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Dal criticismo all'idealismo

Stella Maris1:02:09

Transcription

[Musica] Benvenuti all'ottavo appuntamento di questa terza tappa del nostro viaggio di filo. Siamo a un punto cruciale perché dopo la grande figura di Kant, di cui ancora stasera dovremo, avremo qualche strascico, dovremo iniziare una delle filosofie più difficili, ma che hanno avuto più influenza nella nostra mentalità contemporanea: sarà l'idealismo.

Infatti, il titolo di questa serata è "Dal Criticismo (che era la filosofia kantiana) all'Idealismo". E cercheremo di capire, nel modo più semplice possibile, che cos'è questo idealismo. Però abbiamo chiesto al professor Matteo Carletti di fare un miracolo e di spiegarci un'altra opera fondamentale di Kant, che è la Critica della Ragion Pratica. L'altra volta avevamo visto quella della Ragion Pura, che tratta l'aspetto gnoseologico. Stasera vedremo brevemente, in 10 minuti, se ce la fa, i concetti essenziali della Critica della Ragion Pratica, per poi vedere come da Kant si arriva all'idealismo tedesco. Quindi, cedendo subito la parola al nostro grande amico, professor Matteo Carletti.

Allora, l'altra volta Luigi spiegò molto bene la la teoria, no, della la dottrina della conoscenza cantiana. Abbiamo visto che Kant è di fatto un illuminista, di quelli veri, no? L'apice, il vertice. In fondo, la conoscenza non può che non partire dal dato sensibile. E adesso si ferma. Lui parlava di quest'isola, no? Io ho spiegato dicendo questo orticello. Insomma, si restringe il campo di indagine del filosofo, si restringe a tutto ciò che ci viene dato attraverso i sensi, quindi attraverso le categorie di spazio-tempo le cose ci vengono date, ma ancora non sono conosciute. Attraverso le categorie dell'intelletto le cose sono pensate. Dall'insieme di queste due cose abbiamo la conoscenza. E la conoscenza, in fondo, quell'elemento essenziale della filosofia moderna, no? La filosofia moderna non cercherà più il "che cos'è" nella sua, diciamo, esplicazione più propria, non cercherà più il "che cos'è". Vi ricordate quando facevo la lezione su Socrate, il "che cos'è"? Ma cerca ciò che può conoscere. Su questo, chiaramente, ebbe un peso fondamentale la rivoluzione scientifica, la matematizzazione della realtà, la realtà che ora viene valutata dal punto di vista quantitativo, non più qualitativo. Il controllo, il dominio, poi passerà attraverso la sociologia, la psicanalisi, cioè il dominio, il controllo, la matematizzazione della realtà diventa una ragione, per usare l'espressione della critica che fecero Horkheimer e Adorno, una ragione che diventa un fine. Perché il fine dell'uomo è la ragione, ma senza più uno scopo, perché non c'è più nessuno scopo. E l'apice di questo sarà la visione nietzschiana, citata più volte. Ecco, queste le premesse della filosofia, diciamo, pre-teoretiche di Kant.

E per passare sul piano pratico, sul piano della morale, dobbiamo dire che è evidente che per Kant la morale non si può fondare sulla metafisica. La morale si fonda su un presupposto, su un'intuizione. Qual è questa intuizione che ha Kant? C'è una legge morale con valore universale. E da dove la tira fuori questa cosa? Fa un parallelismo. Come c'era una scienza del sapere, della conoscenza, che ha un valore assoluto, spiegata l'altra volta, come l'uomo conosce, così c'è, come l'uomo deve agire, c'è una legge morale che si presenta sotto forma universale, cioè che vale per tutti. Solo che, capite, la legge morale non può essere costruita sulla metafisica, ma non può essere neanche dedotta dall'esperienza, a differenza della conoscenza sensibile. Perché? Perché non sarebbe universale. L'esperienza è qualcosa di contingente, la morale è qualcosa di necessario, vale sempre. E quindi non si può, non può essere desunta dalla realtà che è sempre mutevole. Quindi non può essere, non può venir fuori da uno studio antropologico, non può venir fuori da uno studio psicologico, non è, non può venir fuori dallo studio della dottrina dei costumi delle persone. Essa stessa si presenta come una metafisica. La morale diventa una metafisica, cioè qualcosa che precede la sensibilità, che la supera, perché non può dipendere da essa. Le leggi morali, quindi, devono essere leggi razionali, che riguardano la ragione, perché la ragione è il linguaggio universale dell'uomo.

Solo che la legge morale non è un qualcosa che Kant dice vincolante per l'uomo. Cioè, l'uomo non si sente per natura vincolato alla legge morale. Ehm, parte dal presupposto che nel l'uomo c'è una sorta di di resistenza, qualcosa che resiste. L'uomo non, non vive naturalmente. Ed ecco che la legge morale si presenta come normativa, come un imperativo, perché noi la riconosciamo, ma non è che la facciamo automaticamente. Ehm, resistiamo a quello che è il comandamento che la ragione ci dice. Allora, ecco che la ragione, in quanto legge morale, si impone come un comandamento, come un imperativo: "Devi". E lui distingue due tipi di imperativi: l'imperativo ipotetico e l'imperativo categorico. Qual è il primo? L'imperativo ipotetico è quello che subordina il comando dell'azione da compiere al raggiungimento di un determinato scopo particolare. Fai questo per ottenere questo. Se vuoi risparmio in gioventù, se vuoi vivere sereno in vecchiaia. Quindi c'è uno scopo determinato. Quindi è un valore, è un'indicazione che è sì sintetica, ma non è universale, perché vale per quel tipo di principio.

L'imperativo categorico, invece, vale di per sé. È qualcosa che vale di per sé. Non mentire, non perché la gente dica di te che sei bravo perché non menti, ma perché mentire è sbagliato. Quindi si impone in quanto universale, essendo un imperativo che non dipende da nessun oggetto, da nessun contenuto. Esso si presenta come sola forma. Infatti, vi leggo la prima formula dell'imperativo categorico di Kant. La leggo testualmente. Voi dite, ma non c'è nulla di particolare. Infatti, perché non può essere riferita ad una cosa per essere universale, per valere per tutti? Non può essere riferita ad un evento particolare. "Agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare legge universale". Esiste una legge universale, agisci secondo questa legge. La legge, l'imperativo categorico, non dice "persegui il fine", "vai verso quella direzione lì". No, "agisci in modo tale che la tua legge sia universale", cioè valga per tutti.

