📱

Get Our Mobile App

Take your business learning on the go!

Download on the App StoreGet it on Google Play

Da dove nasce il DEBITO PUBBLICO italiano

Starting Finance15:10

Transcription

Il tema del debito pubblico troppo alto ha accompagnato l'Italia fin dai tempi dell'unificazione. La crisi dovuta alla pandemia, poi, ha peggiorato non poco le cose. Nel 2020, infatti, il rapporto debito su PIL ha superato il 150 per cento, dal 135 per cento del 2019. Un valore superiore al 150 per cento del PIL ha un solo precedente nella storia italiana, ovvero quando il paese si trovò sommerso dai debiti accumulati per la Prima Guerra Mondiale. Insomma, un fenomeno epocale.

Sebbene anche prima del 2020 la situazione non fosse proprio rosea, la penisola era già tra i 10 paesi con il debito pubblico più alto nel mondo, sia in percentuale sul PIL che in termini assoluti. Ma quindi, cosa è successo quando il debito ha raggiunto i valori più alti? E soprattutto, come ha fatto l'Italia a diventare uno tra i paesi più indebitati al mondo? Scopriamolo.

Ciao a tutti, io sono Edoardo, questo è Starting Finance e oggi vi raccontiamo la storia del debito pubblico italiano.

È il 5 maggio del 1861, quando il Regno di Sardegna, dopo aver annesso gran parte dei territori della penisola, proclama la sua trasformazione in Regno d'Italia. Il tutto, certo, non è stato gratis. Anzi, la Seconda Guerra d'Indipendenza, combattuta a fianco della Francia contro l'Impero Austriaco, ha richiesto dei costi ingenti. Il Regno di Sardegna, inoltre, nel decennio prima dell'unità, aveva investito molto nella creazione di infrastrutture utili allo sviluppo industriale. Così facendo, il paese si è indebitato molto, certo, gettando le basi per una prosperità nella zona del Piemonte che dura ancora oggi. Infatti, quando nel 1861 tutti i debiti degli stati preunitari vengono unificati, il più pesante risulta di gran lunga quello accumulato dallo stesso Regno di Sardegna.

Comunque, a livello nazionale, tutto il debito del 1861 equivale solo al 45 per cento del PIL. Qualcuno direbbe che è una grandezza anche abbastanza buona. Tuttavia, il paese è ancora in buona parte arretrato. Per colmare il distacco con le potenze europee, deve costruire le infrastrutture fondamentali, prime tra tutte le ferrovie. Inoltre, deve riorganizzare l'apparato istituzionale, partendo quasi da zero. Senza contare poi i costi della nuova guerra contro l'Austria del 1866. Di fatto, dal 1861 al 1870, il debito pubblico raddoppia.

I primi governi italiani sono convinti della necessità di investire il più possibile nello sviluppo economico ed industriale, che poi non è neanche così male. Con l'aumento del debito, cercano un modo per mantenere alti gli investimenti pubblici nello sviluppo senza ricorrere più di tanto ai prestiti, visto anche l'aumento dei tassi di interesse dopo la guerra del '66. Per trovare i soldi, quindi, si ricorre a due metodi. Il primo è la vendita dei beni demaniali pubblici, che però, come è facile pensare, non porterà gli incassi sperati. Il secondo è il classico aumento delle tasse, e noi, le tasse produrranno forti ondate di dissenso nel paese, in quanto andranno a colpire soprattutto i ceti più poveri. In particolare, nel 1869 viene introdotta, con Menabrea, la famigerata tassa sul macinato. Famigerata perché la tassa aumenta di molto il prezzo degli alimenti più economici, come il pane e la pasta, portando molte famiglie a soffrire la fame.

A livello di bilancio, le nuove soluzioni funzionano abbastanza bene. Nel decennio del 1870-1880, il debito italiano resta stabile intorno al 90 per cento del PIL. La pressione fiscale sulla popolazione, tuttavia, è insostenibile. Così, nel 1866, dopo le elezioni, viene formato il governo De Pretis, che si impegna a ridurre le tasse. In particolare, nel 1880, abolisce per sempre la tassa sul macinato. Così le condizioni della popolazione finalmente migliorano. Tuttavia, non si trovano altre fonti analoghe di entrate per le casse pubbliche. Allo stesso tempo, nessuno vuole ridurre gli investimenti pubblici nello sviluppo. Quindi, con meno entrate ma allo stesso livello di spesa pubblica, il debito schizza verso l'alto. Nel 1881, per la prima volta nella storia del paese, il debito arriva a superare il 100 per cento del PIL. Resterà sopra tale soglia per oltre 15 anni.

