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Staffan De Mistura | Il Futuro della Pace - INTEGRALE

ISPI - La geopolitica spiegata in modo chiaro1:10:07

Transcription

In close, in mente, Presidente, I'd like to thank myself, Reggiano, Juan, Gen. Antonio Gutierrez, Furyk. Trust advice and current and my one team. Ove dello, yes men of war crimes, simply incremental. Neve ma a youdem e nome flins di you and stuff. Tenacity, ingenuity can make a fondamento di Franz. Syria, mai successo dei talk a privilegi. Honor members of this. Can see you on divisions, always on line. E nè Celtic con stli Robin, consistently supporting complex mission. Myself into my location, indies capacity. Allawi ed e fango il Presidente. Bionde protocollo. [Musica] S'infrange fomal greeting ai brindisini. Shape of my friends. Thank you. [Musica] [Musica] Sale così. [Musica] A chiudere. [Musica] Fonti diplomatiche. [Musica] A new energy, radiocity entity instance Valsabbini. [Musica] [Applauso] Mi commuovo. Io a chi sa tutto. Abbiamo, abbiamo deciso di accogliere con enorme piacere Staffan de Mistura con questo filmato perché questo filmato raccogli tutto ciò vogliamo parlare stasera. Questo filmato raccoglie con questo applauso, questa standing ovation collettiva dei membri del Consiglio di Sicurezza, che di collettivo hanno a volte pochissimo. Come sapete, in un momento in cui si risentono venti di guerra fredda, non solo fra Stati Uniti e Russia, ma fra Stati Uniti e Cina, fra Europa e Stati Uniti, e quella, quella sala è una sala dove le scarpe furono messe sul tavolo in passato, dove tensioni si sono misurate, si misurano, e dove raramente, raramente si trova l'unanimità di apprezzamento, apprezzamento nei confronti di una persona. E questo, questo filmato, dicevo, l'abbiamo scelto perché dice tutto del perché l'ISPI ha voluto per il 2019, ieri a Roma, al Senato d'Area, Staffan de Mistura, il nostro premio intitolato Biancheri, il Presidente dell'ISPI, che alcuni di voi hanno conosciuto. Un premio che abbiamo dato negli anni scorsi a Giorgio Napolitano, quando aveva terminato l'esperienza di Presidente, a Filippo Grandi, l'Alto Commissario, un tuo collega, a Federica Mogherini, a Paolo Gentiloni, e ultimo ad Emma Bonino. E con te, Staffan, con l'Ambasciatore Staffan de Mistura, abbiamo voluto, oltre che dare il nostro premio, quello che rappresenta maggiormente l'animo e sentire dell'ISPI, anche con te abbiamo voluto aprire questo ciclo, il ciclo che inauguriamo questa sera. Un ciclo, scusate se do le spalle come voi, un ciclo che, che noi abbiamo progettato per gli 85 anni del nostro istituto. E stasera, con te, apriamo questo ciclo, ed è un onore aprirlo con te per tutti i motivi che ho detto e per il filmato che abbiamo visto. Riflettendo su un tema, il tema è il futuro di tutto il ciclo, e parliamo di futuro della pace, che poi vorrà dire parlare di futuro dell'ONU, di futuro della pace onusiana, della pace in generale. Ma non possiamo non approfittare della tua presenza e pensando a ciò che è stato detto in quell'occasione, senza ascoltare prima di parlare di questo tema del futuro, futuro della pace, di ciò che tu hai vissuto in questi, in questi anni, in questi tanti anni, 40, 47 anni di lavoro per mettere insieme i pezzi di conflitti nel mondo. Un'attività all'ONU dispiegata in 21 conflitti, in un'altra occasione aumentate a 27. Dell'entusiasmo 21 conflitti. E gli ultimi anni, non gli ultimi cinque, quelli della Siria, ma gli ultimi 20 anni, quasi 20 anni, sono stati, hanno visto Staffan de Mistura, pensate, con un ruolo o di rappresentante speciale o di rappresentante del Segretario Generale dell'ONU, in Libano, in Iraq, in Afghanistan, e Siria. Quindi, noi parleremo questa sera, e ho finito questa mia introduzione, parleremo di pace, di futuro della pace, ma non possiamo perdere l'opportunità di ascoltare da te quali sono le lezioni imparate, prese in questi, questi 47 anni di impegno per la pace. E ovviamente, qualche parola sulla Siria, che ieri a Roma è definita la crisi più complessa che ha investito, più complessa, forse perché quei signori, quei 15, erano unanimi nell'applauso, ma non sono stati sempre unanimi nel sostenere quello che facevi negli anni precedenti. Quindi, con grande piacere ti do il titolo, la parola, poi puoi utilizzare quella leggio virtuale, ma a te la parola. Grazie.