E qual è il bene che se ne... E come si fa a a tirar fuori da questo concetto il bene? Il bene è qualcosa che non precede la legge, altrimenti diremmo che la legge è vincolata al bene. Il bene è qualcosa che viene dedotto dalla legge. La legge morale si configura in quanto bene. Devi obbedire perché la legge è il bene. Bene è ciò che è, è ciò che è comandato dalla legge morale. Bene, ciò che è comandato dalla legge morale. La legge morale comanda sempre ciò che è bene. E come si agisce questa cosa dentro di noi? Come facciamo a riconoscerla? Attraverso quella che chiama la volontà razionale, cioè noi riconosciamo questa cosa dentro di noi. La legge morale sta dentro di noi, non ci può essere imposta da alcuno, da nessun re, da nessun legislatore, attraverso la nostra ragione, la nostra volontà, che riconosce che la legge morale è un valore di per sé. Se la volontà ragionevole dà a sé la legge, vuol dire che non la riceve da altri, ed è quindi libera. La libertà è un presupposto fondamentale. E la libertà diventa nella Critica della Ragion Pratica un postulato. Cos'è un postulato? È un principio, diciamo così, che non può essere spiegato, ma che serve per poter spiegare tutto il resto. Ciò che, che nella Critica della Ragion Pura, vi ricordate quando Luigi, nella parte finale, parlava della dialettica trascendentale, che è quella parte che studia la ragione, così la chiama Kant, non l'intelletto. Cos'è la ragione per Kant? È quando l'intelletto va oltre i limiti del sensibile, si domanda "Che cosa è Dio? Chi è Dio?". Ecco, lì non c'è certezza. È inutile farsi la domanda, perché questa cosa è pensabile, ma di essa non si può fare scienza. Ecco, queste idee della critica della Critica della Ragion Pura diventano postulati, eh, nella Critica della Ragion Pratica, cioè necessari. Lo dico in maniera brutale perché non abbiamo tempo. Ciò che Kant, tanto per capirci, butta fuori dalla porta, poi è costretto a riprenderlo dalla finestra: l'idea di Dio, l'idea dell'immortalità dell'anima, del sì, dell'anima, l'idea di libertà. Vengono recuperati per poter giustificare... Adesso non possiamo sviscerare, eh, questi postulati, non abbiamo tempo. Li riprende per giustificare l'universalità, la piena realizzazione della virtù, l'avvicinarsi alla santità della vita.

Quindi, la domanda da cui si era partiti nella Critica della Ragion Pratica era: la ragione pura può riuscire a formare, a darci una morale che sia svincolata dai sensi e quindi... la risposta è sì. L'altra volta la risposta era negativa: può la ragione pura conoscere? No. Può la ragione pura costruire una morale che sia valida per tutti? Sì, qualora si costituisca, appunto, nella, come nella proposizione sintetica dell'a priori dell'imperativo categorico. L'imperativo categorico è l'a priori, il principio sintetico a priori che si basa, fondato sul concetto, eh, di libertà. Spero indegnamente vi ho fatto questa, ehm, brevissima, ehm, brevissimo proprio volo d'uccello, un'opera grandiosa. Noi, purtroppo, ogni tanto dobbiamo affrontare queste tematiche in maniera un po' più, molto ridotta, però non potevamo non parlarvi di questo aspetto fondamentale, eh, di Kant. Ok, quindi l'elemento, ecco, da tenere in considerazione questo aspetto qua, ovvero che è possibile per Kant fondare una morale che diventa, in un certo qual modo, metafisica, perché prescinde dall'aspetto sensibile e si pone come un valore universale fondato sulla ragione e sulla libertà. Grazie. [Applauso]

Bene, ed eccoci allora al dopo Kant, che è sostanzialmente il passaggio dal criticismo all'idealismo. Ripeto, una filosofia fondamentale che è essenzialmente, come posso dire, riassunta dai tre grandi idealisti, poi in realtà vedremo che sono due e mezzo: e cioè Fichte, che sarebbe, si dice Fichte, però noi diciamo Fichte, permettete di dire in italiano, sennò divento pazzo tutta la sera a pensare solo alla pronuncia, e Schelling e Hegel. Stasera vedremo i primi due. Ma prima di affrontare il pensiero di questi due autori, dobbiamo capire che cos'è l'idealismo. L'idealismo nasce da un, da un dibattito che segue alla grande filosofia di Kant, tutto interno alla Germania, dibattito della filosofia tedesca, e cioè c'è un dibattito sulla "cosa in sé". Che, se vi ricordate bene, era, cioè il noumeno. Avevo detto che la filosofia kantiana è una filosofia dualista: da una parte c'è il soggetto conoscente, dall'altra c'è l'oggetto conosciuto. Da un lato c'è ciò che dell'oggetto appare, il fenomeno, e che il soggetto con le sue forme pure a priori conosce. Dall'altro c'è la cosa in sé, il noumeno, che è pensabile, che c'è, ma non è conoscibile. Rimane un X sconosciuta. Questo era sostanzialmente il cuore del kantismo.