Nel frattempo, però, il Regno d'Italia acquisisce le istituzioni fondamentali per poter tenere sotto controllo l'economia, compreso il debito. Con l'inizio del nuovo secolo, la situazione migliora rapidamente. Il debito, dopo aver toccato il picco del 120 per cento, inizia a scendere. Nel 1907, scende sotto il 100 per cento del PIL e resterà tra l'80 e il 90 per cento fino alla Prima Guerra Mondiale. Questo periodo lo ricordiamo come l'età giolittiana, dal nome di Giovanni Giolitti, personaggio che dominerà la scena politica italiana dal 1903 al 1914. Il PIL in questo periodo raggiunge livelli di crescita mai visti prima. Da una parte sono i frutti dei tanto sofferti investimenti pubblici dei decenni passati, dall'altra si tratta di un periodo di forte crescita per tutto il mondo occidentale, la cosiddetta Belle Époque.

Ok, adesso arriviamo alla Prima Guerra Mondiale. Per alcuni è un fulmine a ciel sereno. In Europa, nessuno si sarebbe mai aspettato lo scoppio di un conflitto di tale portata, anche se, ovviamente, l'Europa non era nuova alle guerre. La guerra inizia nel 1914 e l'Italia all'inizio resta neutrale. Secondo alcuni, tra cui anche Giolitti, l'Italia ha tutto l'interesse a restare fuori dalla guerra. Infatti, restando neutrali, è possibile continuare a produrre e investire, mentre gli altri stanno utilizzando le loro risorse per il conflitto. Poi ci sarebbe la possibilità di guadagnare colmando gli spazi di mercato lasciati vuoti dalle aziende dei paesi in guerra. Secondo altri, tuttavia, la guerra sarebbe un'occasione unica per prendere i territori considerati parte dell'Italia in mano all'Impero Austro-Ungarico. Alla fine, trionferanno questi ultimi.

Come sappiamo, l'Italia entra in guerra nel 1915 con la coalizione guidata dalla Gran Bretagna, Francia e Russia, contro quella guidata dalla Germania e Impero Austro-Ungarico. Nel 1918, la guerra sarà vinta dalla coalizione di cui fa parte l'Italia. A seguito dei trattati, la penisola annette il Trentino, tutto il Friuli-Venezia Giulia e Trieste. Spese militari, però, sono state molto ingenti. Dopo la guerra, l'Italia si trova con un debito alle stelle. Il rapporto debito-PIL nel 1920 supera la spaventosa soglia del 150 per cento. Circa metà, poi, è debito verso paesi esteri, quasi totalmente verso Stati Uniti e Regno Unito.

Per far fronte ai debiti, il governo emette nuova moneta, facendo aumentare l'inflazione. Tuttavia, nel 1925, Regno Unito e Stati Uniti accettano di ridurre circa della metà l'importo dovuto dall'Italia. Il debito del paese tornò in pochissimo tempo sotto al 100 per cento del PIL. Gli anni '20 saranno nel complesso abbastanza positivi per l'economia italiana, così come per gli altri paesi europei e per gli Stati Uniti. Arriva la crisi del '29. Il debito italiano torna per poco sopra il 100 per cento del PIL, ma presto tornerà a scendere intorno all'80 per cento, continuando di fatto la discesa iniziata nel 1925. Più che sul debito, in Italia la crisi del '29 incide sul PIL. Negli anni '30, resta più o meno analogo al decennio precedente, interrompendo la crescita esplosiva iniziata con il periodo giolittiano.

Arriviamo al 1939, scoppia la Seconda Guerra Mondiale. All'inizio, come con la prima, l'Italia resta neutrale. Tuttavia, nel 1940, il governo decide di entrare in guerra a fianco della Germania nazista, da tempo alleata. La dichiarazione di ferro è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

Il conflitto, ovviamente, farà aumentare il debito pubblico, che nel 1941 supererà di nuovo il 100 per cento del PIL, raggiungendo un picco vicino al 120 per cento nel 1943. Ma inizia a scendere già subito dopo la firma dell'armistizio con la coalizione anglo-americana. A grandi linee, i motivi di questo risultato sono due. Il primo sono gli aiuti internazionali, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, per la ricostruzione post-bellica. Il secondo è che, a fine anni '30, tutto il debito pubblico italiano viene emesso internamente e deve essere pagato in lire. Questo vuol dire che è possibile ridurre la pressione creditizia emettendo nuova valuta e facendo aumentare l'inflazione. Una soluzione che molti troverebbero criminale, ma che questa volta è efficace. Nel 1945, il debito vale il 90 per cento del PIL, nel 1946 vale addirittura il 30 per cento del PIL, il valore più basso mai registrato fino a quel momento.