Grazie mille. E sono molto contento di essere qui, perché ero sempre stato, e se non state altre occasioni di essere, molto legato all'ISPI. E poi, perché dopo quasi mezzo secolo, per la terza volta, ho chiesto un sabbatico all'ONU. E quindi mi aiuta a prendere un po' di distanza per poter anche non solo operare, ma pensare come trasmettere alcune delle lezioni e anche metabolizzarle per me. Perché è così, in questo periodo in particolare, visto il tema che mi ha assegnato, stavo pensando prima come articolarlo. È ovvio che la migliore maniera per parlare del futuro è cercare di imparare o vedere anche cosa abbiamo applicato, ho imparato nel passato, dal passato, e come il passato si è poi evoluta dentro un altro tipo di processo, sia politico che di geopolitica in generale. Quindi, intervento multilaterale. E ho il privilegio, con 47 anni, di avere molti episodi che posso applicare. Quindi, vi chiedo scusa, ne userò uno un po' vecchio, un po' antico, ma ancora attuale, lo capirete. Perché per spiegare come era prima l'intervento dell'ONU, e come dal multilaterale dell'ONU di quell'epoca si è arrivati a quello che oggi è la polverizzazione del multilaterale. Cosa si può fare o tentare di fare in queste circostanze? Allora, e mi auguro anche un esempio un po' vecchio in termini di tempi, perché debbo ancora tenere un po' di riservati alcuni esempi attuali, perché potrei applicarli magari tra un anno, due. Quindi, è giusto che sia così. Ma questo, e siamo verso la fine della Guerra Fredda, non lo sapevamo. Quindi, dovete volare con me indietro negli anni, e volare anche come in un contesto che era la proxy war tra Est e Ovest. Richiamo a qualcosa che viene anche oggi, forse proxy war Est e Ovest. E in poche parole, le due grandi entità che era la NATO e il Patto di Varsavia, guidate, una, dagli Stati Uniti, e l'altro dall'Unione Sovietica. Allora giocavano a pallone, tra virgolette, in trasferta, altrove: Mozambico, Angola, e Etiopia, in Somalia. La Somalia era alleata, in teoria, dell'Occidente. La Somalia, l'Etiopia di Mengistu, era invece filo-sovietica. Ebbene, proprio in Etiopia avvenne una terribile fame. Ci fu una terribile carestia, carestia ed era che cominciò a mietere migliaia e migliaia di vittime. E da parte del Meto piano, del governo etiopico, non ci fu una grande preoccupazione. No, perché bene o male, questa carestia veniva nelle regioni dove c'era la rivolta, il ruolo del Tigray. Da parte occidentale, non c'era una grande preoccupazione, perché un paese sotto contesto protezione sovietica, di fatto, stava morendo di fame. Meglio dimostrare che non regge, che non riescono neanche a tenere in vita la propria gente o i propri alleati. Però la gente moriva. E ci fu una rivolta internazionale. Bob Geldof, "We Are the World", chi se lo ricorda? Ma fu un momento magico anche per me sentire, e io andai volontario. E qui entriamo nell'operazione particolare. E andai volontario cercando di trovare una formula per salvare chi non era salvato. E che non era salvato era chi era sugli altipiani. Gli altipiani molto alti in Etiopia. E la gente che era arrivata nei campi rifugiati era quella che si era già salvata, ma gli altri no. Avevano mangiato tutto ciò che avevano, in più anche gli asini e così via. Non erano troppo deboli per prescindere. Quindi, l'idea è che mi venne, e vedo molti giovani qui, ricordatevi non solo studiare diplomazie e scienze politiche, ma anche tecniche operative e lingue. Chiaramente, oltre all'inglese, francese, per esempio, l'arabo, farsi o qualcosa del genere, cioè entrare in quel, ma anche tecnico operative. Io avevo studiato a lungo le tecniche di lancio di cibo a bassa quota, paracadutaggio alimentare. E pensai: "Facciamolo qui in Etiopia. Raggiungiamo gli altipiani". Gli altipiani, ma ci volevano aerei militari per farlo. Quindi, andai prima dagli inglesi. E agli inglesi dissi: "Sentite, io non so dove voi fate il vostro addestramento per dropping, si chiama, però, ed è se volete farlo, ed è potete fare in un paese operativo, in più un paese comunista. Quindi, potrei dimostrare che per la prima volta aiutatevi. Daremo pubblicità, abbiamo un budget per questo. E quindi possiamo, a condizione che lei dirà che l'Inghilterra sta aiutando la popolazione etiopica". D'accordo. Poi andai dai tedeschi, dall'ambasciatore tedesco, e gli dissi: "Gli inglesi hanno accettato di fare. Noi siamo molto milioni dell'inglese. Noi riusciamo a fare l'Europa, 17 metri d'altezza, con tre sacchi di grano, uno intorno all'altro, e alla fine non si rompono, perché la nostra tecnica migliore". Poi andai dai canadesi e dagli italiani. Italiani mi diedero dei medici, canadesi del grano. E poi dall'uomo chiave, che era il Viceministro dell'Unione Sovietica, Ambasciatore D'Sica. L'ambasciatore: "Qui abbiamo un problema. Anzi, mi permetto, lei è un problema, perché in un paese sotto la sua egida, vostra protezione, sta morendo di fame. Verrà salvato da aerei NATO. Io, se fossi al suo posto, di sorvegliare i controlli, lei cercherei di non essere escluso". Milia degli elicotteri, con questi noi metteremo delle lenzuola che avevo preso in prestito nell'albergo a Addis Abeba, mai restituiti, chiaramente. Ma era, però, un buon motivo affinché si potessero fare delle croci bianche per terra, affinché gli aerei sapevano dove. E poi con gli elicotteri creare, con il personale, un po' una zona affinché la gente non si buttasse, ricevesse i sacchi di grano, perché venivano lanciati senza paracadute, i quali costano cari, e sono tre sacchi, uno intorno all'altro. Una tecnica molto semplice, ma molto efficace. Il primo molto più grandi, l'uno dell'altro. Il primo si rompe, il secondo o il terzo rotola e non si rompe. E non si usano i paracaduti che volano via e costano cari. Quindi, migliaia di sacchi risparmiati. L'ambasciatore russo mi disse: "Sentano, è chiaro che dobbiamo essere parte, perché noi non possiamo lasciare la NATO da sola a fare questo. Però noi vogliamo, a questo punto, un nome neutrale a questa operazione". Di "Cobain", nome neutrale, perché non mi piace in tutta questa storia di "NATO". "Pattoli". Beh, "Nome lo chiamiamo Operazione San Bernardo". "A no, un nome di un santo. Noi in Unione Sovietica non possiamo accettare". "Guardian Angel". Questo è un nome di un cane svizzero che ha un barilotto e che porta aiuto nelle montagne quando la gente... Cosa può esserci di più neutrale di un cane svizzero? Forte. All'inizio, un gatto svizzero, non lo so. E lui accettò. Operazione San Bernardo salvò 870.000 persone. Le due combinazioni tra piloti e aerei, tra Royal Air Force e l'Aeroflot, e piloti russi, elicotteri polacchi, cibo canadese, medici italiani, e ordinamento. Non produsse uno spirito di corpo in cui, anzi, per la prima volta, due eserciti che erano addestrati per bombardarsi a vicenda, gareggiavano alla fine volando follia degli altri per poter in qualche maniera a capire come lavoravano. Gareggiavano nel bombardare con cibo chi doveva essere raggiunto e non con bombe. Ebbene, quell'operazione, che è rimasta nei manuali dell'ONU, era possibile per quale motivo, caro Paolo? Perché a quel tempo, in quell'epoca, c'erano due superpotenze, e le due superpotenze gestivano tutto. In poche ore, NATO, Patto di Varsavia. E se si riusciva a convincere le due, e doc, e doc, aiuto a me, rendere imbarazzante all'Occidente di ignorare quella crisi solo perché danneggiava un paese ostile, e l'Unione Sovietica non poteva permettersi di vedere un paese morire di fame. Ebbene, ecco dove entra la creatività dell'ONU. Quindi, ricordatevi, cari futuri giovani diplomatici, non è soltanto i manuali e gli studi, creatività. Un po' come avviene negli affari, nella vita privata. Ma la creatività c'era spazio, perché una volta ottenuto l'accordo delle due parti, le due parti lo rispettavano. Che bei tempi! Pensando che con noi eravamo terrorizzati da quella Guerra Fredda, ed era il caso, perché c'era la costante minaccia di un conflitto. Ma almeno c'era quella chiarezza. Dopo il muro di Berlino crolla, speriamo tutti, sogniamo che finalmente i dividendi della pace che verranno usati. E invece, cominciano a scoppiare questi conflitti interni, di chi, in effetti, come nei Balcani, aveva bisogno, come di giustificare la propria presenza come capo dell'ONU di una struttura politica, creando un'attenzione interna. O come è avvenuto in Medio Oriente, o altrove. In poche parole, cominciò ad esserci la polverizzazione. Però anche il unipolare, per un periodo, furono solo gli Stati Uniti, perché col crollo di Berlino e del muro di Berlino, ci fu per un periodo in cui soltanto gli Stati Uniti. Tutto questo non è durato a lungo. Ma ci fu quella crisi e nel Kosovo, dove proprio perché allora Russia, questo punto, Federazione Russa e altri paesi non erano d'accordo su un intervento in Kosovo, fu deciso unilateralmente di intervenire, che comunque tramite la NATO. La credo che, anzi, so che Putin, Presidente Putin, nella Russia, non ha mai