Ora, questi pensatori riflettono proprio sul concetto di "cosa in sé" e colgono una contraddizione fondamentale nella filosofia di Kant. E in filosofia, ciò che è contraddittorio non esiste. Vedremo bene tra poco. Cioè, qual è la contraddizione in cui è caduto Kant? Il fatto che ha detto che il, noi conosciamo i fenomeni, noi dobbiamo limitarci all'isoletta dei fenomeni e non pensare mai di avventurarci con la ragione pura al di là di questa isoletta, avventurarci nel mare della metafisica, perché della metafisica non si potrà mai avere scienza. E diceva, ripeto, perché è uno snodo concettuale essenziale, e diceva che, appunto, il noumeno, le cose esistono anche se non le conosciamo, perché Kant non è un immaterialista, non è come Berkeley, che diceva che l'essere è il venir percepito. L'essere c'è, le cose ci sono, ma come sono in se stesse, cioè le cose in sé, non lo, non lo sapremo mai. Bene, dicono gli idealisti: "Però, caro Kant, questo noumeno, questa cosa in sé, che è solo pensabile, non conoscibile, tu non dovresti dire nulla di questa cosa in sé, e invece ne hai dette su questa cosa in sé". Perché hai detto, innanzitutto, che esiste. Quindi hai applicato al noumeno la categoria dell'esistenza, la forma pura a priori della sostanza. Ma avevi detto che le forme pure a priori si applicano solo ai fenomeni, perché poi la applichi indebitamente anche alla cosa in sé, dicendo che esiste. Non solo, hai detto chiaramente che il fenomeno, cioè ciò che noi conosciamo delle delle cose, è causato dal noumeno. Cioè, il noumeno, il bicchiere in sé stesso, è la causa del fenomeno che mi appare. Ma anche qui hai applicato una delle 12 categorie che erano dell'intelletto alla cosa in sé. Ma se ci hai detto fino alla nausea, ci hai scritto tutta quell'opera, che noi applichiamo le le categorie ai fenomeni e il noumeno non è conoscibile ma solo pensabile, alla faccia che era solo pensabile, ci hai fatto una carta d'identità perfetta di questo noumeno: esiste, è causa del fenomeno, la realtà c'è. Ma qui è contraddittorio. E quindi gli idealisti, in seguito a questo dibattito, dicono chiaramente: "Signori, senza Kant non c'è la cosa in sé, perché è la sua idea di fondo. Ma siccome il concetto di cosa in sé è contraddittorio, dobbiamo prendere atto una volta per tutte, visto che ciò che è contraddittorio non esiste, che le cose in se stesse non esistono. Non esiste nulla al di fuori del pensiero, al di fuori delle idee". Idealismo è, cioè, quella filosofia che afferma che esiste un'unica e sola realtà, e quest'unica e sola realtà è il pensiero.

Ora, rifacciamo un piccolo riassunto delle puntate precedenti. Se vi ricordate bene, Cartesio era partito proprio dalla prospettiva che le cose potevano non esistere, perché tutto potrebbe essere una mia rappresentazione. Ma anche qui, gli idealisti dicono: "Ma Cartesio, tu sei già partito dall'idea che, quindi, le cose esistono, perché se hai detto che non esiste niente, perché potrebbero esistere solo le mie rappresentazioni? Ma alle rappresentazioni di che? Cioè, già dato per scontato che qualcosa, se c'è, se è una rappresentazione, comunque...". Cartesio cosa diceva? Esiste il pensiero, una sostanza res cogitans. Dal pensiero arrivo all'esistenza di Dio con l'argomento di Sant'Anselmo, che è l'essere perfetto, quindi deve esistere Dio, è il garante che fuori di me ci sono le cose. Berkeley cosa diceva? Cartesio, seguendo il rasoio di Occam, non non moltiplichiamo indebitamente gli enti. Diciamo chiaramente che per spiegare quello che ci sembra essere la realtà, non servono tre entità: il pensiero, Dio e il mondo. Ne bastano due. Facciamo economia, come voleva Occam. E Berkeley era un inglese, nipotino di Occam, e quindi dice: "Per la realtà basta il pensiero e Dio, che trasmette al pensiero i contenuti". Quindi, sostanzialmente, Dio non è più il garante che ci sono le cose fuori di noi, ma diventava il produttore delle nostre impressioni. Ma anche Berkeley, che pure viene detto alle volte che è un anticipatore dell'idealismo, in realtà diceva che non esiste solo il pensiero. Il pensiero era il ricettacolo di alcune, era come uno schermo del cinema, dove Dio proietta il film, cioè il film del mondo. Ma Dio esiste ed è esterno al pensiero. C'è qualcosa di esistente al di là del pensiero. Cioè, era il realismo filosofico.

Abbiamo sempre detto che tutta la filosofia antica e medievale, fino a Cartesio, era la filosofia realista, cioè la convinzione che quello che pensiamo è anche ciò che c'è in verità, che tra il pensiero e la realtà non c'è contrapposizione, che quello che vediamo della realtà è la realtà com'è. Con la filosofia moderna c'era stata un'opposizione, invece, no? Quello che noi vediamo della realtà non è la realtà stessa, ma è una nostra rappresentazione. Quindi tra me e le cose c'era di mezzo l'idea, la rappresentazione. Quindi non conosco le cose come sono, ma sono la solo la rappresentazione che ne ho. E Kant era arrivato proprio al cuore. Kant è l'ultimo filosofo della modernità, in questo senso, perché aveva detto chiaramente: "Noi conosciamo solo le cose come ci appaiono". Ma Kant aveva lasciato esistere le cose esterne al soggetto, così come Berkeley non aveva lasciato esistere le cose, aveva comunque lasciato esistere Dio, ma c'era sempre qualcosa al di là del pensiero. Ecco, gli idealisti, con una logica tedesca ferrea, traggono le conseguenze fondamentali: "Signori cari, basta il pensiero. C'è solo il pensiero. La realtà è il pensiero. Non c'è nulla fuori del pensiero, che quindi è il tutto". E quindi recuperano quell'identità fra pensiero ed essere che c'era nel realismo classico, e la recuperano a un livello più alto, secondo loro, cioè un livello mediato, con una, tutta la mediazione della filosofia moderna, perché dicono: "Ciò che pensiamo non è una nostra rappresentazione, ma è l'essere, perché pensiero ed essere sono la stessa cosa". Visto che esiste solo il pensiero, non c'è nulla al di fuori del pensiero. Quindi tutta la discussione sulla cosa in sé, conduce sulla contraddittorietà del concetto di cosa in sé, conduce gli idealisti ad affermare, appunto, che esiste solo il pensiero. C'è un'unica e sola realtà.