Il PIL negli anni '40 equivale in media a circa 46 miliardi di euro. È l'inizio del boom economico. Ma prima di continuare la nostra storia, vogliamo ringraziare Cambly per aver contribuito alla realizzazione di questo video. È anche grazie a loro se riusciamo a farli. Vi ricordate questi momenti per il bollo informatica? Ecco, per evitare di fare ancora questi errori, ho deciso di mandare il nostro autore Valerio a lezioni di inglese. Così, quando commetterò qualche errore, lui mi potrà correggere. E quindi ho deciso di mandarlo da Cambly. Cambly è una piattaforma online dove si possono fare lezioni private di inglese con insegnanti madrelingua. Le lezioni si svolgono online e sono disponibili ogni giorno dell'anno. Una volta fatte, le lezioni vengono registrate ed è possibile rivedere gratuitamente per esercitarsi. In più, sono compresi anche corsi di inglese business e vari workshop. Per esempio, potete fare pratica per i colloqui di lavoro. Ma siccome vogliamo lasciarvi qualcosa che cade, il link in descrizione, oltre ad uno sconto, avrete la possibilità di fare una prova gratuita. E quindi noi vi suggeriamo di provarlo, visto che alla fine non vi costa nulla.

E ora torniamo alla nostra storia. Con la fine del conflitto mondiale e la proclamazione della Repubblica Italiana, inizia una fase di sviluppo esplosiva. Fino al 1970, il debito resta intorno al 30 per cento del PIL. Questo non perché i governi non ricorreranno più ai prestiti. Infatti, dal 1950 al 1960, il debito in termini assoluti è più che raddoppiato. Tuttavia, è aumentato meno di quanto abbia fatto il PIL, quasi triplicato nello stesso periodo. Mercati internazionali, almeno per quanto riguarda il blocco occidentale, si aprono come non mai. Questo soprattutto grazie alla stabilità di prezzo delle valute, resa possibile dagli accordi di Bretton Woods. È facile scambiare la lira con il marco e con le altre valute internazionali. Anche i primi accordi di libero scambio tra maggiori stati europei favoriscono l'espansione dell'economia nazionale. Per le aziende italiane, non era mai stato così facile acquistare materie prime e vendere i loro prodotti all'estero, come sappiamo, prodotti che risponderanno in molti casi a un enorme successo.

I primi governi della Repubblica si impegneranno nel tenere sotto controllo il deficit pubblico con strategie di medio e lungo termine, oltre in un contesto di generale prosperità economica. I prestiti erano considerati sicuri come non mai, quindi tassi di interesse sui debiti, compresi quelli legati ai titoli di stato, si abbassano. Inoltre, anche la semplicità con cui privati accedono al credito influisce in modo positivo sulla crescita economica. Infatti, per le imprese diventa molto più facile ottenere capitali per espandersi o per iniziare la loro attività. Ed è così che inizia.

Negli anni '60, qui inizia il periodo delle grandi rivendicazioni dei lavoratori. I sindacati che riescono a ottenere stipendi più alti, meno ore di lavoro e una serie di fondamentali garanzie e servizi offerti dallo Stato. Di certo, conquiste sacrosante. All'inizio, però, suscitano alcune preoccupazioni. Questo perché aumenta il costo del lavoro per le aziende. Con meno margini di profitto, ci sono meno soldi da investire e le imprese sono costrette a chiedere più prestiti alle banche. Con la maggiore domanda di prestiti, si alzano i tassi di interesse, rendendo più difficile per tutti ottenere dei capitali. Sembra ci sia il rischio di porre fine al periodo di prosperità. In realtà, non andrà affatto così. Il PIL, dopo un breve rallentamento dell'inizio del decennio, tornerà a crescere a buoni ritmi. Infatti, gli effetti negativi temuti dalle imprese saranno molto contenuti, soprattutto grazie a un forte aumento della domanda interna. Aumento della domanda dovuto proprio agli stipendi più alti.

Un periodo così perfetto, tuttavia, non può durare per sempre. Nel 1971, arriva il primo colpo. Gli Stati Uniti pongono fine alla convertibilità del dollaro in oro, prevista dall'accordo di Bretton Woods. L'equilibrio, quindi, viene meno. L'elemento che aveva garantito la stabilità monetaria dal 1944. Quindi, concedere prestiti diventa più rischioso e, di conseguenza, istituti di credito iniziano ad alzare i tassi di interesse. Il debito passa da poco più del 30 per cento del PIL nel 1970 al 40 per cento nel 1971.