dimenticato quel caso, e in qualche maniera questo ha avuto un'influenza su quello che è avvenuto in Siria. Ok, non c'è un accordo dell'ONU, come intervenire? Interveniamo la stessa, come avete fatto voi in Kosovo. Vedete come tutto ha un riflesso. Periodo dell'unipolarismo è passato. Siamo entrati in un tentativo di bipolarismo di nuovo, con un ritorno di una volontà forte della Russia di essere controbilanciata. Ma nel frattempo, i tempi erano passati, e la Cina, e la Turchia, e l'India, e l'Egitto, tutti che non sono più agli ordini o chiaramente allineati con l'uno o l'altro, anzi, che hanno la loro capacità di intervenire, di reagire, e quindi di anche rendere tutto l'insieme complesso. Complessità. Cosa può essere più complesso, e arriviamo in di quello che è avvenuto in Siria? Tutto era cominciato con una rivolta pacifica, e direi abbastanza spontanea, da quello della storia, poi dovrà giudicare. E poi subito dopo, una reazione violentissima, crudelissima, brutale, e una regionalizzazione, e una militarizzazione. E poi non soltanto il secondo cerchio, con tutti coinvolti nella regione, ma in più, vediamo la mappa, giusto? Ma in più, anche a un certo punto, l'aspetto globale. C'è competizione russo-americana, non soltanto. Ma a un certo momento, mi sono dovuto trovare a dover trattare per attenuare gli effetti della guerra o risolverla. Perché le guerre, a volte, si combattono per vincere, e non si accetta un mediatore per o attenuare, si in complicare la vita al conflitto. Con 11 interlocutori, pensate che l'attenzione, per esempio, tra Iran e Israele, tuttora molto presente e piuttosto pericolosa. L'attenzione tra E.D. Saud, Arabia Saudita e Iran, giocata molto sul posto. La tensione tra Turchia e quei gruppi militari curdi nella zona nord-est. L'attenzione tra Stati Uniti e Russia. Per fortuna, politica, che è tutto questo mescolato assieme, e tutto con delle agende diverse. E chi ne ha sofferto? La popolazione, trovata in mezzo tra le due cose. Ora, dove siamo oggi? Siamo alla fine, probabile, mi auguro, del conflitto territoriale, perché le guerre, come ho detto, vengono a volte vinte militarmente, o comunque rivolte militarmente, non per caso si chiamano guerre. Quando il mediatore ha più spazio di manovra, e quando c'è uno stallo, e poi le due parti non riescono ad arrivare a vincere la guerra, o le due parti che li sponsorizzano cedono, trovano meno interessante o troppo caro, costoso intervenire e aiutare. A quel punto, il mediatore aiuta a trovare una via di mezzo. Ma non quando c'è una parte che di fatto quasi vince. E tutto è cambiato con tre elementi: uno, quando ci fu l'intervento militare russo, che si può essere d'accordo o meno, ma fu fondamentale nel cambiare la realtà, ed è sul posto. Due, la crisi dei rifugiati. Non sta a me ricordargli quanto è stata un impatto sull'Europa, lo è tuttora, e quale è stato anche un impatto sull'attenzione che ha portato sulla Siria. Persino Brexit, in parte, è una delle vittime indirette di quel periodo. E poi, il cielo nero, l'ebola, che approfitta dei corpi deboli, si lancia dentro. Da ISIS, insieme, che per un periodo teneva quasi una popolazione di 6 milioni di abitanti, e quasi un territorio uguale a quello della Gran Bretagna, in queste ore a 700 metri quadrati, con dei tunnel, e forse 800 irriducibili e le loro famiglie. Quindi, quindi, siamo forse alla fine. Ci sono ancora tre zone in grande tensione, ma voglio credere, anche sulla base di lavori che abbiamo fatto prima della mia partenza, che ci sia spazio per non ripetere quegli orrori di Aleppo, Doom, quelle battaglie orribili ed epiche. Perché da parte, nella parte nord-ovest, il Lib, c'è un dialogo molto forte, anche personale, tra efficace tra Erdogan, il Presidente Erdogan, e il Presidente Putin, che non hanno intenzione di far sì che lì avvenga un eccidio, per vari motivi: un milione di rifugiati, c'è 3 milioni e mezzo di persone. Due, perché bene o male, lì c'è la più alta concentrazione di un franchising di Al-Qaeda, che si chiama Al-Nusra, e quindi, in teoria, tutti d'accordo nel non considerarli qualcosa da ed immorale. E poi, perché la Russia stessa chiede che l'intervento della comunità internazionale per aiutare i rifugiati tornare. Quindi, l'ultima a volere, alla fine, è questa è la presunzione che o che ci sia un altro flusso di rifugiati, e come ricostruire un paese, se nel frattempo viene ancora distrutto. Conclusione: sono ottimista che ci sia non una grande battaglia, ma delle operazioni chirurgiche a causa di Al-Nusra, e poi qualche accordo sul posto tra Turchi e Russi su come ed è gestire quella fase, eventualmente il ritorno del governo. Ricordato, perché bene o male, l'idea che alla fine tutti sono d'accordo che la sovranità nazionale deve essere mantenuta. Più complessa, invece, la zona dall'altra parte dell'Eufrate, soprattutto dopo la decisione del Presidente Trump di partire, di tirare fuori le truppe che erano lì, che in qualche maniera garantivano alcune strategie americane, che è una lunga storia, potrebbe spiegarvelo dopo. Il risultato, beh, ed è che c'è il pericolo di una situazione quale ci sia uno scontro tra Turchia e Curdi, per esempio. Ma anche lì, voglio credere che non è nell'interesse di nessuno, e che ci possa essere una formula soffice, nella quale si troverà un accordo, magari con una buffer zone, una zona di sicurezza per la Turchia, che effettivamente tutti riconoscono, sente il pericolo di una minaccia alle proprie mille chilometri di frontiera. E io, a questo punto, dovremmo essere vicini, forse quest'anno, e forse senza eccetto delle sbavature, ricordatevi dei momenti difficili, ma dovremmo essere vicini a quella che è la fine della guerra territoriale. Ma va vinta la pace, non solo la guerra. E per vincere la pace, belli, ci vuole console, qualcos'altro. Ci vuole il vero coraggio. E ci augura, ci auguriamo che i Russi, in particolare, possano aiutare il governo di Damasco, il governo siriano, di capire che avendo vinto territorialmente la guerra, con l'aiuto della Russia molto forte e dell'Iran, questo non vuol dire che non bisogna fare concessioni. E concessione vuol dire inclusione. Se non c'è l'inclusione di chi è escluso, avremmo molto probabilmente quello che è avvenuto a Mosul, in poche ore, la rinascita di un altro entità che non si chiamerà Daesh o Al-Qaeda, ma qualcos'altro, perché chi è escluso sempre diventa vulnerabile. Ricordiamoci che per spegnere il fuoco, bisogna togliere l'ossigeno di quelle rivendicazioni che lo hanno alimentato. E in questo caso, una nuova costituzione e delle elezioni. Tutto questo l'abbiamo preparato prima che partissi. Mi auguro che ed è sia possibile per mio ottimo successore, che io stimo molto, a poter approfittare di qualche momento in cui tutto questo sarà possibile. Ebbene, a quel punto, li potremmo dire che forse la pagina di questo orrifico guerra, che è stata forse la peggiore di questi anni, possa essere girata. Le elezioni per il futuro, ne parleremo dopo. Ma voglio dirvi solo una cosa, è qualcosa che mi ha molto colpito quando ero è coinvolto in prima persona. Ci sono stati momenti, lo potete capire, in cui veniva veramente da mettersi le mani nei pochi capelli che mi rimangono, dicendo: "Ma non è possibile! Ma come è possibile che in tutto questo ci sia una tale volontà da parte di tanti di giocare le proprie agende, dove in fondo l'unica costante è stata che la popolazione ha sofferto? E l'altra costante che tutto cambiava continuamente, dell'alleanza e posizioni e così via". E chi mi ha enormemente aiutato sono state le donne siriane. E infatti, io sono fortemente convinto che vanno coinvolte le donne nei conflitti da risolvere. Tanto è vero che io mi trovai a un certo momento nella riunione che in cui riuscì a riunirli tutti, rendermi conto che in effetti, né l'una né l'altra delegazione aveva, eccetto tre donne su 21, entravano per ultime, in più, e non parlavano. E io avevo un gruppo di dodici donne scelte proprio perché erano delle varie componenti, ed erano quelle che consigliavano me, come in effetti la popolazione siriana, la mente voleva il web. L'abbiamo chiamato un gruppo straordinario: donne sia velate che no, sia pro-governo che anti, ma capaci di parlarsi, capaci di discutere senza dire "io prevalgo", "rosso di te". E credetemi, quando vi dico questo, che non c'erano delegate donne nelle due delegazioni dell'opposizione, decisi: "Bene, a questo punto farò le donne siriane parte della mia delegazione". E se vedrete un giorno Google, vedete la riunione globale delle varie componenti, ed è a loro, sotto il grande simbolo e l'ONU, nel palazzo e del di Ginevra, molto solenne, con tutto il mondo diplomatico davanti, ero io, e dietro non avevo i miei colleghi, avevo dodici donne siriane. Non ne volete, e abbiamo noi, sono loro che conteranno per il futuro. E devo dire, vorrei dire quanto sono grato a loro per aver potuto mantenere fede al fatto di non mollare durante i cinque anni. Grazie. [Applauso]