Vedete, anche Spinoza aveva detto, come ci aveva spiegato bene il professor Carletti, che esisteva un'unica e sola sostanza, ma la sostanza di Spinoza è ancora un oggetto. Tant'è vero che nella sostanza di Spinoza c'erano gli attributi del pensiero e dell'estensione, era, era ancora una filosofia oggettiva. L'idealismo, invece, è, sì, simile alla filosofia di Spinoza, perché anche l'idealismo dice che esiste un'unica e sola realtà, ma quest'unica che è sola realtà non è una sostanza, ma è un, è il pensiero, dice astrattamente. E sicuramente la filosofia più lontana dal senso comune, eh, la più lontana dal senso comune. Ma vedremo quanto è concreta già in Fichte questa filosofia, vedremo a cosa conduce questa prospettiva. E allora, vediamo un attimo, quindi, questo idealismo tedesco, che cos'è? Supera definitivamente il realismo filosofico, cioè l'idea che ci sia una realtà fuori del pensiero, una qualunque realtà, anche una realtà spirituale come Dio. No, non c'è altra realtà che il pensiero, perché qualunque cosa, se pensata come il noumeno, è pensiero. È una forma di monismo. Se la filosofia kantiana era una filosofia dualista per eccellenza, l'idealismo è una filosofia monista. Come era il monismo quello di Spinoza? È un monismo spiritualistico, cioè non è materiale come una sostanza, è un monismo spirituale. È l'idea che esista un'unica e sola realtà onnicomprensiva, e che quest'unica sola realtà è pensiero. E ribadisco una cosa: mentre per Cartesio il Dio è il garante della realtà, per Berkeley è il produttore delle nostre impressioni, per l'idealismo c'è un'unica e sola realtà. Quindi Dio è l'unica e sola realtà che esiste. Quindi è una forma di panteismo. Tutto è Dio. Il nostro pensiero è una parte, una manifestazione di quest'unica sostanza che esiste, di quest'unica realtà onnicomprensiva. Un po' come alle filosofie delle origini dicevamo che la physis era il tutto, il tutto onnicomprensivo. Ecco, l'idea che esiste un tutto e questo tutto è il pensiero. Calma, che arriviamo poi, ripasseremo. Ma ci può essere nulla che trascende il pensiero? No, perché questo qualcos'altro, che cos'è? Se abbiamo detto che esiste solo il pensiero, è chiaro che tutto è in questo pensiero. Come dicevamo per la filosofia antica, quando parlavamo della physis, faccio questi esempi perché almeno li rapportate all'idealismo e intuite qualcosa, e dicevamo che la physis era il tutto onnicomprensivo e che quindi per i primi filosofi greci non esisteva la trascendenza, che avverrà solo con Platone, la metafisica, perché tutto era parte di quest'unica realtà. Ecco, l'idealismo fa, è tutto, esiste un'unica e sola realtà, monismo. E tutte le forme di monismo sono anche una forma di immanentismo, cioè non c'è nulla che trascende quest'unica realtà, perché è un'unica e sola realtà spirituale, pensiero. Dice: "Ma le cose?". Ci arriveremo. È una forma, quindi, di panteismo spiritualistico.

Il primo che arriva a dire questo, muovendo da Kant ed essendo un grande ammiratore di Kant, è proprio Fichte. Il quale, sostanzialmente, passa dal piano gnoseologico a quello ontologico, cioè dell'essere. In che anche Kant aveva detto che c'era un "Io penso", la super categoria, ma quell'"Io penso" non era un assoluto, perché dipendeva dalle cose. Tant'è vero che se abbandono le cose, "do i numeri", per l'otto, faccio la metafisica e non faccio scienza. E Fichte dice: "Quell'Io penso che aveva intuito Kant non è un qualcosa di conoscitivo, ma è proprio ontologico. È l'essere stesso. Esiste solo l'Io, solo il pensiero, solo il soggetto. Non c'è più l'oggetto". E se c'è solo il soggetto, chi c'è? L'Io. È chiaro che è un Io assoluto, di cui noi siamo manifestazione, parti, potremmo dire, per capirci. Ma esiste solo il soggetto. Cioè, la filosofia moderna sfocia nell'idealismo. Abbiamo detto che tutta la filosofia moderna è la filosofia del soggetto, e arrivano gli idealisti che traggono le conclusioni più estreme e ci dicono: "Sì, sì, è talmente tanto del soggetto che esiste solo il soggetto. Non c'è più nessun oggetto esterno al soggetto, perché tutto produzione dell'Io, tutto produzione del pensiero. È il pensiero stesso che produce quello che ci sembra l'essere esterno a noi". Quindi non c'è nessun garante, non c'è nessun Dio che proietta le cose nel nostro pensiero, ma è il nostro pensiero stesso che è l'unica realtà, che quindi produce lui tutto ciò che è.

E infatti Fichte, nella sua opera fondamentale, che per tutta la vita scrive e riscrive tante volte, ne fa tante edizioni, sostanzialmente dice: "Ci sono tre principi della questa filosofia si chiama la dottrina della Scienza, l'episteme, il vero sapere". Il vero sapere costa di tre principi. Il primo principio quale sarà? L'Io, che è l'unica realtà esistente, pone se stesso. Cioè, l'Io si auto-pone. L'Io è attività, cioè il pensiero è un'attività autocreatrice. E perché? Perché se non fosse così, chi l'avrebbe creato? Qualcosa di esterno. Ma ricominciamo col dualismo. Gli idealisti dicono: "No, c'è un'unica e sola realtà. Non illudiamoci che ci siano altre realtà fuori del pensiero. Il pensiero è pura attività". In fondo, come accade anche nella nostra esperienza quotidiana, scusate, il pensiero non sentite che è una cosa attiva in voi? E vi viene in mente un'idea. Il pensiero è energia, attività. Qui stiamo parlando, ovviamente, dell'Io non soggettivo di ciascuno di noi, ma dell'Io assoluto, tant'è vero che lo scrive con la lettera maiuscola, di quest'unica e sola realtà che è autocreante, si auto-pone, non ha bisogno di altro per esistere. Ci siamo? Difficile, ma vedrete le conseguenze. Vi dovete dare un po' di fiducia stasera.