Il vero problema, però, sarà la crisi energetica. A pesare di più sarà il taglio della produzione di greggio deciso dall'OPEC, e ovviamente, il taglio della produzione farà salire di molto i prezzi. Ricordandoci che l'OPEC è un cartello di paesi esportatori di greggio e che quindi ha una forte influenza su tutto il mercato. Il valore del greggio nei decenni successivi aumenterà quasi sempre, non tornerà mai ai livelli precedenti agli anni '70. Con i costi dell'energia aumentati, cresce il costo di quasi ogni cosa, facendo accelerare di conseguenza l'inflazione. E qui inizia un circolo vizioso. Con inflazione già troppo gonfiata di suo, i governi non possono più usarla come strumento utile ad ammortizzare il debito. Poi, i sindacati, visto l'aumento generale dei prezzi, chiedono dei corrispettivi aumenti degli stipendi, oltre a maggiori risorse per il welfare. Tutto ciò aumenta ancora di più i costi delle aziende. Gli imprenditori, quindi, dovranno chiedere più prestiti, facendo alzare ancora di più i tassi di interesse alle banche. E di nuovo, anche il debito pubblico inizia ad aumentare, sia per le maggiori spese in welfare che per le maggiori spese ed interessi.

Per lo meno, negli anni '70-'80, nonostante una recessione nel 1975, in generale il livello di crescita del PIL resta abbastanza buona. Di fatto, il rapporto debito pubblico su PIL continua a crescere senza interruzioni. Dal 1980 al 1994, tre politici, nonostante la situazione sia cambiata, nessuno vuole prendersi la responsabilità di tagliare le spese o aumentare le tasse. Ma dopo aver toccato il picco del 117 per cento del PIL, il debito inizia a scendere. Infatti, nel 1992 viene firmato il Trattato di Maastricht, il trattato che pone le basi per la nascita dell'Unione Europea e della zona euro. Secondo il trattato, per garantire la futura stabilità della moneta unica, gli stati che l'adottano dovrebbero avere un debito pubblico sotto al 60 per cento del PIL, o almeno provarci. In guardia di quel periodo, quindi, si impegnano a ridurre il più possibile il debito. Aumentano, però, le tasse per un valore uguale al 2 per cento del PIL e, in misura minore, riducono la spesa pubblica.

Alla vigilia dell'introduzione dell'euro nel 2002, il debito è sceso al 102 per cento del PIL. Il risultato è giudicato sufficiente ad accettare l'Italia nel sistema moneta unica, anche se, ovviamente, c'erano altri fattori. Infatti, pur essendo ancora molto al di sopra del 60 per cento nel rapporto tra debito e PIL, il paese ha dimostrato di essere in grado di ridurre il debito. Negli anni successivi, il lavoro per ridurre il peso del debito, all'inizio, continua ad andare avanti, ottenendo i risultati sperati. Nel 2007, finalmente, scende sotto il 100 per cento del PIL. Ce l'hanno quasi fatta.

Ma dopo il 2007, purtroppo, arriva il 2008. E oggi sappiamo che cosa significa. Con la crisi dei mutui subprime, partita dagli Stati Uniti, le banche sono in difficoltà e i tassi di interesse aumentano. All'improvviso, l'economia va in recessione per due anni di fila, il che vuol dire che la crescita del PIL è a valori negativi. Poi, con la crisi dei debiti sovrani, la situazione peggiora ancora. L'economia torna in recessione nel 2012 e nel 2013. Il rapporto debito-PIL, quindi, cresce in modo rapido fino al 2014. Qui la situazione viene stabilizzata da alcuni interventi sul sistema monetario da parte della BCE, guidata da Mario Draghi.

Abbiamo parlato nel dettaglio degli interventi della BCE guidata da Draghi in quest'altro video. Se vi va di approfondire. Poi, nel 2020, arriva la crisi pandemica, che oltre agli ampi problemi sanitari, causa anche tremendi contraccolpi sull'economia. A causa dei lockdown, il PIL solo nel 2020 cala quasi del 9 per cento. Il debito raggiunge il 155 per cento del PIL. C'è da dire che l'Unione Europea ha risposto in modo molto compatto alla nuova crisi e con gli aiuti del PNRR dovremmo avere ampie risorse a disposizione per la ripresa. Ecco, però, nessuno sa come finirà questa fase. Ma se voi vi siete già fatti un'idea al riguardo, scrivetecela pure nei commenti.

Io per oggi mi fermo qui. Come al solito, io sono Edoardo, questo è Starting Finance e noi ci vediamo nel prossimo video. Ciao.