Se sei d'accordo, io farei un cambio di programma, in senso che, perché hai parlato di temi sull'oggi, sullo ieri, prenderei qualche domanda adesso, e poi facciamo un intervento, troppo, qualche minuto sul sul tema del futuro. Dovremmo avere dei microfoni in sala, dove perfetto. Tutti voi siete abituato, ridi, abituali, frequenti dell'INSE, sapete che abbiamo domande concise con risposte concise. Prego, con un microfono.

Si buonasera, intanto veramente grazie per quello che sta facendo. Penso che lo possa dire anche a nome di tutti. E poi volevo farle, senza dare approfondire, diciamo, certe problematiche che non solo, diciamo, nelle mie caratteristiche. Io mi interessa di finanza, però la finanza, ovviamente, è coinvolta anche in queste cose. Volevo dirle, mi è rimasto sul cuore, Ambasciatore, in una cosa molto importante per noi come Italia. Un po' di anni fa, c'è stato quel grosso problema che ricordava in Marocco. E questo, vorrei chiederle io a lei, sommessamente, ma che cosa è successo per non avere risolto una situazione che sembrava a noi abbastanza semplice? E questo è la domanda che volevo fare. La ringrazio tanto, è stato veramente un piacere averla qui. Grazie mille.

Grazie a lei. Prendiamo due o tre domande. Prego. Se, se lei è una voce forte, la sentiamo anche da lì. Non arriva un microfono subito a soccorrerla. Senza all'hard-rocking, non abbiamo ancora. Prego. È acceso. Sì, volevo chiederle se per esercitare un'autorità, e si arriva alle guerre, quindi, diciamo, le persone vengono praticamente lasciate sole, le organizzazioni degli stati non sono capaci di andare incontro ai loro bisogni, e lì, e lo sappiamo tutti, alla guerra di tutti contro tutti. Ora, la mia domanda a lei, esperto conoscitore dell'ONU, è questa: guerra brutale, violenta, in cui si uccide per prevaricare gli altri, si stanno affiancando altre forme di guerra, economiche, culturali, e via discorrendo. Le voglio chiedere, l'ONU, che co, come pensa di affrontare questo evolversi del quadro internazionale, in cui più che le armi, è la moneta a fare danni?