Secondo principio. Ecco perché vi ho detto che Fichte è un mezzo idealista. Perché Fichte, che dice: "L'Io, oltre a porre se stesso, per poter esistere ha bisogno di porre qualcosa di diverso da sé, che come lo chiama? Il non-Io". Cioè, qualcosa che non è l'Io. Cosa significa? Vi faccio un esempio. Io ho fatto riferimento al pensiero soggettivo di ciascuno di noi e ho detto che il pensiero si attiva, eh, ma il pensiero, scusate, come fate a percepire che si attiva il vostro pensiero? Perché pensate qualcosa. Perché c'è un contenuto. Un pensiero senza contenuto, cioè senza qualcosa di diverso da sé, ma che è il suo contenuto, non potrebbe esistere. Cioè, l'Io ha bisogno di porre il non-Io, cioè il pensiero, per esistere, diciamo, per configurarsi, ha bisogno di un contenuto. Quando vi dico, che ne so, qualche volta i maghi fanno gli esperimenti di telepatia: "Non pensare a nulla, libera la mente". Dici: "E come faccio? Penso che non devo pensare a niente". Ma se io non penso a niente, cioè se il mio pensiero non ha un contenuto, e io non esisto, non esiste il pensiero. Questo, adesso, fatto un esempio soggettivo di noi, Io empirici, singoli. Voi immaginatevi a livello assoluto, quest'unica realtà. Per potere esistere, quindi attivarsi, perché è pura attività, per potere attivarsi, il pensiero ha bisogno di pensare a qualcosa, anche se pensa a se stesso, pensa qualcosa di diverso da sé, in un qualche modo, perché il contenuto del pensiero non è il pensiero stesso. Ma voi capite che qui Fichte si contraddice alla grande, perché allora risiamo nel dualismo. Ma il non-Io, che cos'è? In fondo, è la cosa in sé di Kant, qualcosa di diverso da l'Io, di quest'unica realtà, e quindi è una cosa non materiale, ma è un contenuto. Però dice Fichte: "L'Io ha bisogno di porre il non-Io per attivarsi, perché è attività, è pura attività". Quindi, in un qualche modo, è come se si auto-limitasse, si configurasse, diciamo così. E poi, qual è il compito dell'Io? Lo anticipo, quello diremo dopo: è di continuare sempre a superarsi, cioè capire che in realtà il non-Io era stato fatto da lui, posto da lui, ma poi per riattivarsi ha bisogno di porne un altro, di porre un altro non-Io, dice Fichte. Cioè, c'è sempre come un uno scalino che devo superare per poter attivarmi. L'Io pone il non-Io, capisce che il non-Io è posto da lui, ma e quindi ha superato il limite, ma poi ha bisogno di nuovo di fare questa operazione per poter esistere, per poter vivere. Hegel dirà di Fichte: "La sua è una cattiva infinità", cioè è sempre un porre il non-Io all'infinito. Questo Io non si riconosce mai, non si configura mai. Quindi, diciamo, Fichte, alcuni studiosi dicono, ha torto, è considerato un idealista, perché risiamo nel dualismo. L'Io ha sempre bisogno di opporre a sé il non-Io per poter esistere e attivarsi. Però è la filosofia, sentite com'è romantica, siamo nell' dell'uomo che deve, dell'Io che deve superare gli ostacoli, dell'Io che pone su il limite, ma poi lo supera, infinito in un compito morale infinito di superare i limiti. E questo è molto romantico, e l'idealismo è un po' il versante filosofico del Romanticismo, nello strem tedesco, di quello sforzo, quell'anelito di superare, di diventare tutt'uno con la natura, il finito che si perde nell'infinito, che capisce che lui è parte dell'infinito. E queste sono le idee che hanno portato a questo. Ma ho una sorpresina per... Tra pochi minuti.

Terzo e ultimo principio. Ora, l'ho messo in maniera semplificata, perché questi filosofi tedeschi usano un linguaggio molto difficile. Ve l'ho messo proprio in maniera semplice. L'Io divisibile, cioè l'Io. Abbiamo detto che è l'assoluto, però, diciamo, i nostri Io individuali sono divisibili, cioè finiti. L'Io finito, lo chiama visibile. L'Io finito e il non-Io finito. Cioè, da questa prima grande guerra fra Io e non-Io, da questa prima grande opposizione, un po' come in gioco di specchi, si moltiplica l'infinito, e veniamo fuori noi, i nostri pensieri singoli, e quelle che ci sembrano essere le cose. Fichte dice, quindi, diciamo, come da questa grande contrapposizione assoluta fra Io e non-Io, e poi la nostra storia, il nostro mondo, con tanti non-Io finiti, il bicchiere, l'orologio, e tanti Io finiti, la mia mente, quella di Don Claudio, quella del professor Carletti, ma che sono tutti interne a questa prima contrapposizione.

Ora, sentite cosa dice Fichte. Ci soffermiamo su Fichte, perché poi Schelling, diciamo, un solo concetto dalla sua filosofia, perché non riusciremo a fare tutto. Fichte dice: "Attenzione, signori, io sono un idealista. La mia è la filosofia della libertà. L'Io è creatore di se stesso. L'Io pone un un limite, si pone un limite da oltrepassare, e ha un compito morale infinito: oltrepassare tutti i limiti". La filosofia idealista è la vera filosofia della libertà, mentre la filosofia realista, cioè quella che dice che c'è un essere fuori di noi, quella che dice che noi, quando conosciamo, ci adeguiamo a come le cose sono, la filosofia di San Tommaso d'Aquino, che diceva che noi conosciamo, che la conoscenza è un adeguamento dell'intelletto alla cosa, quella è la filosofia dogmatica. È un dogma che pensare che ci sono le cose fuori di noi. È un presupposto non dimostrato né dimostrabile, ed è la filosofia dei deboli, la filosofia di chi deve aggrapparsi a qualche certezza, non riesce a guardare in faccia la verità che non ci sono limiti, che c'è che c'è un limite da sempre da oltrepassare all'infinito, e che però siamo noi produttori della realtà. Quindi, in c'è una contrapposizione fra idealismo e realismo, che lui chiama, direi non onestamente, dogmatismo. Vite, quanto è brutto. Cioè, non è che dice "idealismo e realismo", che potrebbero essere due filosofie che si scontrano. No, da una parte l'idealismo, filosofia della libertà, dall'altra il dogmatismo, lo chiama, cioè il dogma, cioè l'esistenza delle cose. È diventato un dogma quello che era la cosa più naturale del mondo è diventato un dogma. C'è un grande scrittore inglese, convertito al cattolicesimo, dall'anglicanesimo, Chesterton, che diceva: "Verrà un giorno in cui bisognerà sguainare la spada per dire che l'erba è verde". E c'erano arrivati, cioè, bisognerà sguainare la spada per dire "c'è un bicchiere", perché loro dicono: "No, questo è un dogma, sei un dogmatico". Quindi c'è questa contrapposizione, eh, fra idealismo e dogmatismo. La prima è la filosofia della libertà, la seconda è la filosofia della necessità. E solo chi, ovviamente, sceglie la prima è un essere libero.

