l'ultimo uomo.
[Applauso] Grazie. Grazie.