Grazie. Le non si offenderà se teniamo questa sua domanda per la seconda parte, che questo è esattamente che lei mi ha bruciato la domanda. Io, in amicizia, cioè la domanda con cui apriamo la seconda parte sul futuro. Esclusa. No, no, ma va benissimo, va benissimo. La teniamo, Staffan. Abbiamo i Marò. Abbiamo, c'era un signore vicino a chi ha appena fatto una domanda. Le donne, i deportati a Ginevra. Sì, io vado per criterio di microfono, e poi abbiamo subito qui. Arrivo. Solito. Vorrei, mi chiamo a Centri, niente, sono cittadino francese, responsabile cooperazione e sviluppo della Fondazione SS Cristiani d'Oriente. Lavoriamo in Siria. Abito io stesso un mese su due ad Aleppo. E vorrei interrogare da più sulla politica americana in Siria. Cosa ne ha pensato? E come può spiegare il fatto che gli Stati Uniti abbiano finanziato e sostenuto mediaticamente gruppi di ribelli, chiamati moderati, che alla fine si sono dimostrati essere terroristi veri, come Al-Nusra, come diceva lei? Quale è stato un interesse degli Stati Uniti nel finanziare questi gruppi?

Perfetto. Allora, stiamo su. Abbiamo una terza domanda. C'è una signora lì, in prima fila. Due signora, ragazza, non vedo, comunque. Signora, possiamo continuare qua. Prego. Si può alzare la sua mano? La signora che, ecco. Se c'è la signora, quando hanno precedenza, la signora. Io non vedo niente. Possono sua voce, non mi sembra. Signora, facciamo una. Francesco, sarà l'influenza. Partiamo dalla signora. Si può passare il microfono? Grazie. Prego.

Buonasera, Rossella Miccio di Emergency. Io volevo avere un'opinione rispetto allo spazio umanitario, che in questi anni, durante le varie crisi che l'Ambasciatore de Mistura ha vissuto in prima persona, si è sempre più ristretto, ed è diventato sempre più difficile riuscire ad aiutare le persone, poi quelle persone che, che sono i principali, le principali vittime di questi giochi, poi politici. E se vede, appunto, uno sblocco di questa situazione, tra le chance del di questi ultimi anni. Infatti, grazie mille.

Quindi, abbiamo la sua domanda tenuta o nord, ma va benissimo. Abbiamo in mano gli interventi umanitari, e il nostro amico francese, scusate, mai dimenticare la Francia di questi tempi. Amore, no, no, anzi. Partiamo dalla posizione americana, perché la France First Day. Dunque, e direi che è un understatement, carole, è un understatement, dire che la politica americana è stata molto coerente in questo periodo in Siria. Però, ed è infatti, l'ultima sorpresa è stata quando, il 17, 18, 19 dicembre, Presidente Trump ha annunciato che ritirava 2.200 soldati da quel settore, e dove si trovavano insieme alle forze curde che combattevano contro ISIS. C'è una coerenza. L'ho notata sia al tempo del Presidente Obama che ed è presente Trump. Non c'è appetito, appetite, per un intervento massiccio americano, più in Medio Oriente. Anno, ed in qualche maniera metabolizzato quello che è avvenuto in Iraq e in Afghanistan, dove sono ancora coinvolti. Infatti, stanno negoziando con i talebani attualmente per uscire da questa enorme presenza permanente, 17 anni. E in Iraq non è andata come era previsto, ed è stata costosissima. Quindi, in cui, diciamo, ad onor del vero, va riconosciuto il fatto che sia Obama che Trump riflettono un'opinione americana, e di non più intervenire. E questo ha certo prodotto un voto, perché di solito tutti gli altri occidentali si appoggiano o seguono o vengono sostenuti da questo. E poi ci fu l'esempio della Libia, che è stato un terribile esempio, perché, bene o male, l'intervento avvenne voluto dalla Francia, Gran Bretagna, gli Stati Uniti, "leading from behind", se vi ricordate, riluttanti. E il risultato è stato che, il break, "it breaks", "one breaks the vase", "veicoli sono tuoi", come suol dire da noi. E a quel punto lì, vanno in qualche maniera, vanno in qualche maniera seguiti. Invece, la Libia fu detto: "Non basta, abbiamo fatto questo, rendete loro, cercate di fare quello che può". E la Libia è quella che oggi. Quindi, si, inconsistenza, sorpresa, cambiamento della loro posizione. Costante, non è mai stata costante il loro intervento, ma c'è una logica che cerco di spiegarle. In mano, bene. E io, e dove sono in continuo contatto con i due Marò, perché sono diventati come dei figli per me. E un sogno. E poi mio padre da militare, quindi per me è diventata una questione di principio. Tanto è vero che, ed è sottosegretario, da vice ministro degli esteri, io feci 19 viaggi in, 19 viaggi, e non mollavo, perché i nostri militari rappresentano la bandiera, ufficiali e sottoufficiali, chiunque sia, ma rappresentano una bandiera, e non vanno mai mollato, come non va mai mollata la parola d'onore quando la si dà, soprattutto perché, ed è quando è data dallo stato. Quindi, il cercare di combinare queste due elementi, sapendo che non dire molto di più, sapendo che in quell'epoca, un il segretario generale del partito principale al potere era una signora, ed è di origini italiane, e che quindi non aiutava indirettamente una soluzione politica, perché era, e ha scelto di essere indiana. E tutto si complica molto. Non le posso dire di più, perché siamo ancora nella fase finale di quel processo. I due Marò sono in Italia, e quindi sono tornati, e non torneranno mai altrove, non andranno mai altrove, e hanno reagito con enorme dignità quell'epoca. E un giorno ne parleremo più in dettaglio, ma quando c'è un processo in corso, si cerca di non offrire argomenti all'altra parte, se entrassi in dettagli. Quindi, la ringrazio aver sollevato la domanda, e mi perdoni se non le do una risposta, cioè che, però, tornerà al processo terminato, per un incontro alle spie con il suo libro sui Marò, che ci racconterà tutto. C'è stata, ed è uno dei grandi dolori, devo dire, che ho avuto in questo conflitto. Ma francamente, è già cominciato nei Balcani, già quando a Sarajevo, a Dubrovnik, e era già cominciava ad essere così. E c'è stata una terribile deteriorazione di quello che sono ciò che non si può e non si deve fare in un conflitto. E nel conflitto siriano, ne parlavo con Ian Hegland, con Pete Mauro, della Croce Rossa, e della Croce Rossa norvegese. Beh, abbiamo visto tutto ciò che è proibito di fare avvenire: colpire gli ospedali, infermieri, ri-colpire l'ospedale quando arrivano, chi va a salvare, chi assedia, ed è l'uso di armi chimiche, uso di bombe militari ad alta prestazione in pieno territorio urbano, insomma, veramente colpire le ambulanze, colpire i convogli umanitari. Quindi, in questo senso, e non sono io a dirlo, l'hanno detto tanti come lei, coinvolte giustamente in quello che, ed almeno un aiuto umanitario mentre avviene un conflitto, c'è stata una regressione terribile. Quale elemento positivo posso trovarne? Nessuno, perché finora ho visto questo avvenire fino all'altro ieri. Ma ed è uno che, bene o male, prima o poi la giustizia può fare il suo corso. C'è un enorme documentazione su quello che è avvenuto. E due, ed è, mi auguro che ci sia un momento in cui ci si renda conto che sono tutti perdenti quando questo avviene, che l'ambulanza mia domani è la tua. Quindi, ha fatto bene sollevarlo, perché è una dei momenti più tristi di quello che è il diritto umanitario internazionale. Grazie mille.