Ma qui c'è una cosa da dire. Come mai noi abbiamo la sensazione che le cose esistano indipendentemente da noi? Cioè, non abbiamo l'idea, non abbiamo la, diciamo, la sensazione che le cose produciamo noi? Ci sembrano indipendenti da noi. E com'è possibile allora? Fichte risponde prendendo un'espressione di Kant, trasformandola: "Sì, perché questo processo avviene in maniera inconscia". La chiama immaginazione produttiva. Cioè, noi produciamo, siamo i produttori della realtà esterna a noi, l'Io in assoluto, il non-Io in assoluto, ma poi anche in tutti noi. Solo che questo avviene in maniera inconsapevole, per cui ci sembra che le cose esistano anche senza di noi. Faccio un esempio per riprendere fiato: il sogno. Quando noi sogniamo, tutta la realtà è prodotta da noi. Sono io che produco il mio sogno, e solo che questa produzione è inconscia. Tant'è vero che alle volte mi sveglio tutto sudato perché c'ho creduto davvero che mi erano accadute tutte quelle cose, che ero inseguito da un mastino, un incubo, e mi fa stare male. Ecco, vedete, è il mio Io che, in maniera inconscia, produce la realtà. E voi immaginate che per questo, per l'idealismo, la realtà è un unico grande sogno, cioè il pensiero che produce il pensato. In quel caso, l'essere mondano del sogno è il nostro pensato. Io so e io sono vivo la notte solo se sogno, perché sennò, se non ho sognato niente, come se non avessi vissuto. Il mio cervello si attiva solo quando crea un contenuto, un qualcosa di diverso da sé, un non-Io.

Perché voglio rendervi questa filosofia idealistica? Perché è fondamentale. Ora, è chiaro che Fichte vede in questo superamento del limite, capire che noi poniamo il limite, ma poi riporlo, per questo sforzo di libertà infinito che tende non si sa dove, all'infinito. Tanto è vero che, ripeto, Hegel stesso dice a Fichte: "La tua è una cattiva infinità", cioè pone sempre il limite e non lo supera mai, lo supera per riporlo, lo supera per riporlo in una, per riporlo in una corsa a ostacoli infinita. Di Fichte fa un pensatore morale, tant'è vero che amava molto la Critica della Ragion Pratica di Kant. Solo che cosa dice Fichte: "Noi tedeschi siamo i primi ad aver capito che non c'è niente al di fuori del pensiero. Noi idealisti tedeschi siamo stati i primi ad aver elaborato una filosofia della libertà, di chi ti dice: esiste la libertà dell'Io che crea il mondo". E allora noi tedeschi abbiamo una missione. Noi siamo coloro che dovranno insegnare al mondo che siamo il popolo della libertà. C'è una missione civilizzatrice della Germania, la missione della civilizzatrice della Germania, che è confluita in un'opera che si intitola "I discorsi alla nazione tedesca", di cui vi leggo alcuni passi. Il tema fondamentale dei discorsi è l'educazione. Faccio presente che prendo tutto da un libro di testo laico, perché il testo di Abbagliano, insospettabile filosofo laico, non non ha, non è sospettato di nessun, come posso dire, anelito cattolico. Il tema fondamentale dei discorsi, scrive Abbagliano, è l'educazione. Fichte ritiene, infatti, che il mondo moderno richieda una nuova azione pedagogica capace di mettersi al servizio non già di un'élite, ma della maggioranza del popolo e della nazione. Fichte argomenta che soltanto il popolo tedesco risulta adatto a promuovere la nuova educazione in virtù di ciò che lui chiama il carattere fondamentale, e che identifica nella lingua. Infatti, i tedeschi sono gli unici ad aver mantenuto la loro lingua, che fin dall'inizio si è posta come espressione della vita concreta e della cultura del popolo, a differenza, ad esempio, di quanto è avvenuto in Francia, in Italia, dove i mutamenti linguistici e la formazione dei dialetti neolatini hanno provocato una scissione tra popolo, lingua e cultura. Per questo i tedeschi, il cui sangue non è commisto a quello di altre stirpi, rappresentano l'incarnazione dell'Urvolk, cioè di un popolo primitivo rimasto integro e puro, e sono gli unici a potersi considerare un popolo, anzi il popolo per eccellenza. Di conseguenza, i tedeschi sono anche gli unici ad avere una patria, a costituire un'unità organica che si identifica con la realtà profonda della nazione, e quindi hanno il compito di civilizzare gli altri.

E qui c'è un aspetto importante, perché tutti vogliono salvare capre e cavoli. La nostra contemporaneità vuole salvare la filosofia moderna e condannare gli sviluppi che ha avuto, e fanno dei dei dei voli, un po' come nel circo, i trapezisti fanno dei salti mortali per salvare, ripeto, la filosofia moderna e condannare le conseguenze. È chiaro che Fichte non è che ha prodotto lui il nazismo, ci mancherebbe. Tant'è vero che adesso faremo delle precisazioni. Però è innegabile che si riconosce l'albero dai suoi frutti. Perché quando uno dice, continua Abbagliano: "Se osservi, per controbilanciare quanto si è detto, perché uno quando legge queste frasi e sa cosa è accaduto dopo, dice che il primato che Fichte assegna al popolo tedesco non è di tipo politico, militare, ma piuttosto di tipo spirituale e culturale. Fichte ritiene che il popolo tedesco debba avere come interesse ultimo l'umanità intera. Il fine di quest'ultima sono i valori etici della ragione e della libertà". Ma sentite Abbagliano, non un pericoloso reazionario cattolico, cosa scrive: "Ora, dice, tutto ciò se da un lato scagiona i discorsi da un affrettato, da una' affrettata interpretazione in senso pangermanista o razzista, dall'altro non toglie che la loro influenza storica maggiore si sia esercitata proprio in questo senso nel pangermanismo. Infatti, i discorsi parlano di primato, di missione, di popolo integro. In seguito hanno potuto costituire un testo chiave non solo del patriottismo, ma anche dello sciovinismo tedesco, portato ben presto a trasformare la fichtiana supremazia spirituale in una di razza e di potenza, lungo un processo che ha trovato il suo epilogo oggettivo, dice Abbagliano, no, secondo l'interpretazione di Girlanda, ha trovato il suo epilogo oggettivo nel nazismo del Terzo Reich". Quindi attenzione, quando pensiamo che le idee siano innocenti, o quando pensiamo che queste idee siano astratte e lasciano il tempo che trovano, perché quando l'uomo pone il soggetto come artefice creatore della realtà, come unica realtà esistente, il passo è breve a volere mettersi al posto di Dio, un Dio che è stato espatriato, estraniato, escluso dal suo ruolo di creatore. E prima, come posso dire, bomba è stata quella di dire: "Non sei il creatore, sei il garante". Poi addirittura: "Sei solo un produttore delle mie sensazioni". Poi: "Io sono Dio, perché nell'idealismo finito e infinito sono la stessa cosa, esistendo un'unica e sola realtà". Solo che, dicevamo, e finisco con Schelling, che si accorge proprio, ci metto 3 minuti perché dico l'unico concetto che possiamo dire di Schelling, che invece è un vero idealista. Schelling si accorge che la filosofia di Fichte ripiomba nel, dice: "Ma che monisti siamo?". E quindi Schelling dice: "Qual è il nostro errore? È che se noi continuiamo a chiamare quest'unica realtà con nota con i caratteri della soggettività, per esempio chiamandola Io, che rimanda al soggetto, è chiaro che se noi configuriamo quest'unica sola realtà che esiste con una connotazione soggettiva, prima o poi ci ritroveremo un oggetto, perché se c'è un soggetto necessariamente prima o poi ci sarà un oggetto". Quindi, sostanzialmente, Schelling è l'unica cosa che diciamo, chiedo perdono a Schelling, capisce che non possiamo quest'unica e sola realtà che esiste, appellarci che rimanda alla dimensione soggettiva, perché poi c'è il primato del soggetto che avviene contro l'oggetto. E quindi, infatti, Schelling dice: "Dobbiamo sciogliere quest'unica realtà che esiste da questo binomio soggetto-oggetto". E come facciamo a scioglierlo? Lo chiamiamo con il termine che traduce "sciolto", Absolutus, cioè l'Assoluto. A quest'unica sola realtà è l'Assoluto, proprio per dire che non è né soggetto né oggetto. Infatti, Schelling dice: "L'Assoluto, quest'unica e sola realtà che è pensiero, che è spirito, non è soggetto e non è oggetto, ma è sciolto da questo binomio". L'Assoluto di Schelling come indifferenza di soggetto e oggetto, cioè può essere sia l'una che l'altra cosa. Questo Assoluto può, è fuori da questa dicotomia soggetto-oggetto, ma anzi, è proprio per questo Schelling recupera anche lo studio della natura, perché comunque dalla natura risalgo a quest'unico Assoluto che è spirito e natura. Rivaluta la filosofia dello spirito, perché studiando lo spirito capisco come si produce la natura, ma perché proprio perché l'Assoluto non è né soggetto né oggetto.

E qui chiudo con la critica che fa Hegel, invece, se a Schelling, che se a Fichte diceva: "La tua è una cattiva infinità, che pone sempre il limite e non lo supera mai, lo supera per riporlo, lo supera per riporlo in una, per riporlo in una corsa a ostacoli infinita", di Schelling dirà: "Caro Schelling, il tuo Assoluto è come la notte in cui tutte le vacche sono nere, cioè non ci si capisce niente. Soggetto-oggetto può essere soggetto, può essere oggetto". E ha fatto questa battuta il grande genio Hegel, che sarà oggetto dei prossimi due incontri. Ma con quella premessa, devi fare qualche compito per le vacanze. È una filosofia veramente, vi dico, difficile, e ci vuole a sbriciolarla per per averne i concetti fondamentali. È inutile che stiamo a studiare tutte le opere di questi autori, però per sapere un po' come si è mosso il pensiero e come questa modernità che viene tanto esaltata, e si riconosce l'albero dai suoi frutti, ci diceva Gesù, ha portato parola da Abbagliano a un esito, quello del Terzo Reich. Grazie dell'attenzione. [Applauso]

Grazie. Lo so che lo sforzo di concentrazione che ha già richiesto questa serata meriterebbe in questo momento non altre parole, ma un meritato riposo. Ma io due parole devo dire. Ehm, prendo spunto, anzi proseguo il discorso che faceva un attimo fa l'amico Luigi, riguardo alla alla presunzione di Fichte che il pensiero tedesco dovesse avere un primato nella cultura e nella storia. La cultura e la storia, la storia nella cultura, gli hanno dato ragione. Questo è stato la Germania, e dico il pensiero tedesco, la filosofia tedesca ha dominato, ha dominato dal momento di cui stiamo parlando adesso, da questo periodo storico fino ai nostri giorni, ha dominato e ha dominato raggiungendo gli ambiti del sapere teoretico. Tant'è che ha potuto farlo addirittura senza rivali per quanto quanto riguarda le discipline pratiche. Altri hanno sopravanzato rispetto ai tedeschi, non c'è dubbio, le scienze economiche hanno avuto nei paesi anglosassoni e di lingua inglese i loro i loro massimi rappresentanti. Ma dal punto di vista delle scienze teoretiche, veramente la Germania ha fatto questo, e lo ha fatto, e lo ha fatto, ehm, realizzando sempre entrambi i ruoli di ogni diatriba. Da lei sono nati, eh, attraverso Hegel, che vedremo la prossima volta, sono nati e i filoni, i filoni della destra hegeliana e poi i filoni della sinistra hegeliana. Cioè, loro se la sono cantata e se la sono ballata tutti da soli. Hanno litigato, ma fra loro nessun altro è intervenuto nei loro dibattiti. Noi ne abbiamo solo subito le conseguenze. Dunque, se una parte del mondo della storia si è ispirata a Fichte, come ci spiegava adesso l'amico Luigi, leggendo il testo, e poi al suo illustre, non coerente, ma illustre successore, cioè Nietzsche, dall'altra parte c'è tutto il filone di coloro che si sono ispirati a Marx, ma sempre di tedeschi stiamo parlando. Ma questo in ambito politico. Ma non meno in ambito religioso, tutta l'esegesi, cioè la spiegazione delle Sacre Scritture da un punto di vista critico scientifico, si ispira agli autori tedeschi, di cui anche in ambito cattolico si sono motu propri i principi e le le conseguenze, le somme che si sono tirate con un senso di subalternità, con un senso, vorrei dire, di infantile soggezione, che dà pienamente ragione a quella che poteva sembrare semplicemente una sparata nazionalistica, come quella che abbiamo sentito un attimo fa. Il risultato qual è? Dal punto di vista proprio banale, pratico, per noi che, dopo quello che abbiamo sentito questa sera, se uno l'ha ascoltato con attenzione e l'ha preso sul serio, ci sentiamo tutti degli imbecilli, perché...