C'è una delle domande da questo lato. Prego. Dice qui, ma io sono Francesca Sironi. La mia domanda riguarda una parola che spesso si associa pace, che tra l'altro appena citato lei, che giustizia. Quindi, volevo sapere, secondo lei, che ruolo deve avere la giustizia nella fascia, e soprattutto, perché era una pace che sia duratura? C'è una domanda lì dietro. Io vedo molto meglio. Buonasera, sono Guido Costa. C'è, purtroppo, una nuova crisi sul fronte internazionale che riguarda il Venezuela. Cosa pensa che possa succedere da quelle parti? Si comincia a parlare di un possibile intervento americano. È plausibile questa ipotesi o meno? Grazie.

Stefano Marchi, giornalista. Vorrei chiederle, Ambasciatore, lei si è espresso con ottimismo poco fa, illustrando la carta della Siria, con la situazione attuale riguardo l'area di Idlib e quella invece ad est dell'Eufrate, occupata dai curdi, le forze democratiche curde. Io le chiede invece, che futuro prossimo prevede per quella porzione di territorio al nord-occidentale della Siria, quella che lei conosce bene, comprende Osas, ma anche Afrin, quella città curda che circa un anno fa è stata violentemente conquistata dai Turchi, con apparentemente con consenso, con una inerzia russa. In un'altra cosa, invece, se mi permette, quando il suo successore riprenderà i negoziati, come ci si auspica, così si si spera, riproporrà quel terzo gruppo negoziale, oltre al governo e l'opposizione, che ha visto, almeno visto dall'esterno, negli ultimi mesi dell'anno scorso, è parso essere un ostacolo importante al al progresso verso questa soluzione pacifica. Grazie.