Non abbiamo capito niente del mondo perché viviamo questa vita inconsapevole di cui parlava Fichte. Per cui crediamo che effettivamente l'automobile su cui saliamo adesso per andare a casa esiste davvero, che la chiave che infiliamo nella toppa della porta per entrare in casa esiste davvero, che il letto su cui andremo a dormire tra poco esiste davvero. Siamo degli imbecilli nella imbecillità, secondo il senso etimologico della parola, di colui che si fida di ciò che gli sembra e non capisce come stanno davvero le cose.

Certo, si crea una una dicotomia. Giustamente l'amico Luigi un attimo fa diceva ehm, è la filosofia, l'idealismo è la filosofia. Ma le premesse sono già nell'Illuminismo precedente. Ma nell'idealismo, che è l'apice di questo fenomeno dell'età moderna che è appunto l'Illuminismo, il razionalismo, nel nell'idealismo è la massima opposizione, la massima contraddizione rispetto al senso comune, cioè al buon senso. Il buon senso è ciò che e mi fa sedere tranquillamente dopo essere stato verificato il fatto che la sedia è dietro di me, non è un metro da me, come gli scherzi che fanno qualche volta gli alunni e professori a scuola. Eh, la sedia è veramente dietro il mio riverito posteriore. Quindi io mi siedo fiduciosamente, mi siedo. Questo è il senso comune. Il buon senso del fatto che non andrò per terra perché la sedia esiste ed esiste fuori di me. Il senso comune è ciò che fa sì che io sia partito da casa mia avendo lasciato in casa un gatto e torno a casa e sono certo che non troverò un cane, sono certo.

Ma questa è l'imbecillità della mia della mia inconsapevole fiducia nella realtà delle cose. La devastante conseguenza tra queste due opposte, il conflitto fra il senso comune che ci fa vivere la vita di tutti i giorni e che ci fa ragionare secondo una certa prospettiva, ma è una prospettiva pratica, non pura, non teoretica, come ci direbbero questi tizi di cui abbiamo parlato questa sera, ma il conflitto fra questo e le loro teorie. Il conflitto poi si porta dal livello gnoseologico, come ci ha detto all'inizio della serata l'amico Matteo, dal livello gnoseologico, cioè della conoscenza, dei problemi della conoscenza, quello a cui abbiamo accennato fino adesso, ci viene poi ci fa slittare, diciamo così, sul problema invece dei comportamenti, cioè diventa un problema etico. Il problema gnoseologico teoretico diventa un problema etico, cioè il problema che non ho e nessun'altra fondazione della morale, cioè della regola dei comportamenti, se non me stesso. Non no, nessun'altra fondazione, non si fondano su nulla.

Cioè dopo che da 2000 anni fino ad arrivare a questi signori, per cui dobbiamo partire dai Greci, non dal cristianesimo, eh, non dall'ebraismo, dobbiamo partire dai Greci, da Aristotele, il quale dice che il bene si chiama bene perché mi fa bene e il male si chiama male perché mi fa male, non bonum qui Aum, come abbiamo sentito un attimo fa, non che una cosa è buona perché è comandata, no, e viceversa, è comandata perché è buona. Cioè il bene è precedente alla legge, la legge lo riconosce, lo scopre e poi lo rende obbligatorio, vincolante per tutti, ma perché è ha una radice antropologica, cioè si radica nella natura umana. Vale, non so se abbiamo già avuto occasione di fare questo esempio, vale per la vita spirituale, per l'organismo spirituale dell'uomo, è lo stesso che vale per il suo organismo fisico. Cioè il mio stomaco è fatto in modo che alcuni elementi gli sono utili e altri elementi gli sono nocivi e non è che perché l'arsenico è proibito e invece gli spaghetti sono comandati che lo rendono rispettivamente cattivi e buoni. No, è perché è il mio stomaco che è fatto così. L'organismo spirituale dell'uomo è fatto allo stesso modo. Ci sono alcune cose che mi arricchiscono, che mi fanno bene, che mi fanno crescere, che mi perfezionano secondo le potenzialità e le esigenze della mia natura e ci sono altre cose che invece danneggiano questa natura, deprimono questa natura, mi rendono meno uomo.

Qui no, qui non c'è nulla di tutto questo. Dopo che da più di 2000 anni si era detto e pensato questo, tutto questo non c'è più e l'uomo diventa, dopo Kant e soprattutto in Fichte e poi nel suo vertice con Hegel e con i figli e i nipoti di Hegel, l'uomo diventa il facitore, il creatore del bene e del male. Lui decide chi è e quindi decide che cosa è giusto e che cosa è sbagliato per la mia vita, salvo poi che questo non corrisponde a ciò che io sia veramente e quindi, in ultima analisi, tutto questo processo è un un impressionante atto suicida dell'uomo.

Grazie, grazie di cuore. Troppo buoni. Visto che stasera abbiam menato a tutti, mi ero scordato di di menare a una persona perché nella nell'enfasi della della spiegazione l'avevo detto. È chiaro che tutto il discorso alla nazione tedesca di Fichte comincia, dice, saltando la figura di Lutero, ovviamente, che che lo chiama il tedesco per eccellenza. Eh, il mondo riconosce ciò che è suo, comunque.

[Musica]

Ah.

[Musica]