Dunque, prima di tutto, è questo enorme dilemma ed che avviene per tutti coloro come me e tanti altri, e del lavoro hanno per rendere difficile la guerra a chi vuole farla, soprattutto sulla pelle dei civili. Conoscete un po' il mio episodio iniziale, non voglio ripeterlo, forse se avete già sentito, però io fui colpito ed folgorato, direi, a 17 anni, quando andai come volontario ad una missione Wolf Program, Cipro, lungo la linea verde, quando accompagnavo questi le persone che facevano un'indagine sulla situazione della popolazione. E davanti ai miei occhi, e vidi cadere un bambino di 8 anni, colpito da un cecchino al collo. Io non ho mai visto qualcuno morire prima, mai, neanche mia nonna. E vedere qualcuno, un bambino, mentre giocava a pallone sulla linea verde che divideva le due componenti greche e turche, e vedere un bambino ucciso, o semplicemente perché i grandi non avevano il coraggio di combattersi tra di loro, e usavano i civili come elemento di pressione, scattò in me un senso di tale sdegno profondo e radicato sostegno, che mi ha seguito tutta la vita. Sdegno, spero sano, nel senso di, non arrabbiato, ma sdegno. E questo l'ho visto a venire continuamente, l'ho sentito continuamente quando ci sono stati questi orrori recenti di questa guerra in particolare. Quindi, la tentazione, tutto questo per dire, la tentazione di voler insistere su una giustizia, e anche venga applicata, è forte. Però mi sono anche reso conto, come in Afghanistan è avvenuto, che se si comincia a parlare subito di giustizia, allora nessuno fa la pace. Da guerra di Baresi, in Afghanistan è stata la stessa cosa. C'è il pericolo, è un po' crolli, di uccidere l'opportunità della pace e prolungare la guerra. Quindi, cercare di in qualche maniera applicare la giustizia, un po' come una candela, deve essere sempre illuminata, mai spenta, perché deve rimanere lì, perché un giorno, non domani, non dopodomani, ma un giorno, e l'abbiamo visto in altri conflitti, si era Leone, altrove, anche nei Balcani, un giorno quella candela illuminerà la giustizia. Ma se la mettiamo davanti, produce forse un ulteriore incendio, proprio quello che non vogliamo. Per non produrre ulteriori ingiustizie e ulteriori guerra, è un dilemma. Ma la mia risposta morale a me stesso è: la candela. E Venezuela, è un conflitto potenziale, che no, del quale non mi sono, non mi sto occupando. Però, e ritengo che dobbiamo tutti imparare dal fatto, come è stato detto recentemente anche da qualcuno, dopo la decisione dell'uscita americana dal nord-est, che ci deve essere un piano. Non può semplicemente essere una decisione di intervento militare, perché queste producono, se non c'è un piano, un polverone, una struttura onusiana coinvolta, un polverone, qualcosa che strutturi queste crisi. Il pericolo che usciamo, come in Libia, dove si decide di intervenire ad ogni costo, Gheddafi e così via. L'idea era di salvare una città che era minacciata, non di uccidere Gheddafi, non di, forse cambiare completamente le leggi. E oggi la Libia è quella che è. Quindi, prima, la soluzione migliore è quella di strutturare decisioni del genere, e con tutte le sue debolezze, quel Consiglio di Sicurezza, ed è quello che deve farlo. Questo è la mia opinione personale. Questo non toglie nulla ai giudizi di quanto orribile la situazione è della popolazione venezuelana, e quanto il governo sia o meno colpevole di questo. Ma come risolverlo, dovremmo aver imparato dalle tre episodi. Che if you break it, you own it. Per quello che riguarda, ed è il nord, diciamo, la frontiera sud della Turchia, e il nord della Siria, l'aspirazione giusta di tutti, anche di chi ha opposto il governo siriano, è di non produrre una frantumazione, una partizione. Se ne era parlato persino ai miei tempi, in Afghanistan, ci si è parlato di dividerlo in due parti o tre parti, la zona, Paktia, Kandahar, destra, in Iraq, la stessa cosa. E per fortuna, io mi opposi ogni volta, con, perché non era presente, perché nel momento in cui apri questo è un Pandora box, è la fine di tutte le frontiere, e dove si fermano, e dove si fermerà l'influenza di chi vuole appoggiare una componente o l'altra. Quindi, mi auguro che, anche se si farà un, è possibile, un buffer zone, sia temporanea, e questa buffer zone non ne voglia dire che, è della sovranità nazionale, alla fine di un paese, che spero poi accetterà anche di essere inclusivo, e non semplicemente dire "ho vinto", ed è posto verde farsi, altrimenti saranno sempre dei problemi. Mi fermo lì. Io andrei al alla parte. Ripesco la sua domanda, ma per darmi un ruolo, la rigiro sull'esempio che ci ha fatto sul San Bernardo, sulla fasi storiche, cane svizzero. La rigirò partendo da lì, a parlare del futuro della pace, come giustamente tu dicevi, dovrebbe dire, vorremmo che volesse dire parlare anche di futuro dell'ONU, pensare un mondo, lo dicevi poco fa, con sicurezza, e comunque luogo, pensare un mondo diverso da quello. Apre scenari ancor più complessi, probabilmente. Quest'uomo, noi l'abbiamo visto nascere o rinascere, se consideriamo la Società delle Nazioni, sulle macerie di una grande guerra. Poi, nel periodo che tu hai ricordato, bipolare, quello che tutto sommato era più facile, ci dicevi prima, paradossalmente, però, lo abbiamo visto bloccato. Poi, nel periodo unipolare, l'abbiamo visto utilizzato, strumento, strumento. Ricordo sempre la fase di di Bush junior, quando doveva decidere sull'Iraq: "Se l'ONU dicesse no, noi andremo comunque da soli". La domanda è: se vengo da quanto chiedeva le prima, in questo mondo del "liberi tutti", multipolare, del G3, 48, 760, che spazio c'è per quella sala, che prima era già bloccata tendenzialmente a due, Stati Uniti-Russia, meno Stati Uniti-Cina, e adesso quella sala, da un lato, non rappresenta molti di quegli attori che tu dici, che noi sappiamo contare molto, alcuni di quelli che hai citato non sono seduti lì. Dall'altro, se anche dessero lì, sono cani sciolti, non San Bernardo, in questo caso. Fermato, in questo caso. Ecco, che spazio c'è per quest'uomo, che quel Consiglio di Sicurezza, che molto spesso recentemente, pensiamo al Venezuela, pensiamo all'Ucraina, ci sembra più quello che è l'unico organo dell'ONU che ha un potere impositivo, ci sembra diventato un'Assemblea Generale, dove si va, si parla, si fanno statement, ma non si prendono decisioni, come in Assemblea Generale, in cui, ecco, che cosa possiamo aspettarci? Quali sono, prima, fino adesso ha usato le lessons learned, quali sono le ricette, quali sono suggerimenti per aggiustare questo vaso un po' rotto che abbiamo davanti a noi? È una domanda difficile, potete immaginare. Ma per qualcuno che ha dedicato 47 anni, quasi un mezzo secolo, all'ideale dell'ONU, ed mi ostino a voler credere che, e questo è purtroppo parte della natura umana, e quindi della natura delle nazioni, e come diceva Da Gama Sheld, in fondo, è dell'ONU è lo specchio della bella o brutta immagine, o delle buone o cattive intenzioni, dei dei membri che ne fanno parte. L'altro elemento, se vi ricordate, fu detto a suo tempo, che quello non è stata creata per portare il mondo in paradiso, ma per almeno evitare l'inferno. Ora, in quel senso, in quel senso, vi voglio dare comunque qualcosa. Voglio darvi qualche argomento che uso io stesso, e poi arriveremo all'aspetto puramente politico. La crisi siriana, dove l'ONU, quando parliamo di ONU, ci sono 31, ok? Il Consiglio di Sicurezza, è il circolo, club dei governatori, chiamiamolo così, il quale non si mette d'accordo, e quindi l'azienda è bloccata. Però, poi c'è la IX dei dell'operazione, come me, come Segretario Generale, come come l'operatore che si trova sul posto, e quella è un'altra ONU, è la quale non si sente bloccata, magari viene rallentata, ma bloccata, no. E vi spiegherò perché, e come. E poi, c'è l'ONU, che dovremmo essere noi tutti, loro de publique, protesta, che alza la voce, che dice: "Non potete mettere un veto quando c'è una tragedia umanitaria". Non dovrebbe essere possibile. Anzi, lo chiediamo ad alta voce.

Francamente, sarebbe un'ottima decisione scegliere chi deve essere. Così la sicurezza sarà molto difficile, perché, come potete immaginare, chi c'è dentro non cede il posto. Vecchia strategia politica ben nota, ma è quando però l'imbarazzo di porre un veto, quando c'è un massacro, quello si può alzare la voce. Comunque, torniamo a quel momento. Invece di e di come e di rassicurazione, è vero che l'ONU, il Consiglio di Sicurezza, non è riuscito a fermare ed è mettersi d'accordo per o quell'altra, uno con le vaccinazioni, con 6 milioni di siriani a ogni giorno ricevevano cibo e aiuti umanitari, avremmo avuto e pd mi e incredibili, avremmo avuto la fame oltre che la guerra. Quelle persone sono vive, è qualcosa in più anche nel campo politico.

Lo dicevo ieri, Paolo, a un certo momento, quando ho lasciato, cioè ho chiesto sabbatico dopo cinque anni, io ho detto: "Sì, che sorgerebbe dopo cinque anni, vorrei prendere un momento di, anche perché vedo che il conflitto è entrato un'altra fase, quindi c'è bisogno anche di un'altra persona per fare questo". E mi contattò un un è the moon think tank che analizza in maniera molto scientifica, tipo computer, tutti i conflitti e mi disse: "Ed è in contatto a voce, milico, mi chiamo e difende, non ci conosce, ma noi l'abbiamo seguita come seguiamo tutti i conflitti. Promette, lei sarà frustrato un po' di il fatto di dire: 'Ma forse è il momento sbagliato?' Non bisogna, non è mai il momento giusto di lasciare una missione del genere, ma vorremmo confortarla". Non voglio dire che mi avete letto nel pensiero, però era proprio quelle notti in cui dicevo: "Ma hanno ancora un anno e vedremo, forse riusciremo a cambiare tutto, eccetera". Non dice:

Punto 1: I conflitti degli ultimi 20 anni non si concludono mai con una conferenza di pace. Guardate intorno, persino Daytona nei Balcani è stato un freezing di un conflitto, ma che non è stato risolto. Non c'è stato, le conferenze di Versailles e così via, non c'è più. C'è semplicemente una erosione del fuoco e ridurlo a un punto tale in cui si arriva a volte perché uno ha vinto o perché esausto a una situazione in cui il conflitto non c'è più. Quindi, non si dia poca pace su questo, perché non viene così.

2. Abbiamo analizzato con il fatto che lei ha rotto le scatole talmente a tutti durante questo conflitto, con conferenze stampa che annunciavano che si continuava al bombardamento di Aleppo, è stata distrutta, con le con le famose tregue che hanno donato solo sei mesi o due mesi o in alcuni casi 8 giorni, con lì in conferenze e gli incontri preparatori a quello che non era una vera conferenza, ma preparavano quello che potrebbe essere stato un giorno la confluenza, però di giorno in cui non si combatteva, non si poteva combattere, non si doveva combattere. Abbiamo calcolato che invece di 453.000 morti, essere postati più o meno 800.000 e 760.000. Quelle persone vive, lo debbono a lei e ai suoi colleghi, anche se lei non ha ottenuto quello che vorrei. Questo è anche, non cari amici, ma non lo vediamo, io stesso non l'avevo visto, se non mi veniva ricordato.

Ora, torniamo la politica in futuro. Futuro, Paolo, per loro sarebbe di poter in qualche maniera non lasciarsi trascinare nelle beghe locali, ma guardare a dove stanno i veri problemi attuali. E uno in challenge sarebbe il seguente: guardiamo bene Yemen, Libano, Iraq, Siria. Hanno tutti una componente fondamentale, l'enorme scontro che esiste tra il mondo sunnita e sciita, tra Saudia Arabia e Iran. Bene, un compito che loro potrebbe, dovrebbe fare, anche perché nell'interesse di tutti, persino dei due paesi in questione, ma certamente di Russia e America, è un'avversaria, una Helsinki in cui si possa arrivare, come siamo arrivati anche a noi, come nel mondo ed europeo, avvenuto tra cattolici e protestanti dopo le orribili, crudelissimi guerre, e arrivare a questo punto. E vedresti un risultato immediato in tutti gli altri paesi. Ecco, cominciare a focalizzarsi sul grande tema, piuttosto che cadere e venire risucchiati in una o negli altri conflitti.

Voglio farti chiudere su con note non positive, ma negli ultimi tempi, senza citare presidenze particolari in paesi particolari, vedi segnali di una spinta in quella direzione, ove di politiche che sembrano andare nella direzione opposta di quelle del favorire un dialogo fra Arabia Saudita e Iran. Diciamolo, vedo l'opposto. Ma cari amici, dobbiamo rinunciare. Il mio motto è sempre stato ed è un motto basato su qualcosa, certamente non buono. Quando vedi che tutto è contro, perché le guerre è una delle caratteristiche tipiche dell'essere umano, e l'uomo è stato nella storia straordinariamente creativo nel fare le guerre, molto più che nel fare il resto. Ebbene, quando vedi che tutto questo avviene, il motto è: "Ma tu, noi abbiamo tentato, abbiamo tentato veramente di fermare questo, abbiamo rinunciato, abbiamo fallito. Se tentiamo di nuovo e falliamo, molto meglio in futuro, ma non molliamo". E questo è stato qualcosa e mi ha molto aiutato, perché c'è stato più di una volta in cinque anni, credetemi, l'assedio di Aleppo, per esempio, Dumas, da Rai, a quel momento in cui si vedeva soltanto orrore, e con le mie colleghe continuava a dirmi: "No, non si molla, si continua a mantenere".

Eroina, un aereo, dando Beirut, è un vecchio signore, più vecchio di me, e si avvicina o dietro di me da un'altra posto e venne a bisbigliarmi all'orecchio e dicendo: "Io sono un siriano e volevo dirle una cosa. Siccome e volevo ringraziarla". Dico: "Guardi che lo signore non deve ringraziarmi, perché purtroppo non ho portato ancora la pace". "No, ma io devo ringraziarla, perché lei e i suoi colleghi inventate la speranza ogni giorno, e noi abbiamo bisogno di sperare nel futuro di questo paese". E questo è quello che in fondo mi ha anche aiutato a non rinunciare, quando in effetti tutto in questo momento sembra andare nella direzione opposta di quello che vorremmo in termini di multilateralismo. Che dire?

[Applauso]

Io non posso che ringraziarli. Ringraziate non solo per stasera, ma ringraziarti per tutti questi anni in cui voi avete ascoltato la la vita, le cose di crisi, le situazioni, luoghi dove stava fante misura. Io vi posso assicurare che in questi sono vent'anni che ci conosciamo, ogni volta in cui avevo bisogno di chiedergli di partecipare all'incontro, divenire una conferenza, un messaggino con i fusi con luoghi diversi, al più tardi entro tre ore l'avevo al telefono. Una volta: "Scusa se ti chiamo solo adesso, ma ho appena finito con la pro di trovare, stavo chiudendo la portineria degli stipendi". Lo dico, lo dico perché quando noi ospitiamo, quando voi incontrate personaggi che fanno questo tipo di attività di ruolo, c'è sempre un'immagine pubblica prevalente, una narrativa, e poi c'è un'altra figura, un'altra persona. Io volevo ringraziarti per tutto quello che hai fatto, ma ti ha già ringraziato il Signore sull'aereo, e l'applauso con cui ti ha accolto. Vorrei ringraziarti per anche per il tuo stile, per come tu sai comunicare, cioè che è un valore pari dato.

I consigli ai giovani prima su queste gare, quanto ha pesato, quanto pesa nel tuo lavoro il saper comunicare, convincere a pubblici diversi. Un anno quando era in Italia, direttore dell'ufficio ONU, e vi è andato a Sanremo, ma portare a Sanremo questi temi, la capacità di usare timbri e livelli linguaggi diversi per spiegare dall'estrema complessità della sottogruppo intorno ai libri che devi spiegare al turco, al russo, a saper poi presentare questa cosa a un telegiornale che ti dà un minuto 10, deve influenzare l'opinione pubblica, oppure al signore sull'aereo. Non ringraziarti di questo, e ringraziati anche, e chiudo, per averci dato a noi degli spi la possibilità di dimostrare in modo plateale, prima a Roma e oggi qui, che abbiamo scelto la persona migliore per il primo di quest'anno, e che abbiamo scelto la persona migliore per iniziare questo ciclo che ci accompagnerà tutto l'anno. Grazie mille.

[Applauso]